Pace o condizionatore?

Oggi domenica delle Palme, la settimana prossima sarà Pasqua. Stamattina c’è il sole, ma la temperatura è assai bassa. Ieri, sulla Marca trevigiana è imperversato un temporale da spavento, in cui sono stata in parte coinvolta: nubi nere, raffiche di vento, pioggia fitta e poi grandine. Ero in auto in prossimità di casa, incerta se fermarmi o procedere sotto il diluvio: ho scelto la seconda opzione e con il cuore in gola ce l’ho fatta. In casa mi sono tranquillizzata. Dopo la pensione, è diventata il mio rifugio e importa poco se attrezzato o meno di tutti i comfort. Se è bel tempo e la temperatura lo consente, sto fuori in giardino, oppure in casa con la stufa accesa d’inverno e gli scuri accostati d’estate. Di rado accendo il clima, versione umidificatore, installato su richiesta di mio figlio qualche anno fa. A proposito di climatizzatore, torna a proposito la domanda del premier Draghi: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?” che appartiene, a mio dire al genere delle domande retoriche, cioè con la risposta scontata, perché è ovvio che sia gettonata la pace, anche se una minoranza remerà contro. Giusto sul quotidiano leggevo poco fa che serpeggia il malumore tra gli artigiani del settore termo-idraulico, addetti ad installare i sunnominati ausilii. Credo nella buonafede di Draghi e nel giustificato malumore della categoria coinvolta. Sospetto che dovremo tutti tirare la cinghia, tirando fuori vecchie abitudini e strumenti diventati obsoleti, come il cappello di paglia, il parasole, indumenti non sintetici per ripararci dalle eruzioni cutanee dovute al solleone…sempre che ci visiti! L’estate scorsa non abbiamo sudato poi tanto. Non mi dispiace pensare di praticare il risparmio, rivitalizzando vecchi indumenti e adottando accorgimenti che usava mia nonna Adelaide, friulana doc: un esempio di autentica resilienza, in tempi durissimi che non si devono ripetere.

Il popolo rom e la libertà

8 aprile: Giornata Internazionale dei Rom, scelta per ricordare il primo congresso mondiale del popolo rom, che si tenne a Londra nel 1971, per celebrare la cultura di questo popolo e fare conoscere i problemi che incontra nei vari Paesi. Ringrazio Martina che me lo ha ricordato. Il termine Rom significa uomo nella lingua romanì (che è la lingua dei Rom) e la loro bandiera è una ruota rossa in campo azzurro (che rappresenta il cielo) e verde (che rappresenta la terra). La ruota invece allude al continuo migrare dei popoli nomadi, che sono tanti: un gruppo numeroso è quello dei Sinti; poi ci sono i Camminanti, i Kalè, i Gitani e molti altri. La loro è una lunga storia. I loro antenati vivevano nel nord dell’India. Erano nomadi e si mantenevano facendo i musicisti, i giocolieri, addestrando gli animali e lavorando i metalli. Poi si spostarono verso l’Europa, dove si dispersero nei vari Paesi, diventando presto il capro espiatorio di ogni evento negativo. Durante la seconda guerra mondiale furono internati nei campi di concentramento dove 500.000 di loro furono uccisi. Fatto un po’ di ripasso storico, adesso dico la mia: provo una grande ammirazione per ciò che rappresenta questo popolo in termini di unità e indipendenza. La figura della zingara mi ha sempre affascinato, tanto che da bambina preferivo il costume di gitana a quello della stucchevole fatina con la bacchetta magica. Non a caso anni addietro ho scritto un lungo racconto, intitolato FLAMENCO THERAPY con protagonisti artisti di strada, che spero di ampliare nel prossimo futuro, magari trasformandolo in romanzo. La fisarmonica, strumento che suonano con maestria, mi è cara: l’ha suonata mio figlio da ragazzino e la strimpello anch’io, in periodi particolari. Adesso che ci penso, ho vinto un paio di gare di tango sulle onde della fisarmonica, strumento caro agli zingari (per me la parola zingaro è piena di ritmo e di movimento). Il concetto di libertà è bene rappresentato dal popolo nomade che convive serenamente con la natura e gli animali. Un paio d’anni fa, in paese aveva fatto sosta un carrozzone condotto da cavalli, casa viaggiante per una numerosa famiglia di artisti, che si esibivano la sera su un prato. Ho anche parlato con una giovane mamma coi lunghi capelli neri e l’ampio sorriso, in cui mi sono identificata. Anche se è durato solo un paio di giorni.

