Mi spiace aprire il mese di agosto con un post duro: effetto caldo o altri malanni collaterali, la cronaca nera spadroneggia e non posso esimermi dal fare qualche riflessione, condita da sgomento e pietà. Protagoniste due sorelle minorenni, Alessia e Giulia Pisanu, 15 e 17 anni, travolte dal treno Frecciarossa a Riccione di prima mattina, dopo aver trascorso la serata in discoteca. Testimoni le hanno descritte barcollanti…una cercava il cellulare che aveva perso o le avevano sottratto. Prima domanda che mi sono fatta da mamma: Dove avranno trascorso la notte? Perché barcollavano? Essendo entrambe minorenni, “normale” che trascorressero la notte fuori casa? Mio figlio, che a giorni compirà 34 anni, direbbe che sono la solita ansiosa. Chiarisco: non vedo il pericolo dovunque, ma in certi posti e in certe ore è probabile che sia più pericoloso trovarsi. Ovvio che certi comportamenti determinano effetti collaterali negativi: esempio, l’assunzione di alcol e/o sostanze stupefacenti fanno perdere lucidità. Le due ragazzine vengono descritte come inseparabili e spiace pensare che la loro sorellanza le abbia unite nella morte. Pare che una si fosse seduta sui binari e l’altra si sia lanciata per allontanarla. Siccome la mia immaginazione corre, mi chiedo se l’incauta non volesse suicidarsi. Domande tremende che si farà anche il padre (non ho sentito nominare la madre), costretto a riconoscere le figlie da poveri resti. Anni fa capitò a un professore che frequentavo essere privato delle due figlie, vittime di incidente automobilistico, appena sbarcate in Sicilia per una gita. Anche mia nonna Adelaide perse le due figlie di 17 e di 19 anni per tifo…e chissà quante altre volte la signora con la falce e’ stata operativa. Ma nel caso delle sorelle morte all’alba, straziate dal Frecciarossa c’è qualcosa che va oltre l’ineluttabile, che forse avrebbero potuto evitare, limitando le ore di divertimento.
Categoria: Attualità
Fatalità
Non so che fattezze abbia la fatalità: certo che per me è terrificante, quando si manifesta in situazioni già compromesse, per aggravarle. Mi riferisco alla tragica morte della bimba di sette anni Ucraina, fuggita dalla guerra e morta annegata nel Lago di Revine, dove si trovava in escursione con un gruppo parrocchiale. La piccola, Maria Markovetska, rifugiata in Italia dopo l’inizio delle ostilità in Ucraina, era ospite del collegio “San Giuseppe” di Vittorio Veneto. Una bella bimba bionda, sfuggita alla vigilanza e inghiottita dalle acque del lago. Il padre della piccola sta combattendo nella zona orientale, quella più bersagliata dai russi, “Un dramma nel dramma” afferma il console onorario per il Nord-est Marco Toson. Gruppi di bambini si alternavano per fare il bagno, guardati a vista dagli animatori. Era presente anche la nonna della piccola e nessuno si è accorto che Maria non era riemersa dall’acqua. Al momento la Procura della Repubblica ipotizza i reati di omicidio colposo e omessa vigilanza. Comunque si siano svolti i fatti, provo una grande pena per tutti: in primis per la bimba, risucchiata dalle acque che dovevano procurarle gioia e benessere, per i genitori, la nonna, la sorellina di cinque anni, i volontari maggiorenni e minorenni in servizio al Grest. Quando ero in servizio come insegnante di scuola media, qualche anno fa e prima del covid, il preside ci ricordava di non incorrere nella “culpa in vigilando” durante la ricreazione, quando gli adolescenti danno sfogo al bisogno di correre e tra i docenti serpeggia il bisogno di scambiare quattro chiacchiere, seguendo le scorribande degli studenti con la coda dell’occhio. Che spesso con basta. Le disgrazie purtroppo succedono anche in condizioni di vigilanza. A me capitò che una incauta pallonata durante la ricreazione provocò quasi un distacco di retina a uno studente. I genitori trovano utile – e talvolta comodo – delegare ad altri la responsabilità dei minori, che sono delle mine vaganti. Impossibile abbassare la guardia, in qualsivoglia circostanza, privata e pubblica. Cordoglio per i genitori, un pensiero di solidarietà per gli animatori, un fiore bianco per la sfortunata Maria.
