“Crema solare” per l’uva 🍇

Sotto la pergola, una ventina di grappoli di uva fragola sono giunti a maturazione, violacei e dolci come piace a me. Se non ricordo male, l’anno scorso è andata anche peggio. È un piacere spiluccare gli acini con parsimonia, perché nulla va sprecato. Il caldo esagerato di questa estate ci ha messo di suo per ostacolare la maturazione. La mia è una pergola dimezzata, ma altrove la produzione è stata compromessa su larga scala. Per il caldo estremo, la vendemmia è stata anticipata ed è perfino stata usata una crema solare per proteggere l’uva. L’ho sentito ieri durante un servizio sull’agricoltura e sul momento mi è venuto da ridere. Invece trattasi di cosa seria, per proteggere i chicchi dalle scottature solari. Da quello che ho capito, si tratta di spruzzare sulle foglie e i grappoli un composto fatto di caolino, un’argilla bianca naturale in polvere finissima. Insomma, l’uva si scotta al sole come la nostra pelle. Quindi benvenga la chimica al servizio dei vigneti. Se dovremo adattarci ad estati sempre più calde, trovo che i pannelli agrivoltaici alla crema solare per i chicchi d’uva siano una contromisura ingegnosa e lodevole. Con l’uva si fa il vino, ma io sono pressoché astemia. In tempi passati ho avuto problemi di anemia, curata con pastiglie di ferro e due dita di vino rosso che andavo a prendere a Pravisdomini (PN) dallo zio Geremia. Ricordo la mini damigiana che si premurava di sistemarmi nel bagagliaio e che gli restituivo a primavera inoltrata, con l’arrivo della bella stagione. Il vino fatto in casa non ha paragoni, neanche l’uva raccolta nel vigneto, indiscutibilmente superiore a quella che si trova al supermercato. Con la crisi attuale, benedetti gli orti sociali e i prodotti coltivati in casa.

Melograno e melagrane

Ho raccolto le prime melagrane: gonfie, rosse, lucide. Più che mangiarle, mi piace osservarle quando maturano sulla pianta, esibendo la corona a sei punte, la parte superiore del frutto che simboleggia la regalità. La pianta, il melograno è un antico simbolo di morte e di rinascita, legato al mito greco di Persefone e Ade. Breve sintesi del mito: Ade, dio degli inferi, rapì Persefone che mangiò alcuni chicchi di melograno (arilli) negli inferi, gesto che la legò per sempre nel regno dei morti, causando l’inverno e la morte apparente della natura. Per tornare poi sulla terra a primavera. Perciò nel mondo antico, il melograno era considerato il cibo dei morti, ma anche un simbolo di immortalità, per la sua capacità di generare vita. Nella tradizione cristiana, i chicchi rossi e il ‘sangue’ del frutto richiamano il martirio, la passione di Cristo e la resurrezione. I benefici del melograno per la salute sono molteplici e prevedono: salute del cuore, benessere dell’intestino, proprietà antiinfimmtorie, potente azione antiossidante. Frutto tipico della stagione autunnale, matura da Settembre a Novembre, con il clou a Ottobre. Dall’antica Grecia a Salvador Dalì è uno dei simboli più ricorrenti nella storia dell’Arte. Federico Garcia Lorca ha scritto l’Ode alla melagrana, mentre Giosuè Carducci gli dà un ruolo centrale nella celebre poesia Pianto antico, dedicata l figlioletto Dante morto a soli tre anni. Indimenticabile l’apertura della poesia: L’albero a cui tendevi/la pargoletta mano,/il verde melograno/da’ bei vermigli fior,/nel muto orto solingo…/dove il melograno che torna a fiorire fa da contrasto con la morte del bambino. Da rileggere senz’altro. La natura offre sempre esempi di bellezza e spunti di arricchimento.

