Complice il caldo insopportabile di questi giorni, è tornato in auge un oggetto caduto in disuso: il ventaglio! Non mi stupisce, ne ho uno piuttosto prezioso anch’io, sebbene preferisca farmi aria con una cartolina – diventate piuttosto rare anche queste – o con il lato di una scatola di pasta o riso. A tratti uso il clima che però infastidisce i gatti. Un servizio in coda al telegiornale riporta alla ribalta il ventaglio, nato in epoca antichissima in Oriente e in Egitto come oggetto rigido in foglie o piume, per farsi aria o scacciare gli insetti. Il modello pieghevole fu inventato in Asia tra il VIl e il IX secolo, come oggetto sacro e di potere, per giungere in Europa nel Cinquecento e diventare un accessorio di grande moda ed eleganza. Il ventaglio ha un profondo significato esoterico e spirituale, legato all’elemento aria e al soffio vitale. Simboleggia la protezione energetica, la capacità di neutralizzare la negatività e il risveglio interiore grazie al movimento del vento. Nel corso dei secoli e tra diverse culture, questo oggetto ha assunto ruoli differenti, passando da simboli di autorità a raffinato strumento di seduzione. In Spagna è un simbolo della cultura tradizionale, spesso associato anche al ballo del flamenco, utilizzato per esprimere emozioni, creare ritmo e aggiungere eleganza ai ballerini. È protagonista anche in letteratura. Si intitola Il Ventaglio, una famosa commedia in tre atti di Carlo Goldoni del 1763 e rappresentata nel 1765. Perfino Eugenio Montale, premio Nobel per la Letteratura nel 1975 ha scritto una poesia intitolata Il Ventaglio, inclusa nella raccolta La bufera e altro. Attraverso l’immagine di un oggetto familiare, l’autore riflette sulla memoria e il tempo passato. 🪭
Vietati i pic-nic sul Piave
Ritorno al Piave. Idealmente, nel senso che ne avevo parlato in un recente post. Me lo suggerisce l’articolo di Luca Vecellio che leggo sul Gazzettino stamattina: “Sul Piave vietati anche pic-nic e tintarelle sugli isolotti: maxi multe” che, nello specifico vanno da 25 a 500 euro. Il provvedimento arriva dopo l’ultimo incontro tra i sindaci, finalizzato ad aumentare la sicurezza sulle “spiaggette abusive” in seguito alle recenti morti, quasi tutte di giovani. Il fiume non perdona, neanche se ha un altro nome. È il caso del Po dove “Da ieri pomeriggio un padre di 36 anni risulta disperso nel Grande fiume, dopo aver salvato la figlia di sei anni e l sua amichetta di dieci” che stavano giocando sulla spiaggia con un pallone, a un certo punto finito in acqua. Coinvolte due famiglie di origine moldava, residenti nel bolognese. Forse ignoravano che “il Po non perdona. Sotto la superficie che sembra calma, si nascondono correnti e mulinelli pericolosissimi”. Sono dispiaciutissima per questo giovane genitore, tra l’altro non il primo a rimanere vittima di un salvataggio. Non so se queste disgrazie siano aumentate nel tempo, ma quando andavo io al Piave non se ne parlava. Anzi, per un certo periodo mi ero attribuita lo pseudonimo di Fiume, giocando con il mio nome, simile a quello del fiume Adda, privato di una d. Altri tempi, meno complicati ma vissuti con prudenza e accettazione di ciò che offriva l’ambiente, senza esigenza di stravolgerlo. Adesso, a causa dell’overtourism o simile, bisogna pagare anche per accedere in spiaggia, passando per i tornelli, come successo negli stabilimenti balneari di Livorno. Cose un tempo inaudite. Mi piacerebbe conoscere il punto di vista della natura. Nel mentre rimango a casa.
