Quando si dice… invadenza della fatalità: tra tante notizie di cronaca luttuosa ne segnalo due: la morte dell’imprenditore dolciario Alberto Balocco, 56 anni, colpito da un fulmine insieme con un amico, mentre percorreva in bici la zona dell’Assietta, nel Torinese e la morte della piccola Lavinia, 7 anni, travolta da una statua di marmo in giardino, mentre era in vacanza in Germania, a Monaco di Baviera. In entrambe le situazioni, la parola vacanza si congiunge con la parola morte, in una sorta di calamita perversa che non lascia scampo. Provo cordoglio per entrambe le vittime: ammirazione per l’industriale, capo di una grande famiglia e padre di tre figli, stupore e turbamento per la piccola Lavinia, strappata alla vita sotto gli occhi dei genitori, per cui: “Sei e sarai sempre il nostro angelo, amore della nostra vita”. Mi mancano le parole per esprimere il disagio che provo anche a parlarne. Ma mi sforzo, per una sorta di omaggio pietoso che intendo riservare alle due vittime succitate, rappresentative di tante altre che appesantiscono la tremenda estate, si spera in via di dissolvimento. La parola più vicina al mio sentire è ‘sgomento’ che ha il suo contrario in ‘tranquillità’. Infatti, come rimanere tranquilli difronte a certi attacchi del destino? Bisognerebbe essere educati presto agli incerti della vita, non per rattristarci e vivere in uno stato d’ansia, bensì per apprezzarne ogni sfumatura, consapevoli che siamo come dei fili d’erba, efficace immagine di Blaise Pascal (Clermont-Ferrant, 19.06.1623 – Parigi, 19.08.1662) – filosofo – e matematico – scoperto in gioventù, che tuttora mi sostiene. Dopo vado a cercare in studio i suoi Pensieri. Eppure percepisco in giro frange di onnipotenza, come se la vita, unica e irripetibile ci fosse dovuta fino a cent’anni. Spero di sbagliarmi.
Autore: Ada Cusin
La meraviglia dell’arte
La vacanza culturale è quella che preferisco, magari comoda a due passi da casa. Succede stamattina quando vado a vedere, in compagnia della fidata Lucia la mostra a Possagno (ingresso stradone) dove espongono Mary Vardanega, Riccardo Cunial, Pierfrancesco Vardanega, fino al 4 settembre, IN OMAGGIO ALL’ ILLUSTRE POSSAGNESE ANTONIO CANOVA A 200 ANNI DALLA SCOMPARSA (1822-2022), come recita l’opuscolo illustrativo. Intanto mi permetto di dire che Canova sarebbe lusingato di avere compaesani artisti di tale levatura: le opere esposte parlano da sole, che si tratti del bellissimo Gesù scolpito nel legno di Pierfrancesco, oppure dei nove ritratti accolti nella stessa cornice di Riccardo, o ancora delle “Roe” di Mary che mi fanno pensare ai grovigli spesso menzionati da Noè Zardo, il mio amico pittore. Con Mary mi trattengo a parlare, incuriosita e affascinata dalla sua disponibilità alla conversazione che di per sé è già un dono. Sapevo che dipingeva, ma la ricordavo che suonava la fisarmonica, strumento che amo. Apprezzo la sua pittura energetica e realistica, che suscita emozioni. Le chiedo quando è emersa questa dote e mi risponde con un aneddoto: a scuola elementare le era assegnato un posto in fondo all’aula…per meriti, nel senso che disegnava soggetti vari, su richiesta della maestra, allertata dal suo talento! La vita non le ha risparmiato sorprese e dolori, anche fisici, ma lo spirito che emana questa cordiale signora con la chioma bianca e gli occhi azzurri è quello di una ragazzina, tuttora curiosa e innamorata della vita, in tutte le sue declinazioni. Confermato dalle significative parole, non a caso riservate all’ultima pagina del catalogo, quale confidenza: “La mia vita è amore, arte, musica”. Un progetto che è anche un invidiabile modello di vita.