Filosofia e fiori

Byung-Chul Han (battezzato con il nome di Alberto) è un filosofo sudcoreano 67enne che vive in Germania da quando aveva 22 anni. Si occupa di teoria della cultura che insegna all’università del Künste di Berlino. Il giornalista Carlo Pizzati gli dedica un servizio sul settimanale il venerdì di Repubblica. Per Einaudi è appena uscito il saggio di Han intitolato La società senza rispetto, di cui è facile intuire il contenuto, rafforzato dal titolo dell’articolo Mi interessa la speranza. E il rispetto. Nel corso dell’intervista, il filosofo coreano – tedesco dà un’indicazione sul metodo di lavoro che mi sorprende positivamente: “Scrivo sempre circondato di fiori. Ci siamo dimenticati la bellezza del fiore. Quando siamo con i fiori, siamo con Dio. Ma abbiamo perso la capacità di concentrarci su una cosa alla volta, come si fa con una penna”. Non mi stupisce che Papa Francesco lo abbia citato in Dilexit nos e lo abbia invitato in Vaticano. Han dice che due parole simili in coreano lo rappresentano: gyosu/professore e gyoju/leader di una setta e le incarna entrambe. Afferma “Sono un prete e i miei libri sono sermoni”. Nelle rare interviste in presenza concesse, il filosofo arriva in bicicletta, con 15 minuti di ritardo. Odia lo smartphone, a proposito del quale confida: “Lo smartphone può essere utile, ma poi noi diventiamo lo strumento dello smartphone. Perdo tutto, quindi compro sempre un trabiccolo da quattro soldi…” Beh, un tipo simpatico e sensibile, se ama i fiori. È l’aspetto che mi attrae di più, perché anch’io amo i fiori. Ne ho dentro, in varie stanze e fuori casa, in giardino. Concludo, con la celebre frase “Tre cose ci sono rimaste del paradiso: le stelle, i fiori e i bambini”, attribuita a Dante Alighieri, dal sapore cosmico.

Tempo di mele

Sono tornata alle vecchie abitudini dolciarie. Dopo vari mesi, stamattina ho rifatto i muffin con ripieno di marmellata di mele, quelle mie ammaccate e cadute dalla pianta per circostanze avverse: secco, sferzate di vento, insetti, grandine. Troppo facile – e penoso – buttarle nel compost, così mi sono armato di pazienza e ho recuperato il recuperabile, nutrendo i lombrichi con gli scarti. Fatti e assaggiati, devo dire che sono una delizia, lontana chilometri luce dalle croissant dei bar. Unica vriante alla ricetta tradizionale: ho sostituito il latte con quello di avena, perché Manuel è intollerante. Lo sto aspettando e posso offrirgli il dolcetto in versione vegana. Per una che non ama stare ai fornelli è una soddisfazione donarli alle persone che li apprezzano. Tornando alla mela, è tra i frutti migliori da consumare al mattino, insieme con kiwi, frutti di bosco e banana, perché offrono un mix ideale di fibre, vitamine e zuccheri a rilascio graduale. La mela aiuta a mantenere stabile la glicemia e favorisce il senso di sazietà. Ha poche calorie (52 per 100 grammi) e un elevato potere saziante. Quanto al proverbio “Una mela al giorno toglie il medico di torno”, da sola non fa dimagrire, ma può essere un’ottima alleata in una dieta ipocalorica e bilanciata. Diventata il frutto proibito addentato da Eva, nel Libro della Genesi non si parla dell’identità di un frutto specifico, ma di un malum (che significa sia ‘male’ che ‘mela’) che causò la caduta dell’umanità e la sua espulsione dall’Eden. Mi piace pensare che la mela sia diventata frutto proibito per un’errata interpretazione. In generale, le mele sono salutari, salvo per chi ha allergie specifiche, problemi intestinali o sensibilità particolari. La stagione delle mele è arrivata: buone mele!

Finalmente Autunno!

