Una forte testimonianza

È veramente triste parlare di una bella storia con un drammatico epilogo: è morto Enzo Galli, 45enne fiorentino che tre mesi fa aveva adottato una bimba di due anni in India, dove purtroppo aveva contratto il covid che non gli ha dato scampo. Anche la moglie Simonetta e la piccola Marian Gemma erano risultate positive e ricoverate in diversi ospedali appena giunte in Italia, dopo un volo sanitario, ma per loro il decorso della malattia non è stato letale. Un calvario di tre mesi per lo sfortunato padre che ha fatto appena in tempo a conoscere la figlia, cui si sarebbe dedicato anima e corpo. Adesso è nelle mani di Dio, come ha detto la moglie che dovrà affrontare da sola la crescita della bambina, che ha avuto il privilegio di avere un padre adottivo, per un tempo assai limitato. Ma il gesto compiuto è di una portata immensa. Commuove pensare alla dedizione impiegata da questo giovane uomo, nella ricerca di allargare la famiglia, nelle pratiche avviate, nelle difficoltà superate. Quando il sogno si è concretizzato, la sfortuna ha interrotto il suo viaggio d’amore, azzerando i progetti, compresi quelli della moglie e della bambina, che di secondo nome ha Gemma… non credo sia casuale. Per associazione, o meglio per dissociazione penso ai padri che lo sono geneticamente, ma hanno rapporti burrascosi coi figli, anche quando questi sono cresciuti. Lessi, tanti anni fa, l’opera profetica di un sociologo tedesco, intitolata “Verso una società senza padre”: non mi ricordo nulla, ma il titolo era sapientemente provocatorio. Non so a tutt’oggi se possa applicarsi alla nostra società liquida, troppa acqua è passata sotto i ponti. Ma percepisco un nuovo atteggiamento dei giovani padri che fa ben sperare in un cambio della guardia. Di sicuro il protagonista della vicenda odierna può fare scuola: moglie e figlia ne saranno fiere.

Piccoli piaceri

“Il piacere è sempre o passato o futuro, e non mai presente”, è pensiero attribuito a Giacomo Leopardi, che mi sento di contraddire, almeno oggi. A parte il fatto che il poeta non era poi così pessimista come la cultura scolastica ce lo ha presentato, tant’è che aveva impulsi rivoluzionari, mi sono convinta che è il presente a dominare la mia giornata e che sono io a dovermi impegnare per farmela piacere. Sul come, ci sono diversi suggerimenti, ad esempio la sessuologa Graziottin consiglia di usare adeguatamente i cinque sensi e di fare viaggi mentali. Provo a vedere come mi sono applicata stamattina e poi tiro le somme. È sbocciato nella mia aiuola metallica un bellissimo Gladiolo color malva, che ho immortalato e posterò su Instagram: la vista è stata coinvolta e nobilitata. Questo fiore è inodore, ma mi spruzzo sulle braccia un profumo al fico e anche l’olfatto è servito. Alle 9.30 prelevo da casa sua Lucia e suono il clacson perché salga in macchina, senza farmi spegnere il motore: l’udito funziona! Abbiamo un appuntamento di piacere e di amicizia con Annamaria, in un bar-gelateria, dove gusto una coppa di gelato che elettrizza le mie papille gustative. A questo punto, il tatto rimane l’unico senso inevaso, perché baci e abbracci sono sconsigliati. Però è una soddisfazione vedere come Annamaria scarta con delicatezza la teiera verdina che le abbiamo regalato, procurandomi una sorta di tatto passivo! Beh, chiaro che il mio è un esercizio di libera applicazione dei suggerimenti della dottoressa Graziottin. La lunga introduzione, per dire che ho trascorso un paio d’ore di piacevole intrattenimento, anticipato dal buonumore che mi ha trasmesso il mio fiore spettacolare. Dati i tempi ancora di “penitenza” sanitaria, non mi è andata male. Grazie anche alla compagnia (credo che il buon Leopardi approverebbe).

