Instabilità

Oggi sono senza argomenti, o meglio ce ne sarebbero diversi di attualità, ma tutti sulla cronaca nera o giù di lì, perciò preferisco evitare. Anche il tempo lascia a desiderare: stamattina era discreto e ora si è annuvolato. Può essere che piova anche oggi, già gocciola! Stamattina ho sentito tirare in ballo un proverbio che avevo dimenticato: “Se piove il dì dell’Assenza (Ascensione) per quaranta dì no semo senza”, non so quanto scientifico… ma pare che ci azzecchi! L’erba cresce rapidamente e si consolano gli allergici che, grazie alla pioggia starnutiscono di meno. I meteoropatici come me si intristiscono, perché hanno bisogno della luce e del calore. Avevo tolto una coperta dal letto e ho dovuto rimetterla, ieri sera ho pure riacceso la stufa. Sogno il mare a occhi aperti, e l’atmosfera di distensione che regala. Incrocio le dita e chissà che alla fine di giugno (quando si compiranno i fatidici 40 giorni) possa tornare a Bibione, in compagnia di Lucia e Adriana, che ha bisogno di ossigenarsi più di me! Nel mentre non mi resta che adattarmi alle bizze del tempo, magari paragonandole a quelle degli adolescenti, di cui non ho più la responsabilità diretta. A proposito di proverbi legati al tempo, ho sentito dire spesse volte che “Il tempo è rimasto scapolo per fare quello che vuole”, il che non è proprio una promozione per le coppie fisse. Chissà se il buontempone che l’ha inventato era coniugato o meno… mi pare di percepire una sorta di invidia per chi è libero da vincoli… la mente potrebbe anche essere una donna! Mentre sto concludendo il mio post, intravedo tra le nuvole una certa luce: vuoi vedere che tra un paio d’ore uscirà il sole?

Karol Wojtyla

Quarant’anni fa l’attentato a Karol Wojtyla (18 maggio 1920 – 2 aprile 2005), allora Papa Giovanni Paolo II, oggi Santo. Ma non voglio parlare del 13 maggio 1981, né del Santo Padre. Mi limito a dire che ho molto ammirato l’uomo Karol: poliedrico, sportivo, amante del teatro e pure scrittore, amico dell’allora Presidente della Repubblica Italiana, il socialista Sandro Pertini. A scuola ho dettato ai miei studenti una sua poesia che Egli dedicò alla madre morta, intitolata SULLA TUA BIANCA TOMBA, che mi colpì allora e continua a procurarmi emozione, perché si intuisce l’amore struggente del figlio per la madre, che va oltre la morte. Tra l’altro, l’autore rimase orfano della madre Emilia Kaczorowska (1884 -1929), alla tenera età di nove anni. Quindi, nonostante il titolo faccia pensare alla morte, la poesia è piena di tenerezza e di “fiori bianchi della vita”, come si evince dal testo che riporto sotto, a giusto riconoscimento del merito letterario del Grande Uomo: Sulla tua bianca tomba, di Giovanni Paolo II Sulla tua bianca tomba/sbocciano i fiori bianchi della vita./Oh quanti anni sono già spariti/senza di te – quanti anni?/Sulla tua bianca tomba/ormai chiusa da anni/qualcosa sembra sollevarsi:/inesplicabile come la morte./Sulla tua bianca tomba,/Madre, amore mio spento,/dal mio amore filiale/una prece:/A lei dona l’eterno riposo//.

A Mia Martini

Accadde come oggi: il 12 maggio 1995 moriva Mia Martini (nata a Bagnara calabra, il 20.09.1947). Per dire quanto sia presa da questa immensa cantante, rubo le parole di Fabrizio De André che un giorno si definì: “innamorato totale della sua arte e della sua umanità”. E Mimì ne aveva di estimatori: Charles Aznavour, Ivano Fossati, Pino Daniele, Paolo Conte… ma anche malelingue che seminarono dicerie sul suo “portar jella” che bene non le fecero, tanto che nei primi anni Ottanta decise di ritirarsi dalle scene. Dopo un’assenza di quattro anni, per fortuna ritornò, ma la vita fu un alternarsi di emozioni forti, fino al decesso, che l’autopsia attribuì a overdose di cocaina. “Per fortuna il suo talento dolente e intenso è rimasto qui, nei suoi dischi” (Mina). Ho visto e apprezzato il film sulla vita della cantante, intitolato Io sono Mia (2019), interpretato magistralmente da Serena Rossi. Anche il tormentato rapporto con il padre me l’ha resa cara, ma soprattutto l’interpretazione intensissima delle sue canzoni, dove dava l’anima. Se non sbaglio, a proposito qualcuno l’ha definita la Edith Piaf italiana. A completamento, era di una bellezza mediterranea avvincente, avvolta in abiti raffinati. Nel mio precedente libro Tempo che torna, titolo l’ultimo episodio a pag. 116 PENSIERI VANNO E VENGONO, LA VITA È COSÌ, che è il verso finale della canzone Minuetto, uno dei suoi tanti successi. A proposito di successo, mi viene da comparare la sua vita a quella di Napoleone, pur con le debite differenze: dall’alto al basso, dalla gloria alla dimenticanza, dalla gioia al dolore. In fondo Mimì, alias Domenica Rita Adriana Bertè voleva solo esprimere la sua anima.

