Appena alzata, verso le sette e qualcosa scendo in cucina, rifocillo i tre gatti e mi preparo il caffè, prestando un orecchio alla televisione che si è accesa sul secondo canale. E mi blocco di colpo, perché stanno trasmettendo in replica lo spettacolo di Ice Dance/Danza su ghiaccio, visto ieri sera. Emozione e ammirazione si rinnovano, perché i pattinatori sono straordinari e forniscono interpretazioni che sembrano quadri in movimento. Oro, argento e bronzo vanno rispettivamente alla coppia della Francia, degli USA e del Canada; quella italiana, formata da Charlene Guignard e Marco Fabbri occupa un dignitoso quarto posto. Mi soffermo sulla coppia canadese Piper Gilles e Paul Poiriel perché mi hanno incantato. Già ieri sera, da uno speaker era uscita la parola ‘tumore’ ma pensavo di aver sentito male. Stamattina, cercando notizie sul web vengo a sapere che la 34enne pattinatrice statunitense, naturalizzata canadese ha avuto a che fare con un tumore ovarico. Il successo alle Olimpiadi è pertanto doppio. Lei stessa ha raccontato che dopo la diagnosi del serio problema di salute il suo rapporto con lo sport è cambiato: meno ossessione per il risultato e più attenzione al valore di essere in pista, giorno dopo giorno. Trovo straordinaria la sua testimonianza e il valore che dà allo sport per abbellire la vita.
Caporalato digitale
Ieri ho sentito un servizio del telegiornale che parlava di “Caporalato digitale”, una costola del tristemente famoso “Caporalato agricolo”. In sintesi, una forma moderna di sfruttamento lavorativo, tramite l’utilizzo di piattaforme digitali, app e algoritmi per il reclutamento, la gestione e il controllo dei lavoratori, soprattutto rider, ovverosia un fattorino che consegna cibo o altro a domicilio, utilizzando motorino, bicicletta o altro mezzo leggero. Lo sfruttamento, tipico della “gig economy”/economia dei lavoretti avviene in tutta Italia, specie nelle grandi città come Milano, Torino, Firenze eccetera. Sarebbero 40.000 i rider impiegati in tutta l’Italia – 2000 a Milano – molti migranti irregolari, retribuiti con paghe da fame. La suddetta economia è caratterizzata da alta flessibilità, ma spesso da ridotte tutele aziendali. Un intervistato, originario del Pakistan dichiara di lavorare anche dieci ore al giorno per un compenso irrisorio (mi pare € 50 euro) che al mese si aggira sui 600 euro, ma niente ferie e niente malattie pagate. Se piove non lavori… A questo punto è legittimo chiedersi se si tratti di libertà o sfruttamento. Finalmente l’Unione Europea, la Magistratura e il Ministero del Lavoro, a fronte delle numerose denunce se ne stanno occupando. Incrociamo le dita.
Una bella notizia per l’arte italiana
Tra le ultime poche buone notizie mi ha colpito questa: L'”Ecce Homo” di Antonello da Messina rientra in Italia, titolo commentato da quest’altto: Un recupero identitario e culturale di enorme rilievo. Si tratta di una piccola tavola, dipinta su entrambi i lati che raffigura su un lato Cristo a mezzo busto e dall’altro San Girolamo penitente, dipinto destinato probabilmente alla devozione privata. Qualcosa so dell’artista siciliano (Messina, 1430 – Messina, 1479) autore di ritratti carichi di vitalità e profondità psicologica. Soprattutto a Venezia rivoluzionò la pittura locale, adottando la “pittura tonale” dolce e umana che caratterizza il Rinascimento Veneto. Antonello da Messina ha trattato questo soggetto almeno sei volte, tra il 1464 e il 1475, di cui tre sono variazioni dello stesso disegno. Secondo il Vangelo di San Giovanni “Ecce Homo”/Eccolo, ecco l’uomo è la frase che Pilato pronuncia, mostrando Gesù flagellato e coronato di spine ai Giudei. Il più antico Ecce Homo di Antonello da Messina (1470 circa, tempera su tavola, 20.3 x 14.9 cm) è di un realismo spiazzante. È stato acquistato dal Ministero della Cultura attraverso il Direttorato Generale dei Musei per quasi 15 milioni di dollari, che equivalgono approssimativamente a 12.508.252 euro, una bella cifra. Le opere più importanti del famoso pittore includono l’Annunciata di Palermo, il San Girolamo nello studio, il Salvator Mundi, la Pala di San Cassiano, il San Sebastiano e ritratti intensi, spesso a tre quarti dove si fondono realismo fiammingo e pittura italiana. Una soddisfazione per gli amanti dell’arte.
