QUANTO TEMPO E’ PASSATO

Data l’eccezionalità dell’incontro questa volta privilegio la poesia che contiene una rivisitazione del passato scolastico e del presente, e la curiosità di sapere come i miei coetanei hanno investito le loro vite.

Nella speranza che nessuno si senta giudicato, bensì arricchito dallo scambio reciproco.

QUANTO TEMPO E’ PASSATO

Quanto tempo è passato

sono disorientato…

cinquant’anni fa

la maturità,

poi l’università

e finalmente

la libertà

di pensare ad altro:

il lavoro, il cuore,

viaggiare, dire

fare baciare

perché la giovinezza

è anche sventatezza!

Dove sono finiti

i compagni liceali?

Hanno fatto le ali,

messo su famiglia,

oppure lo studio

di medico avvocato

professore che

prepara lezioni

a tutte l’ore?

Tenzone a ognun

la vita riserva

così il raccolto

alla fin più si gusta.

So di Anna,

Paola, Nadia,

Gigliola, Luciano

Bruno e Paolo.

Francesco Diletto

è perfetto

come collega scrittore.

Michele Amedeo,

gratia deo

è un amico

gentile che

ama le rime.

Degli altri

molto ignoro…

perciò si facciano avanti

durante il ristoro

che qualcosa dirò

anche di loro.

La mela non cade mai lontano dall’albero

Bella storia quella che sento in coda al telegiornale su Rai3, ieri sera. Tra tante notizie sconfortanti, mi solleva il morale la storia sportiva e affettiva che coinvolge padre e figlio in carrozzina. Il giovane si chiama Kevin Giustino, classe 2001, nato a Napoli ma fiorentino d’adozione, normodotato. Ha scelto di passare alla carrozzina, per condividere la passione del basket col padre Gennaro che in carrozzina ci sta dall’età di vent’anni. Riviera Basket Wheelchair gli dà il benvenuto. Non so quasi nulla di basket, salvo che per fare canestro gli atleti corrono e saltano, mentre chi ha delle disabilità lancia la palla dalla carrozzina. (Adesso che ci penso, oltre vent’anni fa avevo fatto agganciare al muro, sopra il garage un canestro che però è rimasto trascurato). Non conosco il regolamento della disciplina e non so come Kevin possa mettersi nei panni di un disabile. Ma si è messo nei panni di suo padre e tanto mi basta per sentirmi allargare il cuore. Senza scadere nella retorica, mi commuove la sintonia che lega questa coppia fortunata, che della disavventura paterna ha fatto un’occasione per cimentarsi e dimostrare solidarietà con i fatti. Purtroppo è frequente sentire di scontri e disaccordi generazionali – succede così dalla notte dei tempi – quasi fosse fisiologico. Tuttavia l’eccezione che conferma la regola è un toccasana, un colpo di coda per tornare a credere nei sentimenti profondi. Immagino che dietro le quinte della bella storia ci siano dei familiari che non si sono persi di coraggio difronte alla limitazione fisica di Gennaro e che si siano spesi in un’opera pregevole di sostegno psico-fisico. Dal canto suo, Kevin è un confortante esempio di buona gioventù: quella che non si limita a criticare gli adulti, ma si mette pure nei loro panni disagevoli.

Funerale planetario

La regina Elisabetta II riposa finalmente nella cripta reale della Cappella di San Giorgio, nel parco del Castello di Windsor, accanto al consorte Filippo, duca di Edimburgo. Sottolineo finalmente, perché dopo 12 giorni dal decesso e le peregrinazioni fatte dal feretro, con tutto lo spiegamento di mezzi, uomini (10mila agenti di polizia mobilitati, 36 chilometri di barriere solo nel centro di Londra), prove notturne, cerimoniali vari sembrava che la sovrana fosse ancora in servizio per il suo Paese, cui ha dato oltre 70 anni di regno. Ho seguito a tratti il funerale, protrattosi per molte ore e seguito da circa 4 miliardi di persone collegate da tutto il mondo per assistere alle esequie di Sua Maestà, di cui non saprei cosa evidenziare: le foto e i video parlano da soli. Al di là della magnificenza del servizio (studiato minuziosamente dalla sovrana), praticamente perfetto, mi hanno colpito i fiori lanciati verso la bara, in testa al corteo di macchine: quello che si fa a teatro per omaggiare un bravo attore. E lei è stata una grande che ha saputo attraversare con stile, equilibrio ed ironia un secolo difficile, cui lascia un’impronta lunga. I grandi della terra riuniti per l’evento possano ereditare qualcuna delle sue doti. Siccome era anche madre, nonna e bisnonna, oltre che sovrana immagino che avrà avuto le sue gatte da pelare nel privato, ma che le abbia gestite con…regale equilibrio. Mi aspetto che il figlio Carlo III sia all’altezza di cotanta madre. Anche se d’ora in poi l’inno sarà pro the king e l’immagine della sovrana sulle banconote sarà sostituita da quella del suo primogenito, sono certa che la sua memoria sarà mantenuta viva ed anzi aumenterà, perché era una persona di valore che si è spesa fino all’ultimo per il suo amato Regno. Il re Carlo III, nel discorso televisivo fatto dopo la morte della madre cita il seguente verso di Shakespeare che riassume l’augurio di una moltitudine, me compresa: “Possano i voli degli angeli cantarti al tuo riposo. In amorevole memoria di Sua Maestà la Regina. 1926-2022”

