Papaveri e tango

I papaveri mi sono simpatici, pur essendo rossi – e il rosso non è il mio colore preferito – perché sprigionano vitalità e allegria, alquanto scarse di questi tempi. Abitando in prossimità dei campi, d’estate mi gusto l’occhio parecchio. Ho scritto una poesia, intitolata Palcoscenico, per analogia con le ballerine di tango che spesso indossano svolazzanti gonne rosse. Pure io sono stata una tanghera, in tempi non sospetti e ho pure vinto un paio di coppe in occasione di gare di ballo liscio. Ogni tanto mi interrogo su cosa è rimasto del mio spirito “brioso e spumeggiante”, come lo definiva il mio caro professore di liceo. Secondo me, l’età matura ha steso una nota malinconica sull’insieme ancora vivace. Non ballo più il tango, ma ne ascolto volentieri la musica energizzante. Ho perfino soffiato la fisarmonica a mio figlio, per impratichirmi col mantice, con risultati assai modesti. Però ho avviato un racconto, su base musicale, intitolato Flamenco Therapy, che potrebbe diventare un romanzo. La protagonista combatte una malattia, iscrivendosi a un corso di ballo simile al tango. A parte le chiacchiere, non c’è dubbio che anche ballare sia terapeutico, insieme con le altre arti espressive. Mentre fantastico, penso alla danza caliente dei papaveri nel prato, diventato palcoscenico (e alla poesia Palcoscenico, leggibile nella mia pagina Instagram di oggi)

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