Columbus Day

Impossibile dimenticare cosa successe il 12 ottobre 1492, data della scoperta dell’America, dove si celebra la ricorrenza, chiamata in modi diversi a seconda del paese: Dia de las Cultura in Costa Rica, Discovery Day nelle Bahamas, Dia de la Hispanidad in Spagna e Dia de la Resistencia indigena in Venezuela. Oggi è la festa degli italo-americani e degli indiani d’America. Celebrata per la prima volta a San Francisco nel 1869 dagli immigrati italiani, nel 1937 fu l’allora presidente Franklin D. Roosvelt a proclamare il Columbus Day festa nazionale in tutti gli Stati Uniti d’America. Per completezza va detto che non tutti la pensano così e che Cristoforo Colombo è considerato da taluni un simbolo del colonialismo europeo, con proteste e manifestazioni conseguenti. Nel 2004 il governo italiano ha istituito la Giornata Nazionale di Cristoforo Colombo. Ho presente una datata produzione televisiva a puntate sul navigatore genovese, che feci vedere ai miei studenti nel primo pomeriggio durante il tempo prolungato: nessuno dormiva ed anzi l’argomento destò un certo interesse. Ho controllato: si trattava dello sceneggiato diretto da Alberto Lattuada, prodotto dalla RAI è andato in onda in quattro puntate nel marzo 1985. Nato a Genova nel 1451, chiamato in spagnolo Cristóbal Colón, figlio di un tessitore deve la sua fama alla scoperta del continente americano, di cui peraltro non si rese conto, ritenendo di essere approdato da tutt’altra parte, nelle Indie. Morto a Valladolid, in Spagna il 20 maggio 1506. È tra i più importanti protagonisti delle grandi scoperte geografiche tra il XV e il XVI secolo.

Governare, arte difficile…

Sono molto turbata da quanto accaduto nella sede romana della CGIL, luogo simbolo dei lavoratori: 600 manifestanti, 38 agenti feriti, pc distrutti, vetri rotti, devastazione…12 arrestati. Inquietante che la manifestazione abbia preso d’assalto perfino il Policlinico. Adesso fervono le polemiche, con accuse di negligenza ai notabili e di aver sottostimato un evento di “matrice fascista” che ci fa pensare a quanto successo in Italia negli Anni Venti. Da insegnante in servizio, quando dovevo introdurre alla classe terza media le cause di quello che sarebbe capitato poi, c’erano effettivamente il disagio sociale e la crisi economica succeduti alla fine della Grande Guerra. Adesso sono in pensione. Non azzardo paragoni, perché non ne ho la competenza e non faccio politica. Mi inquieta il pensiero di Papa Bergoglio che stiamo vivendo la terza guerra mondiale a rate, contro un nemico invisibile e tremendo che colpisce le persone nel corpo e nell’anima, dove provoca ferite insanabili. I fuori di testa ci sono sempre stati: credo sia opportuno isolarli prima che facciano il danno e che la troppa tolleranza si trasformi in inadempienza. Pertanto che paghino i facinorosi e i politici inadeguati. Ciò detto, ricordo che le tre arti più difficili al mondo terminano tutte e tre con la prima coniugazione e sono: educare, sanare, governare. Non invidio chi sta nelle alte sfere ma la mia simpatia umana viaggia più basso, tra le forze dell’ordine che si fanno un mazzo tanto per un compenso ridicolo, rispetto al rischio che corrono. Solidarietà che estendo ai miei colleghi docenti e agli operatori sanitari che il mese prossimo si prenderanno cura anche di me. Saluti e Salute a tutti.

