Stamattina c’è il sole, mi dovrebbe bastare per risollevare il morale… eppure una notizia mi disturba: dei giovinastri sere fa hanno disturbato parecchio con petardi in zona camposanto e vicinanze, provocando pure qualche danno materiale al cassonetto delle immondizie. Come altri che nel paese confinante si sono permessi di tagliuzzare il telo della struttura servita per fare lo screening anti-covid un mese fa. Sullo stesso piano chi ha danneggiato la palestra di una vicina scuola media, scaricando due estintori. Un emerito psicoanalista ha detto la sua in tivu poche ore fa, a proposito della crisi esistenziale degli adolescenti, costretta a causa dell’emergenza sanitaria a stare a casa. Magari ci restassero, dico io, organizzando il tempo di studio e di ricerca, piuttosto che abbandonarsi ad atti sconsiderati e potenzialmente pericolosi. Oppure si rendessero disponibili per qualche servizio a favore di persone impossibilitate a uscire, per salute o quarantena. Non nego le privazioni che anche i giovani devono subire: la casa non corrisponde sempre a quella della pubblicità del Mulino Bianco e quando il nucleo è numeroso, di conseguenza si complica la convivenza. Ma da qui a trasformarsi in teppistelli ce ne vuole. Un dubbio inquietante mi assale, pensando ai genitori di tali soggetti: dove sono e dove stavano quando i figli minorenni si sfogavano a danno dell’ambiente e della comunità? Una risposta sarebbe salutare. Soprattutto per loro.
Categoria: Attualità
Bentornato al quadro DANZA CAMPESTRE
Stamattina mi colpisce una notizia buona, seguita da interrogativi inquietanti: è tornato a casa, cioè alla Galleria Borghese da dove era stato trafugato, il quadro DANZA CAMPESTRE, di Guido Reni (Bologna, 1575 – 1642), un dipinto di genere campestre, con molti personaggi e un bellissimo cielo blu dove l’artista ha dipinto due mosche che sembrano vere. Non sono competente in materia, anche se attratta dall’arte in generale che in Italia abbonda. Infinite opere sono confinate in spazi angusti e altre alimentano il mercato di quelle trafugate. La cosa che mi scandalizza è che il dipinto succitato è stato comprato per la cifra di 800.000 (ottocentomila) euro! Il che mi pare una beffa: se era stato rubato, a mio modesto dire doveva rientrare a casa gratis! Un’altra domanda che mi pongo – e gradirei essere contraddetta – riguarda la difesa del nostro enorme patrimonio artistico: non sarebbe utile proteggere meglio i nostri beni culturali, assumendo tanta gente, sia tra i giovani disoccupati, sia tra quelli che il lavoro lo hanno perso? Non riesco a immaginare la folla immensa che potrebbe essere assunta con 800.000 euro… certo sono un’ingenua perché intuisco soltanto quello che c’è dietro il mercato dell’arte. Poco tempo fa mi era venuta l’idea perfino di investire del denaro in questo ambito. Per fortuna, un amico pittore mi ha dissuasa, facendo un utile distinguo tra opera d’arte e mercato dell’arte. Concludo, dicendo che lo spirito ha bisogno di nutrirsi di bellezza e dato che in Italia ne abbiamo a oltranza, vale la pena di custodirla per goderne in serenità e pienezza.
