“Ad Assisi si parla di pace e pandemia”: è l’obiettivo della due giorni (6 e 7 ottobre), proposto dalla Comunità di Sant’Egidio “nello spirito di Assisi”. È il 35esimo appuntamento da quando Giovanni Paolo II nell’ottobre 1986 convocò nella città di San Francesco i rappresentanti delle grandi religioni mondiali, per pregare a favore della pace, parola sublime e immensa. Dai tempi del liceo questa parola viaggia con il suo contrario, guerra. Non so se sia casuale che ieri sera Canale 5 abbia trasmesso un coinvolgente film che parla di guerra, “La signora dello zoo di Varsavia”, Usa 2017, storico. Il film è basato sui fatti realmente accaduti, narrati nei diari autografi di Antonina Zabinski, direttrice col marito Jan dello zoo, durante l’invasione della Polonia. I coniugi salvarono molti ebrei, nascondendoli nei rifugi destinati agli animali, nel mentre morti a causa dei bombardamenti oppure soppressi. Il film dura oltre due ore. A me è piaciuto perché tratta anche di animali durante la tragedia dell’Olocausto, quindi considera sia l’amore per gli animali che quello per le persone, entrambi vittime di ferocia. Si sente che la regista è una donna, la neozelandese Niki Caro. Nonostante la drammaticità di alcune scene, il film è pervaso di poesia, come quando la protagonista, interpretata da Jessica Chastain comunica con le persone nascoste nei sotterranei attraverso la musica, suonando al pianoforte melodia cupa o tranquilla per segnalare pericolo o meno. Nel 1968 lo stato di Israele annoverò fra i Giusti tra le nazioni la coppia Zabinski che salvò 300 persone. Lui, sopravvissuto al campo di prigionia, entrò a fare parte dell’Unione Nazionale per la conservazione della natura e scrisse 60 libri di scienze. Magnifico. Una doppia testimonianza di attivisti della Pace. Quella vera, non a parole.
Categoria: Attualità
Anche a me piace scrivere
Nella rubrica “Cultura e Società”, a pag. 31 del Gazzettino leggo l’interessante articolo di Paolo Malaguti intitolato: “Incontro, lettori e un velo di cipria La mia estate con il Campiello”. L’autore del testo si è classificato secondo, con il romanzo Se l’acqua ride (Einaudi), mentre il primo premio è stato assegnato alla scrittrice Giulia Caminito, con il romanzo L’acqua non è mai dolce (Bompiani).
La sera del 4 settembre scorso ho seguito le votazioni alla cinquina finalista del Premio, nato nel 1963 per iniziativa degli industriali veneti. Ne sentii parlare per l’omonima commedia di Carlo Goldoni, intitolata appunto il campiello al Liceo classico e poi da adulta, quando il mio stimato professore di Italiano, per telefono mi chiedeva: “A quando il Campiello?”. Conoscendo la mia attitudine a scrivere, forse il suo voleva essere un incoraggiamento che male non mi ha fatto, perché in effetti scrivo da almeno un decennio. Però non ho finora partecipato a concorsi letterari prestigiosi, che richiedono un certo iter, compreso l’affidarsi ad un serio editore. Non mi dispiacerebbe che la cosa accadesse, ma anche senza condivido le considerazioni di Malaguti che dichiara: “A me piace scrivere, che è un piacere che nel tempo si è affinato”, mentre in un altro passaggio dice: “E’ la scrittura stessa l’unico aspetto per me necessario”. Insomma, mi sento in sintonia con il pensiero di uno scrittore che mette nero su bianco il suo mondo interiore e lo offre agli altri, per una sorta di impulso interiore, una caratteristica che contraddistingue chiunque coltivi una forma d’arte, una specie di cifra e di coloritura.
Può piacere o non piacere, c’è posto per tutti. Se la linfa non è occasionale, qualcosa di definitivo uscirà. Nel mio caso sto costruendo l’eredità che più mi rappresenta. Con o senza patente.