Costruire la Pace

5000 casi di presunti crimini di guerra. Lo sento alle sette, dalla voce della giornalista del Tg1 mentre la collega comunica con il linguaggio dei sordi in un angolo dello schermo. La UE vara nuove sanzioni contro la Russia, il quinto pacchetto. Al Consiglio di sicurezza dell’ONU ieri Zelensky ha chiesto di espellere la Russia per i crimini che vengono negati. Il sindaco di Mariupol dice: “Siamo oltre la catastrofe umanitaria”. Crimini di guerra oppure contro l’umanità? È un quesito che risolverà – forse – la Commissione costituita per indagare cosa effettivamente è avvenuto in Ucraina. A me, ignorante in materia, non sembra la domanda più importante da fare. Anzi, più che domande e conferenze servirebbero risposte e proposte operative. Sono desolata di navigare a vista, cerco di filtrare ciò che vedo e sento. Un esempio: in paese un signore molto anziano che si sposta con un monociclo a motore ha accolto in casa tre persone fuggite dall’Ucraina, compiendo un grande atto di generosità. La titolare del bar che frequento mi ha detto che le ha confidato la tristezza/sofferenza che gli procurano le tre ospiti in preda al pianto e alla nostalgia per la loro terra martoriata, anche se hanno salvato la pelle. Più volte mi sono chiesta come mi sarei comportata io, in caso di aggressione, ma tuttora non saprei rispondere con risolutezza. Ecco, ammiro molto l’amore che gli Ucraini dimostrano per gli animali, il grande coraggio, anche delle donne che abbracciano le armi, la capacità di reinventarsi del presidente Zelensky…non so quanto durerà il loro calvario, cosa troveranno al rientro, se torneranno a casa. Al momento provo una grande pietà e mi auguro che la guerra finisca al più presto. Temo però che la speranza, ultima dea non basti. Esemplare il monito dei nostri saggi vecchi, ricordato ieri da Antonietta: “Chi vive di speranza, muore disperato!”.

Travel blog

Avere un amico che ti apprezza è straordinario. Se è professore non guasta, se è particolarmente dotato… è un dono del cielo: lui risponde al nome di Giancarlo Cunial, che oltre ad avermi valorizzata come blogger mi ha invitata a fare parte della giuria che ha valutato il travel blog realizzato da ventuno liceali dell’istituto Cavanis di Possagno, di cui è Preside Ivo Cunial. Così io, la professoressa di storia dell’arte Irene Zamperoni, la sindaca di Crespano Annalisa Rampin e la signora Sonia Zonta della fondazione Cremona di Bassano ci siamo sedute sui banchi, solitamente occupati dagli studenti, passati in cattedra per presentare il loro lavoro, un neonato travel blog. Si sono succeduti tre gruppi di allievi – molte le ragazze – per presentare tre prodotti multimediali realizzati sulle tre mete, oggetto di visita nei giorni scorsi: Tempio e Gipsoteca del Canova, Cima Grappa, Tomba Brion. Sulla parete sono scorse immagini accattivanti di luoghi, di strutture museali, di informazioni atte a catturare l’interesse del turista in scorrevole lingua italiana, pure tradotte in inglese. Il relatore del gruppo dava informazioni sulla struttura del sito-blog e sulla “tendina” che mi sono persa, a causa della vista corta. Dopo la presentazione, gli studenti sono stati invitati ad uscire e la referente del progetto, prof.ssa Stephanie Da Riva ha invitato la giuria ad esprimersi su quanto visto, per valutarlo. Una scheda debitamente approntata, ha favorito il confronto tra le giurate e un giudizio cumulativo di pressoché eccellenza, che è stato poi comunicato agli studenti, con reciproca soddisfazione. Per farla breve, un esempio di buona scuola, di valorizzazione del territorio…e di utilizzo delle risorse umane. .

