Giulia Maccaron, 29enne skipper, è morta nella barca a vela in fiamme dove dormiva, dopo una giornata di lavoro. È successo a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli. Originaria della provincia di Roma, Giulia faceva parte dell’equipaggio della lussuosa barca dove si è innescato l’incendio nel cuore della notte. Era tornata stanca da una mini crociera. Insieme a lei lavoravano uno skipper napoletano e un cuoco. Aveva chiesto di dormire nella barca – che ha un bellissimo nome: Morgana – dove ha incontrato la morte… quando si dice il destino, o meglio la malasorte in questo caso. Il mare, che per lei era una grande passione, se l’è portata via. Non dovrebbero succedere disgrazie in posti tanto belli e a persone nel fiore degli anni… chissà quante volte Giulia, abbronzata al naturale, avrà sorriso agli ospiti che portava in giro per mare, orgogliosa di esibire le bellezze della costa! In seconda liceo feci un viaggio di istruzione con la mia classe a Napoli e Pompei, guidati dal compianto professor Armando Contro, alla cui memoria ho dedicato il mio ultimo scritto Il Faro e la Luce. Fui tanto entusiasta delle bellezze viste, che le raccomandai a mia sorella maggiore per il suo viaggio di nozze, consiglio che lei concretizzò. Mi piange il cuore apprendere che per la skipper romana si è trattato di un viaggio senza ritorno. Mi auguro che il fumo dell’incendio l’abbia colta nel sonno, facendole immaginare il miraggio di un paesaggio fatato, quasi una magia della fata Morgana.
Categoria: Attualità
“I love my job” (Io amo il mio lavoro)
È diventata virale la foto della sergente Nicole Gee, 23 anni, morta nell’attentato all’aeroporto di Kabul: sorridente, mentre tiene amorevolmente in braccio un bimbo molto piccolo, durante l’evacuazione dei civili afghani. La ragazza è una dei 13 marine, tutti giovanissimi caduti nell’attacco suicida, ritratta in una foto-simbolo che lei stessa aveva pubblicato nel suo profilo, aggiungendo la frase: “I love my job” (Amo il mio lavoro). Nicole è morta insieme agli altri 12 giovani colleghi, di cui il Pentagono ha pubblicato i nomi e le foto. Più che l’immagine materna, mi attrae la didascalia postata, che non lascia dubbi sulla sua scelta professionale, confermata dalla dichiarazione del cognato: “Credeva in quello che faceva, amava essere un Marine. Non avrebbe voluto essere in nessuna altra parte”. Dietro questa scelta immagino un carattere di ferro e un addestramento coi fiocchi. Tuttavia mi stupisce tanta determinazione, in una persona ancora giovanissima, dell’età di tanti nostri studenti universitari e coetanei disorientati in cerca di una stabilizzazione nel mondo del lavoro. Non siamo l’America, spesso copiata oppure criticata per costumi che adottiamo, oppure subiamo più o meno scientemente… ma credo che a vent’anni succeda ovunque di pensare al futuro. Al servizio degli altri è massimamente lodevole. Pertanto onore a Nicole Gee e a tutti i militari caduti, compresi quelli sconosciuti.
Solidarietà va bene: ma come?
La seguente notizia mi inorgoglisce: l’Italia ha organizzato 86 voli umanitari, uno ogni due ore per accogliere gli afgani in fuga, ma mi preoccupa il seguito dell’operazione: che ne sarà delle migliaia di persone che sbarcano da noi? Il resto d’Europa si pone il problema? Non si tratta di poche unità ma di una moltitudine di persone che non devono cadere “dalla padella alla brace”. L’esperienza degli immigrati giunti coi barconi insegna. Un G 20 straordinario dovrebbe portare a concordare provvedimenti comuni tra i partner europei e mi auguro che prevalgano solidarietà e altruismo su interessi particolari. Lungimiranza è una parola opportuna che dovrebbe circolare tra i grandi, se davvero hanno a cuore la sorte di migliaia di profughi, tra cui orfani di fatto o per scelta delle madri che se ne sono dolorosamente separate, per salvarli. A fine mese, cioè tra un paio di giorni, nessuno potrà più scappate dall’Afghanistan, non si sa bene in mano a chi. Ribadisco la mia posizione di osservatrice dei fatti del mondo da una angolazione laterale, con occhio alle persone e scarsa attenzione alla politica. Incrocio le dita e spero che la realtà, di per sé scoraggiante, non degeneri oltre.