Padri e figli (in Russia)

Uomo del mio tempo, di Salvatore Quasimodo (Nobel per la letteratura nel 1959), termina con l’accorato monito: “Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue/salite dalla terra, dimenticate i padri:/le loro tombe affondano nella cenere,/gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore”. La poesia mi è tornata in mente quando ho sentito la notizia dell’attentato a Mosca dove è morta Darya Dugina, 30 anni, figlia dell’ideologo di Putin, Oleksandr Dugin, destinatario della bomba. La figlia aveva partecipato col padre ad un evento culturale. Era alla guida del veicolo saltato in aria, dove sarebbe dovuto esserci lui, all’ultimo momento salito su un’altra macchina, scampando così alla morte. Russia e Ucraina si accusano reciprocamente di essere i responsabili dell’accaduto. Personalmente provo molta tristezza per la giovane vittima, pensando che sia stata tolta di mezzo, al posto del padre. Che non starà certo tranquillo e si sentirà responsabile della sua violenta morte. Con tanti figli che contrastano i genitori, Darya è un esempio in controtendenza, almeno da noi nel mondo occidentale. Autrice di un libro in uscita in autunno, dal titolo “Libro Z”, era laureata in filosofia. Chiamata comunemente con il vezzeggiativo “Dasha”, diceva di avere Antonio Gramsci come riferimento culturale. Era di certo una persona impegnata che condivideva il pensiero paterno. Mi fa tenerezza pensare a un legame tanto profondo quanto inconsueto, tra generazioni solitamente in conflitto. E provo pietà per la giovane vittima che aveva una carriera in ascesa e tutta la vita davanti. Non vorrei essere nei panni del padre, che avrà molti demoni – anche privati – contro cui combattere.

È ora di fare luce

“Sono come una barca alla deriva nell’oceano”, parole toccanti di ‘Mario’, in realtà Federico Carboni, 44 anni, il primo caso di suicidio assistito in Italia. Ha lasciato una lettera per congedarsi prima di essere “finalmente libero di volare dove voglio”. Giuro che mi costa scrivere riguardo un argomento tanto doloroso come quello del fine vita, ma lo faccio da libera cittadina, augurandomi che i politici ne discutamo una volta per tutte, senza nascondersi dietro a un dito, come fatto finora. Da Eluana Englaro ne è passato di tempo, però manca la legge sull’argomento ed è addirittura stato inabissato il referendum al riguardo. Ovvio che parlare di morte non sia piacevole, ma nemmeno scaricare situazioni di indicibile e irresolvibile sofferenza. Esempi ce ne sono, purtroppo, senza contare che l’ultima vittima ha dovuto sborsare € 5000 per la macchina che gli ha somministrato il farmaco per andarsene…incredibile! Eppure l’uscita di scena non è un argomento nuovo, ne parlavano addirittura gli antichi. Vado a braccio e cito il De Senectude (Sulla vecchiaia) di Seneca, di cui riporto una frase, curiosamente stampata su una tovaglietta del ristorante Santo Stefano a Bibione dove soggiornai anni fa: “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Ecco, il punto dolente è la mancanza di consapevolezza, ignorare ciò che potrebbe accadere: magari comprensibile se si tratta di un giovane con tutta la vita davanti…ma non se coincide con la delega del legislatore (pagato da noi) che mette la testa sotto la sabbia, perché l’argomento scotta. Abbiamo tutti lo stesso destino, da percorrere su strade per alcuni comode, per altri accidentate. Il Faro che dovrebbe illuminarci nelle situazioni di emergenza è ostinatamente spento. È ora di fare luce.