I “Custodi sociali”
I “custodi sociali” Sul quotidiano la tribuna di Treviso leggo l’articolo di Salima Barzanti Anziani, mutuo aiuto contro l’isolamento Ecco i custodi sociali, iniziativa che coinvolge i territori di Valdobbiadene, Segusino e Vidor per abbattere l’isolamento degli anziani, come precisa il sindaco di Valdobbiadene Luciano Fregonese. Il punto d’incontro nell’ex ospedale Guicciardini, via Roma 38, aperto ogni mercoledì dalle 16 alle 17.30 (nel mese di Agosto). Da ieri è attivo il numero del custode sociale che risponderà in orario di apertura al numero: 389 521 63 98 In sintesi, anziani volontari adeguatamente formati si mettono a disposizione di altri anziani, anche recandosi a casa di quelli più isolati, in una sorta di mutuo aiuto tra anziani. “i custodi sociali sono volontari qualificati che hanno scelto di mettersi all’ascolto, proponendosi come tramite ideale tra gli anziani, le persone fragili e i servizi del territorio”. Iniziativa lodevole che mi fa pensare alla Banca del tempo, in essere nei paraggi anni fa (che non so che fine abbia fatto). In pratica, i custodi sociali prendono il posto di un familiare assente o mancato, coprendo lo spazio occupato nei decenni passati da un membro della famiglia patriarcale. Di sicuro la struttura della famiglia si è sgretolata e la solitudine è aumentata. Si vive di più, ma è peggiorata la qualità della vita. Ben venga ogni iniziativa rivolta a contenere il problema, e magari a risolverlo. Siccome si parla tanto di prevenzione, io proporrei di prevenire la solitudine, agendo già in età adulta quando la gente si affanna anche per niente o poco, rinviando l’argomento vecchiaia, considerato tabù quasi come la morte. Parlarne per tempo, e non “in camera caritatis” (un discorso fatto in privato) offrirebbe un salvagente da usare a tempo debito. Sorte permettendo!
“La vita bene spesa”
Terzultimo giorno di Luglio. Corsetta in bici e alle otto sono già al bar Viceversa. In attesa della consumazione, scorro velocemente i titoli del quotidiano. Un paio mi riportano indietro nel tempo, quando facevo l’insegnante di Lettere. Morto a 92 anni Emilio Gallina il poeta dialettale di Santa Bona è il primo articolo, a firma di Brando Fioravanzi. Avevo appreso ieri la notizia sul tablet: la memoria era andata al garbato rappresentante editoriale di testi scolastici conosciuto in ambito professionale, disponibile e mai invasivo. Noto tra i docenti, il suo nome ricorre in diversi volumi che abitano la mia libreria. Ignoravo si dilettasse di poesia. “La passione per la lettura e la scrittura lo ha accompagnato fin da giovane”, il che aumenta la mia simpatia nei confronti del suo buon operato. Sue le sillogi A me tèra, A me zénte, Scondicùco, Me pareva pena jèri. L’altra notizia riguarda Federico Piscopo, un mio ex super allievo oggi storico “da anni impegnato nello studio dell’entourage canoviano” che lo stesso giornalista succitato Brando Fioravanzi considera nell’articolo Minette, che fece innamorare Antonio Canova. Sono orgogliosa che Federico continui a raccogliere successi, perché mi è nota la sua applicazione dai tempi delle medie, accompagnata sempre dal sorriso. Emilio e Federico, entrambi testimoni di doti umane messe a disposizione della collettività, per sostenerne animo e mente. Mi spiace non aver approfondito il rapporto con il poeta Emilio, lacuna che colmerò attraverso le sue opere. Mantengo i contatti con il giovane storico Federico, le cui ricerche mi riempiono di soddisfazione. L’aforisma di Leonardo Da Vinci “Un vita bene spesa” è un obiettivo invitante e rasserenante.
