Tra i saluti che ricevo al mattino tramite Whatsapp, uno inneggia al martedì grasso, con tanto di mascherine e stelle filanti… Già, siamo all’ultimo giorno di Carnevale, non me ne ero accorta (al netto di frittelle e crostoIi, che non sono i miei dolci preferiti). Mi pare di essere sprofondata in un clima quaresimale da quasi un anno! E c’è chi lo percepisce più ansiosamente di me. Esemplifico: domani a mezzogiorno consumerò un menu turistico (pranzi dal martedì al venerdì) in paese, all’hotel Montegrappa, in buona compagnia di Lucia e Manuel. Ho esteso l’invito ad un’altra conoscente, che solleva dubbi di assembramento. Faccio notare che si mangia bene, la sala è grande e potremo distribuirci su due tavoli. Risposta: verrà a prendere il caffè! Se tanto mi dà tanto, albergatori, ristoratori, pizzerie e tutta la catena del gusto avrà da sopportare il biblico periodo delle sette vacche magre (Genesi). E pensare che la nostra cucina è famosa nel mondo ed era attrattiva per i giovani in cerca di una stabile e remunerativa occupazione! Ci aveva pensato anche mio figlio, che poi ha fatto scelte diverse (ed è comunque a casa, come tanti altri giovani). Che dire? Andrò a mangiare con il cuore in gola, perché ho bisogno di uscire e scambiare quattro chiacchiere… ovviamente abbassando la mascherina solo per mangiare. Al gestore farà piacere vederci e noi faremo girare sommessamente l’economia. In attesa che il vaccino faccia la sua parte e ci restituisca almeno un pezzettino dell’altra lieta vita.
Autore: Ada Cusin
Amarillys, uno spettacolo atteso pazientemente…
In spagnolo “aspettare” si dice “esperar”, perché in fondo aspettare è anche sperare. Così recita un messaggio giunto via Whatsapp, che corrisponde al buongiorno mattutino, interessante se fa riflettere. È quello che è successo, aspettando che il bulbo di Amarillys, messo a dimora a Novembre, desse i suoi frutti: tre magnifici fiori rossi, sbocciati ieri, una meraviglia! Sottolineo tre, che si considera numero perfetto (perché rinvia alla Trinità, se ricordo bene, ma anche per altri motivi). Dante, di cui ricorrono i 700 anni dalla morte, sul numero tre e i suoi multipli ha costruito tutta la Divina Commedia. Il rosso non è il mio colore preferito, ma in questo caso i petali sembrano velluto. Ma ritorno sul tema dell’attesa, che implica anche pazienza, alquanto invocata in questi quasi dodici mesi di pandemia. Mi auguro davvero che si possa recuperare un po’ di libertà di movimento, coniugata con molta attenzione, perché la strada da fare è ancora lunga e dissestata. Mi ispiro alla natura, che riesce a dare frutti meravigliosi insperati. Il bulbo di Amarillys mi ha fatto compagnia in studio, davanti al computer tra la lampada e la fotocopiatrice. Ne spiavo ogni giorno gli impercettibili cambiamenti, che si sono palesati negli ultimi venti giorni. Se potesse parlare, il fusto reggente le tre splendide corolle, potrebbe ampiamente raccontare i miei umori di scrittrice e di poetessa, descrivere il caos sulle due scrivanie, informare sui miei gusti musicali… eccetera. Da parte mia, quando sto con i gatti e i fiori, sono in ottima compagnia.