EccBenvenuto Autunno! Spero non ci farai soffrire come la stagione appena andata… La crisi climatica è uno dei problemi che ci stanno sul collo, sebbene qualcuno lo ignori. Abbiamo raggiunto la temperatura che per gli Accordi di Parigi era posta come limite da non superare nel 2050, siamo vicini al punto di non ritorno. Troppo caldo anche per le api, produzione di miele precipitata, in Sardegna addirittura del 70 per cento. Non intendo infierire, ma gli ultimi mesi sono stati ‘soffocanti’, a momenti insopportabili. Da una decina di giorni si sta decisamente meglio, con caldo buono nelle ore centrali, fresco di sera e di mattina. Anche la natura se n’è accorta. Un geraneo ha cacciato fuori un fiore rosa, mentre dei vivaci fiori gialli simili a crocus sono fioriti tra i pomodori. Ho interpellato Serapia che se ne intende. Mi ha risposto che trattasi di una bulbosa molto prolifica che cresce spontaneamente e “che regala un bel colore luminoso al giardino”. Risponde al nome di Sternbergia Lutea. Viene spesso chiamata “falso zafferano” per via del colore dei fiori. L’uva fragola sotto la pergola stenta a maturare, molti acini sono ancora verdi, forse indice di sofferenza. Per “salvare il salvabile”, ho trasformato in composta le piccole mele cadute anzitempo e ammaccate. Passato il tempo dei ghiaccioli, a breve riprenderò a fare i muffin, riattivando il forno a gas, in pausa da maggio. Ho anche ripreso a scrivere, sebbene non su vasta scala. Vorrei scrivere un romanzo realistico sui rapporti generazionali e i sogni dei giovani, con uno sguardo al passato. L’età non più evergreen che mi ritrovo mi ha reso più vulnerabile riguardo certi fatti di cronaca scoraggianti. Il bene esiste, ma è difficile farlo emergere. Ogni tanto dovremmo staccare la spina e guardarci attorno, magari con un lanternino…

Aria settembrina e Manuel “frizzante”

Ultima domenica d’estate. L’autunno è alle porte. Dal punto di vista astronomico è il 23 settembre, con l’equinozio (giorno in cui luce e buio hanno la stessa durata), mentre quello metereologico per convenzione cade il primo del mese. Per l’autunno 2026, in Italia si prevedono temperature superiori alla media, e non mi sorprende, dato il caldo che ci ha perseguitato per oltre due mesi. Per fortuna la temperatura si è abbassata, di giorno si sta bene e alla sera non disturba il golf, in omaggio al proverbio “Aria settembrina, fresco la sera e fresco la mattina”. In questa fase di passaggio stagionale, vado alla ricerca di cose belle, di emozioni positive, di fatti rincuoranti che non trovo in cronaca stamattina, ma nel privato: oggi è il compleanno di Manuel che compie splendidi 26 anni. Augurissimi di cuore e sereno prosieguo di un percorso che parte da lontano ed è tuttora in salita. Da quando era mio alunno alle medie, si conferma disponibile, curioso, impegnato. Facendo un paragone con l’aria settembrina direi ‘frizzante’, aggettivo che richiama il “briosa e spumeggiante” che il mio prof di Liceo Armando Contro mi elargiva nei compiti in classe. In qualche modo la storia si ripete; sono lusingata di raccogliere i frutti del mio lavoro e di assistere alla fioritura dei germogli. Il merito va soprattutto ai genitori che si sono spesi nell’educazione, senza delegare con disinvoltura alla scuola, come capita oggi. La prima comunità educante rimane la famiglia, seguita a ruota dalle altre strutture, compagnie e adulti compresi. Anche la responsabilità individuale gioca il suo peso. Non voglio diventare pedante e mi fermo qua. Che Dio ti conservi, caro Manuel! Ad altiora! 🥂