Spettacolo sul ghiaccio
Matteo Rizzo, 27 anni, atleta olimpico di pattinaggio di figura scivola sul ghiaccio alle 22.15 di ieri sera con eleganza e scioltezza. Le maniche della camicia celeste si gonfiano ad ogni evoluzione. Chissà come gli batte il cuore durante l’esibizione che dura parecchio. Seguo le performance degli altri pattinatori, molto bravi, lieta di godere lo spettacolo da casa, anche perché il biglietto per assistere dal vivo allo spettacolo costerebbe un occhio della testa. Alla fine l’Italia guadagna la medaglia di bronzo, dopo Stati Uniti e Giappone. Uno spettacolo entusiasmante, cui il Corriere dedica stamattina l’articolo di Gaia Piccardi: Angeli azzurri del ghiaccio danzano sul bronzo Medaglia di grande qualità dietro le star Usa e Giappone. Non me ne intendo di “triplo loop”, di “Axel” e salti difficili del pattinaggio artistico, ma nell’insieme mi arriva la grande maestria dell’artista sul ghiaccio, specie se è un uomo. Non sono molte le specialità sportive che danno priorità a grazia ed eleganza maschile, abbinate a musiche scelte con grande accuratezza. Un bel vedere e un bel sentire. Per tornare a Matteo Rizzo, leggo che i suoi genitori sono ex danzatori sul ghiaccio e vorrà pure significare qualcosa. Da parte sua, lui segue una routine di allenamento intensiva – tipica degli atleti che si preparano per le Olimpiadi – con ottimo risultato.
Uncinetto rilassante
Dato che è domenica, mi oriento a scrivere un testo leggero. Mi offre lo spunto un pezzo di Piero Mei sul Gazzettino intitolato “Altro che doping l’ultima frontiera è l’uncinetto”, altrimenti chiamato knitting, il lavoro a maglia che aiuta a rilassarsi. Pare che sia coltivato da molte celebrità del cinema, tipo Meryl Streep e anche dalla principessa Kate Middleton che confeziona sciarpe e zuccotti da pescatore. Lo praticano anche campioni dello sport: il gladiatore Massimo Decimo Meridio, il tuffatore inglese Tom Daley e lo sciatore di fondo Ben Ogden. Ho letto che anche in alcune scuole medie sono stati attivati laboratori all’insegna dell’uncinetto. Non mi stupisce che la pubblicità si sia accorta del potere rilassante del fare con le mani, inserendo in uno scheck un signore che sferruzza. La novità, se mai è che interessi gli uomini, data la consuetudine di legare l’uncinetto soprattutto alle nonne. Io ho una borsa di spago, realizzata molti anni fa da una mia zia. Il bel cuscino celeste di Francesca è un sollievo per la schiena, mentre Sara mi ha donato una cornicetta fiorita per un mio compleanno. Io mi cimentai con l’uncinetto alle medie, quando la materia si chiamava Applicazioni Tecniche: realizzai diversi centrini per i comodini. Purtroppo l’insegnante ritenne il lavoro ‘ripetitivo’ e non ci fu un seguito. Ma i miei manufatti sono ancora in servizio.
