Male che torna

Sono riemerse nel quotidiano parole che si credevano confinate nel passato: attacco, sfollati, sanzioni, rifugi…morti. E tutto succede in un continente che ha subìto due guerre mondiali da non troppi decennni. Quando insegnavo, nelle classi terze affrontavo l’argomento della guerra – due guerre mondiali – da lontano, perché i ragazzi erano recalcitranti alle tematiche forti (oppure io non sapevo essere attrattiva); partivo da una lettura, oppure da una poesia di chi la guerra l’aveva vissuta sulla pelle, così rompevo il ghiaccio. Dai banchi arrivava la testimonianza di uno studente con un nonno o un parente deportato o sfollato. Ora che ci penso, anche Possagno dove ho abitato subì l’esperienza del profugato durante la grande guerra. Lo attesta una lapide sulla casetta attigua al municipio dove, a ricordo della guerra 1915-18 si legge: Da qui i Possagnesi partirono profughi per la Sicilia e altre città dell’Italia. Pochi testimoni ne hanno parlato, perché farlo significava riaprire una ferita. Tuttavia non è difficile immaginare il disagio di chi era ed è costretto ad abbandonare la propria casa, cari e abitudini, in seguito a eventi bellici o altri cataclismi. Di recente in un post ho ricordato l’esodo da Pola, magnificamente rappresentato in musica da Sergio Endrigo con la canzone 1947. Purtroppo la storia si ripete, anche se un poco spostata nello spazio, ma simile nelle ripercussioni. Non sono un’esperta di questioni internazionali e seguo quanto basta ciò che succede per sentirmi partecipe, senza tuttavia farmi troppo coinvolgere. Da amante dei felini, prendo le distanze da situazioni problematiche, ma non ignoro le ripercussioni a livello emozionale. Da ieri l’Europa è sconvolta dall’aggressione russa all’Ucraina, la cui bandiera ha i miei due colori preferiti: il giallo, che richiama il sole, il grano e il celeste, allusivo di pace e di serenità. Voglia il cielo che non si macchi di sangue.

Una regina inossidabile

La notizia è di qualche giorno fa, ma mi piace riprenderla (mi disgusta parlare di guerra): la regina Elisabetta II, 95anni (96 ad Aprile) e regnante da 70, è risultata positiva al covid, pare trasmesso dal figlio, il principe Carlo, risultato positivo al coronavirus per la seconda volta, assieme alla moglie Camilla. Fonti di palazzo confermano che giorni prima aveva incontrato la madre. Lo staff della sovrana riferisce che Sua Maestà ha sintomi simili a un raffreddore e continuerà a svolgere mansioni leggere dalla sua residenza nel castello di Windsor. Un malizioso commento letto da qualche parte sostiene che Carlo abbia passato il coronavirus alla madre, dato che lei non si decide a cedergli la corona. Ammiro la tenacia di questa donna inossidabile e mi unisco ai messaggi augurali che le giungono dal Regno Unito e dal resto del mondo. Tra l’altro ama i cani, i cavalli e la fotografia, anche i colori pastello, a quanto deduco dai suoi monocromatici tailleur, con cappellino abbinato. Credo che sia una persona piacevolissima, costretta ad essere autoritaria in pubblico mentre nel privato la immagino dolce e saggia. Mi piacerebbe essere una sua “suddita”, per renderle omaggio e magari intervistarla. Diciamo che è un modello di donna tenace vincente, oltretutto longeva, molto longeva e lucida, vedova recente dell’anziano consorte Filippo, con qualche terremoto nel privato, ora provocato da un nipote, ora dalla nuora, ora da un figlio: insomma, complicazioni come in tutte le famiglie che si rispettino. Per certi versi mi fa pensare a Rita Levi Montalcini, la nostra scienziata premio Nobel per la medicina, chiusa in una torre d’avorio/castello, sacrificatasi per la ricerca della salute psico-fisica, mancata a 103 anni. Che la regina Elisabetta possa eguagliarla!