Non sempre il cane è il migliore amico dell’uomo
Ho provato sgomento alla notizia della morte di Simona Cavallaro, 20 anni, a Satriano, sbranata da un branco di cani pastore maremmani. Ma come, non è il cane il migliore amico dell’uomo? La ragazza, in compagnia di un amico era andata in ricognizione per trovare un luogo adatto per un pic-nick, da concedersi domenica. Al momento dell’aggressione, lui se la dà a gambe e lei resta in balia del branco, senza via di scampo. Sembra incredibile, sia per l’età della ragazza (purtroppo è capitato a danno di bambini inermi), sia per la modalità. Credo che non starà bene neanche l’amico, che ha pensato a ragione di mettersi in salvo, pensando erroneamente di essere seguito. Indagato il pastore del gregge “accudito” dai cani, le cui condizioni e stato saranno passati al vaglio. Potrebbe anche trattarsi di un caso di randagismo, ancora molto diffuso al Sud. Mi sembra incredibile che un cane, di solito utilizzato per badare al gregge, sia diventato tanto aggressivo, anche nei confronti dei Carabinieri che hanno avvicinato il branco. Comunque sia andata, povera ragazza nel pieno della giovinezza, magari amante degli animali e con cani a casa. Adesso che ci penso, avevo circa nove anni quando a casa della nonna di una amichetta fui morsa da un lupo – peraltro a catena – che era stato aizzato da un paio di ragazzi più grandi e che se la prese con me, azzannandomi il braccio su cui il medico mise un paio di graffette. Mia madre si spaventò più di me e da allora si diradarono le mie visite nelle case altrui. Credo che elaborai da allora la mia diffidenza contro i maschi. Dopo tanti anni, l’episodio è stato ridimensionato ma, col senno di poi considero che avrebbe anche potuto andare peggio. Peccato che i cani non possano dire cosa li ha disturbati e contro chi intendevano prendersela: la povera Simona ha fatto da cavia, purtroppo!
Povera Kabul!
Sono desolata per quanto successo in Afghanistan, e preoccupata per quanto potrà succedere. I morti per il duplice attentato sono già un centinaio e chi scappa dall’inferno non sa se vedrà la sera. Il ritiro degli Americani, peraltro programmato, sta colpendo duramente il Presidente Biden, che un po’ mi fa pena e ha sperimentato di persona cosa significa perdere un figlio. Io credo che la globalizzazione, così come ci era stata presentata circa 15 anni fa, abbia evidenziato le maglie deboli e che il cambiamento non sempre coincida col progresso. Adesso pare che il peggior nemico sia rappresentato dall’Isis, non dai Talebani, che santi non sono, sia chiaro e gli Americani, dopo vent’anni di “vigilanza” in loco non sono riusciti a “cavare un ragno dal buco”. Devo respirare a fondo per immaginare uno scenario non apocalittico, in un’area del mondo che i testi di Geografia collocano tra vicino e medio Oriente. Sugli attentati c’è poco da dire: sono azioni criminali contro persone innocenti, intenzionate a scappare, perfino con bambini ignari di quanto sia profondo il male. Se vivessi là, anch’io avrei cercato una via di fuga, a potermela permettere. Mi rendo conto che sono parole, non so cosa potrei fare di concreto. Magari scrivere una storia che tocchi le coscienze addormentate di chi imbraccia tanto facilmente il kalasnicov o il pugnale per tagliare gole. In una cartoleria di un paese vicino, c’è una bellissima ragazza pakistana (il Pakistan confina con l’Afghanistan) che fa la commessa: disponibile, gentile, lunghi capelli neri, mani curste, uno sguardo dolce dietro cui immagino cicatrici, se non ferite. La prossima volta che andrò a provvedermi di qualcosa, le offro la mia amicizia.