San Valentino
Amor vincit omnia (L’amore vince su tutto) è una frase del poeta latino Virgilio, sopravvissuta ai secoli e ancora ampiamente usata: perché romantica e rassicurante. Quanto veritiera, dipende dal contesto e dai protagonisti. Anche in questo ambito non sono un’esperta, diciamo che ho delle intuizioni. Esclusa la cotta che presi a 13 anni per il prof di inglese, mi sono innamorata un paio di volte. Col senno di poi, dico meno male perché era un sentimento così totalizzante da impedirmi di provare emozioni parallele. Da adulta, in età non più green, apprezzo la varietà delle nuance in cui si può estrinsecare l’amore, ampiamente inteso: per la natura, gli animali, l’arte, la musica, la poesia… da condividere con persone care, non necessariamente congiunti. Ricordo che a scuola, anni fa il giorno di san Valentino, uno studente gentile regalò un fiore disegnato con le sue mani alle compagne di classe e trovai il gesto molto romantico, perché ci aveva messo del suo. Fiori e cioccolatini (con la frase zuccherosa racchiusa nella pralina) sono fuorvianti, anche se possono far piacere. Sull’argomento sono stati versati fiumi d’inchiostro, stese trame di romanzi, scritte canzoni, per non parlare degli specialisti che si occupano degli effetti collaterali delle pene d’amore. Consiglio di leggere la poesia “Ho bisogno di sentimenti” di Alda Merini. Credo che ognuno dia all’amore uno spazio personale, a seconda della scala dei propri valori, anche in relazione agli eventi che gli capitano. Un po’ di casualità e di mistero non guastano. Magari i santi aiutano…
Avanti, Italia!
“Che la bellezza sia il vero motore dell’economia” è l’auspicio di Dario Franceschini, riconfermato Ministro della Cultura nella nuova composizione del Governo Draghi. Anche il Ministro della Salute, Roberto Speranza è stato riconfermato. Seguo in tivu mentre faccio le polpette, e può sembrare poco rispettoso, ma il sabato è un giorno intenso, ho fame e non ho il cuoco. Simpatico il passaggio di consegne, tramite la campanella, che fa tanto scuola… speriamo che questa trascurata agenzia educativa tragga vantaggio dal cambio di governo. Il neo presidente Mario Draghi avrà il suo bel daffare. Vengono tributati gli onori, come da protocollo, al presidente uscente Giuseppe Conte, che domani potrà festeggiare san Valentino insieme con la sua compagna (se crede). Non è facile districarsi in un Paese tanto complesso come il nostro, sebbene altrove non sia un eden. Non sono esperta in materia e non vorrei essere nei panni di Draghi, cui auguro di riuscire nell’arduo compito di riassestate la nazione, in tempo di pandemia. Qualcuno ha fatto notare che oggi è il 13, numero scaramantico… speriamo in positivo. l’Italia è chiamata Il Belpaese, perché effettivamente lo è. Di questo sono persuasa. Importante che la convinzione sia condivisa e ci consenta di godere delle bellezze naturalistiche, artistiche e di qualsivoglia genere in pace.
Sollecitudine, che bella cosa!
Sarà capitato a tutti di spazientirsi durante una coda alle poste o davanti a un computer capriccioso che talvolta allunga le pratiche anziché snellirle. Ieri mi è capitato un fatto in controtendenza, che merita di essere segnalato, per l’immediatezza della risoluzione. Ho necessità di contattare una persona che non conosco, giornalista a Il Resto del Carlino: siamo stati entrambi, quasi mezzo secolo fa, studenti dello stesso compianto insegnante e preside Armando Contro, alla cui memoria sto per dedicare un’opera, ricorrendo a breve il primo anniversario della morte. La tecnologia mi viene in aiuto perché trovo in Internet Alberto Crescentini e altre informazioni, tra le quali il numero di telefono, che tengo come ultima chance per non disturbare. Preferirei scrivergli una mail per chiedergli ciò che mi serve: un ritratto dell’uomo di scuola, preside dei Licei Serpieri e Einstein di Rimini, da inserire quale testimonianza del mio memoriale. L’indirizzo informatico mi sfugge, così azzardo la telefonata, con presentazione e richiesta. Dove sta la sorpresa? Dopo quaranta minuti mi arriva la mail intitolata “Ricordo di Armando Contro”: simpatico, cordiale, reverenziale. Tutto gratis… et amore Dei, mi suggerisce una vocina interiore. Non sono avvezza alle gentilezze e nemmeno alla sollecitudine. Ma è un conforto quando succede, a dipanare i grovigli di un’epoca complessa e di tempi difficili.
