Infiorata

Ultimo sabato di Maggio: sembra Luglio inoltrato, anche se siamo ancora in Primavera. Mi alzo presto e faccio un giretto per il giardino, con l’intenzione di raccogliere delle rose che però sono tutte sfiorite! Il caldo anomalo le ha segnate ed ora non mi resta che raccogliere una moltitudine di petali, anzi no: ho in casa un’infiorata gratuita e me la voglio godere. L’infiorata, manifestazione artistica nata nel XVII secolo, diffusa soprattutto in centro Italia, consiste nel realizzare opere floreali per le strade e le piazze, utilizzando petali di fiori, foglie, semi e materiali vegetali. La prima infiorata documentata risale al 1625 in Vaticano, per opera di Benedetto Drei e del figlio Pietro. In origine, avveniva per omaggiare il passaggio della processione del Santissimo Sacramento. Tradizionalmente allestita in Primavera, per la festività cattolica del Corpus Domini. La più vicina di cui sappia è a Noale(VE) che trasforma il borgo medievale in un grande giardino a cielo aperto. L’ultima, tenutasi ad aprile è stata dedicata agli 800 anni dalla morte di San Francesco. Ma famose sono anche quelle di Gerano, alle porte di Roma, Noto in Sicilia e Spello in provincia di Perugia, rinomata a livello internazionale per la spettacolarità dei suoi tappeti floreali che riproducono soggetti d’arte sacra. Immagino il lavorìo dei volontari impegnati nella raccolta, essicazione e capatura (separazione dei petali) che vengono posati a mano, senza l’uso di colle, per creare spettacolari tappeti d’arte ‘effimera’ (dal greco ephémeros) che significa ‘della durata di un solo giorno’. Fugace e transitoria come la bellezza, contribuisce al nostro benessere psico – fisico.

Emergenza caldo e tennis

Non seguo il tennis, ma le vicende di Jannik Sinner di cui ho parlato in passato, ammirandone soprattutto il garbo e la buona educazione. Per quasi tre mesi ha vinto tutto. Ieri, il crollo di Parigi che il campione giustifica così: “Una situazione strana, tanti guai tutti insieme. Ma non sono un robot, si può anche fallire”. Secondo Gianni Daniele, che presiede la Commissione Medica della Federtennis il caso va studiato e forse il campione andava preparato diversamente. Aveva dormito male, prevedendo un giorno no, di quelli che “me ne capitano no o due all’anno”. Al termine della partita era tutto rosso in viso e ha detto all’arbitro: “Forse sono disidratato”. Partita iniziata a mezzogiorno e condotta per tre ore, sotto un sole cocente, quando la temperatura era oltre i 32 gradi. Eliminato al secondo turno, Jannik crolla dopo un malore ed è fuori dal Roland Garros 2026. Ma lui esclude che sia stata colpa del caldo. Sono ammirata di questo ragazzo di 24 anni (ne compirà 25 il 16 agosto) con 29 titoli vinti che si appella alla natura umana soggetta a cadute. Con il volto stanco e deluso dopo la sconfitta, in conferenza stampa sottolinea che “nessuno è fatto per non sbagliare mai”. Jannik ha perso l’unico grande torneo che gli manca, mettendo in dubbio che sia invincibile. Però rivela un invidiabile temperamento da filosofo. Confucio diceva: “La nostra gloria più grande non è non cadere mai, ma rialzarsi ogni volta che cadiamo”, concetto espresso anche dal proverbio giapponese: “Cadi 7 volte, rialzati 8”. Credo che Jannik si meriti un po’ di riposo. Gli auguro di essere considerato umano, piuttosto che invincibile.

Un castigo imperdonabile

Ho simpatia per i vecchi, ricchi di età e di esperienza. Il pomeriggio bollente mi costringe a stare dentro dove mi dedico al disbrigo di faccende fastidiose, prestando l’orecchio alla televisione, sintonizzata sul primo canale durante la Vita in diretta. La voce del conduttore Alberto Matano mi fa compagnia, mentre traffico con il vecchio frigo nella stanza adiacente alla cucina. Di solito non seguo le storie di attualità considerate dalla trasmissione pomeridiana, ma proprio oggi (ieri) la protagonista compie 87 anni, si chiama Laura Held. Nata a Vienna dove si trovavano i suoi genitori per motivi di lavoro, non si è mai sposata e non ha più parenti né in Italia, né all’estero. Da oltre un mese vive in auto, una Ford Fiesta azzurra con cui si sposta tra Santa Maria di Sala e Padova dove ha lavorato più volte, in occasione delle giostre in Prato della Valle. Lei stessa si è rivolta ai servizi sociali chiedendo “solo una brandina in una piccola camera disponibile. Sono una donna minuta e fragile. Non occupo tanto spazio”. Alla tenace signora era stato offerto un posto in una struttura, da lei rifiutato perché da una vita vive in strada. Sorprendente che guidi ancora, alla bella età che si ritrova. A vederla sembra proprio uno scricciolo, incurvata e piena di rughe, ma con lo sguardo dolce che intenerisce. Penso a mia nonna Adelaide che le assomigliava per magrezza e ad altre donne ultraottantenni/novantenni che conosco un po’ acciaccate, ma lucide di mente. L’età avanzata esibisce il conto, da mettere in conto se si ha la fortuna di una lunga vita. Il caso di Laura è più penoso, perché è rimasta senza rete familiare e senza casa, pur godendo di una pensione. Non conosco cosa le è capitato per essere costrettai a vivere in auto, piena di stoviglie ed effetti personali. Un castigo imperdonabile per una signora quasi cenetenaria che ha avuto il coraggio di chiedere aiuto.