Omaggio a Edy

Oggi 30 Agosto Edy avrebbe compiuto 67 anni. Se n’è andata dieci giorni fa, il giorno di San Pio X, dopo una lunga battaglia contro il male. Era una bella persona, dentro e fuori, sempre sorridente e disponibile. Colleghe nella Scuola Media di Castelcucco, lei insegnava Tecnologia, io Lettere. Durante i Consigli di Classe parlavamo del profitto e del comportamento degli studenti che avevamo in comune: non l’ho mai sentita alzare la voce una volta, neanche se qualche alunno lasciava a desiderare. Sembrava fatta di un’altra pasta, con una grande capacità di resistenza e di sopportazione. Di costituzione sottile e poi dimagrita, si muoveva con la leggerezza di una libellula. Quando io sono andata in pensione, lei ha iniziato il lungo percorso di cura, senza mai detrarre, come ha sottolineato il parroco don Gaetano all’omelia durante le esequie. Ci siamo scambiate diverse mail alle quali rispondeva con sollecitudine e cura. Amava i cani e aveva gradito il mio ultimo lavoro Amici Inaspettati, poi recensito con dovizia di particolari. L’ultima volta che l’ho vista era reduce da un trattamento oncologico, ma non me lo aveva fatto pesare. Aveva la parrucca e non me ne ero accorta, presa dalle confidenze e dalla sua cordialità. Mi aveva offerto la consumazione, con l’eleganza che le era congeniale. Diffondeva una corrente positiva, cui attingerò nel ricordo. La sua bella immagine fa compagnia a quella d Gianna, un’altra collega morta come lei alla vigilia della pensione, il 2 maggio 2014. Sono entrambe sulla mia scrivania in studio, dove trascorro il mio tempo migliore. La qualità della vita spesa bene è humus per chi resta. Un abbraccio alla mamma Valeria, al marito Paolo, ai figli Gianpaolo e Massimo.

Viaggio olfattivo

Qualche goccia di Micene numerio 5 è l’accattivante articolo di Cinzia Dal Maso che leggo sul settimanale il venerdì. Le studiose Silvia Ferrara e Laura Bellinato hanno decifrato antiche tavolette d’argilla, scoprendo le ricette per riprodurre profumi greci di 3500 anni fa. Ne parlano nel saggio Il profumo degli dei (Il Mulino), profumo che potrà essere pronto e in commercio per il prossimo autunno. “Abbiamo realizzato tre fragranze diverse: alla salvia, profondo e intenso; alla rosa, fresco come la primavera; al miele, non troppo dolce e avvolgente”. Data la mia simpatia per la salvia, vedrò di accaparrarmi la prima versione. Invidio cordialmente queste ricercatrici che hanno compiuto un viaggio olfattivo tra gli olii profumati micenei. Un argomento in apparenza marginale, che però consente al lettore di entrare nell’intimo dei palazzi di Cnosso, Pilo, Micene dove gli artigiani che lavoravano per la produzione di cosmetici e di profumi erano ultraspecializzati. Come utilizzavano il profumo i micenei? ‘Lo offrivano agli dei o ungevano statuine o oggetti sacri. Poi per se stessi, per “purificare” i momenti liminali della vita, la nascita e la morte. Per sedurre, ovviamente. E per farsi belli e brillare proprio come gli dei: il profumo è un inno alla vita, è ambire all’immortalità”. I profumi erano prodotti di prestigio e le ceramiche micenee erano famose e raffinate. I nomi dei profumieri tramandati dalle tavolette sono tutti maschili, ma famose erano anche le profumiere assire. Nell’Egitto ellenistico Maria la Giudea ideò il sistema di riscaldamento controllato, chiamato ‘a bagnomaria’, tanto per dire come il contributo femminile sia stato notevole. In attesa di sperimentare le fragranze micenee, proverò a fare un profumo alla salvia in casa.