Ci mancava la crisi…
Non ci facciamo mancare niente, neanche la crisi di governo in tempi di pandemia. Non che nel resto del mondo fili tutto liscio, basti pensare a quanto successo in America di recente. Neanche nel passato era tutto rose e fiori. Per studi classici e reminiscenze scolastiche legate a traduzioni dal greco, mi è tornata in mente la figura di un uomo politico che oggi definiremmo carismatico: Alcibiade, che sono andata a rivedere. Alcibiade (Atene, 450 – Melissa, 404 a.C.), brillante politico, grande condottiero… e l’uomo più bello della Grecia! Allevato dallo zio Pericle, apprezzato da Socrate per la sua vivacità intellettuale, fu contestato e diffamato da parecchi per certe ombre del carattere, tra cui l’egocentrismo. Ma lo storico Tucidide, vissuto nella sua stessa epoca, lo elogia. Certo non ebbe vita facile, né carriera trasparente. Accusato di sacrilegio e condannato in contumacia a morte, di ritorno da una spedizione militare in Sicilia contro la città di Siracusa, riesce a scamparla. Ma deve affrontare altre dure prove, tra cui l’esilio in Frigia, dove viene ucciso da emissari spartani. La sua parabola mi fa pensare a quella di Napoleone, nella famosa Ode IL CINQUE MAGGIO, scritta dal Manzoni nel 1821 in occasione della morte del generale esiliato a sant’Elena. Tra i due personaggi, un tempo lunghissimo e la storia che si ripete. Cosa c’entra con la crisi di governo? Mi piacerebbe che la risposta venisse dai nostri politici, certo non all’altezza di Alcibiade e neanche profondi come Tucidine, però dotati di mezzi allora impensabili per risolvere le crisi. Non faccio politica e non mi identifico in nessun partito. Vorrei che lo spirito di Pericle aleggiasse nel nostro Parlamento e inducesse i nostri rappresentanti a occuparsi seriamente della cosa pubblica, accantonando la poltrona.
Un episodio riprovevole
Lia Tagliacozzo, figlia di due sopravvissuti alla Shoah, durante la presentazione online del suo libro “La generazione del deserto”, organizzata dall’Istoreto e dal centro studi ebraici di Torino è stata oggetto di minacce naziste. L’ho sentito per televisione e ho pensato che è vicino il 27 gennaio, Giorno della Memoria, per commemorare le vittime dell’Olocausto. Quando ero in servizio a scuola, qualche anno fa, tutte le classi dell’Istituto Comprensivo di Asolo erano coinvolte nelle rappresentazioni a teatro legate al tema ed erano momenti di autentico pathos. Di acchito ho pensato appropriata e puntuale l’uscita dell’opera della scrittrice, che ha come sottotitolo “Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia”. Non ho parole per quanto accaduto, che è stato denunciato sui social dalla figlia Sara, che scrive: “Sono Sara, sono ebrea, figlia di madre ebrea. Laica, anzi lontana dalla religione, anzi molto critica nei confronti dell’ebraismo… Vivo immersa nella coscienza della seconda generazione. Non mi sconvolge parlare dei miei morti. Ma quello che è successo oggi mi ha sconvolta”. Come darle torto? Dobbiamo essere arrabbiati e indignati per quanto accaduto. Mi rammarica non poterne parlare a scuola. Ma comprerò di sicuro il libro di Lia Tagliacozzo, LA GENERAZIONE DEL DESERTO, per solidarietà e per fare pubblicità al bene che dà fastidio al male.
Coco Chanel
Cinquant’anni fa, il 10 gennaio 1971 moriva Coco Chanel, celebre stilista francese, pseudonimo di Gabrielle Bonheur Chanel. L’hanno ricordato i notiziari. Qualcosa sapevo su questa donna speciale, ma ho voluto saperne di più e ho cercato informazioni in Internet, che sintetizzo di seguito. Figlia di una sarta e di un venditore ambulante, nasce in un ospizio per indigenti. Non va mai a scuola (incredibile, se si pensa alla straordinaria carriera successiva). La madre muore quando Coco ha 11 anni ed è costretta ad andare in orfanotrofio con le due sorelle, dove impara a cucire, sviluppa il gusto per l’austerità, e per il bianco e nero. La sua prima attività è legata ai cappelli, che confeziona per sé e per le amiche. Nel 1910 ottiene la licenza da modista e apre un negozio, Chanel Modes, in una via centrale di Parigi. Da lì è una escalation: è la testimonial del famoso profumo Chanel N.5 e fonda la casa di moda che ha il suo nome, che conta 4000 dipendenti, diventando una delle donne più ricche al mondo. Sua intenzione è vestire le donne comuni come le milionarie. Il suo stile rivoluziona il concetto di femminilità, liberando le donne da corsetti, piumaggi e crinoline a favore di gonne corte, pantaloni comodi, sobri abitini neri, valorizzati dagli accessori: molteplici fili di perle finte, borsetta a tracolla, una camelia, il suo fiore preferito. Grazie a lei, finalmente l’idea del nero è associata a raffinatezza e non più a disgrazia. A 71 anni presenta la sua ultima collezione, disegnando abiti fino alla morte. Una donna con le idee chiare, dotata del coraggio e degli strumenti per realizzarle.