Armonia e Poesia
Due miliardi di persone hanno visto ieri sera la cerimonia d’apertura ‘diffusa’ delle Olimpiadi Milano Cortina, me compresa. Non intendevo tornare sull’argomento, già considerato nel post di ieri. Mi ricredo per sottolineare due momenti legati all’uso delle parole, dato che sono un po’ il mio pane quotidiano. La prima parola è ARMONIA alla quale si ispira tutta la serata. Mentre sfilavano le 92 delegazioni dei Paesi partecipanti si leggeva a caratteri cubitali sul monitor, il richiamo silenzioso e costante allo spirito delle competizioni. Armonia è una parola che mi piace molto, sinonimo di concordia, consonanza, equilibrio… pace. L’altra è la poesia Promemoria, di Gianni Rodari (Omegna, 23.10.1920 – Roma,14.04.1980), recitata da Ghali durante la cerimonia inaugurale in italiano, francese e inglese, offrendo una riflessione sul rifiuto della guerra. Infine parole, musica e danza danno forma a una colomba, simbolo universale di pace. Di seguito il testo. Ci sono cose da fare ogni giorno:/lavarsi, giocare, studiare,/preparare la tavola,/a mezzogiorno./Ci sono cose da fare di notte:/chiudere gli occhi, dormire,/avere sogni da sognare,/orecchie per non sentire./Ci sono cose da non fare mai,/né di giorno né di notte,/né per mare né per terra:/per esempio, la guerra.// l’Italia è davvero un Paese di creativi e dobbiamo esserne fieri.
Al via Milano Cortina 2026
Impossibile sottrarsi alla notizia del giorno: al via la XXV edizione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026 che durerà fino al 22 febbraio. Dal quotidiano la Repubblica due intere pagine sono dedicate all’evento con i seguenti titoli cubitali: “I Giochi Invernali prendono vita” e “UNITI PER PASSIONE”. Un po’ di numeri: 3500 atleti, 94 Paesi, 20 sport in programma, 163 titoli olimpici da assegnare fanno colpo. Vedrò la cerimonia di apertura stasera, anche se non sono una fan degli sport invernali, eccettuati il pattinaggio di figura e quello di velocità su ghiaccio (Lara Naki appena vista: stupenda). Un augurio a tutti gli atleti e a chi lavora per la riuscita dell’evento: 1600 operatori della Protezione civile, di cui circa 1000 volontari. Nel murale della Tregua olimpica, il presidente della Repubblica ha scritto: “I popoli si aspettano la pace” e sarebbe un grande bene che si rinnovasse lo spirito delle antiche Olimpiadi basato su impegno, dedizione, passione e fine della conflittualità. Infondono un po’ di leggerezza le due mascotte che celebrano l’evento: due fratelli ermellini, Tina (per Cortina) e Milo (per Milano), simboli di curiosità, dinamismo e amore per la natura, accompagnati da “i Flo”, sei piccoli bucaneve, simbolo di speranza, rinascita e nuovi inizi. Incrociamo le dita e che prevalga l’armonia!
