San Sebastiano e i proverbi

Oggi San Sebastiano, un nome che non circolava molto nei registri scolastici. A mente conosco due persone con questo bel nome, portato dal santo, un soldato romano nato a Narbona (Francia) nel 255 d.C. Educato a Milano, apparteneva all’armata dell’imperatore Diocleziano che lo aveva in grande stima e lo fece capitano dei pretoriani. Subì il martirio a Roma per aver sostenuto la fede cristiana, il 20 gennaio 288. È considerato protettore della polizia locale, dei vigili urbani, dei sofferenti, dei tappezzieri e di quanti abbiano a che fare con gli aghi…in riferimento alla modalità della sua morte, avvenuta tramite le frecce scagliate dagli arcieri che lui stesso aveva guidato. Pare che sia il santo più rappresentato in arte. Ne raccontano la storia i dipinti su di lui del Mantegna, di Botticelli, di Raffaello… di Antonello da Messina che mi sembra il più ‘moderno’: un olio su tavola del 1478/79, ambientato in un angolo della città di Venezia. Anche i proverbi omaggiano San Sebastiano. Ne riporto alcuni. Per San Sebastiano la neve cade piano piano, oppure Per San Sebastiano un’ora in più abbiamo, A San Sebastiano l’estate è ancor lontano, San Sebastiano con la violetta in mano… saggezza in pillole. A proposito di neve, ieri c’è stata una spruzzata anche a bassa quota, oggi invece è protagonista il sole e le cime non sono più innevate. L’inverno si è appena presentato e l’estate è di là da venire. Vero che l’oscurità scende più tardi…quanto alle viole riconosco le foglie ma per i profumati fiori viola la strada è ancora lunga. Comunque sui fianchi soleggiati dei torrenti o lungo i viottoli interni di campagna, sotto una coltre di foglie secche si stanno preparando ad emergere le primule, ‘cugine’ delle viole. Dopo il sonno invernale, la natura si risveglia. Questo intende significare il proverbio che unisce il santo alle viole. Esteso anche alla rinascita spirituale, per chi intrave una simbologia più profonda.

Tempo di attesa e di bilanci

Primo dicembre, ultimo mese dell’anno. Mi alzo prima del solito, fuori è ancora buio. Apro solo mezzo balcone, in attesa del giorno. Il tema dell’attesa è proprio del periodo ormai in atmosfera natalizia. Strappo la pagina del calendario e posiziono il fermaglio sul numero uno di dicembre, operazione che ripeterò per gli altri tre/quattro calendari che tengo in quantità perché su ognuno annoto cose diverse: spese, scadenze, bollette, appuntamenti, compleanni (la voce che preferisco). Quando ero in servizio, segnavo le riunioni che sovente riempivano da sole l’almanacco, disponibile ora per incontri meno gravosi. È il periodo della raccolta, sia per quanto riguarda la stagione che sta per chiudere i battenti, sia per il periodo della pensione, prima sospirato ed ora investito con risultati piacevoli. Mi sto concentrando sulle piccole cose che mi danno soddisfazione, per esempio osservare i miracoli della natura in queste giornate decisamente fredde. Ad esempio stamattina ho fotografato una splendida Dalia gialla col cuore arancione, sbucata dalla rete di un vicino. Sembrava fosse lì a posta per attirare l’attenzione, con le cime innevate sullo sfondo. L’ho percepita come un regalo della natura, in un periodo destinato al raccoglimento. Tra un mese sarà Capodanno e un po’ di ansia mi prende, ignorando ciò che potrà accadere. Per molte persone quest’anno si chiude in negativo, sono successe molte cose brutte nel mondo e anche nel privato c’è chi ha motivo di dolersi. Però mi impongo di vedere il bicchiere mezzo pieno. Se anche la Dalia è fiorita in una stagione non propizia, sfoggiando un’incredibile bellezza, me lo ricorderò quando la sorte mi vorrà affrontare ai ferri corti (sperando che sia clemente).

QUANTO TEMPO E’ PASSATO

Data l’eccezionalità dell’incontro questa volta privilegio la poesia che contiene una rivisitazione del passato scolastico e del presente, e la curiosità di sapere come i miei coetanei hanno investito le loro vite.