O tempora, o mores! (Oh tempi, oh costumi… ) Cicerone
Edizione straordinaria ieri sera alle 22.30 circa, per quanto successo in America, a Washington, nella sede del Parlamento della più grande democrazia del mondo: un assalto al Campidoglio, da parte dei sostenitori di Donald Trump, con feriti, una vittima (salite stamattina a quattro) e conseguente coprifuoco. Incredibile! Stavo in poltrona, con la gatta che ronfava sulle gambe; un occhio al programma su Rai uno e l’altro sul tablet, a curiosare tra gli ultimi messaggi. Incredula, sono sobbalzata! Mi è venuto in mente il detto “Tutto il mondo è paese”, subito archiviato perché in Italia abbiamo già i nostri problemi. Una ventilata crisi di governo fa già paura, figuriamoci oltre! Istintivamente ammiro gli Stati Uniti, ma devo dire che l’appeal non è più lo stesso da un bel po’. Trascorsi i bei tempi del “Yes, we can”, di Barack Obama sono emerse negli anni successivi delle negatività imbarazzanti in politica, come nella società. Mi spiace che il neo presidente eletto Joe Biden, di cui proprio ieri si ratificava l’elezione, debba affrontare una tale gatta da pelare, con tutto il rispetto per i felini, creature flessuose ed eleganti. Certo governare non è un esercizio da poco. Mi sovviene il detto che riguarda le tre attività più difficili al mondo: educare, sanare, governare. Che meraviglia, se potessero intersecarsi a beneficio della comunità nazionale e mondiale! Mi auguro che la crisi venga prontamente superata, come pare da segnali incoraggianti e auguro al Presidente Joe Biden di tenere testa alle drammatiche provocazioni. Al popolo americano, di fare autocritica.
Inossidabile Befana
Ho sempre preferito la Befana a Babbo Natale: rispetto a lui, in sovrappeso che viaggia con le renne, lei ossuta a cavallo della scopa, piuttosto sgradevole fisicamente, ma credibile, come tante donne che non hanno tempo di imbellettarsi, ma sono dotate di carattere. Anche saggia e giusta nel distribuire carbone ai bimbi cattivi e dolcetti a quelli buoni, senza donare a casaccio, perché i premi vanno meritati. Da un giro di confidenze con i miei coetanei, in età non più evergreen, da bambini noi non aspettavamo i doni né da Babbo Natale né da Gesù Bambino, ma dalla rassicurante Befana, una sorta di zia “madéga” (= nubile). E non mi si venga a raccontare che era la moglie di Babbo Natale, come ho sentito dire da qualche inventore di bufale. Nella mia infanzia, non ricordo molte calze appese alla cappa del camino… piuttosto i pacchi dono che la Ferrero, di cui mio padre era rappresentante, donava ai figli dei dipendenti: belli grossi, pieni di dolciumi e anche di libri. Deve essere partita da lì la mia curiosità per la carta stampata e per le storie, dolcezze per il cuore e per la mente. Anzi, già che ci sono rivolgo un appello alla inossidabile Signora: se dovremo convivere ancora a lungo con il distanziamento sociale, distribuisci anche a noi adulti tanti libri, possibilmente cartacei, senza scordare gli autori antichi che ci trasmettano il senso della misura e le virtù da esercitare nella pandemia… Adriano, Sant’Agostino, Seneca… e qualche raccolta di Poesie farebbero al caso mio. Grazie per l’attenzione e buon lavoro, inossidabile Signora! (Se non sono stata abbastanza buona, farò una capatina in biblioteca)
Tecnologia e Umanesimo
Ho seguito il discorso del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, che si è rivolto ai “cari concittadini e care concittadine” con tono paterno e parole chiare, invitando alla “ripartenza”. Eravamo in molti, circa 15 milioni, ad ascoltare il suo accorato messaggio. Capelli bianchi, abito blu, sguardo mite sembrava un importante membri di una allargata famiglia: credibile e rassicurante, pur ricordando le vittime e i danni perpetrati dalla pandemia nel corso del drammatico 2020. Ad un certo punto ha dichiarato che si vaccinerà, appena arriverà il suo turno. Esemplare. Riguardo alla ripartenza, sento il parere di diversi opinionisti, che prendo con le pinze. Oggi 2 gennaio 2021, durante il programma televisivo Unomattina ho selezionato due parole del pensiero di un qualificato ospite, che potrebbero diventare un’accoppiata vincente per la ripresa dell’economia nei prossimi mesi: Tecnologia e Umanesimo. Preciso che non sono affatto un’esperta, mi affido all’intuito più che altro, per definire la mia posizione. Avendo fatto studi classici e amando l’arte, che in Italia è di casa, vedo volentieri qualunque iniziativa volta a valorizzare il nostro immenso patrimonio. Quanto alla tecnologia, se bene utilizzata e non invasiva, perché no? Fa risparmiare un sacco di tempo e di code. La prima mail è stata inviata nell’ottobre del 1971 e da allora ne è passata di acqua sotto i ponti! Certo non si può semplificare: la didattica a distanza è un palliativo rispetto alla lezione in presenza. Me lo confermano le mie colleghe in servizio. Io da pensionata le sostengo con qualche verso… che devo alla mia cultura umanistica.