Stasera, assegnazione dei David di Donatello

Saranno assegnati questa sera i David di Donatello, come dire serata destinata al grande cinema, che per fortuna sta per ripartire. Uno dei film in concorso è Volevo nascondermi, con il grande Elio Germano che interpreta Ligabue. È stato l’ultimo film visto l’estate scorsa, prima dello stop causa riemersione della pandemia. Conoscevo abbastanza la vicenda umana del pittore naif Antonio Ligabue (Zurigo, 18.12.1899 – Gualtieri, 27.05.1965), la cui madre, Elisabetta Costa, era originaria di Cencenighe Agordino (BL), il che lo rende un po’ veneto. Affidato dalla madre a una coppia di svizzero-tedeschi, rimarrà con loro fino ai vent’anni e questa “permanenza” lo segnò profondamente. Grazie all’incontro con Renato Marino Mazzacurati apprende l’uso dei colori a olio, dedicandosi quindi alla pittura e alla scultura. La vita da manovale o bracciante sulle rive del Po comincia a farsi meno errabonda, ma deve combattere con ricoveri in ospedale per problemi fisici e psichici. La solitudine e il dolore sono il nutrimento della sua arte, dove prevalgono gli animali, sia domestici che esotici, in stato di quiete o di tensione, rappresentati anche in scultura. La sua vicenda umana e artistica ricorda quella di Van Gogh, che però fu sempre sostenuto dal fratello Theo. Stasera in diretta su Rai1 dalle 21.25 Carlo Conti conduce la 66esima edizione del Premio. Tra i 23 film italiani in concorso c’è Volevo nascondermi, con 15 nomination: a mio modesto avviso, le merita tutte!

Il primo magistrato Beato

In camera, tra foto di fiori e gatti ho un poster dei giudici Falcone e Borsellino che mi ero procurato dopo la strage di Capaci. Avevo fatto stampare la foto dei due servitori dello stato su due t-shirt, una per me e una per mio figlio che allora aveva quattro anni. A farmi compagnia, sul comodino di frassino c’è una sottile madonnina di legno e diversi settimanali sulle stragi di Palermo che non ho avuto il coraggio di togliere. La simpatia e la pietà per le vittime delle mafia era e rimane viva. Oggi si accresce con la figura del giudice Rosario Livatino, alias giudice ragazzino, assassinato ad Agrigento il 21 settembre 1990, a 37 anni. Questa domenica (ieri) la chiesa lo proclama Beato. Essendo nato nel 1952, se fosse vivo, sarebbe ancora in servizio e chissà quante situazioni avrebbe sbrogliato, quanti malavitosi avrebbe consegnato alla giustizia, quanti pericoli avrebbe scampato. Però un miracolo l’ha compiuto – ovviamente parlo da laica – se uno dei suoi assassini ha testimoniato a suo favore. Non conosco l’iter che la Chiesa segue per elevare agli altari persone di merito, ma sono sicura che non si tratta di una passeggiata e il giudice Rosario Livatino aveva la mia stima da prima, legata anche al film che era stato realizzato sulla sua vicenda. Mi piace riportare una frase che gli era cara e che la dice lunga sulla sua profonda spiritualità: “Quando moriremo nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”.