Caro amico ti scrivo…

Mentre sorseggio il caffè, seguo su Rai 3 la trasmissione Agorà, da cui apprendo che oggi 9 ottobre è la giornata mondiale della posta, fondata a Berna, in Svizzera il giorno 9 ottobre 1874 e istituita dall’U.P.U (Unione postale universale) nel 1969. Si celebra in tutto il mondo, valutando anche l’evoluzione del servizio, dal portalettere alla mail. Impossibile non pensare al magnifico film IL POSTINO e anche alla storia della posta, che fu inventata dai Sumeri intorno al 4000 a.C. Ma io rifletto sulla domanda: “Preferisci la lettera o l’email?” rivolta ai telespettatori…e mi pronuncio a difesa della lettera cartacea, quella che si può toccare con i polpastrelli e addirittura annusare (ricordi di adolescente), la “epistula” latina che ha caratterizzato diversi Epistolari amorosi e non, anche in tempi più vicini a noi. Siccome però non nego i vantaggi della buona tecnologia, convengo che scrivo quasi tutto al computer, riservando il cartaceo alle lettere confidenziali e alle poesie. A ben pensare, anche il blog mi consente di comunicare e di scrivere talvolta delle lettere a dei destinatari precisi (persone, il mese che arriva o se ne va…), perciò oggi è anche la giornata di chi legge le missive, di uno o dell’altro materiale, quindi mi sento di rivolgermi ai miei lettori, citando la bella canzone di Lucio Dalla “Caro amico ti scrivo” per ribadire che la comunicazione è una grande cosa, un ponte dove possiamo trovarci anche essendo fisicamente distanti, un aspetto rivitalizzante della routine quotidiana. Mi torna in mente che la Lettera è anche un tipo di scritto proposto agli esaminandi per la licenza media, fino a prima della pandemia, abbondantemente scelto tra le tipologie perché più semplice ed abbordabile. A mio dire, non sarebbe male recuperarlo. Intanto, cari lettori, buona posta e buon fine settimana!

Nobel per la Letteratura 2021

Abdulrazak Gurnah, nato a Zanzibar il 20.12.1948 è il vincitore del premio Nobel per la Letteratura 2021. Appresa la notizia ieri, mi ha stupito che abbia scritto “solo” otto o nove romanzi, che sono certo pochi rispetto ai 50 e più scritti da Grazia Deledda, insignita dello stesso premio nel lontano 1926. Comunque i tempi cambiano e anche i criteri di valutazione della Accademia svedese che lo ha premiato “per la sua intransigente e profonda analisi degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato nel golfo tra culture e continenti”. Certo la sua esperienza di profugo costretto a lasciare la Tanzania per motivi etnici, riparando nel Regno Unito ha lasciato il segno. Il suo debutto letterario è piuttosto tardivo, nel 1987 con Memory of Departure. Altri romanzi sono: Paradise (1994), By the Sea (2001), Desertion (2005). La sua opera più recente è Afterlives, del 2020. Mi piace apprendere che sua fonte di ispirazione sono state la poesia araba e quella persiana, come il Corano. Complimenti al professore Gurnah, che mi propongo di leggere. Approfitto per ricordare, in tema di Nobel che è stato assegnato quello per la Fisica 2021 all’italiano Giorgio Parisi “a sostegno dell’intelligenza artificiale e del pianeta”, roba difficile da declinare, ma ne intuisco l’importanza e sono orgogliosa che il premio sia stato attribuito a un connazionale, in condivisione col giapponese Syukuro Manabe e il tedesco Klaus Hasselmann, il che dà un’impronta planetaria al sapere. Da cultrice della letteratura, mi propongo di avvicinarmi alla produzione dello scrittore tanzaniano, naturalizzato britannico, professore di letteratura inglese all’università del Kent, che è stato anche editor, ha curato volumi, ha collaborato a riviste e ha pubblicato articoli su diversi scrittori postcoloniali contemporanei. Insomma, si è dato da fare parecchio e sarà senz’altro interessante leggere ciò che ha scritto, pubblicato in italiano dalla casa editrice Garzanti. Onore al merito di tutti i premiati.