Telemarketing selvaggio addio

Mentre faccio colazione verso le sette, sento dalla tivù una notizia che ci voleva: Stop alle truffe e alle molestie telefoniche, dal prossimo luglio: basterà iscriversi al Registro delle opposizioni, cosa peraltro che io avevo fatto in tempi ormai lontani. Però da allora la persuasione occulta telematica si è fatta sottile ed è riuscita ad intrufolarsi abusivamente anche dove era stato posto uno stop. Tengo spento di proposito il cellulare – un vecchio e affidabile Nokia – per non rispondere alle svariate proposte commerciali che però si sono trasferite sul fisso, dove succede che a ‘parlarmi’ sia un disco: una voce registrata chiama nel bel mezzo della cena, per proporti contratti mirabolanti, in sostituzione di quelli in corso. Talora con accento marcatamente straniero, oppure con inflessioni dialettali. Ho dovuto essere scortese, per essere lasciata in pace, dichiarando che mi sta bene pagare di più e mantenere il mio gestore. Ciò nonostante non sono del tutto sicura di aver evitato una truffa recente, quando l’operatore di non so che mi chiedeva conferma dei dati personali, eccetera. Avendo il telefono in ingresso e trovandomi in camera, reduce dall’intervento all’anca, quasi mi azzoppavo per rispondere…con conseguenze che non oso immaginare. Ben venda un provvedimento drastico che impedisca di cadere dalla padella alla brace e lasci ai consumatori le scelte consapevoli. Se le truffe telematiche sono un effetto collaterale della globalizzazione, meglio fare un passo indietro e staccare il ricevitore o mettere in silenzioso il telefonino, per proteggere la privacy e gustare un salutare silenzio.

Donne combattenti

“Sono all’inferno ma va bene così”, scriveva Olena Kushnir (il suo account è Alona Noviska), sergente maggiore e medico della Guardia nazionale ucraina, morta in battaglia a Mariupol il giorno di Pasqua. Vedova del marito, morto negli scontri dei primi giorni di occupazione russa, era riuscita a mettere in salvo il figlioletto, attraverso un provvidenziale corridoio umanitario. In una chat a un’amica diceva: “Non compatitemi, sono un medico, una combattente, sono ucraina, faccio il mio dovere”, parole riportate anche da un servizio giornalistico in tivù. Tra l’altro una bella ragazza, pelle chiara, lineamenti fini, grandi occhi espressivi, sui trent’anni forse meno. Una delle cento combattenti di Mariupol. Ecco, ci sono donne eccezionali che meritano di entrare nella storia, anche se Olena credo sperasse di ricongiungersi al figlio, ora orfano di entrambi i genitori. La sergente aveva girato un video appello per “scuotere l’occidente”, in cui descrive la distruzione totale della città e la catastrofe umanitaria di chi, assediato, è costretto a vivere sottoterra e ha bisogno di tutto. In combattimento, tra le regioni di Donetsk, il 3 marzo era morta Olga Semidyanova, ucraina, 48 anni, medico e madre di 12 (dodici) figli. La famiglia chiede la restituzione del corpo… Chissà se è avvenuta e/o se avverrà. Mentre scrivo, sento un groppo alla gola. Già essere madre in tempo di pace mi sembra un compito difficile, non oso immaginarlo raddoppiato addirittura per dodici…con le conseguenti preoccupazioni materne e in campo di battaglia. Chiaro che un pensiero pietoso va agli orfani; chissà quante domande si faranno una volta cresciuti e quanto inciderà l’assenza della madre sulle loro vite. La testimonianza delle mamme ucraine fa riflettere sul ruolo genitoriale, ritenuto totalizzante anche per me. Ma non a scapito di altri valori, come Olena e Olga insegnano.

Riciclo

Oggi 18 marzo 2022 è la Giornata Nazionale per le vittime del covid (157.000 in Italia, 6 milioni in tutto il mondo): triste e doveroso ricordarle. Ma è anche la Giornata Mondiale del Riciclo, che mi si addice per quanto spiegherò sotto. Voluta dalla Global Recycling Foundation propone per il quinto anno l’educazione sul riciclo, partendo dalle scuole a difesa dell’ambiente. Saranno identificati dieci vincitori, cui verrà dato un premio di 1.000 dollari ciascuno. Ranjit Baxi, presidente fondatore dell’organizzazione ha dichiarato che va considerato eroe del riciclo chiunque sia impegnato in questo ambito, all’interno della propria comunità locale. Proposito che sottoscrivo e condivido. Anzi, senza tema di essere smentita, confesso che da tre settimane sto facendo ripulisti tra le mie carte di scuola, incautamente trattenute per decenni. Molte sono fotocopie: di brani, articoli, schede varie utilizzate durante il Corso serale per la licenza media, in quanto gli studenti lavoratori erano esonerati dall’acquisto dei materiali. È stata un’esperienza intensa, durata un solo anno che mi ha molto arricchito dal punto di vista umano; ho dovuto accantonarla, perché lavorare di sera era per me quasi innaturale. Mi restano i ricordi…e decine di cartelline zeppe di poesie, schede di storia, di geografia, attualità, parole crociate. I frequentatori del mio corso erano una quindicina, per lo più donne che vedevo per cinque sere la settimana, dalle 18 alle 21, se ricordo bene. Se non ho buttato prima il materiale, la ragione è proprio la simpatia per l’esperienza fatta, alla quale è doveroso aggiungere una tendenza all’accumulo, che riguarda anche vecchi tomi di antologie impolverate e testi per la didattica rimasti pressoché intonsi, perché l’esperienza si fa sul campo, cioè in classe. Con la Dad (didattica a distanza) è cambiato molto, il computer ha sostituito il volume, meno carta e più schermi. Non so se ci sia una ragionevole via di mezzo. Io procedo così: regalo i testi, consenso solo alcune fotocopie (per ripassare) e cestino il cartaceo inutilizzabile. Più facile a dirsi che a farsi. Comunque qualche miglioria si vede e per ora mi accontento.