Un “gattolico praticante”
Vittorio Feltri ama i gatti da quando era bambino, tanto da definirsi, con la nota arguzia un “gattolico praticante”. Essendo a rischio i gatti del Castello Sforzesco di Milano, una colonia ridotta a otto esemplari ha lanciato un appello per la loro tutela. Che ha dato il risultato sperato: gatti salvi e volontari liberi di occuparsene in qualunque momento della giornata. Erano state poste delle limitazioni in questo senso, che sono rientrate. I gatti del Castello Sforzesco vivono nei fossati attorno al complesso fortificato, seguiti dai volontari e da una associazione locale. Senza di loro, il famoso edificio perderebbe la sua anima, dal momento che ci stanno dal tempo di Leonardo Da Vinci, che li considerava un miracolo della natura. Sua la frase: ‘Anche il più piccolo dei felini, il gatto, è un capolavoro’. Attualmente Feltri ha due gatti, con cui si intende benissimo. Ciccio – detto anche Ciccio Grigiotto – è un gatto di razza Certosino che gli fa compagnia, mentre il giornalista concede un’intervista. Lo vedo durante la trasmissione pomeridiana Diario del giorno e mi intenerisce, sapendo che Feltri è rimasto vedovo da poco. Ho parlato di lui nel post del 19 luglio, a seguito della morte di Enoe Bonfanti, la consorte. Anch’io come Feltri amo i gatti da quando ero piccina. Lo documentano diverse foto in bianco e nero. In una, ho pochi mesi e tiro la coda a un gattino. Sempre avuti in casa cani, gatti e uccelli. Adesso ne ho tre: Grey, tigrata di 11 anni, Fiocco e Pepita di 4. Vanno d’amore e d’accordo che è un piacere vederli interagire, anche se con il rosso – Fiocco – bisogna aspettarsi di tutto, perché è… poco gestibile! Direi che lo capisco, perché abhiamo qualcosa in comune. Lunga vita agli amici Mici!
Viaggio olfattivo
Qualche goccia di Micene numerio 5 è l’accattivante articolo di Cinzia Dal Maso che leggo sul settimanale il venerdì. Le studiose Silvia Ferrara e Laura Bellinato hanno decifrato antiche tavolette d’argilla, scoprendo le ricette per riprodurre profumi greci di 3500 anni fa. Ne parlano nel saggio Il profumo degli dei (Il Mulino), profumo che potrà essere pronto e in commercio per il prossimo autunno. “Abbiamo realizzato tre fragranze diverse: alla salvia, profondo e intenso; alla rosa, fresco come la primavera; al miele, non troppo dolce e avvolgente”. Data la mia simpatia per la salvia, vedrò di accaparrarmi la prima versione. Invidio cordialmente queste ricercatrici che hanno compiuto un viaggio olfattivo tra gli olii profumati micenei. Un argomento in apparenza marginale, che però consente al lettore di entrare nell’intimo dei palazzi di Cnosso, Pilo, Micene dove gli artigiani che lavoravano per la produzione di cosmetici e di profumi erano ultraspecializzati. Come utilizzavano il profumo i micenei? ‘Lo offrivano agli dei o ungevano statuine o oggetti sacri. Poi per se stessi, per “purificare” i momenti liminali della vita, la nascita e la morte. Per sedurre, ovviamente. E per farsi belli e brillare proprio come gli dei: il profumo è un inno alla vita, è ambire all’immortalità”. I profumi erano prodotti di prestigio e le ceramiche micenee erano famose e raffinate. I nomi dei profumieri tramandati dalle tavolette sono tutti maschili, ma famose erano anche le profumiere assire. Nell’Egitto ellenistico Maria la Giudea ideò il sistema di riscaldamento controllato, chiamato ‘a bagnomaria’, tanto per dire come il contributo femminile sia stato notevole. In attesa di sperimentare le fragranze micenee, proverò a fare un profumo alla salvia in casa.