Sulla pace e sulla guerra

“Ad Assisi si parla di pace e pandemia”: è l’obiettivo della due giorni (6 e 7 ottobre), proposto dalla Comunità di Sant’Egidio “nello spirito di Assisi”. È il 35esimo appuntamento da quando Giovanni Paolo II nell’ottobre 1986 convocò nella città di San Francesco i rappresentanti delle grandi religioni mondiali, per pregare a favore della pace, parola sublime e immensa. Dai tempi del liceo questa parola viaggia con il suo contrario, guerra. Non so se sia casuale che ieri sera Canale 5 abbia trasmesso un coinvolgente film che parla di guerra, “La signora dello zoo di Varsavia”, Usa 2017, storico. Il film è basato sui fatti realmente accaduti, narrati nei diari autografi di Antonina Zabinski, direttrice col marito Jan dello zoo, durante l’invasione della Polonia. I coniugi salvarono molti ebrei, nascondendoli nei rifugi destinati agli animali, nel mentre morti a causa dei bombardamenti oppure soppressi. Il film dura oltre due ore. A me è piaciuto perché tratta anche di animali durante la tragedia dell’Olocausto, quindi considera sia l’amore per gli animali che quello per le persone, entrambi vittime di ferocia. Si sente che la regista è una donna, la neozelandese Niki Caro. Nonostante la drammaticità di alcune scene, il film è pervaso di poesia, come quando la protagonista, interpretata da Jessica Chastain comunica con le persone nascoste nei sotterranei attraverso la musica, suonando al pianoforte melodia cupa o tranquilla per segnalare pericolo o meno. Nel 1968 lo stato di Israele annoverò fra i Giusti tra le nazioni la coppia Zabinski che salvò 300 persone. Lui, sopravvissuto al campo di prigionia, entrò a fare parte dell’Unione Nazionale per la conservazione della natura e scrisse 60 libri di scienze. Magnifico. Una doppia testimonianza di attivisti della Pace. Quella vera, non a parole.

Anche a me piace scrivere

Nella rubrica “Cultura e Società”, a pag. 31 del Gazzettino leggo l’interessante articolo di Paolo Malaguti intitolato: “Incontro, lettori e un velo di cipria La mia estate con il Campiello”. L’autore del testo si è classificato secondo, con il romanzo Se l’acqua ride (Einaudi), mentre il primo premio è stato assegnato alla scrittrice Giulia Caminito, con il romanzo L’acqua non è mai dolce (Bompiani).
La sera del 4 settembre scorso ho seguito le votazioni alla cinquina finalista del Premio, nato nel 1963 per iniziativa degli industriali veneti. Ne sentii parlare per l’omonima commedia di Carlo Goldoni, intitolata appunto il campiello al Liceo classico e poi da adulta, quando il mio stimato professore di Italiano, per telefono mi chiedeva: “A quando il Campiello?”. Conoscendo la mia attitudine a scrivere, forse il suo voleva essere un incoraggiamento che male non mi ha fatto, perché in effetti scrivo da almeno un decennio. Però non ho finora partecipato a concorsi letterari prestigiosi, che richiedono un certo iter, compreso l’affidarsi ad un serio editore. Non mi dispiacerebbe che la cosa accadesse, ma anche senza condivido le considerazioni di Malaguti che dichiara: “A me piace scrivere, che è un piacere che nel tempo si è affinato”, mentre in un altro passaggio dice: “E’ la scrittura stessa l’unico aspetto per me necessario”. Insomma, mi sento in sintonia con il pensiero di uno scrittore che mette nero su bianco il suo mondo interiore e lo offre agli altri, per una sorta di impulso interiore, una caratteristica che contraddistingue chiunque coltivi una forma d’arte, una specie di cifra e di coloritura.
Può piacere o non piacere, c’è posto per tutti. Se la linfa non è occasionale, qualcosa di definitivo uscirà. Nel mio caso sto costruendo l’eredità che più mi rappresenta. Con o senza patente.