Paralimpiadi 2021

Mentre sono in cucina, assisto alla cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Tokyo, dove si esibiranno 113 atleti in 22 sport. Sfila il folto gruppo italiano, capitanato da Bebe Vio e Federico Morlacchi. Fa un certo effetto vedere tanti gruppi con atleti in carrozzina, oppure con varie disabilità, impegnati in svariate discipline, sorridenti e presumo orgogliosi di esserci. Lo speaker dice che lo stadio di Tokyo è il luogo dove la disabilità è un attributo e cita l’autobiografia di Rita Levi Montalcini “Elogio dell’imperfezione”, che ho letto con interesse tempo fa. A parte la mia simpatia per il Paese del Sol Levante, le 40 medaglie riportate dagli atleti azzurri nelle Olimpiadi appena concluse sono un valore aggiunto allo spettacolo, che mi propongo di seguire. È chiaro che questi atleti hanno una marcia in più, per aver saputo trasformare un limite in un punto di forza, in barba a pregiudizi più o meno velati ancora serpeggianti. Quando ero in servizio, ebbi per collega un’insegnante ipovedente che aveva una scioltezza espositiva invidiabile e in svariate occasioni ho dovuto ricordare ai miei studenti che tutti siamo deficienti (da deficere = mancare, “complimento” abusato tra loro), in qualcosa: spesso in buona educazione e solidarietà. Fare è più difficile di parlare, per cui anch’io approfitto delle Paralimpiadi per fare un po’ di autocritica. Auguri di soddisfazioni a tutti gli atleti.

Onore al merito

Avevo letto qualcosa sulla vita di Joséphine Baker, di cui ricordavo la foto dove indossa il gonnellino di banane. Già allora mi aveva colpito ciò che stava dietro l’immagine di ballerina sui generis. Ieri ho sentito la bella notizia che la riguarda, confermata dall’articolo del Corriere odierno che titola: “Una donna nera coi grandi di Francia. Joséphine Baker sepolta nel Pantheon”. La prima donna nera – sesta donna – insieme con 75 uomini illustri, per meriti acquisiti per la sua attività antirazzista e impegno civile, alla faccia delle esibizioni canore e di spettacoli osé. Nata a Sain Louis, in Missouri nel 1906, approda in Francia nel 1925 che diventa la sua seconda patria, dove muore a Parigi nel 1975. Devo ancora dire la cosa più straordinaria compiuta dalla soubrette, che non poteva diventare madre: avere adottato 12 (dodici) figli di etnie diverse. È proprio il settimo dei dodici figli adottivi che insieme ad autorevoli sostenitori perora la causa del trasferimento dei resti mortali della madre nel tempio riservato alle persone speciali. Una storia umana eccezionale, che va molto oltre i meriti artistici della cantante e ballerina. Peccato che non abbia scritto l’autobiografia, perché reggere l’impegno di allevare ed educate dodici figli è impresa immane. Vero che le famiglie numerose erano la norma, un secolo fa. Ma che una donna di spettacolo se ne fosse fatta spontaneamente carico, per compensare una maternità negata mi pare comunque esemplare. Molto incoraggiante che uno dei figli si sia speso per restituirle la giusta luce, il che conferma gli ottimi rapporti instaurati. Mi sento di complimentarmi con la madre e con il figlio, oltre che con il Presidente francese Emmanuel Macron.

Tra il serio e il faceto

Quando si dice la iella (i miei alunni userebbero un termine più moderno): un’amica mi invita a pranzo nel ristorante in paese… che è chiuso per ferie fino alla fine di settembre. Ne cerco un altro vicino, causa mio problema di deambulazione, e anche questo è chiuso per ferie. A questo punto l’incontro è rinviato a data da destinarsi. Nonostante la mia riluttanza ai fornelli, metto in pentola un pezzo di manzo con sedano e carota per fare il brodo, con cui preparerò un risottino, perché è domenica e devo trattarmi bene. Come commensali, Astro e Grey non mancano mai. Tra il serio e il faceto, penso che è una bella dote fare da mangiare per sé e per gli altri, che la natura non mi ha riservato, limitandomi i piaceri del convivio. Deve essere una cosa di famiglia, perché anche mia madre non era felice nei panni di cuoca. Diciamo che sono potenzialmente una cliente interessante per bar, ristoranti, pizzerie… aperti. Prima del covid anche di feste e sagre con annesso ristoro. Qualcosa ho imparato dai vari programmi di cucina, ed anche consultando il web. Perfino il mio cognome Cusin si presta a ironici riferimenti culinari. A Caorle, in prossimità del Duomo, c’è perfino una calle Cusin, a suo tempo abitata da pescatori, che può essere un tramite per la cucina. Come si vede, cerco delle motivazioni, ma il mio disimpegno in cucina rimane. Tuttavia devo mangiare e cerco di farlo anche buono. Suona mezzogiorno, il brodo di carne è pronto e procedo con il risotto. Con il lesso realizzerò stasera le polpette, che piacciono tanto a mia nipote Cristina. Buon pranzo a tutti!