9 maggio 2021

Seconda domenica di maggio: festa della mamma e compleanno della mia amica Nadia. A tutte le mamme un abbraccio ideale, soprattutto a quelle che non ci sono più e a quelle che, colpite dalla sventura sono rimaste da sole. Alla mia amica di gioventù, oggi affermata odontoiatra in quel di Bassano voglio fare una sorpresa, condita di riflessione. Sto osservando la foto di noi due una quarantina d’anni fa: capelli e sorrisi, frange e mani curate, fiori nei vestiti perché era anche il periodo dei figli dei fiori, se non ricordo male. Chissà cosa ci spinse a posare in uno studio fotografico, dato che la foto è rimasta privata, chiusa in una cartellina con l’elastico per tanto tempo. Ora che mi è tornata tra le mani, mi interrogo sulla giovinezza, su ciò che eravamo… su ciò che è rimasto e chi siamo oggi. Premetto che sto alla larga dalla nostalgia, per me il meglio deve sempre arrivare… al massimo mi prende un po’ di malinconia, se penso che certe situazioni sentimentali avrebbero potuto andare diversamente. Ad esempio noi, io e Nadia, ci scriviamo, ci sentiamo, ma ci frequentiamo raramente. Il che mi lascia stupita, se penso alle premesse della nostra intensa amicizia, iniziata sui banchi del liceo classico. Nel mentre, ognuna ha costruito il suo percorso, con le barriere di protezione e le ancore di salvezza. Io sono diventata insegnante, com’era palese e madre single, come non era scontato. Oggi perciò è anche un po’ la mia festa, oltre che il tuo compleanno, Nadia: un elemento che ci unisce, oltre le distanze. Nella lieta Firenze farai un pieno di Arte che arricchisce la vita e ci rende belle dentro. Comunque, osservando la foto in bianco e nero, i miei capelli sono rimasti ed anche il tuo sorriso!

Tragedia evitata… per un capello!

Come di consueto, il sabato mattina vado dalla parrucchiera che si prende cura della mia chioma. Credo di essere la cliente in età non più evergreen con i capelli lunghi, raccolti però sulla nuca come si conviene a una signora della mia età ed anche perché così più facili da “gestire”. Da ragazza li tenevo sciolti sulle spalle, il che mi dava un senso di libertà, che provo tuttora quando in privato li libero dall’elastico. Mi piacciono le onde, come ben sa Lara, mentre rifuggo dai ricci. Il tema può sembrare frivolo, ma stamattina è legato al drammatico caso di cronaca, capitato pochi giorni fa ad una operaia 34enne, in un calzaturificio di Casella d’Asolo: impigliata per i capelli nel rullo di un macchinario che le ha strappato il cuoio capelluto, è tuttora ricoverata in gravi condizioni ma non in pericolo di vita. Poteva essere un altro caso di morte sul lavoro, come troppi se ne sentono, fortunatamente scongiurato per il pronto intervento dei colleghi, accorsi alle urla. Sono in corso gli accertamenti del caso. Non sono in grado di esprimere giudizi. Mi conforta che la tragedia sia stata evitata. Penso che i capelli, dotazione di una persona, di solito usati per abbellire la propria immagine, nel caso odierno hanno procurato alla malcapitata dolore e un danno esteticamente rilevante. Anche se “A tutto c’è rimedio, fuorché all’osso del collo”.

Sulla proprietà intellettuale

Sulla proprietà intellettuale non ho le idee chiare. Penso sia paragonabile a una specie di diritto d’autore per chi scrive e pubblica, ma molto più ampio. Comunque sia, mi sembra una buona cosa che il presidente americano Joe Biden prometta l’accesso libero ai brevetti di Pfizer, Moderna, Johnson e Johnson, anche se questa liberalità va contro gli interessi delle industrie farmaceutiche. Quand’anche si realizzasse l’accesso libero ai vaccini su scala mondiale, per fabbricare vaccini su vasta scala servono macchinari, manodopera qualificata, accesso agli ingredienti di base, know how… perché “Il vaccino non è come la torta della nonna”, dice Guido Rasi, ex direttore dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema). Nell’intervista pubblicata su la Repubblica di oggi, mi colpisce molto quest’altra sua affermazione: “Al momento somministrare il vaccino costa il doppio rispetto a produrlo” e penso alle persone che disertano gli hub, come dai titoli a pag. 7 dello stesso quotidiano. Lungi da me puntare il dito, però sono evidenti le contraddizioni che accompagnano la campagna vaccinale, che ci mette a disposizione un vaccino anti-covid, realizzato in tempi record: la zattera su cui salire per allontanarci dalla pandemia. Come precisato in un post precedente, tre giorni fa mi è stata iniettata la prima dose di AstraZeneca, con richiamo a fine luglio. Non ho registrato alcun effetto collaterale negativo… anzi mi sono alleggerita del peso di essere un inconsapevole untore. Tra una decina di giorni mi muoverò con più autonomia, senza smettere i raccomandati presidi di salvaguardia. Le ferie estive appartengono a qualche momento del passato. La mia vera vacanza sarà godere del bene incommensurabile della Salute, da condividere con gli altri.