Serata in musica
Grazie alla mia amica Lucia, che ama la musica e canta partecipo al Concerto I Tre Tenori – I Concerti della Rinascita I Luoghi della Bellezza – con l’Orchestra Sinfonica del Veneto diretta da Marco Titotto, nella Villa Barbaro di Maser, splendida cornice di un evento culturale che coniuga musica, letteratura, interpretazione, recitazione, architettura. Superfluo ricordare che la Villa è stata progettata e costruita da Andrea Palladio nel 1560 e contiene affreschi di Paolo Veronese. Dettaglio non trascurabile: lo spettacolo è gratis, grazie agli sponsor e al padrone di casa, Vittorio Dalle Ore. Arriviamo per tempo: da una strada laterale bordata di lumini che fanno anche atmosfera, raggiungiamo l’ingresso che superiamo verso il Ninfeo sul retro, luogo dell’evento dove abbiamo il piacere di rivedere una cara collega, Rossella con la madre, giunte da Treviso. L’evento era su prenotazione, in in breve tutti i posti a sedere sono occupati e la magia delle note ha il sopravvento. In programma ci sono quindici brani, esaltati dalle voci dei tre tenori Walter Fraccaro, Cristian Ricci e Miro Solman che sostituisce Fabio Armiliato. Tosca, Catilina, Pagliacci… O sole mio, Nessun dorma, sono i primi e gli ultimi del programma. A tratti sento Lucia sussurrare qualche passaggio vocale. Tra una esecuzione e l’altra, Federica Morello, la presentatrice legge versi di Dante e di Catullo che evocano dolci ricordi di scuola. L’Orchestra Sinfonica del Veneto, composta da più di quaranta strumentisti perfettamente armonizzati, è da sola un’attrazione unica. Emozionante e rivitalizzante concedersi il piacere dell’ascolto, in ampia compagnia. Peccato che l’intrattenimento finisca. In circa novanta minuti di spettacolo abbiamo ricaricato le pile per tutta la settimana. Grati agli organizzatori e orgogliosi del patrimonio culturale italiano.
Vittime della strada
Morire a 22 e donare gli organi. Succede a Roseto degli Abruzzi (Teramo), lei è Flavia Di Bonaventura, studentessa all’accademia di Belle Arti di Roma, descritta da tutti come “una giovane molto brava, con un talento per l’arte”, nipote del famoso pittore Riccardo Celommi. Mentre tornava a casa in bici con due amici coetanei, Flavia è stata investita da un automobilista di 34 anni, risultato positivo all’alcoltest e senza assicurazione. La ragazza ha donato gli organi – desiderio espresso in vita – che daranno speranza a cinque persone. Il padre dice: “Era un dono di Dio… Adesso è certamente un angelo di Dio”, testimonianza seguita da una descrizione bellissima della figlia che aveva il futuro proiettato nell’arte. Mi commuove molto questa storia, simile a tante altre con vittime di incidenti stradali, ma anche diversa per la scelta fatta dalla giovanissima ragazza di donare gli organi, in caso di morte. Non è consueto che un giovane, con tutta la vita davanti, pensi a una tale eventualità. Vero che Flavia era un’artista e gli artisti sono dotati di particolare sensibilità. Immagino che l’immenso dolore dei familiari sarà lenito dal suo genero gesto. Ogni giorno l’attualità segnala morti sulle strade e la provincia di Treviso vanta in questo ambito un triste primato. Ieri, l’ennesimo incidente mortale a Castelfranco ha coinvolto il 17enne Kevin Carraro (avrebbe compiuto 18 anni a giorni), mentre tornava a casa in bici. Mi colpiscono le parole del Comandante della Polizia Stradale Simone Morello: “Non esistono strade killer ma comportamenti scorretti. Necessaria una maggiore cultura della sicurezza”. Come non essere d’accordo? L’aggressività accumulata durante la lunga pandemia si riversa anche nella guida, l’ho sperimentato di persona. Già non mi piaceva stare al volante, per la tensione che mi procurava. Dopo l’incidente subìto nel 2016 che mi ha procurato la frattura dello sterno – e poteva andarmi peggio – recalcitro per mettermi al volante e sto sul chi va là anche come pedone. Penso di tutelarmi così, perché il pericolo è sempre dietro l’angolo.