Una data che ha cambiato la storia
L’ undici settembre 2001, in tarda mattinata stavo portando Luna, il mio cane allora di un anno, dal veterinario, per i consueti controlli. Sentii della disgrazia per autoradio. Al momento pensai a un incidente di volo, ma durante la giornata emerse che si trattava di un attentato, in tutte le sue drammatiche varianti, con migliaia di vittime: bruciate, volate giù dalle Torri Gemelle, disperse tra le rovine. L’11 settembre è una data che ha cambiato la storia dell’America, e non solo. In un reportage trasmesso alla tivù vengono trasmesse immagini e testimonianze, con lo scopo di non dimenticare. Un fotografo realizza lo scoop di un uomo che cade, divenuto l’emblema della tragedia. Un giornalista viene incaricato di scoprirne l’identità e di raccontarne la storia. Da quello che ho capito, l’uomo fotografato mentre precipita, potrebbe essere un cuoco sudamericano o, più probabilmente un tecnico del suono. A me è piaciuta l’interpretazione ribaltata che l’uomo in caduta rappresenta tutti noi, nei nostri fallimenti quotidiani, lasciando in ombra la sua vera identità. Documenti inenarrabili sono i messaggi di affetto, raccomandazioni e saluti lasciati in segreteria ai propri cari come ultimo congedo. Che altro dire? Al male non c’è mai fine, il sacrificio della vita di quasi 3000 persone non deve essere oscurato. Da quella immane tragedia, la vita non è più la stessa, non solo per i familiari delle vittime e per i superstiti, ma anche per chi, pur non avendo perso cari o beni materiali, ha perso la serenità, forse anche la fiducia in un futuro migliore, messa a repentaglio da altre calamità. Di proposito posto questa mia riflessione il giorno dopo la ricorrenza, non certo per diluire il ricordo ma per distribuirlo a piccole dosi, come cura per una malattia cronica.
Nessun uomo è un’isola
Una storia triste, intessuta di disagio sociale ma anche di generosità. Succede a Livorno dove Alfredo, un pensionato 86enne, vedovo e senza cibo, chiede aiuto a due giovani agenti che lo soccorrono, facendogli la spesa e compagnia. Bravo il pensionato che ha chiamato il 112 e bravi i poliziotti, “Due angeli con la pistola” come li ha definiti il signor Alfredo che con loro si è confidato, raccontando la sua storia. È successo due settimane fa e ieri un programma televisivo ha riproposto la disavventura dell’anziano, ora preso in carico dai Servizi sociali. Una storia di emarginazione e solitudine venuta alla ribalta e rimediata. Ma chissà quante altre storie simili si celano dietro a indifferenza e solitudine. La pandemia non ha certo favorito l’inclusione… speriamo che la sanità territoriale e i servizi sociali ne escano rinvigoriti. Anche saper chiedere aiuto, come ha fatto il signor Alfredo, è indice di socialità, perché “Nessun uomo è un’isola”, come titola il celebre saggio di Thomas Merton (scrittore e monaco cristiano statunitense, dell’ordine dei Trappisti). Data la mia età non più green, mi capita di pensare alla parte finale della vita, cui i saggi raccomandano di prepararsi da giovani… il che sembra anacronistico, ma ha un suo senso, a mio dire, perché nessuno può sapere quando uscirà di scena. Però ognuno può decidere come vivere ora, che è il pensiero attivo introdotto da Alfredo per rompere il suo stato di disagio. Ho una grande simpatia per le persone anziane che hanno superato indenni o quasi vari travagli della vita, mantenendo la voglia di esserci e di farsi sentire. Incrocio le dita e spero di imparare a invecchiare bene. (per motivi tecnici può essere che saltino i post di domani e sabato)
Addio, Chiara…
Vorrei scrivere di belle cose, ma la cronaca nera imperversa, purtroppo. Tra i fattacci, mi ha colpito la morte di Chiara Ugolini, la 27enne veronese, vittima del vicino, arbitrariamente entrato in casa sua, non certo con buone intenzioni. Al momento è ignota la causa dell’aggressione che si ipotizza di tipo sessuale. Il vicino, Emanuele Impellitteri, già condannato per rapina e altro, padre di una bimba piccola era da poco uscito di galera. Il fidanzato della sfortunata ragazza, ha postato un pensiero d’addio molto commovente. A lui riservo le mie riflessioni, destinando a lei tutta la mia pena. Nel post del compagno pubblicato su Instagram si legge: “… non ti preoccupare amore mio, ti porterò per sempre con me, dentro al mio cuore… so che tu sarai sempre al mio fianco, per tutta la vita. Ti amo Chiara”. Perdere il compagno della propria vita, agli albori di una relazione amorosa tutta in crescita deve essere tremendo, mi auguro che i ricordi leniscano il dramma di questo giovane, privato proditoriamente della sua metà. Penso anche alla compagna e alla figlioletta dell’aggressore, che non avranno vita facile, non per colpa loro. Dato che il sospettato – ormai reo confesso – era sotto osservazione dei Servizi sociali, mi vien da pensare che si tratti di un recidivo che incarna bene il male, per usare una figura retorica e lascio stendere il suo profilo agli esperti del crimine. Infine, considero come sia pervasiva la casualità: se Chiara avesse avuto un altro vicino, non sarebbe successo quel che è successo. Ovvio che non c’entra la palazzina a tre piani dove conviveva da poco col fidanzato, ma dal diabolico inquilino che vi abitava. Dolce Chiara, non ti dimenticheremo. Riposa in pace.
