La corsa del cuore

Emozionante il Palio, per l’energia dei cavalli e per la bellezza della piazza. In diverse culture il cavallo è il simbolo della libertà e del selvaggio. La Piazza del Campo a Siena è rinomata per la sua originalissima forma a conchiglia e per ospitare due volte l’anno il Palio. Programmata per il 16 agosto, la competizione slitta al giorno dopo, per l’acquazzone abbattutosi sulla città a poche ore dall’inizio. Seguo lo spettacolo – dedicato alla Madonna Assunta in cielo – da casa, sullo schermo del televisore, come nelle passate edizioni. Mi piacerebbe seguirlo dal vivo, se abitassi nei pressi…ma è sufficiente l’adrenalina che mi trasmette anche dal video. La preparazione è piuttosto lunga. Fortunatamente ho colto il momento giusto della partenza, dopo la precedente non valida, perché seguire tutto dall’inizio è logorante, se i cavalli fanno le bizze. Stavolta è andata piuttosto bene, ha vinto la contrada del Leocorno con il fantino Giovanni Atzeni, detto Tittia (37enne di padre sardo e madre tedesca) arrivato alla sua quarta vittoria, sul cavallo Violenta da Clodia, una femmina baio di 9 anni che appartiene a un ragazzo inglese. L’ entusiasmo delle 10 Contrade è visibile e inarrestabile. Quello della Contrada del Leocorno è inenarrabile, dopo 15 anni dall’ultimo trofeo portato a casa. Piazza del Campo è il magnifico contenitore urbano dell’evento che si rifà al passato riproposto nella sfilata del Corteo Storico. Credo che il fascino della manifestazione stia proprio nella commistione tra passato e presente, che si fondono e si armonizzano in un mix di forza, di bellezza, di coraggio, di colori, di energia. Una sferzata di vitalità nel cuore dell’estate, per ricordare che ogni vittoria presuppone accurata preparazione. E dura un attimo!

Una persona speciale

Apprendo della morte di Piero Angela mentre sono in cucina, dove tante volte il giornalista e divulgatore scientifico mi ha fatto buona compagnia di sera, intrattenendo con garbo su argomenti impegnativi che sapeva alleggerire. Ultimamente lo vedevo affaticato. Mi sono interrogata sul suo stato di salute, compiacendomi comunque di vederlo tenere le sue interessanti ‘lezioni’ con l’inossidabile sorriso. Scopro che era ammalato, tuttavia ha pensato di congedarsi, lasciando un testo lucido e commovente, un testamento spirituale. Un grande che ha unito l’Italia, seminando cultura scientifica e cultura di vita. Nel lontano 1989 fu anche al Centro Chiavacci di Crespano del Grappa, per la presentazione di un volume sul famoso massiccio. Assistette – senza interrompere – alla lezione di botanica che una giovane collega stava tenendo. Il che la dice lunga sul suo modus operandi. Tra i suoi programmi più seguiti Quark e Superquark, ma Angela ha dedicato 70 dei suoi 93 anni alla divulgazione scientifica e all’intrattenimento. Il figlio Alberto, che ha seguito le sue orme, lo saluta nei social augurandogli buon viaggio, che saremo in molti a rinnovare, me compresa. Rivedrò volentieri la replica di alcune puntate e con commozione le ultime registrate, che andranno in onda in autunno, così da immaginare che sia ancora tra noi. A ben considerare, le tracce lasciate in eredità da questa persona speciale sono così tante e profonde da garantirgli l’immortalità. Come altri che lo hanno preceduto, un faro che illumina il cammino e incoraggia a seguirne le impronte. Lui aveva iniziato a lavorare in Rai e durante la lunghissima collaborazione si era meritato la stima del folto pubblico televisivo, mantenendo tuttavia un signorile distacco dallo star system. Anche la modalità del suo congedo è indice della sua invidiabile saggezza, un monito ad impegnarsi per migliorare la propria condizione e quella dell’amato pianeta. Riporto la parte finale della sua accorata lettera: “Carissimi tutti, penso di aver fatto la mia parte. Cercate di fare anche voi la vostra per questo nostro difficile Paese. Un grande abbraccio. Piero Angela”. Buona accoglienza tra le stelle, Professore!