Una forte testimonianza
È veramente triste parlare di una bella storia con un drammatico epilogo: è morto Enzo Galli, 45enne fiorentino che tre mesi fa aveva adottato una bimba di due anni in India, dove purtroppo aveva contratto il covid che non gli ha dato scampo. Anche la moglie Simonetta e la piccola Marian Gemma erano risultate positive e ricoverate in diversi ospedali appena giunte in Italia, dopo un volo sanitario, ma per loro il decorso della malattia non è stato letale. Un calvario di tre mesi per lo sfortunato padre che ha fatto appena in tempo a conoscere la figlia, cui si sarebbe dedicato anima e corpo. Adesso è nelle mani di Dio, come ha detto la moglie che dovrà affrontare da sola la crescita della bambina, che ha avuto il privilegio di avere un padre adottivo, per un tempo assai limitato. Ma il gesto compiuto è di una portata immensa. Commuove pensare alla dedizione impiegata da questo giovane uomo, nella ricerca di allargare la famiglia, nelle pratiche avviate, nelle difficoltà superate. Quando il sogno si è concretizzato, la sfortuna ha interrotto il suo viaggio d’amore, azzerando i progetti, compresi quelli della moglie e della bambina, che di secondo nome ha Gemma… non credo sia casuale. Per associazione, o meglio per dissociazione penso ai padri che lo sono geneticamente, ma hanno rapporti burrascosi coi figli, anche quando questi sono cresciuti. Lessi, tanti anni fa, l’opera profetica di un sociologo tedesco, intitolata “Verso una società senza padre”: non mi ricordo nulla, ma il titolo era sapientemente provocatorio. Non so a tutt’oggi se possa applicarsi alla nostra società liquida, troppa acqua è passata sotto i ponti. Ma percepisco un nuovo atteggiamento dei giovani padri che fa ben sperare in un cambio della guardia. Di sicuro il protagonista della vicenda odierna può fare scuola: moglie e figlia ne saranno fiere.
Paralimpiadi 2021
Mentre sono in cucina, assisto alla cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Tokyo, dove si esibiranno 113 atleti in 22 sport. Sfila il folto gruppo italiano, capitanato da Bebe Vio e Federico Morlacchi. Fa un certo effetto vedere tanti gruppi con atleti in carrozzina, oppure con varie disabilità, impegnati in svariate discipline, sorridenti e presumo orgogliosi di esserci. Lo speaker dice che lo stadio di Tokyo è il luogo dove la disabilità è un attributo e cita l’autobiografia di Rita Levi Montalcini “Elogio dell’imperfezione”, che ho letto con interesse tempo fa. A parte la mia simpatia per il Paese del Sol Levante, le 40 medaglie riportate dagli atleti azzurri nelle Olimpiadi appena concluse sono un valore aggiunto allo spettacolo, che mi propongo di seguire. È chiaro che questi atleti hanno una marcia in più, per aver saputo trasformare un limite in un punto di forza, in barba a pregiudizi più o meno velati ancora serpeggianti. Quando ero in servizio, ebbi per collega un’insegnante ipovedente che aveva una scioltezza espositiva invidiabile e in svariate occasioni ho dovuto ricordare ai miei studenti che tutti siamo deficienti (da deficere = mancare, “complimento” abusato tra loro), in qualcosa: spesso in buona educazione e solidarietà. Fare è più difficile di parlare, per cui anch’io approfitto delle Paralimpiadi per fare un po’ di autocritica. Auguri di soddisfazioni a tutti gli atleti.