L’attimo fuggente

Mattina soleggiata. Tra un paio d’ore esco, perciò mi affetto a sbrigare un paio di faccende domestiche. Dopo aver servito la colazione alla gatta, al cane, a me stessa e ai canarini (l’ordine è fisso, perché Grey è bulimica e guai se non le allungo subito la manciata di croccantini) procedo per rifarmi il letto. Alle 8.30 la luce inonda tanto la mia camera, che si trova a est della casa, che devo accostare mezzo balcone. Penso con soddisfazione che tra sei giorni sarà marzo e l’avvento della primavera metereologica mentre per quella astronomica bisogna aspettare il 20 marzo. A proposito di astronomia, oggi è il compleanno della mia cara collega di matematica e scienze, che di astronomia si intende parecchio. Lei apprezza molto i miei muffin con carote e mandorle: per me è un piacere profumare la cucina con i dolcetti che sono diventati la mia specialità (preciso unica, perché sono negata ai fornelli…per quanto col tempo qualcosa ho imparato). Come convenuto, passo da lei che insiste per tagliare la torta, sebbene io ne farei a meno. Il dolce – un saint’honoré – è così buono che mi addolcisce il seguito della mattinata. Di passaggio, mi fermo a dare un salutino a un’altra collega, piacevolmente circondata da gatti che si rincorrono o che fanno le capriole sul porfido tiepido delle undici. Mafalda, la bellissima gatta grigia con gli occhi gialli ci osserva mentre parliamo, finché si distende sul muretto tra i vasi e i germogli delle giunchiglie, come una dea egizia. Troppo bello il messaggio che mi manda, per non fermarlo. Tablet alla mano, le scatto un paio di foto che mi guarderò al ritorno. Mi guarda: forse vorrebbe chiedermi qualcosa, oppure condividere qualcosa. Ciò che colgo è che bisogna godere dell’attimo fuggente, come fa lei. Una farfalla cattura la sua attenzione e l’incanto finisce. Anzi, continua in un’altra zona del giardino.

Fiori e Musica

Quando non so cosa scrivere sul post quotidiano, (evitando di proposito le brutte notizie che abbondano sempre) mi soccorrono le amiche, con i loro graditi messaggi e video. Stamattina mi viene in aiuto Marisa da Milano dove risiede; per cinque anni abbiamo condiviso la corriera – la mitica Cecconi – quasi un’ora per fare 18 km, fermate comprese, per raggiungere il liceo Brocchi a Bassano, in sezioni diverse ma unite noi dalla stessa fatica. Lei sa che amo i fiori e io so che lei ama la musica classica e suona il pianoforte. Mi invia un bellissimo video dove sbocciano fiori, sulla distensiva musica di Chopin: cos’altro? Sono 4 minuti e 35” di beatitudine, che mi immergono in un mondo paradisiaco: sbocciano bucaneve, primule, fiori di melo, giunchiglie… un uccellini blu risponde al richiamo di uno giallo, un solerte bombo è al lavoro sulle corolle. Il tutto accompagnato dalla sonata ristoratrice. Non so se il beneficio avvantaggi più la vista o l’udito…di certo dopo mi sento diversa, più leggera, come se avessi assunto un integratore per il benessere. Tra l’altro oggi, 22.02.22 mi viene segnalato da Novella che trattasi di data palindroma (si legge uguale da destra a sinistra e viceversa), che si ripeterà solo tra 180 anni. Inoltre due è un simbolo di quilibrio: armonia e caos si intrecciano armoniosamente. Insomma è un giorno carico di energia positiva: vuoi vedere che porta bene? Non mi intendo di numeralogia, però non mi dispiace approfittare di occasioni per pensare positivo, e questa è una. Inoltre giusto tra un mese sarà Primavera, con l’inverno e le sue restrizioni alle spalle. Speriamo che la data venga recepita carica di speranza e di aspettative positive anche nelle alte sfere dove si agitano nubi minacciose…

