Giornata grigia e cronaca nera

Tra le notizie di cronaca nera che leggo o sento, quelle che trovo sconvolgenti sono di ambito familiare: padri che ammazzano i figli, figli che ammazzano i genitori. Senza entrare nel merito del caso di cui si parla da giorni, relativo alla sparizione di una coppia di genitori, si teme per mano del figlio, mi interrogo sul ruolo genitoriale oggi. Posto che educare rimane una delle tre arti più difficili (insieme a sanare e a governare), suppongo che sia stato difficile sempre, però nell’era della famiglia ridotta o addirittura costituita da un solo elemento, ho il sospetto che sia almeno più complesso: nella società dell’immagine pesa mettere in piazza problemi privati, comportamenti patologici o… mele marce che rovinano il contenuto buono del cesto. Se è successo quello che si teme, mi auguro che la madre non si sia resa conto di morire per mano del figlio, e altrettanto per il padre. Viceversa, non riesco a immaginare l’abisso di terrore e di sgomento che può averli annientati. Conosco persone che soffrono per non aver avuto figli, e altre che soffrono a causa dei figli. Forse la nostra cultura occidentale ci impedisce di affrontare con leggerezza il distacco dalla prole, che in natura avviene senza patemi d’animo. Mi interrogo spesso sul ruolo del genitore, come pure su quello di figlio, sperimentati entrambi e ammetto che non è stata una passeggiata, né in un caso né nell’altro… ma almeno uno dei due ruoli è stato una scelta, assunta con coraggio e una punta di presunzione che sarebbe andato tutto bene. Poi la vita scompiglia un po’ le carte e ti sorprende, perché certi atteggiamenti non ti pare di meritarli. Ma il giudizio definitivo sull’operato di un genitore, sarà il tempo a darlo. Peccato che arrivi tardi.

Contro lo spreco alimentare

Oggi 5 Febbraio, Giornata nazionale contro lo spreco alimentare. Istituita nel 2014, dal 2020 si svolge con il patrocinio dei Ministeri dell’Ambiente e della Salute. Secondo il rapporto di un osservatorio istituito per fotografare la situazione, l’emergenza Covid ha cambiato le abitudini degli Italiani, favorendo la riduzione dello spreco. Il che mi sembra una buona notizia, che fa da contrappeso a quella che leggo sul web: quotidianamente nella sola Italia vengono buttate circa 4mila tonnellate di cibo, con inevitabili conseguenze sull’ambiente. Per evitare lo spreco, vengono raccomandati i seguenti comportamenti: 1. La spesa consapevole (con la lista da portare con sé) 2. Il menu settimanale (sapere cosa cucinare dal lunedì…) 3. Mai a digiuno (se no si compra di più) 4. Buttare il meno possibile (riciclare gli avanzi) 5. Scadenze e conservazione (congelare se possibile) Fatta questa premessa, mi interrogo al riguardo. Faccio la spesa una volta la settimana, ma compro sempre troppo, forse memore di quando la famiglia non era mononucleare come ora. Inoltre considero i miei pets parte della famiglia, cui non nego extra (= li vizio). Però ho imparato a utilizzare gli avanzi: quelli di frutta matura nei muffin (quelli alla banana e mandorle piacciono molto a Lucia) e le verdure lesse nelle crespelle (che piacciono anche ad Astro, cane dal palato difficile). Faccio la spesa il lunedì mattina, perché trovo meno gente, ma a stomaco pieno. Non stilo un menu settimanale, tuttavia consumo parecchio pesce e poca carne. Se non avessi l’intestino delicato, vivrei a frutta e verdura. Comunque mangiare bene è una scelta di vita che favorisce la salute, bene primario per gli antichi latini che lo avevano espresso nel famoso “Mens sana in corpore sano”.