Nella speranza che nessuno si senta giudicato, bensì arricchito dallo scambio reciproco.

QUANTO TEMPO E’ PASSATO

Quanto tempo è passato

sono disorientato…

cinquant’anni fa

la maturità,

poi l’università

e finalmente

la libertà

di pensare ad altro:

il lavoro, il cuore,

viaggiare, dire

fare baciare

perché la giovinezza

è anche sventatezza!

Dove sono finiti

i compagni liceali?

Hanno fatto le ali,

messo su famiglia,

oppure lo studio

di medico avvocato

professore che

prepara lezioni

a tutte l’ore?

Tenzone a ognun

la vita riserva

così il raccolto

alla fin più si gusta.

So di Anna,

Paola, Nadia,

Gigliola, Luciano

Bruno e Paolo.

Francesco Diletto

è perfetto

come collega scrittore.

Michele Amedeo,

gratia deo

è un amico

gentile che

ama le rime.

Degli altri

molto ignoro…

perciò si facciano avanti

durante il ristoro

che qualcosa dirò

anche di loro.

La mela non cade mai lontano dall’albero

Bella storia quella che sento in coda al telegiornale su Rai3, ieri sera. Tra tante notizie sconfortanti, mi solleva il morale la storia sportiva e affettiva che coinvolge padre e figlio in carrozzina. Il giovane si chiama Kevin Giustino, classe 2001, nato a Napoli ma fiorentino d’adozione, normodotato. Ha scelto di passare alla carrozzina, per condividere la passione del basket col padre Gennaro che in carrozzina ci sta dall’età di vent’anni. Riviera Basket Wheelchair gli dà il benvenuto. Non so quasi nulla di basket, salvo che per fare canestro gli atleti corrono e saltano, mentre chi ha delle disabilità lancia la palla dalla carrozzina. (Adesso che ci penso, oltre vent’anni fa avevo fatto agganciare al muro, sopra il garage un canestro che però è rimasto trascurato). Non conosco il regolamento della disciplina e non so come Kevin possa mettersi nei panni di un disabile. Ma si è messo nei panni di suo padre e tanto mi basta per sentirmi allargare il cuore. Senza scadere nella retorica, mi commuove la sintonia che lega questa coppia fortunata, che della disavventura paterna ha fatto un’occasione per cimentarsi e dimostrare solidarietà con i fatti. Purtroppo è frequente sentire di scontri e disaccordi generazionali – succede così dalla notte dei tempi – quasi fosse fisiologico. Tuttavia l’eccezione che conferma la regola è un toccasana, un colpo di coda per tornare a credere nei sentimenti profondi. Immagino che dietro le quinte della bella storia ci siano dei familiari che non si sono persi di coraggio difronte alla limitazione fisica di Gennaro e che si siano spesi in un’opera pregevole di sostegno psico-fisico. Dal canto suo, Kevin è un confortante esempio di buona gioventù: quella che non si limita a criticare gli adulti, ma si mette pure nei loro panni disagevoli.

Funerale planetario

La regina Elisabetta II riposa finalmente nella cripta reale della Cappella di San Giorgio, nel parco del Castello di Windsor, accanto al consorte Filippo, duca di Edimburgo. Sottolineo finalmente, perché dopo 12 giorni dal decesso e le peregrinazioni fatte dal feretro, con tutto lo spiegamento di mezzi, uomini (10mila agenti di polizia mobilitati, 36 chilometri di barriere solo nel centro di Londra), prove notturne, cerimoniali vari sembrava che la sovrana fosse ancora in servizio per il suo Paese, cui ha dato oltre 70 anni di regno. Ho seguito a tratti il funerale, protrattosi per molte ore e seguito da circa 4 miliardi di persone collegate da tutto il mondo per assistere alle esequie di Sua Maestà, di cui non saprei cosa evidenziare: le foto e i video parlano da soli. Al di là della magnificenza del servizio (studiato minuziosamente dalla sovrana), praticamente perfetto, mi hanno colpito i fiori lanciati verso la bara, in testa al corteo di macchine: quello che si fa a teatro per omaggiare un bravo attore. E lei è stata una grande che ha saputo attraversare con stile, equilibrio ed ironia un secolo difficile, cui lascia un’impronta lunga. I grandi della terra riuniti per l’evento possano ereditare qualcuna delle sue doti. Siccome era anche madre, nonna e bisnonna, oltre che sovrana immagino che avrà avuto le sue gatte da pelare nel privato, ma che le abbia gestite con…regale equilibrio. Mi aspetto che il figlio Carlo III sia all’altezza di cotanta madre. Anche se d’ora in poi l’inno sarà pro the king e l’immagine della sovrana sulle banconote sarà sostituita da quella del suo primogenito, sono certa che la sua memoria sarà mantenuta viva ed anzi aumenterà, perché era una persona di valore che si è spesa fino all’ultimo per il suo amato Regno. Il re Carlo III, nel discorso televisivo fatto dopo la morte della madre cita il seguente verso di Shakespeare che riassume l’augurio di una moltitudine, me compresa: “Possano i voli degli angeli cantarti al tuo riposo. In amorevole memoria di Sua Maestà la Regina. 1926-2022”