“Essere madri è anche faticoso”
Se posso, evito di parlare di fatti troppo duri che aumentano la mia percezione negativa, anziché alleggerirmi. Mi riferisco alla morte della piccola Diana, 18 mesi, abbandonata per giorni dalla madre snaturata che l’ha lasciata imbottita di tranquillanti (che avrebbe fatto meglio a prendere lei, vogliosa di divertirsi) e qualche biberon di latte. Mi fa male perfino a scriverle, queste cose. Però ci provo, stuzzicata da ciò che leggo sulla rubrica “Passioni e Solitudini” della dottoressa Alessandra Graziottin, di cui riporto testuali parole: “La mitologia della maternità, così forte nel nostro paese, tiene nell’ombra la complessità della maternità. Essere madri è anche faticoso. Richiede sacrifici, non solo di tempo, e rinunce”. Nel titolo dell’articolo è inclusa la denuncia degli indifferenti, complici di tanta tragedia. Io non so quanto la madre abbia recitato o sviato eventuali sospetti di abbandono, le indagini potranno chiarire. Era successo che avesse anche lasciato i cani senza cibo e acqua per giorni. Inviava foto della figlioletta alla madre per coprire la sua assenza e illudere che fosse tutto ok, mentre la realtà era di crudele abbandono. Suppongo che qualcuno le avrebbe dato una mano, se l’avesse chiesto. Sarebbe stata più tranquilla perfino lei, se avesse affidato la bambina a qualcuno, a pagamento o a gratis. La piccina ha finito di soffrire, la madre no. Comunque recupero un passaggio dell’articolo della Graziottin su cui posso dire la mia, con cognizione di causa: Essere madri è anche faticoso. Senza ombra di dubbio, specie se si è single e sostenute da una buona dose di presunzione di farcela da sole. Oppure costrette da contingenze reali a sostituire l’altro genitore mancato. Inevitabile pensare alle vedove di guerra di ieri e di oggi. La realtà rifila un conto lievitato, che costringe a rivedere la posizione iniziale: se qualche casella del puzzle è vuota, urge rimboccarsi ulteriormente le maniche per colmare i vuoti. Infine, quando il figlio è grande e autonomo, è una grande soddisfazione constatare che va per il mondo con le sue gambe. Sono molto orgogliosa di essere anche madre, ma non ritengo assoluto questo ruolo, perché una persona ha varie occasioni per esprimersi e dare il meglio di sé. A qualcuno riesce meglio nel privato, ad altri nel sociale, mentre i più dotati riescono bene in entrambi. Pacifico che ogni percorso costa fatica. La parabola del seminatore insegna.
Danni da caldo
Mi imbatto in una parola nuova, “demontificare” che riguarda la discesa anticipata dai monti degli animali ospitati nelle malghe, causa siccità, solitamente fissata al 15 settembre. Tra Grappa e Prealpi sono in sofferenza ampie zone e gli animali sono già sotto stress. Le mucche, in particolare, stanno producendo dal 10 al 20 % in meno di latte. “La situazione è drammatica – denuncia il vice direttore di Coldiretti Michele Nenz – i prati sono secchi e le greggi sono quindi costrette a spostarsi sempre più dentro ai boschi o a tornare a valle”. Stamattina, Lara, la mia amica parrucchiera mi diceva che una sua cliente che gestisce un agriturismo vicino al Tempio di Possagno e ha animali in montagna, è costretta a portarci su l’acqua: quando le bestie sentono arrivare il mezzo con le taniche, corrono ad abbeverarsi come fosse una pozza! Quasi incredibile, lo stravolgimento delle abitudini prodotto dall’innalzamento esagerato delle temperature. L’ondata di caldo riguarda anche gli animali selvatici, specie i più giovani. Arriva con tempismo l’invito di Erica a sistemare in un posto consono del giardino una ciotola d’acqua (da sostituire ogni giorno per impedire alle zanzare di deporvi le uova), perché possano servirsene uccellini, ricci e altri piccoli animali. Un piccolo gesto che può fare la differenza. Mi auguro che i lettori del post abbiano a cuore tutte le creature e si attivino per alleviarne le sofferenze. Viceversa non spreco una parola per quegli individui che osano abbandonare un cane, un gatto o altro animale…per andare in ferie. Il paradiso spetta alle creature sensibili, non a chi è senza cuore.