Parole come pietre

In prima pagina la notizia dell’attentato a Salman Rushdie, scrittore indiano 75enne (nasce a Bombay il 19 giugno 1947), naturalizzato britannico, autore de “I versi satanici” che lo hanno trasformato in un obiettivo da eliminare per gli estremisti islamici. Khomeyni ne decretò la condanna a morte per bestemmia. Attaccato al respiratore, rischia di perdere un occhio, con danni al braccio e al fegato. Dalla prima pubblicazione dell’opera – definita un romanzo epico di realismo magico – che risale al 1988, pende sulla testa dell’autore una maledizione, per cui ha dovuto spostarsi continuamente e servirsi di guardie del corpo. Eppure è successo, durante una festa letteraria a New York, da parte di un giovane 24enne: l’attentatore così giovane mi fa pensare che l’odio nei confronti di Rushdie non sia affievolito ed anzi che gli sia stata messa contro una generazione. Il che è impressionante. Ad oggi, lo scrittore ha pubblicato undici romanzi, due libri per bambini e quattro testi di saggistica, quindi è abbastanza prolifico ma deve il suo successo – e la conseguente persecuzione degli avversari – ai Versetti satanici “il cui ruolo non è mai stato offensivo” (da un’intervista rilasciata al New York Times il 28.12.1990). Tuttavia ci sono state violente manifestazioni in vari Paesi e copie del romanzo sono state bruciate in molti paesi islamici. Anche attacchi terroristici contro librerie, editori e traduttori…persino in Italia. Giusto ieri ho dedicato il post all’importanza della parola scritta. Ora non so se il clamore suscitato dai Versetti sia stato gradito dall’autore; non conosco la sua opera, perché preferisco un altro genere di narrativa. Comunque deve essere una persona tosta, considerata la risposta data ad un giornalista che gli chiedeva se avesse dei rimpianti: “Io sono come Edith Piaf, non rimpiango niente”. Grande!

Problema complesso, soluzione semplice

Mi piace la buona pubblicità, che dura poco e dice molto. Specie se combina scienza e informazione, come nel caso che vede protagonista Giorgio Parisi, Nobel per la Fisica nel 2021 per i suoi studi sui sistemi complessi che fa pubblicità per la vaccinazione anti covid. Al bar, attorniato da tre amici che pendono dalle sue labbra, il professore disegna sulla tovaglietta color ocra i quattro punti per cui è utile sottoporsi alla quarta dose. Altri avventori ascoltano e il cameriere, con mascherina e vassoio in mano annuisce. Il Nobel conclude il suo intervento dicendo: “Problema complesso, soluzione semplice”. Il video, che dura meno di un minuto, si può vedere in internet digitando http://www.salute.gov.it Trovo geniale aver “umanizzato” un pilastro della cultura, orgoglio nazionale per sensibilizzare sull’importanza della vaccinazione contro un nemico invisibile e ostinato, ancora in circolazione che ci ha sottratto la libertà di azione negli ultimi due anni e ha causato tantissime vittime. Io ho fatto le tre dosi e non ho fretta di sottopormi alla quarta, che tuttavia farò, avendo superato i sessant’anni. Più che per convinzione, per non diventare un problema, nel malaugurato caso di ammalarmi. Non so come sarà l’autunno, ascolto q.b. le notizie riguardo l’evoluzione della pandemia, cerco di essere prudente, senza però farne un’ossessione. Esemplifico: ho la mascherina in tasca, per indossarla se mi trovo circondata da diverse persone, oppure se sento un colpo di tosse. Non mi dispiace che la indossi chi sta dietro uno sportello o un bancone. Nel resto d’Europa mi risulta siano meno ansiosi di noi, anche se è vero che in Italia la popolazione anziana – quella più esposta al rischio – è assai numerosa. Forse dovrei collocarmici anch’io, ma al momento mi considero una…giovane anziana! Bando ai giochi di parole, il Nobel Parisi al bar mi convince più di certi virologi. Terrò conto della sua chiara e cordiale lezione