Dura lex, sed lex
Rocambolesca la vicenda successa a Napoli, dove un’anziana signora vince un patrimonio al gratta e vinci, ma il biglietto le viene sottratto dal tabaccaio della rivendita che fugge col biglietto vincente 500 mila euro. Il buon Boccaccio (16.06.1313 – 21.12.1375) che a Napoli aveva soggiornato al seguito del padre, per imparare il mestiere mercantile e bancario, avrebbe potuto scriverci un’altra novella da aggiungere alle 100 del Decameron. Accusato di furto pluriaggravato e tentata estorsione, Gaetano Scutellaro è stato arrestato mentre tentava di fuggire alle Canarie, dopo aver depositato il biglietto in una banca di Latina. Al di là di come evolverà la vicenda, con l’augurio che il denaro vada a chi gli spetta, mi viene da fare alcune considerazioni. Forse per lo studio dei classici, di cui ho tradotto tanti pensieri durante il Liceo, condivido ciò che sostiene Seneca: “Una grande fortuna è una grande schiavitù”. Troppo denaro crea problemi di gestione e… molti falsi amici, interessati a goderne di riflesso. Il che non significa sputarci sopra, ma prendere le giuste distanze. Mia madre aveva l’abitudine di comprare dei biglietti della lotteria, in occasioni speciali, sperando in una vincita, scelta che io contestavo. Per fortuna non ha vinto perché in tal caso prevedevo un carico di responsabilità e di noie burocratiche. Sono tuttora persuasa che la vera ricchezza sia interiore e che l’equilibrio delle relazioni favorisca il vero benessere. D’altronde molte liti familiari scaturiscono per motivi di eredità, svelando un dietro le quinte per nulla edificante. Seguo di pomeriggio il programma Forum condotto da Barbara Palombelli, che è un’ottima palestra per riflettere sui motivi dei conflitti. Anche nell’ipotesi che alcune cause siano costruite a tavolino, la citazione degli articoli di legge e le sentenze elaborate dai giudici sono pertinenti ed esaustive. “Dura lex, sed lex” (la legge è dura, ma è legge). Concludendo, mi godo il mio piccolo gruzzolo e auguro ai forti vincitori di non perdere la testa!
Magia tricolore
Oggi domenica, ultima giornata delle Paralimpiadi di Tokyo, che tante soddisfazioni hanno dato all’Italia. Ieri, sabato veramente emozionante per l’atletica azzurra, dove sul podio salgono in tre, conquistando tre medaglie nei 100 metri femminili: Ambra Sabatini, 19 anni, oro, seguita da Martina Caironi, 31 anni, argento e Monica Graziana Contrafatto, 40 anni, bronzo, rimpinguando il medagliere italiano che raggiunge così in questi Giochi le 69 medaglie! Un successo incredibile. Ambra Sabatini – che tra l’altro ha battuto il record del mondo con 14”11 – ha perso la gamba in un incidente, ma dimostra che i limiti non esistono, per chi va oltre. Monica Contrafatto, rimasta ferita in una missione militare in Afghanistan, dedica la medaglia alle donne afgane. Vittima di un pirata della strada, Martina Caironi ha perso metà della gamba sinistra, ma non la voglia di rimettersi in gioco, perché come lei dice: “Un disabile non è un alieno, è solo una persona con esigenze diverse”. Tre donne simbolo che sono andate oltre i limiti fisici, trasformando un sogno in realtà. Vederle gioire insieme, sotto la stessa bandiera, è stato un valore aggiunto alle performance individuali, un omaggio all’Unione, all’Amicizia, alla Sportività, alla Bellezza. E al Coraggio di non arrendersi mai. Che lezione, grazie ragazze! (Oggi alle 13, cerimonia di chiusura dei XVI Giochi Paralimpici Estivi di Tokyo)
Una vita spesa bene
Due giorni fa è morto Mikis Theodorakis, 96 anni, compositore greco, patriota, genio ribelle e tanto altro che ha legato la sua fama al “sirtaki” e alla musica del film “Zorba il greco” (1964), autore delle musiche dei brani interpretati dalle cantanti di casa nostra Milva e Iva Zanicchi. So che era amico di Alekos Panagulis, compagno della giornalista Oriana Fallaci, che gli dedica il romanzo Un uomo, diventato un best seller. Personaggio scomodo per la Grecia dei colonnelli (1967 – 1974) si proclamava comunista e ha pagato con la prigione, la tortura e l’esilio le sue coraggiose scelte politiche. Oltre a tutto ciò – che non è certo poco – scopro che, finito il periodo buio, si era messo in politica e aveva fatto una proposta, a mio dire straordinaria: indire le Olimpiadi dello spirito, in una nazione dove nacquero le Olimpiadi sportive, tuttora in corso nella versione delle Paralimpiadi dove i nostri atleti stanno facendo incetta di medaglie. Grande Mikis, per fare una proposta del genere che avrà fatto sorridere molti, doveva avere la vista lunga: per come vanno le cose in tempo ancora di pandemia, le Olimpiadi dello spirito sarebbero un’ottima terapia, da rendere obbligatoria tutti gli anni, anziché ogni quattro! Chissà che qualche illuminato politico raccolga la sfida e possiamo applaudire tanta gente misconosciuta dal cuore grande. Come quello dell’artista greco, “caro agli dei”.