Importanza della parola

Live it up (goditi la vita) è il saluto usato da Bruce Willis quando si rivolge ai suoi fan. All’incirca come il nostro Carpe diem (cogli l’attimo). Lo ricorda la figlia Rumer (5 figli, una moglie ed una ex moglie, Demi Moore) che su Instagram annuncia che al padre è stata diagnosticata una malattia – l’afasia – che influenza le sue capacità cognitive. Per dirla cruda, gli manca la parola, che per un attore è quasi tutto.? Willis, 67 anni, nato in Germania da madre tedesca e da papà americano all’epoca soldato, in trent’anni di carriera è diventato una delle star più celebri e pagate degli Anni Novanta, anche senza avere mai ricevuto alcuna nomination agli Oscar. Prima aveva fatto vari lavori, tra cui l’investigatore privato, il barista, la guardia di sicurezza. Trattandosi di una persona ancora giovane, gli auguro di guarire e di godersi la sua famiglia allargata. Ma è sul suo slogan che voglio fermarmi, perché sottintende uno stile di vita che condivido, basato sull’ora e adesso, in quanto il futuro non ci appartiene. D’altronde la pensava così anche il poeta latino Orazio (Venosa, 65 a.C. – Roma, 8 d.C) che continua il pensiero del carpe diem, aggiungendo: quam minimum credula postero = confidando il meno possibile nel domani. Nella mia ultima opera data alle stampe POST PER UN ANNO. come sottotitolo si legge: Ieri è storia, domani è mistero, oggi è un dono. Non so di chi sia la frase, ma il concetto che racchiude non si discosta da quello espresso dal poeta latino e dall’augurio dell’attore americano, adesso alle prese con un problema di comunicazione. Da qualche parte ho letto che il linguaggio è ciò che ci distingue dagli animali, dotati come noi, meno che per la parola, in latino verbum. Adesso che ci penso, ho dato al mio blog – flower blog o free blog – a seconda dell’argomento postato, il nome appropriato di verba mea, ovverosia parole mie, che considero una mia peculiarità per esprimermi e per connettermi con chi vuole.

Donne coraggiose

Non so cosa si provi a rivedere la propria madre dopo sei lunghi anni di reclusione, e viceversa la madre nel rivedere la figlia, Gabriella, sottrattale quando aveva 22 mesi. Parlo di Nazanin Zaghari Ratcliffe, l’anglo-iraniana detenuta nel carcere di Evin (Teheran, Iran) dal 2016, con l’accusa di spionaggio e di aver complottato per rovesciare il governo iraniano. Finalmente è una donna libera, dopo i tanti appelli per la sua liberazione, le proteste di suo marito, i suoi digiuni. Una bella giovane donna che faticherà a vivere “normalmente” dopo l’esperienza trascorsa nelle carceri iraniane che l’ha duramente provata. Mi torna alla mente la liberazione di Ingrid Betancourt, politica colombiana, prigioniera delle Farc per sei anni (dal 23 febbraio 2002 al 2 luglio 2008) che ha annunciato di candidarsi per la presidenza, esattamente vent’anni dopo il sequestro. Il parallelismo mi viene suggerito dagli anni di prigionia e dal genere delle protagoniste, donne coraggiose che si impegnano come ce ne sono tante, senza il favore dell’opinione pubblica che non le conosce. L’argomento si è imposto da sé, sebbene preferissi parlare d’altro. Del resto il mio blog è una finestra sul quotidiano e se l’aria che tira è contraria, non posso che adeguarmi. Dopotutto quanto accaduto dispone a sperare che c’è sempre una via d’uscita, per quanto lunga e costellata di difficoltà. Il punto dolente è ciò che può accadere nel mentre, per sfinimento e/o altre cause (leggo con disgusto che nei centri di detenzione iraniani la tortura è praticata sistematicamente). È risaputo che non siamo padroni del tempo e che l’uscita è segnata. Auguro a Nazanin di recuperare almeno un lembo di normalità e di godersi doppiamente gli affetti ritrovati.