Nonni e longevità

Quarta domenica di Luglio, festa dei nonni, in ricordo dei Santi Gioacchino ed Anna, ‘nonni’ di Gesù. Essere nonno è un privilegio legato alla longevità, di cui parla Salvo Noè, psicologo, psicoterapeuta eccetera durante il programma mattutino Tg2 “storie”. Sintetizzando, lo specialista definisce la vecchiaia età dell’oro, se la persona ha imparato a volersi bene, favorendo l’invecchiamento attivo da perseguire attraverso: Attività fisica e movimento, Cura della mente e passioni, Il valore del sonno, Relazioni e socialità. Diavolo di un esperto, più facile a dirsi che a farsi. Io ci provo, anche se non sono nonna, come altri miei contatti. Lo sono Marcella, Francesca, Serapia, Lara… cui auguro il meglio. Durante il programma, a mo’ d’esempio viene presentata Licia Fertz (nata a Trieste, 28 febbraio 1930), ex infermiera e oggi influencer italiana 96enne, la nonna più social d’Italia. Insieme con Emanuele Usai ha pure scritto il libro Non c’è tempo per essere tristi. Perfino troppo per me, nel senso che, se arrivassi a tanto traguardo credo che mi gusterai le conquiste in privato. Dipende anche dai contatti e dagli incontri fortunati. Nel suo caso, è stato il nipote Emanuele “Elo” ad aprirle il profilo Instagram “Buongiorno Nonna” per risollevarle il morale, dopo la morte del marito. Tra l’altro lei ha crrsciuto il nipote, dopo la morte di Marina, l’unica figlia, morta a 28 anni. Lei stessa ha dichiarato: “Mio nipote mi ha ridato la vita”, a un passo dalla depressione. Da cosa nasce cosa, ed è arrivato il successo. Il che dimostra anche il potere terapeutico della scrittura, oltre all’importanza dei rapporti parentali. Anni fa scrissi una poesia intitolata Longevità, dedicata alla 97enne Camilla, di cui riporto i seguenti versi: Vorrei invecchiare come te,/che ti commuovi per un fiore,/un prato e un cielo stellato./

Mais e polenta 🌽

Un rumore assordante fa schizzare dentro Pepita come una saetta. Mi affaccio e comprendo: due mezzi agricoli sono entrati nel campo difronte casa, per tagliare il granturco. L’udito è fortemente provato, ma lo spettacolo è gratuito. Quando l’operazione sarà conclusa, godrò della vista sui campi. Ho un vago ricordo del rito della trebbiatura che risale a quando ero bambina e un macchinario gigantesco faceva l’operazione sul piazzale davanti alla chiesa parrocchiale di Cavaso del Tomba dove allora abitavo. Non so se la trebbiatura odierna cada nel momento giusto, di certo erano evidenti i segni del secco. Il mais matura generalmente tra agosto e ottobre, ma il periodo esatto dipende dall’utilizzo finale del raccolto e dalla varietà. Estranea all’argomento, suppongo che le ondate di caldo abbiano accelerato la trebbiatura. In poco più di mezz’ora il lavoro è completato e posso spaziare con lo sguardo ben oltre il cimitero. Originario delle Americhe e portato in Europa da Cristoforo Colombo, il mais si chiama granturco, perché l’aggettivo ‘turco’ era usato dal popolo per indicare ciò che veniva da terre lontane (non necessariamente dalla Turchia). Il granturco o mais è un ingrediente incredibilmente versatile, sia industrialmente che in cucina, mentre gli scarti servono per il foraggio e l’artigianato. Il primo prodotto che mi viene in mente è la polenta, morbida e gialla come quella sempre presente sul tagliere dello zio materno a Pravisdomini (PN) che si tagliava con lo spago. Adesso che ci penso, ne ho parlato nel testo C’era una volta l’Ostetrica Condotta (2008) descrivendo la casa di nonno Giacomo “costruita con ingegno e sudore, mattone su mattone. Un grande fico cresce, curiosando nel cucinino dove l’immancabile polenta gialla riposa sul tagliere coperta da un ruvido tovagliolo”.