Una piccola grande donna

Aung San Suu Kyi (19 giugno 1945), leader birmana, insignita del Nobel per la pace nel 1991, capo del governo in Myanmar dove si è verificato un colpo di stato da parte dell’esercito, è stata arrestata. Mi ero occupata quando ero in servizio a scuola (sono in pensione da cinque anni) di questa signora esile, dallo sguardo determinato, con un fiore sempre tra i capelli, raccolti a crocchia sulla nuca. Ricordo che avevo chiesto ai miei studenti di trovare sul testo di Geografia il Myanmar, ex Birmania, confinante con India, Bangladesh, Cina, Laos e Thailandia. Non era stato un ritrovamento simultaneo, essendo la nazione asiatica “piccola” (pure con oltre 50 milioni di abitanti) rispetto ad altre vicine. Poi l’Asia è un continente enorme e a scuola si fa Geografia extraeuropea a macchia di leopardo (almeno la sottoscritta). Comunque l’interesse per questa donna non passò inosservato. Se la cronaca lo consentiva, ero solita coniugare l’attualità con le altre materie, così da favorire il colloquio multidisciplinare dell’esame. Il buddismo, la religione di maggioranza, consentiva il collegamento con la Religione, e la pagoda color oro a Rangoon con Storia dell’Arte o Tecnologia (il nome delle discipline potrebbe essere nel mentre cambiato). Io spingevo per i collegamenti con l’Educazione Civica, relativamente ai diritti e doveri dei cittadini, negati in regime di dittatura. Mi spiace che questa donna anziana, dall’aspetto mite e dal vissuto doloroso, insignita del Nobel per la pace… sia stata arrestata con l’accusa di detenere quattro walkie-talkie “importati illegalmente”, per cui rischia fino a 2 anni di carcere! Ma lei sa di cosa si tratta, dal momento che ha detto: “L’unica prigione reale è la paura, e l’unica libertà reale è la libertà dalla paura”. Forza Aung!

Nero è bello

Per la rubrica Costume e Società, in onda dopo il telegiornale delle 13.30 sul secondo canale, vedo la ballerina Danielle Copeland (10.09.1982) una leader della danza classica, la prima donna afroamericana promossa ballerina principale all’American Ballet Theatre. Sorprendente che abbia iniziato a danzare a 13 anni e che abbia raggiunto il successo, nonostante una vita privata travagliata e il pregiudizio legato al colore della pelle. Oggi è una donna stupenda e una ballerina affermata che invita a non mollare mai. Questo suo monito mi sembra molto incoraggiante, perciò le dedico il mio post odierno. Essendo piuttosto anticonformista, mi attrae il diverso e ho simpatia per il colore nero. Nera era Puma, la gattina mancata pochi giorni fa e nera la bambola che regalai tanti anni fa alla figlia della mia amica Marcella. È del Ghana anche Princess, una delle mie allieve migliori, dotata di una grande sensibilità e di una bellissima voce, oltre che di lineamenti attraenti. Aveva subito qualche sberleffo durante le scuole medie, per la sua diversità (secondo me per invidia, perché era molto bella e dotata). Mi spiace aver perso i contatti, forse si è trasferita in Germania. Aveva partecipato alla presentazione di una mia opera, recitando la poesia di Ugo Foscolo, In morte del fratello Giovanni, con un trasporto commovente già dai primi versi “Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo/di gente in gente, me vedrai seduto/”… Le sono grata e la ricordo con affetto. Termino, confermando che il nero è bello e sta benissimo in combinazione con qualunque altro colore, cui dà risalto e importanza.

27 gennaio 2021

Per la Giornata della Memoria, quando ero in servizio ero solita proporre ai miei studenti la poesia La capra, di Umberto Saba (Trieste, 1883 – Gorizia, 1957), pseudonimo di Umberto Poli, di origine ebraica. La poesia è del 1910, ma nei decenni successivi, con l’orrore dei campi di sterminio e delle camere a gas, assunse un significato di dolore cosmico che accomuna uomini e animali. Con un linguaggio disadorno, in tre strofe il poeta racconta l’incontro con una capra solitaria, che si lamenta perché è legata; le fa il verso, ma poi comprende che soffre e riconosce nella sofferenza dell’animale “dal viso semita” (da Sem, uno dei tre figli di Noè, capostipite dei Semiti; per certi aspetti il muso delle capre richiama i lineamenti della razza ebraica) il lamento che proviene da ogni creatura. La lirica si basa sulla comunanza tra uomini e animali. Appartiene alla raccolta Casa e campagna (1909-1910), confluita poi nel Canzoniere e fu tradotta in quasi tutte le lingue d’Europa. Talmente intensa ed espressiva, da lasciare nel lettore un senso di religioso sgomento. Riporto il testo della poesia La capra Ho parlato a una capra./Era sola sul prato, era legata./Sazia d’erba, bagnata/dalla pioggia, belava./Quell’uguale belato era fraterno/al mio dolore. Ed io risposi, prima/per celia, poi perché il dolore è eterno,/ha una voce e non varia./Questa voce sentiva/gemere in una capra solitaria./In una capra dal viso semita/sentiva querelarsi ogni altro male,/ogni altra vita.//

Il giorno dopo… da un’angolazione rosa!