“La vita è bella ma…”
Nel quotidiano la Repubblica di oggi 3 settembre 2021, in Cronaca a pag. 17 leggo l’articolo “La vita è bella ma io sono malata e domani voglio poter dire basta”, corredato di una bella foto di Laura Santi, 46 anni, in carrozzina, spinta dal marito. Faceva la giornalista, amava viaggiare, nuotare, divertirsi. Entrambi sorridenti, sposati da 17 anni, uniti dalla cultura, dall’amore e dalla sclerosi multipla diagnosticata alla moglie 25 anni fa e che peggiora di mese in mese. Lei è testimonial della campagna per poter morire dolcemente e legalmente in Italia, senza essere costretta ad andare in Svizzera “quando non ce la farò più”. Argomento dolorosissimo del fine vita su cui il possibile referendum a primavera potrebbe chiedere agli Italiani di esprimersi. Non ho convinzioni al riguardo e mi esprimo più che altro per intuizione, consapevole che “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, se non addirittura l’oceano, come in questo caso. Allargando un po’ la visuale, ritengo che bisognerebbe parlare molto presto della possibilità di una morte improvvisa, come tante ne capitano per incidenti anche banali. Peggio della morte credo sia lo stato di perenne sofferenza, la condanna alla dipendenza non temporanea dei propri cari, il limbo senza fine di chi perde il lume della ragione. Non so a che stadio sia la legge sul testamento biologico, me ne dovrò occupare. Appena andata in pensione, mi informai in municipio sulla possibilità di acquistare un loculo e mi venne risposto che la vendita non riguarda chi ha meno di 70 anni, perciò per un po’ sto ancora tranquilla. Sperando di mantenermi in buona salute e che la previsione sia corretta.
Un effervescente Leone d’oro
Roberto Benigni è stato insignito del Leone d’oro alla carriera al Festival del Cinema di Venezia, la 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Lui, che è un comico dal cuore grande lo dedica alla moglie Nicoletta Braschi, dicendo: “Io mi meritavo un gattino, un micino, ma non un Leone, e poi addirittura d’oro!”. Quando si dice un grande. Io lo apprezzavo da prima del premiato film La vita è bella, per quel suo modo di fare un po’ fanciullesco e un po’ erudito. Sarebbe stato un ottimo insegnante, ma già lo è per chi si mette in ascolto. Memorabili le sue lezioni sulla Divina Commedia. Credo sia anche un gentiluomo, per come si esprime nei confronti delle donne e della consorte, a cui dice: “Tra me e te è stato amore a prima vista. A ultima vista”. Mi fa piacere che sia quasi mio coetaneo (n. il 27.10.1952), un motivo in più per ammirare le sue performance. Tornando al suo ruolo principale di attore comico, credo che sia molto più difficile far ridere che piangere, specie di questi tempi poco luminosi. L’altra sera mi è capitato di vedere il Il mostro, film del 1994 interpretato e diretto da Benigni, che in passato avevo considerato una pellicola di sottogenere comico. In sintesi Loris, il protagonista viene erroneamente considerato un maniaco sessuale, con tutta una serie di tragicomiche situazioni, legate al pregiudizio e alla casualità. Oltre la facciata ridanciana, ho riflettuto sui danni che può causare un atteggiamento di chiusura mentale. Per arrivarci, Benigni regista e attore gioca tutte le sue carte, e si merita il mio plauso anche per quel film, sebbene tardivo. Assolutamente meritato il Leone alla carriera, modestamente ridimensionato a… micino!