Padri e figli (in Russia)

Uomo del mio tempo, di Salvatore Quasimodo (Nobel per la letteratura nel 1959), termina con l’accorato monito: “Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue/salite dalla terra, dimenticate i padri:/le loro tombe affondano nella cenere,/gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore”. La poesia mi è tornata in mente quando ho sentito la notizia dell’attentato a Mosca dove è morta Darya Dugina, 30 anni, figlia dell’ideologo di Putin, Oleksandr Dugin, destinatario della bomba. La figlia aveva partecipato col padre ad un evento culturale. Era alla guida del veicolo saltato in aria, dove sarebbe dovuto esserci lui, all’ultimo momento salito su un’altra macchina, scampando così alla morte. Russia e Ucraina si accusano reciprocamente di essere i responsabili dell’accaduto. Personalmente provo molta tristezza per la giovane vittima, pensando che sia stata tolta di mezzo, al posto del padre. Che non starà certo tranquillo e si sentirà responsabile della sua violenta morte. Con tanti figli che contrastano i genitori, Darya è un esempio in controtendenza, almeno da noi nel mondo occidentale. Autrice di un libro in uscita in autunno, dal titolo “Libro Z”, era laureata in filosofia. Chiamata comunemente con il vezzeggiativo “Dasha”, diceva di avere Antonio Gramsci come riferimento culturale. Era di certo una persona impegnata che condivideva il pensiero paterno. Mi fa tenerezza pensare a un legame tanto profondo quanto inconsueto, tra generazioni solitamente in conflitto. E provo pietà per la giovane vittima che aveva una carriera in ascesa e tutta la vita davanti. Non vorrei essere nei panni del padre, che avrà molti demoni – anche privati – contro cui combattere.

È ora di fare luce

“Sono come una barca alla deriva nell’oceano”, parole toccanti di ‘Mario’, in realtà Federico Carboni, 44 anni, il primo caso di suicidio assistito in Italia. Ha lasciato una lettera per congedarsi prima di essere “finalmente libero di volare dove voglio”. Giuro che mi costa scrivere riguardo un argomento tanto doloroso come quello del fine vita, ma lo faccio da libera cittadina, augurandomi che i politici ne discutamo una volta per tutte, senza nascondersi dietro a un dito, come fatto finora. Da Eluana Englaro ne è passato di tempo, però manca la legge sull’argomento ed è addirittura stato inabissato il referendum al riguardo. Ovvio che parlare di morte non sia piacevole, ma nemmeno scaricare situazioni di indicibile e irresolvibile sofferenza. Esempi ce ne sono, purtroppo, senza contare che l’ultima vittima ha dovuto sborsare € 5000 per la macchina che gli ha somministrato il farmaco per andarsene…incredibile! Eppure l’uscita di scena non è un argomento nuovo, ne parlavano addirittura gli antichi. Vado a braccio e cito il De Senectude (Sulla vecchiaia) di Seneca, di cui riporto una frase, curiosamente stampata su una tovaglietta del ristorante Santo Stefano a Bibione dove soggiornai anni fa: “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Ecco, il punto dolente è la mancanza di consapevolezza, ignorare ciò che potrebbe accadere: magari comprensibile se si tratta di un giovane con tutta la vita davanti…ma non se coincide con la delega del legislatore (pagato da noi) che mette la testa sotto la sabbia, perché l’argomento scotta. Abbiamo tutti lo stesso destino, da percorrere su strade per alcuni comode, per altri accidentate. Il Faro che dovrebbe illuminarci nelle situazioni di emergenza è ostinatamente spento. È ora di fare luce.