Oggi, letteratura

Ieri era il bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte. La notizia della sua fine in solitudine, dopo tanta gloria, suggerì al Manzoni l’ode Il cinque maggio, che ebbe un successo grandissimo. Arcinoto il romanzo I promessi sposi, ambientato in Lombardia tra il 1628 e il 1630, preferisco considerare Ermengarda, un personaggio della tragedia Adelchi, che a mio dire offre spunti di attualità, pur in contesto storico differente. Figlia del re dei Longobardi Desiderio, viene ripudiata come sposa da Carlo Magno nel 771, entrato in guerra contro i Longobardi, col pretesto che non riusciva a dargli un erede. In estrema sintesi, si tratta della vicenda umana della principessa longobarda, sorella di Adelchi, durante la caduta del regno longobardo in Italia, a opera dei Franchi, nell’VIII secolo. Da donna, mi sono interessata alla figura di Ermengarda, disperata per essere stata ripudiata dall’amato sposo “per ragioni di stato”. Merito certo di come me ne aveva parlato al liceo il mio compianto professore di Italiano Armando Contro. I versi del coro “Sparsa le trecce morbide/su l’affannoso petto,/lenta le palme, e rorida/di morte il bianco aspetto,/giace la pia, col tremolo/sguardo cercando il ciel”, si sono impressi nella mia mente – e non solo – restituendomi l’immagine di una eroina, sacrificata per logiche politiche. Facendo due calcoli, considerato che Ermengarda muore 22enne nel 776, ha patito cinque anni d’inferno nel monastero della sorella, fondato a Brescia per volontà del padre Desiderio. Il Manzoni paragona la morte della donna al sole che tramonta, colorando di rosso il cielo, simbolo di buon auspicio. Non proprio un femminicidio, ma quasi, dato che Ermengarda per il rifiuto del coniuge muore: un dramma d’amore d’altri tempi, con la dimensione autodistruttiva della passione. Non per niente l’opera che ne parla, rappresentata in prima assoluta a Torino nel 1843 è una tragedia. Grande il Manzoni che ha spaziato tra vari generi e che riesce ancora a emozionarci.

India, il buco nero dei vaccini

Durante il mio servizio scolastico, ho avuto degli alunni stranieri, com’è normale che sia, alcuni nati in Italia ed altri giunti da altri continenti. Quelli che mi hanno lasciato un bel ricordo per voglia di apprendere e gentilezza sono indiani. Tant’è che con Annu, ora sposata e residente in Canada, sono tuttora in contatto. L’anno scorso mi ha mandato il bellissimo video delle sue nozze, e attendo che a breve si laurei: era previsto in Italia, ma causa pandemia il percorso di studi si completerà laggiù online. Annu aveva lasciato il segno anche in sede d’esame di terza media, parlandoci con eleganza della cultura indiana ed esibendo un coloratissimo sari. Sentire per televisione che in India la situazione pandemica è grave, mi rattrista molto: non solo per la simpatia che nutro verso il popolo indiano, ma anche per l’assurdità di sapere che l’immensa nazione (settimo stato al mondo per superficie e secondo per abitanti, circa 1 miliardo e 400 milioni) produce una gran quantità di vaccini… e non ha i mezzi per contrastare la drammatica situazione sanitaria, che falcia vittime anche tra i più giovani. Vedere certe immagini, come quella delle pire in serie che bruciano cadaveri in piazza, non necessita di commenti. Mi fa pensare anche alla situazione economica di altri stati, che hanno materie prime di cui non possono godere, perché sfruttate da altre nazioni. Come dire: “Chi ha il pane non ha i denti e viceversa”. Conosco i genitori di Annu, brave persone, integratisi da tempo nella comunità locale. Annu è trasvolata in Canada perché il marito, indiano, viveva là. Sarebbe fantastico che fosse l’amore il motore degli spostamenti. E non l’urgenza economica o altre tragedie.