Una data che ha cambiato la storia

L’ undici settembre 2001, in tarda mattinata stavo portando Luna, il mio cane allora di un anno, dal veterinario, per i consueti controlli. Sentii della disgrazia per autoradio. Al momento pensai a un incidente di volo, ma durante la giornata emerse che si trattava di un attentato, in tutte le sue drammatiche varianti, con migliaia di vittime: bruciate, volate giù dalle Torri Gemelle, disperse tra le rovine. L’11 settembre è una data che ha cambiato la storia dell’America, e non solo. In un reportage trasmesso alla tivù vengono trasmesse immagini e testimonianze, con lo scopo di non dimenticare. Un fotografo realizza lo scoop di un uomo che cade, divenuto l’emblema della tragedia. Un giornalista viene incaricato di scoprirne l’identità e di raccontarne la storia. Da quello che ho capito, l’uomo fotografato mentre precipita, potrebbe essere un cuoco sudamericano o, più probabilmente un tecnico del suono. A me è piaciuta l’interpretazione ribaltata che l’uomo in caduta rappresenta tutti noi, nei nostri fallimenti quotidiani, lasciando in ombra la sua vera identità. Documenti inenarrabili sono i messaggi di affetto, raccomandazioni e saluti lasciati in segreteria ai propri cari come ultimo congedo. Che altro dire? Al male non c’è mai fine, il sacrificio della vita di quasi 3000 persone non deve essere oscurato. Da quella immane tragedia, la vita non è più la stessa, non solo per i familiari delle vittime e per i superstiti, ma anche per chi, pur non avendo perso cari o beni materiali, ha perso la serenità, forse anche la fiducia in un futuro migliore, messa a repentaglio da altre calamità. Di proposito posto questa mia riflessione il giorno dopo la ricorrenza, non certo per diluire il ricordo ma per distribuirlo a piccole dosi, come cura per una malattia cronica.

Nessun uomo è un’isola

Una storia triste, intessuta di disagio sociale ma anche di generosità. Succede a Livorno dove Alfredo, un pensionato 86enne, vedovo e senza cibo, chiede aiuto a due giovani agenti che lo soccorrono, facendogli la spesa e compagnia. Bravo il pensionato che ha chiamato il 112 e bravi i poliziotti, “Due angeli con la pistola” come li ha definiti il signor Alfredo che con loro si è confidato, raccontando la sua storia. È successo due settimane fa e ieri un programma televisivo ha riproposto la disavventura dell’anziano, ora preso in carico dai Servizi sociali. Una storia di emarginazione e solitudine venuta alla ribalta e rimediata. Ma chissà quante altre storie simili si celano dietro a indifferenza e solitudine. La pandemia non ha certo favorito l’inclusione… speriamo che la sanità territoriale e i servizi sociali ne escano rinvigoriti. Anche saper chiedere aiuto, come ha fatto il signor Alfredo, è indice di socialità, perché “Nessun uomo è un’isola”, come titola il celebre saggio di Thomas Merton (scrittore e monaco cristiano statunitense, dell’ordine dei Trappisti). Data la mia età non più green, mi capita di pensare alla parte finale della vita, cui i saggi raccomandano di prepararsi da giovani… il che sembra anacronistico, ma ha un suo senso, a mio dire, perché nessuno può sapere quando uscirà di scena. Però ognuno può decidere come vivere ora, che è il pensiero attivo introdotto da Alfredo per rompere il suo stato di disagio. Ho una grande simpatia per le persone anziane che hanno superato indenni o quasi vari travagli della vita, mantenendo la voglia di esserci e di farsi sentire. Incrocio le dita e spero di imparare a invecchiare bene. (per motivi tecnici può essere che saltino i post di domani e sabato)