Soddisfazioni quotidiane
Oggi giovedì, mattinata pienissima: esco prima delle nove per delle commissioni nei paesi vicini e ritorno a Castelcucco per le dieci circa, in orario di pieno mercato. Parcheggio in garage l’auto e mi dirigo a piedi in piazza. Mi fermo davanti al banco dei fiori dove compero una verbena bianca e rossa da sostituire con quella morta per il caldo; visto che farò tardi acquisto anche il pranzo al banco del pesce: insalata di mare e spiedino, cui aggiungerò solo l’insalata. Così non perdo tempo ai fornelli e mi occupo di altro. Posso permettermi la puntatina al bar Mirò, dove Gabriella serve ai clienti un cappuccino bello e buono. Stamattina l’aiuta Cristina, la sorella maggiore (sei fratelli, 4 femmine e 2 maschi), una bella signora sorridente, già nonna di Nicolas, figlio di Alessia e Mattia, pronipote della signora Lina). Primo dato che emerge: due sorelle che si aiutano, belle dentro e fuori. Secondo dato: mi arriva il cappuccino decorato con la scritta “Grazie” che evito di smontare, rimestando lo zucchero col cucchiaino. Sono stupita e chiedo perché: giorni fa ho scritto un post nominando il nipotino, che deve essere una delizia (alla nascita, il decoro sul cappuccino era il neonato!). Terzo dato: Gabriella mi concede qualche minuto di confidenze e scopro che ha costruito la sua struttura di attenta barista, approfittando della scuola di vita, quando da piccola doveva tenere testa ai fratelli/sorelle più piccoli. Un esempio di gestione familiare che ha dato i suoi frutti, al netto dei sacrifici e delle rinunce. Intuivo di scegliete il bar per motivi che vanno aldilà della consumazione, ma ora ne ho la certezza. Tra l’altro il “Mirò” è sempre affollatissimo e può darsi che anche altri clienti agiscano spinti da una molla inconscia: peccato che il locale sia piccolo, la titolare meriterebbe di poterlo ampliare. Lo considero un’alternativa alla biblioteca, che pure in paese c’è: ma lì domina il Silenzio, al bar Mirò l’Accoglienza! Brave Gabriella e Cristina: lunga vita al servizio fatto con testa e cuore!
Oggi, San Bortolo
San Bartolomeo, il santo del giorno, oggi 24 agosto. In paese c’è il colle di San Bortolo dove è già avvenuta la Festa Alpina, cui ho partecipato anch’io, che avrà un seguito a fine settimana con la Festa del Cacciatore. A Possagno, dove ho abitato da ragazza, in contrada Vardanega c’è la chiesetta dedicata al santo, protettore dei bambini nella città di Pistoia, che gli dedica un culto particolare esteso su tre giorni. Il suo nome significa “dono di Dio” oppure “figlio del valoroso” e il colore del nome Bartolomeo, secondo l’arte dell’ onomanzia è il viola. Discepolo di Gesù, uno dei dodici che ne seguì la vita pubblica, predicò e diffuse il Vangelo in India e in Armenia dove subì il martirio, avendo suscitato le antipatie dei sacerdoti pagani. È uno dei santi più amati e venerati in Italia, protettore di macellai, pellicciai, conciatori, calzolai e lavoratori di pelli, per via del martirio subìto, tramite scorticazione. È anche Patrono delle Isole Eolie dove, secondo la leggenda giunsero le sue spoglie dentro una cassa di marmo, gettata in mare dagli infedeli. Se penso alla diffusione del nome, non mi è mai capitato di spuntarlo negli elenchi di scuola, ma un Bartolomeo – Vanzetti – è stato nominato e ricordato varie volte. Insieme con l’amico Nicola Sacco fu giustiziato in Massachusetts sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927, perché attivista anarchico: esecuzione di due immigrati italiani, imprigionati e ingiustamente accusati. Insomma, considerati “due agnelli sacrificali”, immolati sull’altare non della religione ma della politica. Per deformazione professionale, mi sovviene anche la strage compiuta a Parigi, in Francia nella notte di San Bartolomeo del 1572, contro gli Ugonotti, dalla fazione cattolica. Ordinata dalla regina madre Caterina de’ Medici, provocò la morte di migliaia di protestanti francesi. Mi rendo conto che attorno a un nome…viaggiano tante storie. Per restare in ambito e tempi recenti, mi sovviene che Bartolomea si chiamava la superiora della Scuola Materna frequentata da mio figlio (una trentina d’anni fa). Auguri a chi porta questo nome e saluti cordiali ai lettori!
