‘Pronto Soccorso Linguistico’ è una rubrica televisiva curata dal professor Paolo d’Achille – Presidente dell’Accademia della Crusca – nell’ambito del programma domenicale Uno Mattina in Famiglia su Rai1. Stamattina la conduttrice Ingrid Mucitelli gli ha proposto di chiarire due parole: burocratese e aziendalese. Quest’ultima pare aver soppiantato la precedente, con disapprovazione del linguista che invita a moderare l’uso di parole nuove e straniere. Senza volerlo, associo questo termine all’articolo di attualità che leggo sul quotidiano Il Gazzettino che coinvolge le aziende, intitolato ‘Colloqui a vuoto nella Marca saltano 28mila assunzioni’. Il giornalista Mauro Favaro invita le aziende a investire di più sui giovani, attraverso una formazione continua, la flessibilità organizzativa, ambienti moderni e meritocrati. Interessante la chiusura: “Anche il linguaggio della comunicazione aziendale deve avvicinarsi alle nuove generazioni” che è il concetto che si lega al termine ‘aziendalese’. Spesso usato in modo ironico o spregiativo, tende ad abusare di inglesismi e perifrasi, volte a mascherare o abbellire i concetti. Caspita, immagino che un candidato ad un colloquio di lavoro si senta disorientato. Tra l’altro, la parola colloquio deriva dal latino colloquium che significa parlare insieme, conversare. Sarebbe utile sentire al riguardo una persona addetta alle assunzioni. Tra chi cerca lavoro, spesso circola “una percezione negativa del lavoro privato, considerato precario, poco stabile o scarsamente valorizzante”. È in atto un cambiamento profondo del mercato del lavoro. Inoltre in molti settori i giovani sono diventati una risorsa difficile da reperire, a causa dell’inverno demografico. Stanti le complicazioni, semplificare il linguaggio sarebbe un passo per favorire l’intesa.

Con la crisi in atto in alcune aziende mi sembra strano che i colloqui per chi cerca personale vadano deserti.!!! Mah!!!
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Già, legittima contraddizione. Però, se c’è del vero qualcosa non mi torna 🤔
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Non credo che semplificare il linguaggio serva a molto per persuadere i giovani non al lavoro ma all’idea che abbiamo noi ” Bumer ” del lavoro… I nuovi giovani sono stati cresciuti non a pane polenta e salame fatto in casa ma ad immagini e valori di benessere esclusivo e libertà di espansione indirizzata al divertimento e alla vita senza precauzioni… Negli anni ’70, il lavoro per me era spesso visto come un dovere morale e fonte di stabilità… La società era caratterizzata dalla identificazione con l’azienda, in più una forte rispetto per le autorità e decisioni superiori: mi ricordo, lo chiamavamo il professore, che comandava la mia prima azienda ” sette fratelli” di Castelfranco V. nei confini di Resana che lo vedevo come un patriarca… Per me il lavoro è ed era prioritario, cosa ben diversa dei nostri giovani… Il fatto è che adesso la società è completamente cambiata: i giovani cercano soprattutto soddisfazioni personali, crescita e valori condivisi, pensano alla salute; li vedo spesso in palestra, e al tempo libero, che per me non esisteva… L’iperconnessione e i social media possono ridurre la concentrazione, ma sono anche strumenti che i giovani sanno usare per essere produttivi in modi nuovi… Mio nipote che sta ristrutturando la sua casa mi ha fatto vedere che ha scaricata una App e ha ristrutturato il tutto senza bisogno di geometra o architetto ma in modo perfetto che sono rimasto scioccato, sta rifacendo tutto senza bisogno di allacciare il gas e allaccia la corrente solo per venderla compreso riscaldamento gratis e ad un prezzo che pensavo impossibile… Non è detto che i giovani siano davvero irresponsabili: spesso hanno valori diversi… La responsabilità di ieri era legata alla sopravvivenza e alla lealtà, quella di oggi alla realizzazione personale e alla flessibilità… Tanto che mio nipote con la sua bella compagna hanno già visitata mezza Europa, cosa che per me era impossibile solo mentalmente… Il problema potrebbe essere un mix di corrispondenza tra le aspettative delle aziende; ancora legate al modello vecchio, e le esigenze dei giovani… ivano
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Interessante il tuo testo….intanto complimenti a tuo nipote, se a lui sta bene arrangiarsi in tutto e per tutto. I giovani non sono tutti uguali, come non erano uguali i nostri avi. Percepisco oggi molta inquietudine e tanti bisogni imposti dalla società dei consumi. Ammiro molto lo stile nipponico che coniuga tradizione e innovazione. Non so come mi comporterei se avessi vent’anni… però non abbasserei la testa, perché l’indole all’indipendenza rimane, a qualunque costo. Mio figlio non è più giovanissimo, ma non lo vedo del tutto realizzato. Forse bisognerebbe aggiornare la scala dei valori…ma gli adulti in generale non sono buoni maestri. Mi viene in mente la poesia: Ognuno è solo/nel cuore della terra/trafitto da un raggio di sole/ed è subito sera//. Magari ci salva la poesia!