Nonni e longevità
Quarta domenica di Luglio, festa dei nonni, in ricordo dei Santi Gioacchino ed Anna, ‘nonni’ di Gesù. Essere nonno è un privilegio legato alla longevità, di cui parla Salvo Noè, psicologo, psicoterapeuta eccetera durante il programma mattutino Tg2 “storie”. Sintetizzando, lo specialista definisce la vecchiaia età dell’oro, se la persona ha imparato a volersi bene, favorendo l’invecchiamento attivo da perseguire attraverso: Attività fisica e movimento, Cura della mente e passioni, Il valore del sonno, Relazioni e socialità. Diavolo di un esperto, più facile a dirsi che a farsi. Io ci provo, anche se non sono nonna, come altri miei contatti. Lo sono Marcella, Francesca, Serapia, Lara… cui auguro il meglio. Durante il programma, a mo’ d’esempio viene presentata Licia Fertz (nata a Trieste, 28 febbraio 1930), ex infermiera e oggi influencer italiana 96enne, la nonna più social d’Italia. Insieme con Emanuele Usai ha pure scritto il libro Non c’è tempo per essere tristi. Perfino troppo per me, nel senso che, se arrivassi a tanto traguardo credo che mi gusterai le conquiste in privato. Dipende anche dai contatti e dagli incontri fortunati. Nel suo caso, è stato il nipote Emanuele “Elo” ad aprirle il profilo Instagram “Buongiorno Nonna” per risollevarle il morale, dopo la morte del marito. Tra l’altro lei ha crrsciuto il nipote, dopo la morte di Marina, l’unica figlia, morta a 28 anni. Lei stessa ha dichiarato: “Mio nipote mi ha ridato la vita”, a un passo dalla depressione. Da cosa nasce cosa, ed è arrivato il successo. Il che dimostra anche il potere terapeutico della scrittura, oltre all’importanza dei rapporti parentali. Anni fa scrissi una poesia intitolata Longevità, dedicata alla 97enne Camilla, di cui riporto i seguenti versi: Vorrei invecchiare come te,/che ti commuovi per un fiore,/un prato e un cielo stellato./
Mais e polenta 🌽
Un rumore assordante fa schizzare dentro Pepita come una saetta. Mi affaccio e comprendo: due mezzi agricoli sono entrati nel campo difronte casa, per tagliare il granturco. L’udito è fortemente provato, ma lo spettacolo è gratuito. Quando l’operazione sarà conclusa, godrò della vista sui campi. Ho un vago ricordo del rito della trebbiatura che risale a quando ero bambina e un macchinario gigantesco faceva l’operazione sul piazzale davanti alla chiesa parrocchiale di Cavaso del Tomba dove allora abitavo. Non so se la trebbiatura odierna cada nel momento giusto, di certo erano evidenti i segni del secco. Il mais matura generalmente tra agosto e ottobre, ma il periodo esatto dipende dall’utilizzo finale del raccolto e dalla varietà. Estranea all’argomento, suppongo che le ondate di caldo abbiano accelerato la trebbiatura. In poco più di mezz’ora il lavoro è completato e posso spaziare con lo sguardo ben oltre il cimitero. Originario delle Americhe e portato in Europa da Cristoforo Colombo, il mais si chiama granturco, perché l’aggettivo ‘turco’ era usato dal popolo per indicare ciò che veniva da terre lontane (non necessariamente dalla Turchia). Il granturco o mais è un ingrediente incredibilmente versatile, sia industrialmente che in cucina, mentre gli scarti servono per il foraggio e l’artigianato. Il primo prodotto che mi viene in mente è la polenta, morbida e gialla come quella sempre presente sul tagliere dello zio materno a Pravisdomini (PN) che si tagliava con lo spago. Adesso che ci penso, ne ho parlato nel testo C’era una volta l’Ostetrica Condotta (2008) descrivendo la casa di nonno Giacomo “costruita con ingegno e sudore, mattone su mattone. Un grande fico cresce, curiosando nel cucinino dove l’immancabile polenta gialla riposa sul tagliere coperta da un ruvido tovagliolo”.