Lo sfruttamento frutta

Oggi scrivo su un fatto increscioso, che però è seguito da giusto sdegno e mobilitazione. Mi riferisco a quanto successo a Soverato, in Calabria dove Beauty, una 25enne nigeriana chiede di essere pagata come lavapiatti, secondo quanto promesso (e non mantenuto) nel ristorante di uno stabilimento balneare e per risposta viene insultata e aggredita dal titolare. La ragazza, madre di una bimba piccola, ha ripreso col cellulare il diverbio e ha presentato formale denuncia ai carabinieri. “Non me ne vado di qui finché non mi dà i miei soldi”, che dovevano essere circa € 600, di cui ne aveva preso solo 200. Ci risiamo, la piaga dello sfruttamento…frutta ancora! Ma stavolta ha trovato la risposta in una giovane donna coraggiosa, non disposta a fare da ‘schiava’. Una brutta pagina di cronaca per la Calabria, una notizia ripresa dalle testate nazionali. Per tivù leggo un cartello molto esplicito, riguardo al caso, approntato da un movimento costituitosi per sensibilizzare sulla piaga dello sfruttamento: “Cercasi schiavo” sono le due parole che dovrebbero martellare le coscienze. Penso ai tanti casi successi negli anni passati, con protagonisti i raccoglitori di pomodori sottopagati e a chi è morto di stenti sul campo o quasi, manodopera dei caporali. Fenomeno vergognoso, non estraneo al Nord dove risulta mascherato, ma la sostanza è medesima. Sento che nel mondo della ristorazione manca personale…ma fino a poco tempo fa mi risulta che venisse offerta l’elemosina di cinque euro l’ora a potenziali interessati, molti dei quali giovani. Immagino che l’altra campana strombazzerebbe che i giovani sono poco disposti al sacrificio, vogliono orari combinabili con il diritto a divertirsi, sono poco affidabili. Non conosco a fondo il settore. Ma sono solidale con chi coraggiosamente si indigna e non accetta proposte di sudditanza. Perciò auguro a Beauty…un futuro di riscatto e di bellezza, come suggerisce il suo bel nome (che in inglese significa appunto bellezza).

Oltre l’ineluttabile

Mi spiace aprire il mese di agosto con un post duro: effetto caldo o altri malanni collaterali, la cronaca nera spadroneggia e non posso esimermi dal fare qualche riflessione, condita da sgomento e pietà. Protagoniste due sorelle minorenni, Alessia e Giulia Pisanu, 15 e 17 anni, travolte dal treno Frecciarossa a Riccione di prima mattina, dopo aver trascorso la serata in discoteca. Testimoni le hanno descritte barcollanti…una cercava il cellulare che aveva perso o le avevano sottratto. Prima domanda che mi sono fatta da mamma: Dove avranno trascorso la notte? Perché barcollavano? Essendo entrambe minorenni, “normale” che trascorressero la notte fuori casa? Mio figlio, che a giorni compirà 34 anni, direbbe che sono la solita ansiosa. Chiarisco: non vedo il pericolo dovunque, ma in certi posti e in certe ore è probabile che sia più pericoloso trovarsi. Ovvio che certi comportamenti determinano effetti collaterali negativi: esempio, l’assunzione di alcol e/o sostanze stupefacenti fanno perdere lucidità. Le due ragazzine vengono descritte come inseparabili e spiace pensare che la loro sorellanza le abbia unite nella morte. Pare che una si fosse seduta sui binari e l’altra si sia lanciata per allontanarla. Siccome la mia immaginazione corre, mi chiedo se l’incauta non volesse suicidarsi. Domande tremende che si farà anche il padre (non ho sentito nominare la madre), costretto a riconoscere le figlie da poveri resti. Anni fa capitò a un professore che frequentavo essere privato delle due figlie, vittime di incidente automobilistico, appena sbarcate in Sicilia per una gita. Anche mia nonna Adelaide perse le due figlie di 17 e di 19 anni per tifo…e chissà quante altre volte la signora con la falce e’ stata operativa. Ma nel caso delle sorelle morte all’alba, straziate dal Frecciarossa c’è qualcosa che va oltre l’ineluttabile, che forse avrebbero potuto evitare, limitando le ore di divertimento.