Onore al merito
Avevo letto qualcosa sulla vita di Joséphine Baker, di cui ricordavo la foto dove indossa il gonnellino di banane. Già allora mi aveva colpito ciò che stava dietro l’immagine di ballerina sui generis. Ieri ho sentito la bella notizia che la riguarda, confermata dall’articolo del Corriere odierno che titola: “Una donna nera coi grandi di Francia. Joséphine Baker sepolta nel Pantheon”. La prima donna nera – sesta donna – insieme con 75 uomini illustri, per meriti acquisiti per la sua attività antirazzista e impegno civile, alla faccia delle esibizioni canore e di spettacoli osé. Nata a Sain Louis, in Missouri nel 1906, approda in Francia nel 1925 che diventa la sua seconda patria, dove muore a Parigi nel 1975. Devo ancora dire la cosa più straordinaria compiuta dalla soubrette, che non poteva diventare madre: avere adottato 12 (dodici) figli di etnie diverse. È proprio il settimo dei dodici figli adottivi che insieme ad autorevoli sostenitori perora la causa del trasferimento dei resti mortali della madre nel tempio riservato alle persone speciali. Una storia umana eccezionale, che va molto oltre i meriti artistici della cantante e ballerina. Peccato che non abbia scritto l’autobiografia, perché reggere l’impegno di allevare ed educate dodici figli è impresa immane. Vero che le famiglie numerose erano la norma, un secolo fa. Ma che una donna di spettacolo se ne fosse fatta spontaneamente carico, per compensare una maternità negata mi pare comunque esemplare. Molto incoraggiante che uno dei figli si sia speso per restituirle la giusta luce, il che conferma gli ottimi rapporti instaurati. Mi sento di complimentarmi con la madre e con il figlio, oltre che con il Presidente francese Emmanuel Macron.
Bar e creatività
Sarà che mi piacciono le Ortensie, ma trovo attraente, anzi gustoso l’articolo a pag. XVII del Il Gazzettino di Treviso di oggi, intitolato “Ortensia Isola, il locale con i Green pass…sticcini”. Di cosa si tratta, è presto detto. La titolare del locale, di nome Ortensia (non poteva essere diversamente), unendo arte pasticcera e furbizia, ha creato quattro dolci accattivanti da proporre ai suoi clienti, tra cui la panna cotta alla menta che ordinerei per prima, dolce al cucchiaio dissetante in questa calda estate. Approfitto per dire, da cliente, che è assai piacevole essere “coccolati” dal gestore del bar frequentato. Ad esempio, a me stamattina è arrivato un cappuccino decorato così bene che mi è spiaciuto disfarlo: un grazioso orsetto mi guardava dalla schiuma nocciola e mi ha strappato un sorriso di tenerezza, forse riesumando giochi infantili di oltre mezzo secolo fa. Gabriella, gentile titolare del bar Mirò a Castelcucco non si risparmia e merita l’affezionata clientela che sosta fuori e dentro il piccolo locale, previo possesso del green pass, come è toccato alla sottoscritta. Insomma, sempre di arte si parla, dove conta il prodotto ma anche la sua forma. A ben pensare, il bar del piccolo paese assolve a una funzione sociale, perché consente l’incontro tra persone che solo salutandosi – meglio se dialogando – si sentono parte di una comunità non virtuale. Con buona pace dei social, che hanno pure dei meriti per attenuare le distanze, ma non è la stessa cosa. Così almeno la penso io.
Ci sono giovani e giovani
Certo ci vuole coraggio, in tempo ancora di pandemia, per partecipare a un rave party, col rischio alto di beccarsi qualcosa. Ma è più opportuno parlare di incoscienza. È ciò che è accaduto nel viterbese, in una zona isolata, presa d’assalto da migliaia di giovani, provenienti da tutta Europa, in cerca di… sballo, suppongo, visto come è andata: una decina di ricoverati per coma etilico, un ragazzo annegato, due stupri denunciati… Fortuna che il raduno, dopo sei giorni di assembramento abusivo in un’area naturale trasformata in mega discarica si è concluso, con l’intervento delle forze dell’ordine e 2000 persone identificate. Detto ciò, mi interrogo sui motivi che hanno fatto incontrare una moltitudine di giovani, in assoluto dispregio del pericolo. Senso di onnipotenza, sottovalutazione del pericolo, mancanza di senso civico… cos’altro? Meno male che mio figlio ha compiuto 33 anni (che non sono una garanzia) e spero abbia superato il disturbo esistenziale dell’adolescenza (per quanto l’età anagrafica sia talvolta contraddetta dai fatti). Sono anche lieta di essere in pensione, sollevata dal servizio in tempo di probabile dad… ma il dispiacere di sentirmi disorientata rimane e anche di essere, eventualmente, inadeguata ad affrontare uno scontro generazionale. Eppure ci sono i bravi ragazzi, ne conosco di persona, non si può generalizzare. Ecco, magari un party tra giovani impegnati e altri disimpegnati lo vedrei bene. Con sottofondo di musica soft, per sentire, valutare ed apprezzare proposte utili a vivere meglio.