Caldo e salvia

Arrivato il caldo bello tosto, adesso si può procedere al cambio degli armadi. Veramente avevo iniziato l’operazione circa tre settimane fa, con l’aumento della temperatura, poi bruscamente rientrato. Ieri sembrava fosse agosto, alle dieci di mattina il sole picchiava. L’anticiclone africano ci farà compagnia per circa una settimana, con tutti gli effetti collaterali. Durante la Rassegna di Poesia, mentre i responsabili dell’evento parlavano ai convenuti, ho dovuto spostarmi con la sedia un paio di volte. Più organizzata di me, qualche ospite si era munita di cappellino. Per fortuna, tornata a a casa ho trovato l’erba sfalciata. I gatti hanno trascorso il pomeriggio dentro, perché fuori il termometro superava i trenta. Ho ritirato anche la voliera con i canarini perché mi pareva che non gradissero il caldo, sebbene di pomeriggio abbassi le tende parasole. La considerazione che mi viene più ovvia è la difficoltà di adattamento nel passare da una stagione all’altra… senza soluzione di continuità. L’espressione, nata originariamente come termine medico – chirurgico, in senso figurato indica un’interruzione nello spazio o nel tempo. Inoltre la percezione è che le stagioni da quattro si siano ridotte a due. Quindi non resta che accettare e adeguarsi, mettendo in atto le strategie che il caso richiede. Ad esempio, stamattina sono uscita molto prima del solito per fare la spesa e sono rientrata a un’ora ‘decente’ per idratarmi e stare al fresco dentro casa. Leggo che la salvia è un’alleata per combattere caldo e sudore. È la mia preferita tra le piante aromatiche e vedrò come fare.

Monte Grappa in versi

Mattinata festiva dedicata alla Poesia, nella cornice della bella Villa Marini-Rubelli di San Zenone. Sono una dei poeti del territorio della Biosfera Monte Grappa e partecipo alla seconda edizione della Rassegna con la poesia “Cime Innevate”. Apprezzo che non ci siano premi e vincitori, bensì persone che coltivano un hobby che non dona ricchezza, ma serenità e conforto. Vale per me e immagino sia altrettanto per la quarantina di poeti partecipanti come autori/lettori distribuiti tra san Zenone al mattino e Asolo al pomeriggio. Per me è l’occasione di incontrare Sisto e Mariuccia che vengono appositamente da Belluno, Gigliola, Manuel che fa i video, Lisa che legge e interpreta magistralmente la mia poesia e quella di Noè, impegnato in Arte e Natura a Cavaso del Tomba. La Rassegna gode del patrocinio di 22 Comuni da Altivole a Val Brenta. Il poeta più grande è Evaristo Borsato di Bassano del Grappa che dichiara di avere 83 anni – portati benissimo – mentre la più giovane è una ragazzina che legge la poesia per la nonna. Trovo rassicurante il contributo di autori di età differenti che coltivano l’arte poetica per contrastare l’invasione di schermi e “spento/acceso”, secondo le parole di Franco Berton nell’accattivante discorso di accoglienza. Venendo alla mia poesia, è nata osservando i rilievi del Massiccio del Grappa da casa al mattino, quando apro gli scuri. Spontaneo il pensiero ai giovani soldati che riposano lassù, protetti dal silenzio e dalla natura. Nel Sacrario militare di Cima Grappa riposano complessivamente 22.950 caduti della Prima Guerra Mondiale. Non si possono dimenticare le loro gesta e i valori di cui erano portatori, da iniettare nel chiasso quotidiano. Ecco il testo di CIME INNEVATE Le cime Innevate/dal sole irraggiate/mi sorprendono/quando apro gli scuri/di primo mattino./Qualcosa di divino/accade lassù/nell’immenso silenzio/mentre quaggiù/comincia la corsa./Sarebbe salutare/un ponte d’incontro/tra l’affanno quotidiano/e il messaggio di chi/parla senza parole./Ciò che mi duole/non è la distanza fisica/tra chi c’era e chi c’è/ma la sicumera di pensare/che loro con contino più.//