Trump se n’è andato e Biden si è insediato. Senza spargimento di sangue: bene! Auguro buon lavoro a lui e a tutta la squadra, che comprende molte donne, in primis la vice presidente Kamala Harris, bella donna di origini giamaicane, vestita di viola, il colore delle suffragette. Bella persona anche Jill, la moglie del Presidente, vestita di celeste, che continuerà a fare l’insegnante. Ho rivisto volentieri Michelle Obama, di rosso scarlatto vestita… e ho apprezzato l’interpretazione canora di Lady Gaga. Ma la presenza femminile che mi ha commosso è stata quella dell’attivista (ha già parlato ad eventi pubblici) e poetessa 22enne Amanda Gorman, che ha letto i versi “The Hill We Climb”, ispirati all’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio, durante la cerimonia. Dettaglio non trascurabile: da bambina, prima del successo scolastico, soffriva di disturbi del linguaggio. Afro-americana, sguardo intenso, empatica: una presenza bene augurante per affrontare i tanti problemi di un’America divisa. Biden ne è consapevole e chiede unità e concordia. La prima sfida è sconfiggere la pandemia, e poi tanto altro. Questo Presidente 78enne, il secondo cattolico dopo Kennedy, dal vissuto pieno di perdite e di sofferenze mi suscita tenerezza: deve avere un coraggio da leone per affrontare le tante prove che lo attendono. La partenza è avvenuta, carica di emozioni. E, come dice il proverbio, “Chi ben comincia è a metà dell’opera”. Auguri, Presidente!

Inauguration Day

Oggi 20 gennaio 2021, insediamento del 46esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden alla Casa Bianca, evento che sarà visibile in Italia a partire dalle 17, definito “surreale” dal quotidiano la Repubblica, causa covid e per quanto accaduto il 6 gennaio scorso. Sono state adottate misure draconiane, per evitare possibili episodi di contestazione. La parola draconiane mi richiama alla mente un personaggio conosciuto al Liceo classico, Dracone appunto, che sono andata a rivisitare. Dal suo nome, il termine draconiano viene utilizzato come sinonimo di severo, duro, spietato. Vediamo perché. Arconte (= magistrato) e legislatore di Atene, autore del primo codice scritto della città (forse datato 631 a. C.), è rimasto celebre per la sua estrema severità (neanche al tempo della polis aristocratica erano rose e fiori). In modo particolare mise per iscritto le leggi riguardo il diritto penale, per evitare faide legate agli omicidi. Fondamentale il distinguo tra delitto intenzionale, cui era comminata la pena di morte, e delitto involontario, che prevedeva l’esilio. L’unico omicidio permesso era quello di una donna infedele, aberrante anche se riferito al VII secolo avanti Cristo. Dracone stabilisce inoltre il principio della schiavitù per debiti, che può ridurre in schiavitù un aristocratico insolvente verso un popolare (provvedimento questo più comprensibile). Sintetizzando, fu il primo a parlare di “responsabilità personale”. Il suo codice fu poi sostituito da quello di Solone (VI secolo a. C.). Alla fine di questo preambolo, mi stuzzicano due domande: – Come esercitano la responsabilità personale i nostri parlamentari, in tempo di pandemia e di crisi politica? – Cosa hanno imparato, dai lontani tempi della Grecia classica, culla di democrazia? Ovvio che il quesito riguarda anche i politici della Comunità internazionale.

Discorso del Presidente Conte

Dall’aula del Senato, ho seguito stamattina le comunicazioni del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte sulla situazione politica italiana, per circa un’ora. All’inizio attentamente, poi mi sono spostata dalla cucina al ripostiglio dove ho acceso la radio per i canarini che, invogliati, hanno iniziato a cantare. Così alternavo il cinguettio dei miei pennuti con l’intenso discorso di Conte, che si sente essere avvocato, tendenzialmente prolisso anche se del tutto in buona fede. Del lungo discorso ho estrapolato alcuni punti: crisi inopportuna, marzo è già domani, Procida nuova capitale della cultura italiana, servono persone capaci di fare politica “la più nobile delle arti”, Recovery Plan (Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 gennaio), sforzo collettivo per la ripresa economica… per concludere citando il Presidente Mattarella, l’anima degli antichi Greci e la disponibilità a fare la sua parte. Un discorso onesto, a mio dire, anche se mi ha coinvolto di più l’intervento del senatore Ferdinando Casini, che apre la discussione successiva. Esordisce affermando che “Nessuno ha il pregio della infallibilità”. Come dargli torto? Oltretutto il Presidente del Consiglio si sta facendo le ossa sul campo, per di più minato e pressoché digiuno di esperienza. Ribadisco che non faccio politica e non ho una linea riguardo l’appartenenza a un preciso schieramento. Vado un po’ a naso, fidandomi più delle persone che dei programmi, con un sentore di disincanto verso le promesse esagerate. Certo era meglio evitare la crisi in tempo di pandemia, che picchia ancora duro. Mi auguro che avanti sera la situazione si chiarisca a favore di una ricomposizione e che a breve possiamo accantonare (si fa per dire) i nostri guai, per vedere cosa succederà alla Casa Bianca dove mi auguro che il passaggio di consegne avvenga senza colpo ferire.