Rete ed Emozioni

A malincuore devo pagare la bolletta del gas metano, arrivata come un colpo al cuore: raddoppiata, rispetto alla precedente, già alta. Interpellato l’ufficio clienti, mi confermano che la stima dei consumi è stata fatta, a mio dire per eccesso, senza aver ricevuto la dettatura del contatore (ma non dovrebbe avvenire da remoto?) e qua ci siamo: ero ricoverata e ho dovuto pensare ad altro, riabilitazione compresa. Conto sul conguaglio per verificare se ci sarà un riequilibrio. Intanto devo pagare, e per una pensionata statale ottocento euro non sono bruscolini. Il tentativo fatto ieri in ufficio postale è fallito, perché bisognava fare la coda. Stamattina sono quasi fortunata, perché prima delle nove lo sportello è tutto per me. Novità: oltre al documento, tessera sanitaria…mi viene chiesto il green pass, pena blocco delle operazioni. Provvedo e qui emerge un inghippo: il mio green pass non viene riconosciuto elettronicamente. Esibito varie volte, non me ne capacito. L’impiegata prova con il suo, che pure viene respinto. Anche quello della collega, che telefona all’assistenza. Tra una cosa e l’altra, il tempo passa e fuori dalla posta la coda si allunga, presumo con fastidio. Non so come, riesco a pagare la salatissima bolletta e decido di andare al bar perché ho bisogno di qualcosa di dolce per tirarmi su. E ovviamente leggere il quotidiano. Nella rubrica il caffè di Massimo Gramellini mi attira il titolo dell’odierno articolo “KAMIKAZE DELLA PAROLA” riguardo la protesta della giornalista russa Marina (cognome impossibile da ricordare), che ha rischiato grosso per invocare la pace. Una marea di ammirazione per la coraggiosa professionista mi monta dentro e disperde il malumore diffuso dal disservizio informatico. Nessuna macchina può sostituire le emozioni.

Fatalità

Fatalità: avversità, sfortuna, disgrazia sono i sinonimi. Avvenimento dovuto al caso, secondo il dizionario di Italiano il Sabatini Coletti. Questa premessa, per introdurre due fatti di attualità ascrivibili alla parola suddetta. Uno è successo a Novara, dove Ludovica, una 15enne è caduta da una giostra. Andata al luna park per festeggiare il suo compleanno con un gruppo di amici, ci ha trovato la morte. Tra l’altro il luna park era al primo giorno di apertura e l’incidente è avvenuto all’ultimo giro della giostra, un Tagada, attorno alle 23. L’altro fatto è accaduto all’alba, all’altezza di Forlì, tra Cesena e Valle del Rubicone, dove si è ribaltato un autobus – pare per un colpo di sonno dell’autista- con una ventina di persone, tutte di nazionalità ucraina: è morta una 32enne, in fuga dalla guerra. Con lei i figli di 5 e 10 anni. Questo però lo considererei un effetto collaterale della guerra, più che una fatalità…e i figli della giovane vittima dovranno sopportare un doppio incubo. Certo che siamo fili d’erba, come diceva il filosofo e matematico Blaise Pascal; a differenza del filo d’erba, sappiamo di dover morire. Sul dove e come però vige il mistero, mentre ogni persona, libera e sana si augura di avere una vita lunga e piacevole, disseminata di belle esperienze. Tuttavia il quotidiano riporta notizie di persone giovani decedute, molte per incidente o fatalità, come la sfortunata quindicenne. A Paderno, nel paese vicino si stanno svolgendo le esequie di un 17enne, caduto rovinosamente dalla moto che stava provando. La cultura della vita ha bisogno di nutrimento, per godere responsabilmente del tempo che ci è concesso. Con la speranza che sia tanto e clemente.