Presente e Passato

Chiamatelo pure vintage. A me piace tornare a usare oggetti del passato, ci ho pure scritto il breve romanzo “Tempo che torna”, presentato lo scorso settembre, con in copertina il bel dipinto intitolato “Sguardo antico”, del mio amico Noè Zardo. Ho recuperato un piccolo registratore usato per le mie interviste da corrispondente di zona del Gazzettino risalenti a vari decenni fa, con l’intenzione di servirmene per raccogliere testimonianze utili al romanzo che sto scrivendo. Scopro che l’oggetto non è in forma, qualcosa si è rotto. Contatto Manuel, prezioso factotum, che non si stupisce e si offre di aggiustarlo. Detto, fatto! Finalmente posso sentire quello che era stato registrato nella facciata A della micro cassetta: una lezione in classe di circa trent’anni fa, una interrogazione collettiva di Geografia, su Spagna, Portogallo, Cipro e Grecia rivolta a quattro miei studenti… suppongo ora padri o madri di famiglia, con figli alle medie in tempo di dad (didattica a distanza). Ammetto che è stato emozionante: mi sono sentita grintosa, a momenti anche spiritosa. Richiamo chi fa confusione dal posto e mi scappa spesso di dire OK, che riconosco mio intercalare. Nelle soffitte polverose e nelle cantine, come è capitato a me, possono nascondersi tesori, anche materiali talvolta. Nel mio caso, si tratta di un incontro col passato che mi consente di fare una riflessione ed un confronto costruttivo col mio vissuto, per ottimizzare il presente che si trasformerà in passato domani. Certo ci vuole la chiave giusta, per non farsi travolgere dalla nostalgia e neppure dal negazionismo di ciò che era considerato valore. La via di mezzo, insomma, così come l’avevano già identificata gli antichi Latini: uno sguardo antico sui tempi odierni.

Bar e creatività

Sarà che mi piacciono le Ortensie, ma trovo attraente, anzi gustoso l’articolo a pag. XVII del Il Gazzettino di Treviso di oggi, intitolato “Ortensia Isola, il locale con i Green pass…sticcini”. Di cosa si tratta, è presto detto. La titolare del locale, di nome Ortensia (non poteva essere diversamente), unendo arte pasticcera e furbizia, ha creato quattro dolci accattivanti da proporre ai suoi clienti, tra cui la panna cotta alla menta che ordinerei per prima, dolce al cucchiaio dissetante in questa calda estate. Approfitto per dire, da cliente, che è assai piacevole essere “coccolati” dal gestore del bar frequentato. Ad esempio, a me stamattina è arrivato un cappuccino decorato così bene che mi è spiaciuto disfarlo: un grazioso orsetto mi guardava dalla schiuma nocciola e mi ha strappato un sorriso di tenerezza, forse riesumando giochi infantili di oltre mezzo secolo fa. Gabriella, gentile titolare del bar Mirò a Castelcucco non si risparmia e merita l’affezionata clientela che sosta fuori e dentro il piccolo locale, previo possesso del green pass, come è toccato alla sottoscritta. Insomma, sempre di arte si parla, dove conta il prodotto ma anche la sua forma. A ben pensare, il bar del piccolo paese assolve a una funzione sociale, perché consente l’incontro tra persone che solo salutandosi – meglio se dialogando – si sentono parte di una comunità non virtuale. Con buona pace dei social, che hanno pure dei meriti per attenuare le distanze, ma non è la stessa cosa. Così almeno la penso io.

Ci sono giovani e giovani

Certo ci vuole coraggio, in tempo ancora di pandemia, per partecipare a un rave party, col rischio alto di beccarsi qualcosa. Ma è più opportuno parlare di incoscienza. È ciò che è accaduto nel viterbese, in una zona isolata, presa d’assalto da migliaia di giovani, provenienti da tutta Europa, in cerca di… sballo, suppongo, visto come è andata: una decina di ricoverati per coma etilico, un ragazzo annegato, due stupri denunciati… Fortuna che il raduno, dopo sei giorni di assembramento abusivo in un’area naturale trasformata in mega discarica si è concluso, con l’intervento delle forze dell’ordine e 2000 persone identificate. Detto ciò, mi interrogo sui motivi che hanno fatto incontrare una moltitudine di giovani, in assoluto dispregio del pericolo. Senso di onnipotenza, sottovalutazione del pericolo, mancanza di senso civico… cos’altro? Meno male che mio figlio ha compiuto 33 anni (che non sono una garanzia) e spero abbia superato il disturbo esistenziale dell’adolescenza (per quanto l’età anagrafica sia talvolta contraddetta dai fatti). Sono anche lieta di essere in pensione, sollevata dal servizio in tempo di probabile dad… ma il dispiacere di sentirmi disorientata rimane e anche di essere, eventualmente, inadeguata ad affrontare uno scontro generazionale. Eppure ci sono i bravi ragazzi, ne conosco di persona, non si può generalizzare. Ecco, magari un party tra giovani impegnati e altri disimpegnati lo vedrei bene. Con sottofondo di musica soft, per sentire, valutare ed apprezzare proposte utili a vivere meglio.