Pizza e buonumore

Ieri era la Giornata Mondiale della Pizza ed era anche Sant’Antonio Abate, patrono dei pizzaioli (non lo sapevo), la cui Arte è stata riconosciuta dall’Unesco patrimonio culturale dell’umanità. La mia preferita è la pizza Margherita: una leggenda narra sia stata creata in onore della regina Margherita di Savoia, in visita a Napoli nel 1889 e che si ispiri alla bandiera italiana quanto ai colori. In Frasi, citazioni e aforismi sulla pizza consultati nel web, trovo utile segnalare i seguenti: La parola pizza ha un’etimologia che si perde nella notte dei tempi. Potrebbe derivare dal greco “pitta” che significa schiacciata o dal latino “pistus” che equivale al mattarello per spianare la pasta. (Gabriele Benincasa). Simpatica anche questa definizione: “La pizza è il nirvana di Pitagora! Un cerchio tagliato in triangoli, all’interno di un quadrato. (Anonimo) Fatta questa premessa, dico la mia. Non sono una patita di questa pietanza, che però ultimamente è entrata nelle mie grazie: perché è buona (merito di chi la fa) e perché mi fa stare bene (merito delle persone con cui la consumo). Peccato che l’ultima in compagnia l’abbia gustata circa tre mesi fa, per le subentrate limitazioni anti-covid e abbia mangiato l’ultima, in solitaria, la settimana scorsa. Per fortuna, in paese funziona l’asporto della Pizzeria Montegrappa e posso togliermi lo sfizio al bisogno. Il prodotto è sempre gustoso, pasta sottile e croccante come piace a me, magari addizionato di porchetta e filadelfia… ma condividerlo a un tavolo in piacevole compagnia è tutta un’altra cosa! C’è chi dispone di un forno a legna e fa la pizza a casa, come i miei amici Manuel e Martina, ma sono delle invidiabili eccezioni. Una volta ho provato anch’io, da cuoca negata, con risultati che si possono immaginare. Se Lucia mi offre l’opportunità di ripetere l’esperimento, ci sto… in attesa di tornare alle buone vecchie abitudini, con la ripartenza delle pizzerie ed il ritorno del buonumore!

Omaggio a Dante

Di domenica mattina mi piace seguire il programma PAESI CHE VAI… oggi dedicato a Verona ed al soggiorno che vi fece “Il divin poeta” Dante Alighieri, di cui ricorre il 700esimo anniversario della morte. Sempre utile rinfrescare le meningi, specie quando si tratta di personaggi di prestigio. Dei tre grandi del Trecento, da liceale la mia preferenza andava al Boccaccio – che tra l’altro è stato il primo biografo di Dante – seguito a ruota da Petrarca. Molto più facile leggere una novella del Decameron o immedesimarsi nell’atmosfera di una poesia del Petrarca che decodificare una terzina della Divina Commedia, capolavoro assoluto che non ha perso il fascino dell’avventuroso viaggio dentro di sé. È risaputo che le cose proposte a scuola hanno bisogno di tempi lunghi per essere metabolizzate. Ai miei tempi la lettura dell’Inferno mi accompagnò in prima liceo, mentre in seconda e terza dovetti “sorbirmi” le altre due Cantiche, con tutta la dovizia di spiegazioni: una modalità rigorosa ma opprimente, almeno per me. Da adulta l’atteggiamento si è ammorbidito, apprezzando di Dante anche le altre opere scritte: il DE MONARCHIA, che riassume il suo pensiero politico, la VITA NOVA, una sorta di autobiografia, il DE VULGARI ELOQUENTIA, scritto in latino ma per conferire più dignità al volgare italiano. E non è mica finita qua… perché il nostro scrisse altro, anche RIME! A me però intriga la sua vita di esule (oggi diremmo immigrato) costretto per beghe politiche ad abbandonare Firenze e a bussare a svariate porte, così da scoprire “quanto sa di sale lo pane altrui” (Paradiso, Canto XVII) e infine morire a Ravenna, dove sono custodite le sue spoglie. Insomma, credo proprio che sia doveroso ricordare ed omaggiare il padre della Letteratura Italiana.