Fatalità

Non so che fattezze abbia la fatalità: certo che per me è terrificante, quando si manifesta in situazioni già compromesse, per aggravarle. Mi riferisco alla tragica morte della bimba di sette anni Ucraina, fuggita dalla guerra e morta annegata nel Lago di Revine, dove si trovava in escursione con un gruppo parrocchiale. La piccola, Maria Markovetska, rifugiata in Italia dopo l’inizio delle ostilità in Ucraina, era ospite del collegio “San Giuseppe” di Vittorio Veneto. Una bella bimba bionda, sfuggita alla vigilanza e inghiottita dalle acque del lago. Il padre della piccola sta combattendo nella zona orientale, quella più bersagliata dai russi, “Un dramma nel dramma” afferma il console onorario per il Nord-est Marco Toson. Gruppi di bambini si alternavano per fare il bagno, guardati a vista dagli animatori. Era presente anche la nonna della piccola e nessuno si è accorto che Maria non era riemersa dall’acqua. Al momento la Procura della Repubblica ipotizza i reati di omicidio colposo e omessa vigilanza. Comunque si siano svolti i fatti, provo una grande pena per tutti: in primis per la bimba, risucchiata dalle acque che dovevano procurarle gioia e benessere, per i genitori, la nonna, la sorellina di cinque anni, i volontari maggiorenni e minorenni in servizio al Grest. Quando ero in servizio come insegnante di scuola media, qualche anno fa e prima del covid, il preside ci ricordava di non incorrere nella “culpa in vigilando” durante la ricreazione, quando gli adolescenti danno sfogo al bisogno di correre e tra i docenti serpeggia il bisogno di scambiare quattro chiacchiere, seguendo le scorribande degli studenti con la coda dell’occhio. Che spesso con basta. Le disgrazie purtroppo succedono anche in condizioni di vigilanza. A me capitò che una incauta pallonata durante la ricreazione provocò quasi un distacco di retina a uno studente. I genitori trovano utile – e talvolta comodo – delegare ad altri la responsabilità dei minori, che sono delle mine vaganti. Impossibile abbassare la guardia, in qualsivoglia circostanza, privata e pubblica. Cordoglio per i genitori, un pensiero di solidarietà per gli animatori, un fiore bianco per la sfortunata Maria.

“Essere madri è anche faticoso”

Se posso, evito di parlare di fatti troppo duri che aumentano la mia percezione negativa, anziché alleggerirmi. Mi riferisco alla morte della piccola Diana, 18 mesi, abbandonata per giorni dalla madre snaturata che l’ha lasciata imbottita di tranquillanti (che avrebbe fatto meglio a prendere lei, vogliosa di divertirsi) e qualche biberon di latte. Mi fa male perfino a scriverle, queste cose. Però ci provo, stuzzicata da ciò che leggo sulla rubrica “Passioni e Solitudini” della dottoressa Alessandra Graziottin, di cui riporto testuali parole: “La mitologia della maternità, così forte nel nostro paese, tiene nell’ombra la complessità della maternità. Essere madri è anche faticoso. Richiede sacrifici, non solo di tempo, e rinunce”. Nel titolo dell’articolo è inclusa la denuncia degli indifferenti, complici di tanta tragedia. Io non so quanto la madre abbia recitato o sviato eventuali sospetti di abbandono, le indagini potranno chiarire. Era successo che avesse anche lasciato i cani senza cibo e acqua per giorni. Inviava foto della figlioletta alla madre per coprire la sua assenza e illudere che fosse tutto ok, mentre la realtà era di crudele abbandono. Suppongo che qualcuno le avrebbe dato una mano, se l’avesse chiesto. Sarebbe stata più tranquilla perfino lei, se avesse affidato la bambina a qualcuno, a pagamento o a gratis. La piccina ha finito di soffrire, la madre no. Comunque recupero un passaggio dell’articolo della Graziottin su cui posso dire la mia, con cognizione di causa: Essere madri è anche faticoso. Senza ombra di dubbio, specie se si è single e sostenute da una buona dose di presunzione di farcela da sole. Oppure costrette da contingenze reali a sostituire l’altro genitore mancato. Inevitabile pensare alle vedove di guerra di ieri e di oggi. La realtà rifila un conto lievitato, che costringe a rivedere la posizione iniziale: se qualche casella del puzzle è vuota, urge rimboccarsi ulteriormente le maniche per colmare i vuoti. Infine, quando il figlio è grande e autonomo, è una grande soddisfazione constatare che va per il mondo con le sue gambe. Sono molto orgogliosa di essere anche madre, ma non ritengo assoluto questo ruolo, perché una persona ha varie occasioni per esprimersi e dare il meglio di sé. A qualcuno riesce meglio nel privato, ad altri nel sociale, mentre i più dotati riescono bene in entrambi. Pacifico che ogni percorso costa fatica. La parabola del seminatore insegna.