La storia si ripete
Nel post di ieri, dedicato al Giorno del Ricordo, ho parlato di profughi, protagonisti della toccante canzone “1947” di Sergio Endrigo, cantautore apprezzato e amato per tanti altri brani. Scorrendo il quotidiano, oggi mi imbatto di nuovo nella parola profugo, a proposito di un fatto di cronaca successo a Mareno di Piave (TV) che avrebbe potuto trasformarsi in cronaca nera. Sintetizzo l’accaduto. Un autista proveniente dalla Bosnia scarica dei bancali in un agriturismo. Il gestore si accorge di rumori all’interno del carico e scopre un ragazzo tra i 20 e i 30 anni, intirizzito e senza documenti, di provenienza irakena, partito da tanto lontano in cerca di… un posto al sole, verrebbe da dire, se non suonasse ironico in pieno inverno e per le condizioni del viaggio. Prima ancora di sapere come andrà a finire, auguro a questo profugo coraggioso di rimettersi in forze e di poter realizzare almeno parte dei suoi sogni. Mi complimento con chi lo ha segnalato alle forze dell’ordine, per impedirgli ulteriori sofferenze e ai militari che lo hanno accolto e rifocillato. Penso alle pene sofferte dai nostri emigranti agli inizi del ‘900, alla fame, a quando eravamo noi a dover espatriare con la valigia di cartone… Sergio Stefani, un mio zio materno, scelse l’Argentina che divenne la patria adottiva dove morì: arricchito, ma disamorato nei confronti dell’Italia che non offriva alternative alla fame e alla disoccupazione dell’immediato dopoguerra. Mia nonna Adelaide morì senza poterlo rivedere (nel 1937 aveva perso a causa del tifo due figlie poco più che adolescenti). Sono passati più di settant’anni e la storia si ripete, variando il posto e la carnagione delle persone. Qualcosa non mi torna, a proposito del detto “Storia maestra di vita” (il pensiero è di Cicerone, che faceva l’avvocato e perciò abbondava di parole). Nella migliore delle ipotesi, mi sa che gli alunni, se ci sono (Gramsci non ci credeva) stentano ad apprendere la lezione.
Giornata del Ricordo
10 febbraio Giornata del Ricordo, istituita nel 2004 per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo della popolazione di origine italiana dai territori dell’Istria e della Dalmazia, a seguito della Seconda Guerra Mondiale. Tragedie per tanti anni nascoste, tanto che ne sentii parlare da adulta. Proposi il tema, dolorosissimo, a scuola, nell’ultima parte del mio servizio. Con le classi terze andammo al Sacrario di Basovizza (Trieste), luogo simbolo della tragedia degli infoibati (tra 5000 e 15000 vittime). In preparazione all’uscita di studio (non gita) facevo sentire la canzone intitolata “1947” di Sergio Endrigo, più efficace di tanti discorsi sulla tragedia dell’esodo che ha riguardato migliaia di profughi. La voce morbida del cantautore, che era di Pola, fa intuire il disagio e le emozioni di chi fu costretto a lasciare la propria terra, se non voleva essere infoibato, cioè scaraventato nelle voragini della terra. Il tema dell’albero, simbolo della vita, si concentra nel ritornello dove traspare il desiderio del profugo: “Come vorrei essere un albero che sa/Dove nasce e dove morirà/” Oggi se ne parla, anche a scuola. La musica civile, come il teatro impegnato (il Magazzino 18, di Simone Cristicchi) e altre forme espressive mantengono viva la memoria delle foibe e degli esuli. Perché non succeda mai più!
Luci e ombre del digitale
Oggi è la Giornata Mondiale della Sicurezza in Rete. Istituita nel 2004 dall’Unione Europea è celebrata contemporaneamente da 150 Paesi, per promuovere un utilizzo consapevole delle tecnologie online. Internet è diventato il luogo dove i ragazzi trascorrono molto tempo della giornata, per necessità (scuola a distanza) e per scelta. Il 7% degli adolescenti italiani trascorre in media quattro ore al giorno davanti a un monitor. Mentre consumo il cappuccino in cucina, seguo con un occhio il vecchio cane che si accosta alla ciotola e l’altro ai fatti del giorno. Sento parlare di “Etica digitale”: mi pare una buona cosa abbinare la parola etica alla rete. Non sono un’esperta del settore e non ho sperimentato la didattica a distanza, di cui mi parlano le colleghe in servizio. Mio figlio ha compiuto 32 anni, usa il computer per lavoro (quando lavora) e spero non ci giochi. Nell’eventualità, mi auguro limiti il tempo. Del resto anch’io, ogni tanto faccio le parole crociate online, ma era assai più piacevole quando le facevo in compagnia, con matita e gomma da cancellare sottomano. Obiettivamente non si può negare che la rete faccia anche comodo e riduca i tempi per molti servizi: ad esempio, per avere una ricetta non serve più andare nello studio medico. D’altro canto apre le porte a molti sprovveduti, soprattutto minori, ignari del pericolo che si cela dietro un’immagine accattivante. Anche la Rivoluzione Industriale, al suo esordio ebbe accaniti contestatori. Il mio compianto professore di Italiano (a cui dedicherò a breve una mia opera) assegnò una traccia illuminante a riguardo: “Luci e ombre della Rivoluzione Industriale”. Con l’opportuno aggiustamento, credo sia realistico parlare di luci e ombre della Rivoluzione Digitale.