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Concordo in pieno!!
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Sì, in molte occasioni le nuove modalità di proposta per il lavoro tendono ad utilizzare dei nomi per le mansioni in inglese o pseudo inglese. Giusto per far sembrare quella posizione un po’ più “appetibile” rispetto al caro vecchio termine italiano. Il fatto interessante è che secondo me questo uso di termini mezzi stranieri è spesso abusato e fuorviante soprattutto per il fatto che poi il lavoro presentato non è certamente altrettanto interessante nella realtà. Una cosa vorrei sottolineare che parlando da 25enne con vari amici in diversi settori lavorativi viene sempre fuori. I colloqui vanno tendenzialmente deserti per il semplice fatto che molto spesso le aziende poi propongono stipendi miseri per contratti con monte ore assurdi al paragone. Esempio pratico, un mio carissimo amico laureato in ingegneria elettrica ha fatto recentemente un colloqui in cui lo avrebbero assunto come stagista per un totale di 40 ore settimanali ordinarie alla cifra mensile netta di 600 euro con contratto da rinnovarsi in tre mesi, con la richiesta di disponibilità a fare straordinari eventualmente pagati fuori busta a una cifra irrisoria… E non è la prima volta che ad amici miei capitano situazioni del genere. Per cui, direi che si capisce perchè ormai i colloqui vadano deserti. Nessuno di noi giovani vuole sottostare a trattanenti del genere e sarò franco: mi sembra anche giusto di non volerlo fare. Perchè un conto è la sana gavetta che ci sta tutta, ma un altro è essere sfruttati (e mi sembra che sia la parola più adatta con i tempi che vanno) a condizioni del genere. Soprattutto per ragazzi che si sono già fatti il mazzo a studiare magari e che quindi hanno un’età in cui finalmente vorrebero ottenere quell’indipendenza sana dalla famiglia per cominciare a farsi un vita propria.
Concludo dicendo che i casi buoni e i datori di lavoro accorti ci sono, sono solo molto difficili da trovare. E una nota che su questi articoli non viene mai sottolineata e che mi è cara: è rarissimo vedere come per lo stato e i giornalisti, il lavoro indipendente cone libero professionista venga sempre snobbato… Sembra sempre che le uniche scelte valide per i giovani oggi siano studiare o andare a lavorare presso qualcuno. Non viene mai citata l’idea che uno possa avviare una propria piccola attività e campare con quella… Vorrei tanto sapere perchè…
Saluti dal treno di ritorno!
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Caro Manuel, la tua risposta è da manuale (stessa radice man- per Manuel e manuale). La tua risposta dettagliata e sincera mi emoziona e mi convince, anzi grazie di aver sottolineato come sia poco attenzionato il lavoro indipendente, anzi snobbato! Ti auguro tante soddisfazioni, che estendo anche ai tuoi coetanei. Chissà, magari potrei imbastire qualcosa attorno a questo scottante argomento…attingendo alla tua limpida fonte! Grazie, a presto e buon rientro! 💪😃🌻
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