Una donna coraggiosa
Il giudice Giovanni Falcone diceva che si muore per tante ragioni, e anche senza ragione. Questa frase si addice al fatto di cronaca nera successo in Trentino poche ore fa, dove Agitu Idea (forte questo secondo nome) Gudeta è stata uccisa da un dipendente ghanese. Etiope 42enne giunta in Italia dieci anni fa, era diventata imprenditrice agricola, allevando capre, che accudiva senz’altro con passione, da chiamare la sua azienda “La capra felice”. Pare che il delitto sia avvenuto per ragione di soldi. Falcone docet. Immagino il passato di questa donna coraggiosa che da profuga era diventata un simbolo di integrazione, le sue lotte, le sofferenze… finalmente il respiro grazie a un progetto realizzatosi. Poi la morte violenta a causa di colpi inferti con un martello (!) da un 32enne: di colore come lei, ma tanto distante dal suo essere grande. Immagino, o meglio intuisco la ricaduta che avrà in Italia e in Etiopia la sua morte. Qualcuno penserà che non sarebbe successo se fosse rimasta a casa sua… magari a morire di fame o di scontri tribali. Mi sento incapace di argomentare sul destino che ci alita addosso, talora come una travolgente raffica. Intendo esternare la mia ammirazione per una donna simbolo di riscatto, troppo presto costretta a deporre le armi. Onore a Agitu Idea Gudeta.
Domenica speciale
Oggi è una bella giornata, sia perché c’è il sole, sia perché è il “Vaccino day” per l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione Europea. Anzi, delle dosi di vaccino anti covid sono destinate a chi non fa parte dell’Unione (Paesi balcanici). Così si è espressa la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, per la quale “Oggi iniziamo a voltare pagina”. L’ Europa unita nella sfida alla pandemia è rassicurante, anche se il piano vaccinale seguirà iter differenti. La primula usata per il logo L’ ITALIA RINASCE CON UN FIORE mi pare appropriata, perché fa pensare alla rinascita della Primavera, periodo non lontanissimo quando molti saranno stati vaccinati, sperando in un’alta adesione, dato che la vaccinazione è su base volontaria. Da parte mia ci sarò, anzi non vedo l’ora. Restano molte incognite da risolvere, tra cui quella gravosa del lavoro. Io sono pensionata, mentre mio figlio si era da poco inserito nel circuito delle palestre, ora chiuse. Lo vedo preoccupato… a ragione. Lavorare è un diritto, sancito dalla nostra Costituzione… una bella gatta da pelare per i nostri governanti (e non solo). Tra tante cose che ci sono state tolte, dobbiamo impedire che ci venga sottratta la speranza di tornare a una sana normalità, privata degli orpelli e intessuta di relazioni sociali e culturali. Magari scopriremo di essere dotati di qualità inimmaginabili, rimaste sotto la sabbia ed emerse per necessità a causa dell’emergenza sanitaria. Solo quando tutto sarà passato, potremo pensare a questo flagello come a una grave malattia superata. Intanto continuiamo a rispettare le misure prudenziali e teniamo viva la Speranza.