Protagonista il cervello (se c’è)
Oggi, 22 luglio si celebra la Giornata Mondiale del Cervello…fa quasi da ridere, oppure da piangere a secondo di attribuirne dosi elevate o ridotte a qualcuno. Uno slogan che leggo è: “Salute del cervello per tutti” e su questo non ci piove (mannaggia, anche questo modo di dire accentua il problema siccità). L’iniziativa parte nel 2014, grazie alla World Federation of Neurologo (WFN) per sensibilizzare riguardo le malattie neurologiche e neurodegenerative. Quest’anno l’attenzione si concentra sul Morbo di Parkinson, che colpisce sette milioni di persone, di tutte le età, nel mondo. Argomento serissimo che non ammette leggerezza. Io però, da letterata mi riferisco a certi modi di dire, tipo: “Non ha cervello”, oppure “Ha poco cervello”, talvolta usati durante la valutazione collettiva di qualche ragazzo difficile. Ma quello cui penso oggi, riguarda l’ambito degli adulti, anzi preciso, riguarda i parlamentari che ieri hanno dato miseranda prova di sé. Che fosse a posto il loro cervello? Oppure un po’ in sofferenza? Stiamo tutti schiattando dal caldo che non molla la presa. Con tutte le grane che ci troviamo a dover affrontare e risolvere, non era il caso di rincarare la dose. Non so a che ora pranzino i politici (di sicuro “mangiano” parecchio) e non me la sento di augurargli buon pranzo. Eccezion fatta per Mario Draghi e Sergio Mattarella, le più alte cariche dello Stato invidiateci all’estero e inguaiate in Italia, che devono avere alto il pelo sullo stomaco per quante ne hanno dovute digerire. Per loro da oggi, almeno un pranzo più leggero!
Dolente Anniversario
Il 19 luglio 1992 abitavo a Possagno, in un appartamento al secondo piano del condominio all’inizio di Viale Canova, con una bella vista sulla piazza. Mio figlio aveva quasi quattro anni ed ero tutta presa dalla sua crescita. Faceva caldo, ma non come ora. Nell’attentato di maggio, 57 giorni prima era stato ammazzato il giudice Giovanni Falcone, grande amico di Paolo Borsellino, che subì la stessa sorte, insieme a cinque agenti della sua scorta. A tutt’oggi non è ancora chiaro chi fossero i mandanti della strage. La nipote di Borsellino, che ha il bellissimo cognome Fiore, si rammarica che dopo tanto tempo non sia ancora emersa la verità: per le vittime della mafia, ma anche per la magistratura, ambito di servizio dello zio. Questo anniversario dolente mi induce a riconoscere che trent’anni fa la vita pubblica non era affatto serena. Oggi non è tranquilla… l’elemento comune è una cronica propensione a complicare la vita, propria e altrui all’insegna di non so quale effimero vantaggio: potere, ricchezza, gloria…tutti optional di un percorso esistenziale unico e irripetibile, a scadenza incerta e breve. Dopo trent’anni non sono molto cambiata, neanche fisicamente: ho mantenuto stessa pettinatura, quasi stesso peso…dentro si rinnovano le stesse passioni, ma ho perso ‘smalto’, come succede all’argenteria se non viene lucidata. Da trent’anni ho in camera il post dei due amici-magistrati, cui mi rivolgo quando sono sconsolata. Loro continuano a sorridere!