“Quando la tecnologia è tabù”
Ho una simpatia particolare per i vecchi, forse perché non ho conosciuto i nonni da bambina. Perciò mi colpiscono le vicende che li riguardano, specie se a lieto fine, come quella che ha per protagonista Alfredo Lutzu, 86 anni, di Prato. Ha ricevuto una busta verde dal Comune con dentro una multa e le istruzioni per scaricare il verbale, eccetera. Solo che Alfredo ha un vecchio telefonino ed è impossibilitato a procedere. In sovrimpressione al servizio trasmesso in tivù sul primo canale stamattina scorre il titolo: Quando la tecnologia è un tabù. La multa digitale alla fine viene annullata, ma per il pensionato non è stato facile venirne a capo e ce lo spiega: “Multa con il Qr Code. Non ho smartphone, pagarla è un incubo”. Avrebbe potuto andare in un Caf per fasi stampare il verbale cartaceo, comunque qualcuno lo ha aiutato, dato che la vicenda si è risolta positivamente. Piuttosto sposterei l’attenzione… sulla disattenzione (scusate il bisticcio di parole) verso le persone in là con gli anni che decidono di fare a meno della tecnologia. A una certa età uno rinuncia a molte cose, anche al superfluo. Assodato che la tecnologia è utilissima in svariati campi, va da sé che non è obbligatorio essere aggiornati su tutto. Il mio tablet ha compiuto cinque anni e non ricevo più gli aggiornamenti: un impiccio in meno. Finché mi consente di scrivere sulla tastiera e di connettermi con i lettori, basta così. Pesa abbastanza, perciò quando vado a fare la spesa mi porto dietro un foglietto di carta con l’elenco delle cose da acquistare scritte con la matita (che non si scarica). E non sono la sola.
Arte che cura
Mi piace l’accostamento artistico tra Bruce Springsteen e Umberto Saba, cantori della realtà. Del ‘The Boss’ conosco qualcosa, del triestino abbastanza. “Street of Minneapolis” di Bruce viene paragonata a “Città vecchia” di Saba: in entrambi i testi emerge la parte malata/offesa della città. “Sono tutte creature della vita e del dolore” quelle che Saba osserva e descrive nella realtà più marginale. Springsteen canta: “Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti per le strade di Minneapolis”, con evidente riferimento a Renée Good e Alex Pretti, entrambi 37enni uccisi da agenti dell’ICE addetti al controllo dell’immigrazione. Ieri sera, durante il programma “È sempre cartabianca” ho visto l’intensa interpretazione dell’artista statunitense che denuncia in musica le ingiustizie negli Stati Uniti. La poesia di Saba non denuncia, ma pone il dito nella piaga dell’emarginazione. Aldilà della valutazione critica dei testi – scritti in tempi differenti – trovo molto utile ed apprezzabile usare l’arte per descrivere situazioni anche scomode, dato che la realtà è un mix di eventi con effetti collaterali contrastanti. In definitiva, l’arte in tutte le sue declinazioni serve per esprimere emozioni profonde e a vedere oltre.
Addio a Maria Rita Parsi
Quando ho letto la notizia, ci sono rimasta male: è morta Maria Rita Parsi, psicologa e psicoterapeuta, ‘amica’ dei bambini, Presidente della fondazione “Movimento Bambino Onlus” e membro del comitato ONU sui diritti del fanciullo. Abituata a vederla in diverse trasmissioni televisive, capelli rosso carota e sorriso generoso, mi era diventata familiare. Eleonora Daniele l’aveva ospite fissa nella sua trasmissione Storie Italiane e dice: “Era preoccupata perché i ragazzi non distinguono il virtuale dal reale”. Non sono un’esperta di pedagogia, ma condivido quando la Parsi afferma: “Un bambino che ha potuto giocare sarà un adulto sereno. Quando l’infanzia è stata triste, il bambino interiore dell’adulto rimane murato dentro”. Ho letto qualcosa di suo, perché era anche scrittrice, autrice di oltre cento opere pubblicate tra testi scientifici, saggi, romanzi e testi teatrali. Mi sembrava in buona salute, è morta in seguito ad un malore a 78 anni. Vladimir Luxuria rivela: “Aveva un dolore alla gamba, l’ho sentita qualche giorno fa. Mi disse che non aveva tempo di farsi controllare”, risposta che mi richiama alla mente la morte della cara collega Gianna, alla vigilia della pensione. Mi turbano molto le morti improvvise, soprattutto delle persone giovani, tanto che sto progettando di scriverci il prossimo romanzo. Maria Rita ha trattato il tema della morte come angoscia primaria da affrontare, analizzando diverse difese tra cui quella spirituale, demografica, estetica e ideologica. Ha lasciato un’eredità preziosa con i suoi libri e la sua testimonianza.