Telemarketing selvaggio addio

Mentre faccio colazione verso le sette, sento dalla tivù una notizia che ci voleva: Stop alle truffe e alle molestie telefoniche, dal prossimo luglio: basterà iscriversi al Registro delle opposizioni, cosa peraltro che io avevo fatto in tempi ormai lontani. Però da allora la persuasione occulta telematica si è fatta sottile ed è riuscita ad intrufolarsi abusivamente anche dove era stato posto uno stop. Tengo spento di proposito il cellulare – un vecchio e affidabile Nokia – per non rispondere alle svariate proposte commerciali che però si sono trasferite sul fisso, dove succede che a ‘parlarmi’ sia un disco: una voce registrata chiama nel bel mezzo della cena, per proporti contratti mirabolanti, in sostituzione di quelli in corso. Talora con accento marcatamente straniero, oppure con inflessioni dialettali. Ho dovuto essere scortese, per essere lasciata in pace, dichiarando che mi sta bene pagare di più e mantenere il mio gestore. Ciò nonostante non sono del tutto sicura di aver evitato una truffa recente, quando l’operatore di non so che mi chiedeva conferma dei dati personali, eccetera. Avendo il telefono in ingresso e trovandomi in camera, reduce dall’intervento all’anca, quasi mi azzoppavo per rispondere…con conseguenze che non oso immaginare. Ben venda un provvedimento drastico che impedisca di cadere dalla padella alla brace e lasci ai consumatori le scelte consapevoli. Se le truffe telematiche sono un effetto collaterale della globalizzazione, meglio fare un passo indietro e staccare il ricevitore o mettere in silenzioso il telefonino, per proteggere la privacy e gustare un salutare silenzio.

Donne combattenti

“Sono all’inferno ma va bene così”, scriveva Olena Kushnir (il suo account è Alona Noviska), sergente maggiore e medico della Guardia nazionale ucraina, morta in battaglia a Mariupol il giorno di Pasqua. Vedova del marito, morto negli scontri dei primi giorni di occupazione russa, era riuscita a mettere in salvo il figlioletto, attraverso un provvidenziale corridoio umanitario. In una chat a un’amica diceva: “Non compatitemi, sono un medico, una combattente, sono ucraina, faccio il mio dovere”, parole riportate anche da un servizio giornalistico in tivù. Tra l’altro una bella ragazza, pelle chiara, lineamenti fini, grandi occhi espressivi, sui trent’anni forse meno. Una delle cento combattenti di Mariupol. Ecco, ci sono donne eccezionali che meritano di entrare nella storia, anche se Olena credo sperasse di ricongiungersi al figlio, ora orfano di entrambi i genitori. La sergente aveva girato un video appello per “scuotere l’occidente”, in cui descrive la distruzione totale della città e la catastrofe umanitaria di chi, assediato, è costretto a vivere sottoterra e ha bisogno di tutto. In combattimento, tra le regioni di Donetsk, il 3 marzo era morta Olga Semidyanova, ucraina, 48 anni, medico e madre di 12 (dodici) figli. La famiglia chiede la restituzione del corpo… Chissà se è avvenuta e/o se avverrà. Mentre scrivo, sento un groppo alla gola. Già essere madre in tempo di pace mi sembra un compito difficile, non oso immaginarlo raddoppiato addirittura per dodici…con le conseguenti preoccupazioni materne e in campo di battaglia. Chiaro che un pensiero pietoso va agli orfani; chissà quante domande si faranno una volta cresciuti e quanto inciderà l’assenza della madre sulle loro vite. La testimonianza delle mamme ucraine fa riflettere sul ruolo genitoriale, ritenuto totalizzante anche per me. Ma non a scapito di altri valori, come Olena e Olga insegnano.