Tre famigerate C
Cronaca di una giornata di metà luglio. Sono esausta, senza aver fatto granché. Mi isuro la pressione più volte al giorno, forse sto diventando ipocondriaca. La fatica più grande è stare rinchiusa in casa, rinunciando alla sosta sotto il glicine, perché la temperatura esterna è di circa 36 gradi. Dopo il tramonto le cose migliorano, ma il resto della giornata è opprimente. Un sollievo viene dalle telefonate e dai messaggi, che rappresentano un palliativo rispetto alle privazioni legate alla necessità di proteggersi dal caldo, annessi e connessi. Mi deprime pensare che tra mercoledì e giovedì sarà anche peggio: il corpo sta dando segnali di sofferenza. Tuttavia valorizzo ciò che mi dice Pia: abbiamo delle comodità che alleviano, negate in altre zone del mondo. Nei tuguri in India la temperatura tocca addirittura i 53 gradi… spero sia un’esagerazione. Chissà che i grandi della Terra comprendano il danno all’economia e alle persone arrecato dall’innalzamento della temperatura e prendano provvedimenti adeguati, almeno per limitare i danni. Il clima non è questione da poco: basta considerare gli eventi catastrofici degli ultimi tempi, in casa nostra e fuori. Ho sentito che è caduto un altro pezzo di roccia sulle Dolomiti e un po’ dovunque scoppiano incendi. Stiamo entrando nell’era del fuoco. Da ora fino a settembre dovremo convivere con temperature prossime ai 40 gradi, previsione che riguarda non solo il nostro Paese ma l’intera Europa. Sarà dura! Recupero il pensiero della mia amica Pia e i consigli noti per reagire – meglio sarebbe dire non farsi soffocare – dall’ondata di caldo: idratarsi, stare all’ombra/al chiuso nelle ore più calde, nutrirsi in maniera leggera…insomma, un autocontrollo che sa poco di festa, in un periodo che comprende le vacanze estive. Sempre che ci sia ancora la voglia di divertirsi, in barba alle tre famigerate c: clima, conflitto, covid.
Dal frinire al lamento delle cicale
La spiaggia di Bibione, la seconda per numero di presenze, è l’ultima che ho praticato, dopo quelle di Jesolo, Lignano e Caorle, in virtù delle Terme, dove ho fatto anni fa dei cicli di aerosolterapia, per problemi alla voce (abusata in servizio). In una di quelle occasioni, dall’arenile andai al Faro che fotografai. Ebbi modo di apprezzare la flora marittima, generosa di specie straordinarie e di inebriarmi di odori salmastri e vasodilatatori. Valore aggiunto, poter salutare l’amica Antonietta che trascorre là parte delle vacanze. Mi spiace aver appreso dell’incendio successo ieri di primo pomeriggio, forse per autocombustione date le alte temperature (grave se causato da un mozzicone di sigaretta), un un campo di mais. Dei turisti, spaventati dal fumo alto e denso a ridosso della pineta si sono buttati a mare, senza danni. Quindi pericolo scampato, ma allerta meteo per le spiacevoli sorprese legate al tempo, con temperature molto al di sopra delle medie stagionali. Io abito a un’ottantina di chilometri, nella Pedemontana del Grappa, in prossimità dei campi; da un lato, a pochi metri dall’ingresso ufficiale ho un campo di granturco (o mais) bello alto: non ho mai pensato potesse prendere fuoco, ma d’ora in poi ci starò attenta. Sky, il mio amato soriano, faceva le corse attraverso le canne e mi precedeva quando portavo in passeggiata i cani, Luna e Astro che adesso non ci sono più. Ho la vaga impressione che la situazione sia peggiorata, sia per problemi ambientali che emotivi. Collante tra i campi del mio paese e la pineta del mare sono le cicale, sempre canterine e beate dalle cime degli alberi. Immagino che a Bibione, allo scoppio dell’incendio abbiano percepito il pericolo e abbiano trasformato il rilassante frinire in una mesta preghiera.
