A cent’anni dalla nascita di Gianni Rodari (Omegna, 23.10.1920 – Roma, 14.04.1980), desidero dare il mio contributo a questo grande intellettuale, che in vita aveva fatto molte cose: l’insegnante elementare, il giornalista, il poeta, il partigiano… uno scrittore “fantastico” che ho conosciuto da insegnante, ho apprezzato e proposto ai miei studenti per farli sorridere e pensare, obiettivo non scontato in duplex. Ricordo la recita de Il pellerossa nel Presepe, proposta con successo in varie rappresentazioni natalizie, di cui riporto i versi centrali: “Non è il tuo posto, via, Toro Seduto: torna presto da dove sei venuto. Ma l’indiano non sente. O fa l’indiano.” Pedagogista geniale, ammiro il suo coraggio di essere controcorrente, ad esempio nel preferire la cicala alla formica. “Chiedo scusa alla favola antica, se non mi piace l’avara formica. Io sto dalla parte della cicala che il più bel canto non vende, regala”.
Vinse il prestigioso premio Andersen, considerato il “Nobel” della letteratura per l’infanzia, e numerosi altri premi, anche se “È come Gaber o De Andrè: adorato ma poco messo in pratica” (Manlio Lilli, 23.10.2020)
Mi soffermo su questa considerazione e provo a scioglierla: non è semplice essere facili, alla portata di un pubblico empatico, tradurre concetti difficili in esempi terra terra, alla portata dei bambini. Ci riesce la poesia, quando non è esercizio stilistico ma tocca le corde del cuore. Personalmente è questa capacità espressiva che invidio a Rodari, che parla ai bambini ma ha messaggi sottotraccia anche per gli adulti, ex bambini.
Chissà cosa avrebbe scritto questo fantasioso scrittore sul tempo attuale… magari avrebbe buttato giù dei versi sulla movida, o sul covid 19, giocando sul numero.
Di certo era uno che pensava e sapeva esprimere concetti profondi in forme semplici. Come fosse un gioco di ombre cinesi.