Il mare, metafora dell’esistenza

Adesso che i corpi dei cinque sub italiani sono stati recuperati e le salme sono rientrate in Italia, mi fa uno strano effetto vedere le immagini di Monica Montefalcone con la lunga treccia bionda sorridere da un’imbarcazione, come se fosse ancora viva. Il pensiero pietoso accompagna la figlia Giorgia Sommacal, la più giovane del gruppo, Muriel Oddenino, Federico Gualtieri e Gianluca Benedetti, senza scordare Mohamed Mahudhee, il subacqueo maldiviano morto durante le operazioni di soccorso. Conclusa l’operazione di recupero grazie al contributo dei tre sub-speleologi finlandesi arrivati alle Maldive, su base volontaria, per recuperare i corpi intrappolati nelle grotte. Questi i loro nomi: Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist che non hanno chiesto e non vogliono alcun compenso: la fondazione Dan Europe coprirà tutte le spese. “L’unica cosa che si sono concessi è una birra” come scrive Giacomo Talignani sul quotidiano la Repubblica di ieri. Trovo veramente encomiabile il gesto dei tre esperti finlandesi che si sono inabissati per recuperare i corpi a oltre cinquanta metri di profondità, in un’operazione certo non facile, dal punto di vista professionale ed emotivo. Inoltre, il recupero delle attrezzature rimaste lì sotto sarà fondamentale per sapere cosa è andato storto nella grotta “sistema di camere, corridoio e cunicoli” mai stata ufficialmente mappata. Consola in parte sapere che sono morti per la passione condivisa per i fondali, mentre altre morti sono state inferte dall’uomo, come nell’attentato di Capaci, il 23 Maggio di 34 anni fa. Anche il giudice Giovanni Falcone amava il mare, metafora della vita: le onde rappresentano le difficoltà, la bonaccia i momenti di pace, la profondità il nostro inconscio.

Trucco e stile

Ho un rapporto contraddittorio con la spesa che di norma faccio al lunedì. Quando entro al supermercato Alì dì Fonte sono euforica. Conosco per nome Michele, il vicedirettore e diversi dipendenti, sia maschi che femmine, il che mi fa sentire in ambito familiare. Quando esco, a spesa fatta e con lo scontrino memorizzato sempre in salita, mi prende un cenno di sconforto. Però è un piacere incontrare persone che riemergono dal passato. Mi è successo ieri, per merito di una mia ex alunna di Crespano, Francesca (spero che il nome corrisponda) che mai avrei riconosciuto, se Lei non mi avesse salutata. A mia discolpa sono trascorsi oltre trent’anni. Lei era una ragazzina, mentre ora è una gentile signora bionda. Da parecchio vive a Londra e ritorna in paese per salutare la madre. A suo tempo frequentò il Liceo artistico su mio consiglio. Dice che mi trova “tale e quale”, solo senza trucco. Infatti ho rinunciato ad imbellettarmi da quando è nato mio figlio, l’8.08.88 (data mitica). Per caso – oppure no – il CORRIERE DELLA SERA odierno riserva diverse pagine al BEAUTY che scorro velocemente, perché l’argomento mi sfiora soltanto. Tuttavia il titolo di una pagina interna mi cattura perché coincide con il mio ‘stile’: Trucco, la nuova parola d’ordine è semplicità. Se trattasi di una tendenza non lo so, però apprezzo la semplicità in ogni agire, anche nella scrittura. La gentile ex alunna del tempo passato mi ha restituito l’orgoglio di non essermi fatta condizionare dalle mode e di ripropormi così come ero: stessa pettinatura, stesso peso, stessi occhiali. Riesco a infilarmi qualche capo ‘antico’ – meno le scarpe col tacco – e qualche giacca di mia madre, di cui ho la struttura. Non mi sento a disagio, appagata e grata di quello che ho.