Dietro le quinte (di casa)
Stamattina lavoro con Manuel, la mia spalla destra e sinistra a collocare altre mie opere in internet, tramite Amazon, di cui sono diventata “partner venditore”. Si tratta dei romanzi PASSATO PROSSIMO, UNA FOGLIA INCASTONATA NEL GHIACCIO e della raccolta di 365 articoli POST PER UN ANNO, postati sul mio blog vebameaada.com lo scorso anno. Approfitto per ricordare che il blog è attivo e ogni giorno accoglie una mia riflessione, oggi di ambito privato, anche se gli argomenti più frequentemente trattati riguardano l’attualità. D’altronde c’è bisogno pure di leggerezza, tra tante notizie pesanti, come sottolinea una mia lettrice. Al netto del tempo trascorso per capire come muoversi, la cosa funziona così. Avviata la procedura per diventare “cliente venditore” di libri, il testo va registrato con le misure richieste – peso, altezza, numero di pagine, genere letterario, copertina davanti/dietro/di profilo, quantità, prezzo, codice ISBN…e si attende l’ok con l’invio delle etichette da apporre sul retro. Questa parte mi coinvolge, perché mi limito a tagliare lo scock da posizionare sopra le etichette che Manuel provvede a stampare e a tagliare con la taglierina, passando dallo studio/laboratorio ad altra stanza/didattica. L’ultima parte riguarda l’imballaggio del prodotto, che va pesato, sia per unità che nella somma degli articoli. Anche il contenitore, cioè lo scatolone deve indicare le misure, prima di essere bene sigillato ed essere munito di scheda di riconoscimento, nel mentre arrivata via stampante. Un lavoretto niente male, se il pc non fa le bizze e allunga i tempi di attesa. Comunque, dopo un lacerante apprendistato posso dire che adesso, col secondo carico di libri proposti – finora sette – mi sto quasi divertendo! Manuel è semplicemente indispensabile e in sua compagnia imparo e mi diverto. Lui è l’eredità più bella ricevuta dalla scuola con il pensionamento. Spero che Amazon mi dia una grossa mano nella distribuzione e a dare visibilità alle mie opere. Cosicché possa dedicarmi alla creazione di un’altra creatura letteraria. Cari lettori, oggi vi ho informato di ciò che succede dietro le quinte. Non lasciatemi sola!
Padri e figli (in Russia)
Uomo del mio tempo, di Salvatore Quasimodo (Nobel per la letteratura nel 1959), termina con l’accorato monito: “Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue/salite dalla terra, dimenticate i padri:/le loro tombe affondano nella cenere,/gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore”. La poesia mi è tornata in mente quando ho sentito la notizia dell’attentato a Mosca dove è morta Darya Dugina, 30 anni, figlia dell’ideologo di Putin, Oleksandr Dugin, destinatario della bomba. La figlia aveva partecipato col padre ad un evento culturale. Era alla guida del veicolo saltato in aria, dove sarebbe dovuto esserci lui, all’ultimo momento salito su un’altra macchina, scampando così alla morte. Russia e Ucraina si accusano reciprocamente di essere i responsabili dell’accaduto. Personalmente provo molta tristezza per la giovane vittima, pensando che sia stata tolta di mezzo, al posto del padre. Che non starà certo tranquillo e si sentirà responsabile della sua violenta morte. Con tanti figli che contrastano i genitori, Darya è un esempio in controtendenza, almeno da noi nel mondo occidentale. Autrice di un libro in uscita in autunno, dal titolo “Libro Z”, era laureata in filosofia. Chiamata comunemente con il vezzeggiativo “Dasha”, diceva di avere Antonio Gramsci come riferimento culturale. Era di certo una persona impegnata che condivideva il pensiero paterno. Mi fa tenerezza pensare a un legame tanto profondo quanto inconsueto, tra generazioni solitamente in conflitto. E provo pietà per la giovane vittima che aveva una carriera in ascesa e tutta la vita davanti. Non vorrei essere nei panni del padre, che avrà molti demoni – anche privati – contro cui combattere.