Trasversalità del male
Se vincessi un viaggio con meta a scelta, andrei in Giappone. È una simpatia che viene da lontano: da bambina, per un carnevale in maschera indossai il costume di una geisha che alternavo a quello della zingara (la fatina mi stava proprio antipatica). A scuola, durante l’ora di geografia trovavo affascinante il lontano Paese del Sol Levante che anche più tardi, da dietro la cattedra proponevo ai miei studenti, mettendo in risalto spirito di sacrificio e rispetto per le tradizione dei nipponici, un modello in cui convive pacificamente il moderno con il passato. Non a caso, in giardino ho un ciliegio giapponese e mi attrae l’ikebana, l’arte di disporre i fiori in vaso secondo criteri estetici e simbolici, ma anche quella di comporre brevi versi chiamata haiku, nata in Giappone nel XVII secolo e sperimentata in classe. Questa premessa, per introdurre il fatto di cronaca nera che ha funestato la nazione: l’omicidio dell’ex premier del Giappone Shinzo Abe, 67 anni, tra i leader più influenti del dopoguerra che è stato accoltellato !durante un comizio. Gli uomini in vista sono a rischio anche lì dove, da qui, pare che tutto funzioni alla perfezione. Mi spiace dover riconoscere che non è così e che il male è trasversale. Tuttavia mi ha molto colpito sentire dalla tivù che la madre ultranovantenne della vittima ha saputo della disgrazia dai media, com’è successo da noi in altre drammatiche circostanze. Immagino che sopravvivere a un figlio, per di più ammazzato sia tremendamente doloroso: penso alla madre del giudice Paolo Borsellino, quando successe da noi e ad altre madri, comprese quelle private dei figli in Ucraina e in Russia. Allorché mia nonna Adelaide credette morto il figlio primogenito Geremia nell’affondamento dell’Andrea Doria, si chiuse nel mutismo per anni, finché lui non ritornò sano e salvo. Per dire della somma di ferite sopportate dalle madri (da estendere ovviamente a mogli e figli) che mi fanno tanta più pena quanto più sono avanti con gli anni. Perciò abbraccio idealmente la madre del primatista assassinato, cui va tutta la mia pietà, congiunta con il cordoglio per una vita insensatamente rubata.
Fiori recisi
Stamattina mi dedico alla pulizia dei fiori, in sofferenza anch’essi a causa del grande caldo. Quelli in terra non sono sbocciati, temo che i bulbi abbiano risentito del secco inoltrato, meno che per un paio di gladioli che ho immortalato. I gerani – talee fatte da me – resistono sotto il portico, in compagnia di una pianta di incenso, data per morta ed invece rinata. Mi piace strofinarne le belle foglie che rilasciano un profumo di chiesa e allontanano gli insetti. Le piante verdi alloggiate dentro si sono adattate all’ambiente e mi preoccupano meno. Sul davanzale a nord da un paio di mesi, in un cestino albergano due piccole piante di kalanchoe, una rosa e una gialla, che hanno prodotto un’infinità di minuscoli fiorellini. Molti sono appassiti e con le forbici cerco di eliminarli, per consentire eventualmente alla pianta madre un’altra fioritura. Mentre mi applico con cautela, non so perché mi viene in mente di paragonare le tracce dei minuscoli fiori alle tracce dei reperti materiali sparpagliati sul ghiacciaio, appartenuti alle vittime della sciagurata spedizione sulla Marmolada. Di alcune vittime sarà impossibile recuperare le salme e perfino oggetti personali, inghiottiti per sempre dalla voragine impazzita. Non so come i familiari potranno rinunciare a piangerli in una tomba dove andarli a pregare, come consuetudine. È successo per altre tragedie, in mare ad esempio. Idealmente destino ogni piccolo fiore reciso alla memoria delle vittime della montagna, recuperate o intrappolate per sempre nel cuore della regina delle Dolomiti, irraggiungibile cimitero contemporaneo.