Al volante

Stamattina non esco, perché aspetto una visita. Le notizie mi giungono comunque dalla tivù e devo dire che c’è solo l’imbarazzo della scelta tra: medioevo afgano, terremoto ad Haiti, vittime sul lavoro o di un vicino alterato dal caldo. Preferisco riflettere su un dato che non è ancora da cronaca nera, ma potrebbe diventarlo: gli automobilisti sono diventati più pericolosi al volante, dopo il lockdown, e vengono sanzionati per distrazione, eccesso di velocità, uso del cellulare, dismissione delle cinture di sicurezza. Sembra vogliano candidarsi al suicidio o all’omicidio. Premetto che non mi piace stare al volante: sono parecchio miope e mi altero se mi strombazzano dietro. Preferisco di gran lunga camminare, a passo svelto, se devo coprire brevi distanze (il periodo attuale non fa testo, perché l’artrosi mi ha messa k. O.). Comunque mi ero accorta dell’aumento dell’indisciplina sulla strada, ragion per cui evito di infilarmi in viaggi medio-lunghi e uso con parsimonia l’auto. Anziché tirar fuori la mia dal garage, preferisco sentir rombare quella di Manuel, quando viene a sistemarmi varie cosette al pc, annessi e connessi. È un’ originale auto quasi d’epoca, bianca e azzurra, adatta a un tipo originale e multitasking come lui. Anche sulla mia vecchia panda color pavone non posso sciorinare lamentele: dopo oltre 25 anni di onorato servizio, parte ancora al primo colpo. Sento nostalgia per queste vecchie signore che hanno condiviso con i proprietari viaggi e viaggetti di varia natura e sono contenta che abbiano evitato lo sfasciacarrozze. So che arriverà anche per loro il momento del congedo definitivo. Ma per ora sono un simbolo di tenacia e di resistenza. Chi vuole intendere, intenda.

Evviva il gatto nero!

Il 17 agosto si festeggia la giornata della valorizzazione del gatto nero, contro le sciocche superstizioni. Per dirla in inglese, che fa più internazionale, è il Black Cat Appreciation Day. Bene, lunga vita a: Nerina, che fa buona compagnia a Vilma, Camilla, la micetta di Lisa, Minnie, Kela e Ninnone di Erica, una gatta nera di cui non so il nome che mi viene incontro quando vado a trovare Lucia… tutti felini dotati di un bel manto di questo colore che considero distributori di amicizia e serenità, alla faccia di chi li associava al diavolo e alle streghe. Negli ultimi anni ho avuto due gattine nere, cui ho assegnato lo stesso nome, Puma: la prima è vissuta poco, vittima della strada; la seconda, del 2010, mi ha fatto compagnia fino allo scorso gennaio, e ne provo nostalgia. Tra di noi c’era autentico feeling e ci scambiavamo segni d’affetto, senza invadere i rispettivi campi d’azione. Le piacevano i gamberetti, che comperavo per entrambe e di notte si intrufolava sotto le coperte, posizionandosi sul fianco sinistro, all’altezza dell’anca affetta da artrosi: una terapia efficace quanto la magnetoterapia (almeno a livello psicologico). Sempre preferito il gatto nero a quello bianco, leggo con favore che in Australia, Scozia e Inghilterra, il gatto nero è considerato un porta fortuna e chi lo incontra per strada avrà una giornata super. La mia vita è stata popolata di gatti di vari colori, cui ho dedicato anche delle poesie. In tempo di riscatto di superstizioni medioevali che li associavano agli inferi, mi sta bene rivalutare il felino dal manto nero, protagonista della celebre canzone: “Volevo un gatto nero”, autentico successo, anche internazionale, allo Zecchino d’Oro, nel lontano 1969. I tempi cambiano ma, per fortuna, siamo in molti ad apprezzare la compagnia di questo animale affascinante e misterioso, amante della libertà, definito da Ernest Hemingway “il miglior anarchico”.