Addio, Chiara…

Vorrei scrivere di belle cose, ma la cronaca nera imperversa, purtroppo. Tra i fattacci, mi ha colpito la morte di Chiara Ugolini, la 27enne veronese, vittima del vicino, arbitrariamente entrato in casa sua, non certo con buone intenzioni. Al momento è ignota la causa dell’aggressione che si ipotizza di tipo sessuale. Il vicino, Emanuele Impellitteri, già condannato per rapina e altro, padre di una bimba piccola era da poco uscito di galera. Il fidanzato della sfortunata ragazza, ha postato un pensiero d’addio molto commovente. A lui riservo le mie riflessioni, destinando a lei tutta la mia pena. Nel post del compagno pubblicato su Instagram si legge: “… non ti preoccupare amore mio, ti porterò per sempre con me, dentro al mio cuore… so che tu sarai sempre al mio fianco, per tutta la vita. Ti amo Chiara”. Perdere il compagno della propria vita, agli albori di una relazione amorosa tutta in crescita deve essere tremendo, mi auguro che i ricordi leniscano il dramma di questo giovane, privato proditoriamente della sua metà. Penso anche alla compagna e alla figlioletta dell’aggressore, che non avranno vita facile, non per colpa loro. Dato che il sospettato – ormai reo confesso – era sotto osservazione dei Servizi sociali, mi vien da pensare che si tratti di un recidivo che incarna bene il male, per usare una figura retorica e lascio stendere il suo profilo agli esperti del crimine. Infine, considero come sia pervasiva la casualità: se Chiara avesse avuto un altro vicino, non sarebbe successo quel che è successo. Ovvio che non c’entra la palazzina a tre piani dove conviveva da poco col fidanzato, ma dal diabolico inquilino che vi abitava. Dolce Chiara, non ti dimenticheremo. Riposa in pace.

Dura lex, sed lex

Rocambolesca la vicenda successa a Napoli, dove un’anziana signora vince un patrimonio al gratta e vinci, ma il biglietto le viene sottratto dal tabaccaio della rivendita che fugge col biglietto vincente 500 mila euro. Il buon Boccaccio (16.06.1313 – 21.12.1375) che a Napoli aveva soggiornato al seguito del padre, per imparare il mestiere mercantile e bancario, avrebbe potuto scriverci un’altra novella da aggiungere alle 100 del Decameron. Accusato di furto pluriaggravato e tentata estorsione, Gaetano Scutellaro è stato arrestato mentre tentava di fuggire alle Canarie, dopo aver depositato il biglietto in una banca di Latina. Al di là di come evolverà la vicenda, con l’augurio che il denaro vada a chi gli spetta, mi viene da fare alcune considerazioni. Forse per lo studio dei classici, di cui ho tradotto tanti pensieri durante il Liceo, condivido ciò che sostiene Seneca: “Una grande fortuna è una grande schiavitù”. Troppo denaro crea problemi di gestione e… molti falsi amici, interessati a goderne di riflesso. Il che non significa sputarci sopra, ma prendere le giuste distanze. Mia madre aveva l’abitudine di comprare dei biglietti della lotteria, in occasioni speciali, sperando in una vincita, scelta che io contestavo. Per fortuna non ha vinto perché in tal caso prevedevo un carico di responsabilità e di noie burocratiche. Sono tuttora persuasa che la vera ricchezza sia interiore e che l’equilibrio delle relazioni favorisca il vero benessere. D’altronde molte liti familiari scaturiscono per motivi di eredità, svelando un dietro le quinte per nulla edificante. Seguo di pomeriggio il programma Forum condotto da Barbara Palombelli, che è un’ottima palestra per riflettere sui motivi dei conflitti. Anche nell’ipotesi che alcune cause siano costruite a tavolino, la citazione degli articoli di legge e le sentenze elaborate dai giudici sono pertinenti ed esaustive. “Dura lex, sed lex” (la legge è dura, ma è legge). Concludendo, mi godo il mio piccolo gruzzolo e auguro ai forti vincitori di non perdere la testa!