Protagonista il Veneto

Senza volerlo, ultimamente prendo spunto per i miei spot da trasmissioni televisive. Linea verde è in onda di domenica alle 12.30 su Rai1. Erica mi aveva informato che il 20 febbraio la puntata sarebbe stata dedicata al Veneto. Mi trovo in cucina al momento giusto (di solito molto più tardi) per non perdere il servizio, che mi godo dall’inizio alla fine. Lucia mi telefona per ricordarmelo. Sarebbe stato un peccato perdere la puntata che reputo di alto livello, passando da Valdobbiadene a Possagno, Bassano, Rosà, Roncade…in un crescendo di panorami e informazioni mai pedanti, grazie al tipo di format e alla narrazione gradevole di Beppe Convertini. Dico la verità: mi sono inorgoglita di abitare in una regione tanto interessante e bella. Ho delle amiche che abitano a Valdobbiadene, dove vado ogni tanto con piacere; ho abitato per circa trent’anni a Possagno, frequentando con riverenza la Gipsoteca del Canova; liceo classico a Bassano, con amica del cuore a Rosà…non conosco Roncade, ma la tengo presente per prossime uscite e magari poter degustare le specialità di un pluripremiato chef. Mi sono emozionata nel vedere alla luce dorata del crepuscolo il Tempio, dove portavo in passeggiata mio figlio bambino, ma anche le colline del prosecco e del cartizze, la fattoria sociale dove ragazzi diversamente abili fanno miracoli, lo staff tutto in rosa del caseificio dove lo stracchino viene incartato ancora a mano (per non danneggiarlo), la distilleria che lavora le drupe e produce il pruglolo gentile. Una regione dove Arte e Impresa si danno la mano e la Letteratura conta nomi importanti, tra cui Giovanni Comisso, noto scrittore, autore di un’opera che ignoravo: Veneto Felice, che racchiude nel titolo le risorse della regione, abitata da 4.858.091 persone (al 30.11.2021), me compresa. Onorata e contenta.

Morta di lavoro

In coda al programma del sabato sera su Rai3, condotto da Massimo Gramellini, ascolto il testo che il giornalista legge, intitolato MORIRE DI LAVORO, pubblicato sul Corriere della Sera del 18 febbraio, nella sezione # ilcaffedigramellini. Sara Sorge, 26ennne, infermiera, smontata dal secondo turno di notte consecutivo, per un colpo di sonno sbatte contro un palo di cemento e muore, a San Vito dei Normanni: non sul posto di lavoro, ma “di lavoro”. Laureata in scienze infermieristiche, lavorava da 20 giorni come infermiera all’Istituto San Raffaele, in provincia di Brindisi. Avevo già appreso la notizia, ma sentirla riproposta dal conduttore televisivo mi ha scombussolato, anche perché il caso sembra l’altra faccia del post che ho scritto ieri sulla lentezza. Soggetta a condizioni di lavoro al limite del sopportabile, la giovane è una vittima del lavoro e il suo incidente non va considerato un banale incidente stradale. L’ultimo sms al fidanzato parla chiaro: “Sono stanca morta”. Mi ritorna alla mente l’immagine dell’infermiera accasciata sul computer, quella per fortuna sopravvissuta. Cerco le foto in internet di Sara – di secondo nome o cognome fa Viva – e noto una bella ragazza sorridente, con lunghi capelli biondi… c’è anche quella del giorno di laurea con la corona di alloro sul capo. Una vita spezzata. Sono desolata e non posso fare niente. Salvo indignarmi come il giornalista, il quale evidenzia come non si possa attribuire l’incidente a un colpevole materiale…tuttavia uno c’è, enorme e inafferrabile: il “sistema”. Abbraccio virtualmente tutte le persone che lavorano in prima linea, oberate da troppo lavoro e impossibilitate a concedersi una salutare lentezza. Che Dio le protegga!

Evviva la Lentezza!