Danni da caldo

Mi imbatto in una parola nuova, “demontificare” che riguarda la discesa anticipata dai monti degli animali ospitati nelle malghe, causa siccità, solitamente fissata al 15 settembre. Tra Grappa e Prealpi sono in sofferenza ampie zone e gli animali sono già sotto stress. Le mucche, in particolare, stanno producendo dal 10 al 20 % in meno di latte. “La situazione è drammatica – denuncia il vice direttore di Coldiretti Michele Nenz – i prati sono secchi e le greggi sono quindi costrette a spostarsi sempre più dentro ai boschi o a tornare a valle”. Stamattina, Lara, la mia amica parrucchiera mi diceva che una sua cliente che gestisce un agriturismo vicino al Tempio di Possagno e ha animali in montagna, è costretta a portarci su l’acqua: quando le bestie sentono arrivare il mezzo con le taniche, corrono ad abbeverarsi come fosse una pozza! Quasi incredibile, lo stravolgimento delle abitudini prodotto dall’innalzamento esagerato delle temperature. L’ondata di caldo riguarda anche gli animali selvatici, specie i più giovani. Arriva con tempismo l’invito di Erica a sistemare in un posto consono del giardino una ciotola d’acqua (da sostituire ogni giorno per impedire alle zanzare di deporvi le uova), perché possano servirsene uccellini, ricci e altri piccoli animali. Un piccolo gesto che può fare la differenza. Mi auguro che i lettori del post abbiano a cuore tutte le creature e si attivino per alleviarne le sofferenze. Viceversa non spreco una parola per quegli individui che osano abbandonare un cane, un gatto o altro animale…per andare in ferie. Il paradiso spetta alle creature sensibili, non a chi è senza cuore.

Protagonista il cervello (se c’è)

Oggi, 22 luglio si celebra la Giornata Mondiale del Cervello…fa quasi da ridere, oppure da piangere a secondo di attribuirne dosi elevate o ridotte a qualcuno. Uno slogan che leggo è: “Salute del cervello per tutti” e su questo non ci piove (mannaggia, anche questo modo di dire accentua il problema siccità). L’iniziativa parte nel 2014, grazie alla World Federation of Neurologo (WFN) per sensibilizzare riguardo le malattie neurologiche e neurodegenerative. Quest’anno l’attenzione si concentra sul Morbo di Parkinson, che colpisce sette milioni di persone, di tutte le età, nel mondo. Argomento serissimo che non ammette leggerezza. Io però, da letterata mi riferisco a certi modi di dire, tipo: “Non ha cervello”, oppure “Ha poco cervello”, talvolta usati durante la valutazione collettiva di qualche ragazzo difficile. Ma quello cui penso oggi, riguarda l’ambito degli adulti, anzi preciso, riguarda i parlamentari che ieri hanno dato miseranda prova di sé. Che fosse a posto il loro cervello? Oppure un po’ in sofferenza? Stiamo tutti schiattando dal caldo che non molla la presa. Con tutte le grane che ci troviamo a dover affrontare e risolvere, non era il caso di rincarare la dose. Non so a che ora pranzino i politici (di sicuro “mangiano” parecchio) e non me la sento di augurargli buon pranzo. Eccezion fatta per Mario Draghi e Sergio Mattarella, le più alte cariche dello Stato invidiateci all’estero e inguaiate in Italia, che devono avere alto il pelo sullo stomaco per quante ne hanno dovute digerire. Per loro da oggi, almeno un pranzo più leggero!