Homo homini lupus (l’uomo è un lupo per l’altro uomo)

Dalle zone di guerra, tra le tante infauste notizie arriva anche questa: le persone sono costrette a bere l’acqua infetta dei pozzi, che mi riporta a mia nonna materna Adelaide, friulana doc che perse in cinque giorni due figlie di 17 e 19 anni per il tifo, contratto bevendo l’acqua del pozzo. Correva l’anno 193; mia madre aveva 14 anni, subì la perdita delle amate sorelle e anche l’abbandono dei parenti, terrorizzati di un eventuale contagio. Mia nonna si chiuse in un patologico mutismo e mia madre dovette occuparsene come se fosse una sua figlia. Una tragica vicenda privata che mi ha lasciato in eredità il nome di una delle due sfortunate zie, Ada. L’altro, Lina, andò a mia sorella. Non oso immaginare cosa succederà in Ucraina e in Europa, a causa del conflitto in corso. Dopo 15 gg di duro combattimento, la pace è ancora un miraggio: aumentano profughi e vittime, molte seppellite alla svelta in fosse comuni. Continuano a nascere bambini sotto le bombe, e questo è recepito come un messaggio di speranza…ma venire al mondo è solo l’inizio della marcia verso il futuro. Se una malattia epidemica è incontrollabile, non altrettanto si può dire dell’aggressione di un paese vicino, qualunque siano le ragioni. Non si può accettare, dopo due guerre mondiali e milioni di morti, di essere coinvolti, direttamente o indirettamente in conflitti armati, se non addirittura nucleari. Mi sovviene l’espressione latina: homo homini lupus (l’uomo è un lupo per un altro uomo), attribuita al commediografo latino Plauto, che allude a una pessimistica condizione umana, basata sull’egoismo e la sopraffazione. Piuttosto in linea con la vicenda biblica di Caino e Abele. Che il Cielo ci aiuti!

Evviva la Lentezza!

Oggi si festeggia San Va-Lentino: giornata mondiale della lentezza! Pensavo fosse una bufala, invece è un saggio invito a rallentare per vivere meglio e gustare la vita, il lavoro, i rapporti umani da riscoprire dopo tanti mesi di isolamento. Tra l’altro, sul mio calendario, il santo riportato oggi 19 febbraio è Mansueto, che come aggettivo si abbina benissimo a chi non va di fretta. Indago e scopro che l’idea è venuta all’Associazione l’Arte del Vivere con lentezza, di Pavia, che promuove una vita all’insegna dei tempi biologici e naturali, contro i ritmi frenetici di ogni giorno. Nella città meneghina sono previste iniziative per valorizzare la lentezza, ma anche nel resto della penisola: basta cercarle…senza fretta! “Perché il tempo non è solo denaro: il tempo è vita!”. L’idea va premiata, sebbene io sia in pensione e possa gestire il mio tempo come voglio. “Tempus fugit”(il tempo fugge) di Virgilio si completa col “Carpe diem” (vivi il presente) di Orazio: un monito a uno stile di vita equilibrato che viene da lontano. Nella società dei consumi sembra un’eresia: potesse il tempo imposto dalla pandemia farci recuperare uno stile di vita più a misura d’uomo e dei bisogni essenziale, tra cui il riposo. L’esatto contrario dello stress da lavoro o burn out (sindrome da stress da lavoro) di cui sono affette molte persone impegnate in ambito relazionale. Va da sé che la lentezza non va confusa con la pigrizia, ma con la capacità di staccare dai problemi, uno stop psicologico per non perdere la bussola. Mi sovviene il detto: “Chi va piano va sano e va lontano” con l’immagine della lumaca, decisamente azzeccata e simbolica. Lina soprannominata “Mata”, protagonista del mio romanzo UNA FOGLIA INCASTONATA NEL GHIACCIO, si riempiva le tasche di chiocciole e se le portava a casa, dove le restituivano la serenità che non le avevano dato gli umani. Buona lentezza a tutti!