Invadenza della tecnologia
Una tragedia originata da un motivo assurdo: recuperare il cellulare della fidanzata. È successo a un 30enne della provincia di Rovigo, Andrea Mazzetto, precipitato ieri per un centinaio di metri da un massiccio nella Val d’Astico, sull’Altipiano di Asiago. A dare l’allarme dopo l’incidente è Sara Bragante, la fidanzata, sotto shock per l’accaduto. La ragazza posta sui social l’ultima foto che li ritrae insieme, prima del dramma, per cui viene anche pesantemente criticata. Sono disorientata e perplessa, non conosco i protagonisti del dramma, suppongo che avessero condiviso di pubblicare i momenti salienti del loro percorso in mezzo alla natura. Provo pena per entrambi, forse lei è stata sprovveduta a postare dopo l’incidente. Comunque condivido il commento di Guido, che mi pare il più appropriato: “Il telefono si ricomprava, la vita no. Mi dispiace un sacco”. Al di là delle congetture che si possono fare sull’imprudenza, la fatalità, eccetera mi viene spontaneo interrogarmi sull’invadenza della tecnologia nella nostra vita privata… che non è poi tanto privata, se dipendiamo da uno smartphone anche durante le escursioni/scampagnate. A parte i fotografi che lo fanno per lavoro, da dove viene tutta questa smania di apparire? Non si potrebbe vivere senza? Temo che siamo pedine di un gioco perverso, che ci “obbliga” a usare la tecnologia anche se potremmo fare diversamente. Ecco cosa mi è capitato di recente: dovendo fare una tac, scopro che mi costa meno se prenoto online, anziché per telefono. Continuo con la vecchia modalità e mi costa venti euro in più, che pago a malincuore. Di questo passo, non so dove andremo a finire. Se ci sarà consentito di arrivarci spontaneamente.
Una grande donna
Sono senza parole: a Torino è stata imbrattata la targa dedicata a Tina Anselmi, partigiana e prima Ministra donna della Repubblica. La vicesindaca della città, Michela Favaro lo definisce giustamente “Un gesto vile”, mentre la vicepresidente del Senato Anna Rossomando su Facebook scrive: “…nessuno può scalfire ciò che per l’Italia è stata ed è Tina Anselmi”. Assolutamente d’accordo. Mi chiedo se il vandalo/i vandali autori dell’oltraggio conoscessero Tina Anselmi (Castelfranco Veneto, 25 marzo 1927 – Castelfranco Veneto, 1 novembre 2016), soprannominata dagli amici Tina “vagante”, di cui sintetizzo in parte l’operato: a) a 17 anni partecipa alla Resistenza col nome di battaglia “Gabriella”; b) nel 1976 ottiene la carica di Ministro del lavoro e della previdenza sociale c) si occupa molto dei problemi della famiglia e della donna: si deve a lei la legge sulle pari opportunità d) nel 1998 è insignita dell’onoreficenza più alta della Repubblica Italiana: “Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana” e) Rai fiction ha deciso di dedicarle un film A parte che era stata insegnante (Laurea in Lettere) – dettaglio che me la rende collega – ammiro di lei aver saputo mantenere una vita riservata, fuori dai riflettori, pur rivestendo la carica di prima Presidente donna della Camera dei deputati. Anche nell’abbigliamento era sobria, senza fronzoli, come una qualunque donna di casa. Che fosse veneta e abitasse a pochi chilometri di distanza è un valore aggiunto. Io non ho avuto l’opportunità di contattarla direttamente, ma conosco chi l’ha fatto e con successo, perché era disponibile e accogliente. Ad averne di donne così che si spendono per gli altri. Chi infanga la sua memoria è povero di spirito e di conoscenza storica.