Oggi si festeggia San Va-Lentino: giornata mondiale della lentezza! Pensavo fosse una bufala, invece è un saggio invito a rallentare per vivere meglio e gustare la vita, il lavoro, i rapporti umani da riscoprire dopo tanti mesi di isolamento. Tra l’altro, sul mio calendario, il santo riportato oggi 19 febbraio è Mansueto, che come aggettivo si abbina benissimo a chi non va di fretta. Indago e scopro che l’idea è venuta all’Associazione l’Arte del Vivere con lentezza, di Pavia, che promuove una vita all’insegna dei tempi biologici e naturali, contro i ritmi frenetici di ogni giorno. Nella città meneghina sono previste iniziative per valorizzare la lentezza, ma anche nel resto della penisola: basta cercarle…senza fretta! “Perché il tempo non è solo denaro: il tempo è vita!”. L’idea va premiata, sebbene io sia in pensione e possa gestire il mio tempo come voglio. “Tempus fugit”(il tempo fugge) di Virgilio si completa col “Carpe diem” (vivi il presente) di Orazio: un monito a uno stile di vita equilibrato che viene da lontano. Nella società dei consumi sembra un’eresia: potesse il tempo imposto dalla pandemia farci recuperare uno stile di vita più a misura d’uomo e dei bisogni essenziale, tra cui il riposo. L’esatto contrario dello stress da lavoro o burn out (sindrome da stress da lavoro) di cui sono affette molte persone impegnate in ambito relazionale. Va da sé che la lentezza non va confusa con la pigrizia, ma con la capacità di staccare dai problemi, uno stop psicologico per non perdere la bussola. Mi sovviene il detto: “Chi va piano va sano e va lontano” con l’immagine della lumaca, decisamente azzeccata e simbolica. Lina soprannominata “Mata”, protagonista del mio romanzo UNA FOGLIA INCASTONATA NEL GHIACCIO, si riempiva le tasche di chiocciole e se le portava a casa, dove le restituivano la serenità che non le avevano dato gli umani. Buona lentezza a tutti!

Evviva l’inclusione!

Lo sento in coda al Tg1: Sofia Jirau, la prima modella down sfila per Victoria’s Secret, celebre marchio di intimo. Lei è una 25enne portoricana che ha annunciato su Instagram la notizia, confidando che è un sogno che si avvera. Evviva l’inclusione! Per dovere di cronaca, altre colleghe l’avevano preceduta nel panorama della moda: l’australiana Madeline Stuart nel 2015 e nel 2018 la britannica Kathleen Humberstone che dice: “Finalmente ora le persone possono vedere ciò che so fare e non pensare solo alle cose che non posso fare”. Direi che è un’ottima lezione che queste ragazze danno e un esempio incoraggiante delle aziende che le hanno assunte, stravolgendo i canoni di bellezza standardizzati. Del resto lo dice anche il proverbio che: “Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”, pertanto il concetto di bellezza non è assoluto ma relativo, e cambia nel tempo. Basti pensare all’opulenza delle donne rappresentate in pittura nel Cinquecento che oggi verrebbero mese a dieta. Quando insegnavo, ho avuto per allieva una ragazzina down, assai simpatica che tenevo accanto alla cattedra per rassicurarla e tenerla lontano da eventuali dispetti che per fortuna non si sono verificati. Anzi, Monica era diventata una specie di mascotte che con le battute sdrammatizzava momenti di tensione verificatisi per varie ragioni. Poi l’ho persa di vista ma la ricordo con simpatia. In un mondo tanto complesso e provato dalla lunga pandemia, vale la pena attingere risorse là dove incautamente si pensa abbondino le fragilità. Pertanto la notizia di apertura fa davvero sperare in un futuro di qualità.