Guerra mediatica

Sapevo che dal giorno 8 marzo bisognava sintonizzare i canali, o risintonizzarli nel mio caso, visto che mi ero provveduta per tempo del decoder. Nonostante ciò, per un paio di giorni sul primo canale vedo tele Lombardia, anziché Veneto e ricevo un paio di altre reti. Poco male, tanto le brutte notizie tengono banco dappertutto. Aspetto Manuel che con un click risolva il problema legato alla nuova ricezione digitale; per ora mi accontento di ciò che passa il convento. Mi colpisce la frase della giornalista Tiziana Ferrario, a proposito del conflitto Ucraina-Russia in corso: “È la guerra più mediatica della storia”. Convengo, ma sento il bisogno di approfondire e cerco la spiegazione della parola mediatico: “imposto o generato dalla cultura dei mass media”, cui appartiene anche la televisione. Semplificando, significa che vediamo le azioni di guerra, come se fossimo in prima fila al cinema (sempre che i filmati siano reali e non datati). Non so dire se questo sia un bene, oppure no. Intuisco che devo cercare io, utente del mezzo televisivo la risposta. Le conseguenze psicologiche degli orrori perpetrati in Ucraina negli ultimi sedici giorni di conflitto e trasmessi dal video avranno una lunga coda. Credo che perfino il premier Vladimir Putin li abbia sottovalutati, tant’è che molti giornalisti sono stati silenziati e le reti televisive oscurate; viceversa credo che il presidente ucraino Zelensky, abituato al confronto con il pubblico per il suo precedente lavoro ci guadagni in popolarità. I veri protagonisti dell’esodo in corso verso l’Europa, donne e bambini per il 90 % ignorano come sarà il loro futuro. Anche l’Europa dovrà cambiare passo e non mettere la testa sotto la sabbia. Al momento pare che le nazioni della UE abbiano ritrovato unità di azione, il che sarebbe una buona base di partenza, per un autentico rinnovo. Finalmente arriva Manuel, sorridente ed esperto di Elettronica: purtroppo è di fretta, perché deve sistemare diversi televisori. In quattro e quattrotto sistema le reti scompaginate del mio apparecchio. Adesso posso selezionare un programma che mi restituisca un po’ di serenità. Senza scordare tutto il resto.

Musica tra le bombe

MUSICA TRA LE BOMBE Finalmente una bella storia, nonostante il contesto. Non perché non ce ne siano da raccontare, ma perché restano sepolte chissà dove, o perché prima devono essere metabolizzate. Ne sento parlare al telegiornale e poi cerco conferme in internet. Riguarda un musicista di origini siciliane che suona il piano per i profughi. Nato e cresciuto in Germania, risponde al nome di Davide Martello. Il 40enne non è nuovo a simili lodevoli iniziative. È noto per viaggiare nelle zone di conflitto per suonare il pianoforte a coda, trainato dalla sua bicicletta, usando un rimorchio elettrico. Nel 2014 si era già esibito a Istambul, suonando “Bella Ciao” e “Imagine”, con sequestro del pianoforte da parte dei poliziotti. Suonò al Donetsk nel 2014 e l’anno dopo al Bataclan di Parigi dopo l’attentato. Ha fatto un viaggio di 15 ore prima di arrivare al confine tra la Polonia e l’Ucraina e suonare il suo pianoforte per i profughi ucraini. “Sono giorni che sentono bombe e mitragliate, è giusto che adesso sentano un po’ di musica” : straordinario! La gente si ferma ad ascoltarlo, si commuove, lo fotografa, gli porta da mangiare. Ho sempre ammirato gli artisti di strada, ci ho anche scritto attorno un lungo racconto intitolato Flamenco Therapy. Offrono il talento gratuitamente là dove serve, senza prenotazione e senza abito da sera, come fa Davide da quando era un bamino: un grande, come spero ce ne siano altri. Anche se molte storie rimangono oscurate, di proposito o per altri impedimenti, questa di Davide è simbolica e le rappresenta tutte. Il messaggio che ne ricevo è che l’eredità buona non si disperde e aleggia sopra di noi anche quando il male spadroneggia.