Addio a Zeudi Araya
Uscita alle otto, alle nove sono già a casa. Non ho trovato nulla di notevole tra le righe su cui scrivere il mio post odierno, salvo la pagina dedicata dal Gazzettino alla Mostra del cinema ‘Una finestra sempre aperta sul mondo’. Dopo 37 anni, Nanni Moretti tornerà a Venezia con “Succederà questa notte”. Anche il quotidiano la Repubblica dedica la pagina degli spettacoli al ritorno di Moretti. In una intervista, Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dice: “Questa Mostra sarà una finestra su un mondo in crisi” e non ho motivo per dissentire. Mi piace il buon cinema, pur non considerandomi una cinefila. Certo decenni fa era diverso, quando Zeudi Araya interpretava La ragazza dalla pelle di luna (1972) visto sul grande schermo. Proprio ieri ho letto sul tablet che l’attrice e produttrice cinematografica eritrea, naturalizzata italiana è morta a Roma un paio di mesi fa, a 75 anni. Di una bellezza stratosferica, era considerata la Venere Nera più famosa d’Italia negli Anni Settanta. Sposata con il produttore Franco Cristaldi, ebbe una bambina nel 1992, deceduta poco dopo la nascita. Michelangelo Spano è il figlio avuto nel 1995 con il regista Massimo Spano che ha dato la notizia della morte avvenuta il 24 maggio scorso, a seguito di una lunga malattia, senza specificare ulteriori dettagli. La sua perdita mi procura tristezza, essendo una persona ancora giovane. Di più, il riferimento alla lunga malattia. Nel mio immaginario, la lego a un periodo di aspettative coronate con la Laurea nel 1976. Il fatto che fosse nera e strepitosamente attraente era un valore aggiunto, essendo io di indole anti convenzionale. Attrice tra le più note del cinema sensuale italiano, la vita non le aveva risparmiato sofferenze, a riprova del proverbio: “La vita con un mano ti dà, con l’altra ti toglie”.
Il commercio cambia pelle (ma i ladri no)
Inforco la bici alle nove, direzione bar dove faccio la seconda colazione e leggo il quotidiano. Mi soffermo su due articoli in qualche modo legati, che mi riportano indietro nel tempo, quando quasi ogni famiglia aveva l’orto e si andava a fare la spesa dal casoin sotto casa. Per i pochi che non lo sapessero, casoin indica la tipica bottega o negozietto di alimentari di paese. Molto diffusi prima dell’avvento dei moderni supermercati erano ubicati spesso nella stessa abitazione dei proprietari. Da giovinetta, è capitato più volte che andassi a comperare qualcosa su richiesta dei miei genitori con ‘il libretto’, una sorta di registro dove il negoziante annotava la spesa che poi mio padre avrebbe saldato a fine mese. L’articolo di Francesco Pacifico che si lega a quanto sopra è intitolato: Il commercio cambia pelle Torna la spesa sotto casa. Magari, aggiungo io. Mi disturba tutto ciò che è troppo ampio, fuori misura, spesso distribuito a posta per adescare il cliente e fargli aprire la borsa. Per non parlare del clima nordico imposto dalla conservazione dei surgelati, a rischio cervicali. L’altro articolo riguarda il furto di ortaggi avvenuto a Volpago nell’orto di via Cadorna, a danno di due anziani proprietari, non è dato sapere se per goliardate di buontemponi, oppure dovuti a fame vera. La storia si ripete da settimane. “I ladri rubano la sera tardi o la mattina prima delle 5.30”. Non è neanche una novità, un malaffare che al danno materiale aggiunge il danno morale. Potrei avere un orto, ma sarebbe impegnativo per me sola, quindi preferisco dedicarmi a piante e fiori.Tuttavia in due fioriere stanno maturando melanzane e pomodori datterini, già gustati in insalata e con la pasta. Ammetto che il sapore dei prodotti made in casa propria è inconfondibile.