Festa del Gatto 🐱

Se credessi nella reincarnazione, direi che in una precedente vita avrei potuto essere un gatto, tanta è l’ammirazione per questo animale simbolo d’indipendenza, di eleganza…e pure di mistero. Oggi è la Giornata Internazionale del Gatto e non posso sottrarmi dal dedicargli un post. Sono cresciuta con molti gatti, ad alcuni dei quali mi sono particolarmente affezionata: Briciola, Sky, Puma gli ultimi, preceduti da decine di altri che hanno accompagnato la mia infanzia e giovinezza. Una foto in bianco e nero mi ritrae bimba di pochi mesi mentre tiro la coda a un micino, la prima di una lunga serie di scatti, estesi anche a cani e uccelli, passioni paterne che ho ereditato. Di recente ho ricordato nel mio prossimo libro DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI (attualmente in tipografia) che in confessione, a sei anni circa, chiedevo al parroco se nell’aldilà avrei incontrato i miei amici felini, il che fa intendere la mia attrazione per questo animale con cui realizzo un’intesa spesso perfetta. Preciso quasi, perché ogni individuo ha il suo temperamento, come capita agli umani. In generale, c’è più feeling con i maschi, più accomodanti e affettuosi. Per fortuna, condivido con diverse amiche la simpatia per la regale creatura: Serapia, che me l’ha ricordato stamattina, Antonietta che stravede per il suo Agamennone (Aga per gli amici), Adriana con Giallo, Lina con Nuccio, Mafalda e altri morbidi soggetti, Lisa e Roberta con le gatte in casa e la colonia che accudiscono fuori casa, Erica contornata da numerosi baffi e fusa, Vilma in compagnia della fedele Nerina…e chiedo venia se ho scordato qualcuno/a. Tornando alle caratteristiche della specie, del gatto mi piace proprio tutto, anche quando graffia perché se lo fa ne ha motivo. Un simpatico aneddoto riguarda una gattina di pochi mesi che tenevo in braccio, schizzata via come una saetta all’udire il soffio della pentola a pressione: l’istinto le suggerì di mettersi al riparo senza tanti complimenti…e a me di considerare il suo udito finissimo! Nella storia, è risaputo che il gatto ha vissuto periodi felici, ad esempio presso gli Egizi ed infausti durante il Medioevo. Voglio sperare che ora goda di buona considerazione, perché è tra gli animali da compagnia preferiti. Purché la dedizione duri tutta la vita, rispettosa delle reciproche esigenze…di libertà.

I quattro sentimenti

La parola riordino mi suona molto ostica: sto meglio nella confusione che in un asettico mondo ordinato. Però quando è troppo è troppo. Ammetto di avere ritardato operazioni che andavano fatte appena pensionata, invece mi sono data alla scrittura creativa, di cui peraltro non mi pento perché mi fa stare bene. Succede che sposti le poltrone in salotto per usufruire di una luce migliore e, già che ci sono faccia lo stesso con le due scrivanie in studio, attorniate da vari scatoloni di libri di scuola, per lo più copie omaggio dei rappresentanti editoriali che cercavano di accaparrarsi il cambio del testo di storia, di geografia e di antologia in uso. Va da sé che, avendo insegnato per una trentina d’anni, l’omaggio cartaceo è cresciuto a dismisura, ed ora non so come smaltirlo senza mandarlo al macero. Se qualcuno ha un’idea, per favore me ne metta al corrente. Oltre ai volumi, sto vagliando fogli e carte in quantità quasi industriale, conservate “perché potrebbero ancora servire”, non in classe ovviamente dove non ci sto più, ma per rinfrescare la memoria. In una cartellina gialla ho rinvenuto il materiale usato per il progetto accoglienza, che si proponeva agli studenti delle tre classi i primi giorni di lezione, perché affrontassero in maniera soft l’anno scolastico. Orbene, mi soffermo su un foglio intitolato I QUATTRO SENTIMENTI, che esplicita obiettivi, istruzioni, possibili sviluppi. I sentimenti sono: FELICITÀ, TRISTEZZA, PAURA, RABBIA. Leggo velocemente e mi torna tutto chiaro: Che cosa vi rende felici? Che cosa vi rende tristi? Che cosa vi spaventa? Che cosa vi fa arrabbiare? Gli studenti potevano scriverlo o disegnarlo nella pagina apposita. Un sorriso mi prende, pensando a ciò che succedeva e sconfinava in discussioni animate. Non mi dispiace l’idea di rifare l’esercizio in privato, e confrontarlo con alcune risposte dei ragazzi che ho trattenuto. E che credo non cestinerò, per una sorta di rispetto generazionale dei sentimenti.