Fiori e Arte
La vista su un balcone pieno di fiori: giacinti bianco e rosa, primule in tono, ciclamini sul lilla, helleboro rosa che guardano un giardinetto sottostante dove occhieggiano delle roselline… il tutto a febbraio, meraviglioso! Sono a pranzo da Maria Pia. Ha apparecchiato la tavola con la consueta cura, aggiungendo come tocco finale un mazzolino di narcisi da giardino che poi mi dona, precisando che fioriscono a gennaio! La mia memoria era rimasta alla fioritura di maggio, quando mio padre mi aveva immortalato, bambina, tra i narcisi del Monte Tomba (ora è proibito raccoglierli). In una giornata grigia e piovosa, trovarmi in un’oasi rosa è un piacere imprevisto, la cui onda lunga mi accompagna. Il pranzo è accurato, la conversazione tutt’altro che frivola: parliamo dei rapporti generazionali, di alimentazione, di animali… e di quanto è importante per ognuno essere creativi, coltivare una dote. Anche senza fare dei corsi! Poi prende la foto di un signore, ora mancato, che viveva da solo e sapeva fare di tutto, non con la puzza sotto il naso, bensì col sorriso sulle labbra. Personaggi mitici, creature fantastiche in era digitale. Arte, artigiano… che belle parole! Rammento che a casa mia, sull’anta interna di un pensile della cucina penzola la vecchia pagina di un quotidiano, con l’immagine di una scimmia (tanto per ricordarci da dove veniamo) sovrastata dalla scritta: Se non fosse per l’arte l’uomo sarebbe una bestia. Non solo quella custodita nei musei, ma quella a portata di mano, a cui possiamo attingere semplicemente con un po’ di buon gusto.
Giornata grigia e cronaca nera
Tra le notizie di cronaca nera che leggo o sento, quelle che trovo sconvolgenti sono di ambito familiare: padri che ammazzano i figli, figli che ammazzano i genitori. Senza entrare nel merito del caso di cui si parla da giorni, relativo alla sparizione di una coppia di genitori, si teme per mano del figlio, mi interrogo sul ruolo genitoriale oggi. Posto che educare rimane una delle tre arti più difficili (insieme a sanare e a governare), suppongo che sia stato difficile sempre, però nell’era della famiglia ridotta o addirittura costituita da un solo elemento, ho il sospetto che sia almeno più complesso: nella società dell’immagine pesa mettere in piazza problemi privati, comportamenti patologici o… mele marce che rovinano il contenuto buono del cesto. Se è successo quello che si teme, mi auguro che la madre non si sia resa conto di morire per mano del figlio, e altrettanto per il padre. Viceversa, non riesco a immaginare l’abisso di terrore e di sgomento che può averli annientati. Conosco persone che soffrono per non aver avuto figli, e altre che soffrono a causa dei figli. Forse la nostra cultura occidentale ci impedisce di affrontare con leggerezza il distacco dalla prole, che in natura avviene senza patemi d’animo. Mi interrogo spesso sul ruolo del genitore, come pure su quello di figlio, sperimentati entrambi e ammetto che non è stata una passeggiata, né in un caso né nell’altro… ma almeno uno dei due ruoli è stato una scelta, assunta con coraggio e una punta di presunzione che sarebbe andato tutto bene. Poi la vita scompiglia un po’ le carte e ti sorprende, perché certi atteggiamenti non ti pare di meritarli. Ma il giudizio definitivo sull’operato di un genitore, sarà il tempo a darlo. Peccato che arrivi tardi.