Scrivere perché

È in corso il XXXVIII Salone del Libro a Torino, dal 14 al 18 Maggio, la più importante fiera del libro e della cultura. Sfogliando il venerdì, trovo una pagina promozionale che presenta gli eventi da giovedì 14 a lunedì 18 ‘impressionante’: autori e autrici si avvicendano al ritmo incalzante di un quarto d’ora/mezz’ora tra le varie Sale (Azzurra – Oro – Rosa – Granata – Rossa – Bronzo – Viola – Fucsia – Magenta – Bosco degli Scrittori – Sala della Poesia – Stand Robinson…), esperienza che ho vissuto indirettamente un paio d’anni fa, quando mi rappresentò Elisa, una gentile e giovane collega. Non essendoci stata fisicamente, credo di essermi persa il meglio. Nel contempo però ho evitato lo stress che mi avrebbe procurato la presenza, peraltro non obbligatoria. Ricordo l’entusiasmo di Manuel nell’impacchettare le mie opere, ritornate a casa pressoché integre e invendute. La promozione comporta fatica. Sullo stesso quotidiano leggo l’interessante articolo di Lidia Ravera “Fioriscono libri” di cui riporto l’illuminante sottotitolo: Le file, gli autografi, i cocktail, le feste. E la parata degli ego. Il Salone di Torino in un affresco agrodolce. Dalle origini “leniniste” ai booktoker. Rifletto sulla parata degli ego e mi interrogo sul perché scrivo. Di pancia rispondo: non per farmi vedere, per farmi leggere se capita, senza disperdere energie. Io scrivo per un bisogno interiore di esprimermi, riguardo situazioni e vissuti, secondo un paradigma che seguo anche nel blog. Agli esordi ho cercato un riscontro tramite concorsi e presentazioni che mi hanno persuasa a continuare. Dopo il covid ho accantonato la ricerca di visibilità. Scrivo per diletto, da condividere con leggerezza. Comunque c’è spazio per tutti, autori noti e non.

Linguaggio fumoso

‘Pronto Soccorso Linguistico’ è una rubrica televisiva curata dal professor Paolo d’Achille – Presidente dell’Accademia della Crusca – nell’ambito del programma domenicale Uno Mattina in Famiglia su Rai1. Stamattina la conduttrice Ingrid Mucitelli gli ha proposto di chiarire due parole: burocratese e aziendalese. Quest’ultima pare aver soppiantato la precedente, con disapprovazione del linguista che invita a moderare l’uso di parole nuove e straniere. Senza volerlo, associo questo termine all’articolo di attualità che leggo sul quotidiano Il Gazzettino che coinvolge le aziende, intitolato ‘Colloqui a vuoto nella Marca saltano 28mila assunzioni’. Il giornalista Mauro Favaro invita le aziende a investire di più sui giovani, attraverso una formazione continua, la flessibilità organizzativa, ambienti moderni e meritocrati. Interessante la chiusura: “Anche il linguaggio della comunicazione aziendale deve avvicinarsi alle nuove generazioni” che è il concetto che si lega al termine ‘aziendalese’. Spesso usato in modo ironico o spregiativo, tende ad abusare di inglesismi e perifrasi, volte a mascherare o abbellire i concetti. Caspita, immagino che un candidato ad un colloquio di lavoro si senta disorientato. Tra l’altro, la parola colloquio deriva dal latino colloquium che significa parlare insieme, conversare. Sarebbe utile sentire al riguardo una persona addetta alle assunzioni. Tra chi cerca lavoro, spesso circola “una percezione negativa del lavoro privato, considerato precario, poco stabile o scarsamente valorizzante”. È in atto un cambiamento profondo del mercato del lavoro. Inoltre in molti settori i giovani sono diventati una risorsa difficile da reperire, a causa dell’inverno demografico. Stanti le complicazioni, semplificare il linguaggio sarebbe un passo per favorire l’intesa.

Inghiottiti dal mare

Tanti anni fa, all’esame di terza media per la prova di Educazione artistica feci un fondo del mare. Piacque al professore – Giuseppe Papagni da Fano – sebbene io non fossi portata per il disegno. Ma ero affascinata da ciò che immaginavo vivesse sotto i nostri piedi, così mi andò bene. Il Liceo artistico non era a portata di mano e mi iscrissi al classico. L’introduzione è volutamente soft, per addolcire quanto accaduto giovedì mattina nel cuore dell’Oceano indiano. “Maldive, strage nella grotta morti cinque sub italiani durante una crociera scientifica” titola Alessandra Ziniti in la Repubblica di ieri. Le vittime: Monica Montefalcone, 51 anni, prof di Ecologia all’Università di Genova, la figlia 23enne Giorgia Somma, quasi Ingegnera Biomedica, Muriel Oddenino, 31 anni, al suo terzo viaggio scientifico alle Maldive, Federico Gualtieri, 31 anni, il “ragazzi che parlava ai fondali” e Gianluca Benedetti, 44enne capobarca padovano, unico ad essere stato finora recuperato nei pressi della grotta, a 60 metri di profondità. Poco fa ho sentito al telegiornale che è morto un sommozzatore delle forze armate delle Maldive impegnato nelle difficili operazioni di recupero delle salme. Sono frastornata ed enormemente dispiaciuta. Ho sentito il marito di Monica e padre di Giorgia difendere con la voce rotta la competenza di moglie e figlia, ipotizzando qualcosa di grave successo all’interno della grotta, un tunnel lungo una sessantina di metri. Tutti e cinque dotati di brevetto e appassionati della vita negli abissi dove si inabissavano per documentare la biodiversità dell’atollo di Vaavu. Forse li ha traditi il panico. E il paradiso si è trasformato in un inferno.