Ambulatorio Solidale

Medici senior al servizio di tutti. Quattro anni per far partire l’iniziativa che attualmente coinvolge sette medici impegnati al centro ‘Auser’ Circolo di Larino (Molise) Ambulatorio Solidale. Cento visite al mese in supporto ai medici di base: un ottimo esempio di volontariato. Vengo a saperlo dalla trasmissione Geo su Rai3 mentre sto godendo il mio relax pomeridiano. Ospiti della conduttrice Sveva Sagramola, la presidente del Circolo Daniela Bassi e la dottoressa volontaria Anna Marra. L’equipe volontaria dell’ambulatorio annovera quattro medici in pensione, oltre ad altri medici che si mettono a disposizione per ridurre i tempi di attesa della sanità pubblica, compiendo esami ecografici, oculistici, chirurgici, accorciando le attese dei pazienti. Il tutto gratuitamente. Il che mi pare straordinaria in una fase in cui la sanità pubblica è in sofferenza per la carenza di medici. L’iniziativa può generarne altre di simili, anche in campi differenti. Mi piacerebbe mettermi in gioco insieme con un gruppo di persone creative, impegnate in un ambito culturale di qualunque espressione artistica (pittura, scrittura, fotografia, canto, cucina, ricamo…), purché interessate a fare squadra. Sono sicura che le risorse ci sono anche nelle piccole realtà locali, ma vengono mortificate da impicci burocratici e/o da poca autostima. Non è la prima volta che si affaccia questo tema e l’esperimento diventato realtà in Molise potrebbe dare fuoco alle polveri. Se qualcuno è interessato, si faccia vivo. Comunque, a prescindere da quello che potrebbe nascere, si può fare volontariato offrendo ciò che si ha perché ogni persona è abile in qualcosa. Purché non se lo dimentichi. Tanto di cappello ai medici senior e a tutte le persone che offrono tempo e competenza.

Anche i reali piangono

Non mi attraggono le vicende private dei regnanti. Seguivo con simpatia la regina Elisabetta, da poco scomparsa perché nel privato me la immaginavo come una zia, mentre ammiravo la sua ‘tenuta’ – nel senso resistenza – come sovrana apprezzata dai suoi sudditi. Poi amava molto i cani ed era spiritosa, come quando girò il video con l’attore Daniel Craig nel ruolo di James Bond per le Olimpiadi di Londra 2012, un vero cameo. Il nipote Harry, duca di Sussex ha scritto un’autobiografia di circa 500 (!) pagine con rivelazioni esplosive che esce oggi, in contemporanea mondiale in 16 lingue; anzi in Spagna è già uscita furtivamente. Il titolo è Spare ( = riserva/di scorta), costo circa 25 euro. Io non ho nessuna intenzione di procurarmela e tantomeno di leggerla. Mi bastano le dichiarazioni che l’autore (ma l’ha poi scritta lui? No, addirittura un premio Pulitzer) ha fatto su alcuni trascorsi della sua vita, confidando che ha fatto uso di Cocaina e che in Afghanistan ha ucciso almeno 25 volte. Mi viene spontaneo pensare a quei reduci di guerra che, ritornati dall’inferno non hanno più voluto parlarne, mentre il principe ci scrive sopra, presumo per guadagnarci denaro facile, peccando a mio dire di buon gusto. Certo ha subito un grave trauma a 12 anni, con la morte della madre, la compianta lady Diana, ma l’accanimento verso la famiglia reale che lo ha distanziato dopo avere sposato Meghan mi sembra patologico. Comunque, da modesta scrittrice ritengo che l’autobiografia sia un genere da coltivare casomai a fine vita, non nel pieno della maturità e per togliersi dei sassolini – nel suo caso massi pesanti – dalle scarpe. Mia nonna Adelaide citava spesso dei proverbi, tra cui il seguente: Il bel tacer non fu mai scritto (da alcuni attribuito addirittura a Dante Alighieri), ovverosia che è preferibile il tacere al cicalare, che mi richiama l’altro famoso modo di dire: I panni sporchi si sciacquano in Arno, cioè si mantengono i disaccordi in privato. Harry li sparpaglia al mondo intero, forse nell’illusione che rimediamo noi alle sue fragilità. Un giornalista per tivù definisce il libro Un’operazione commerciale intinta di paranoia. A questo punto, non invidio il ruolo del padre, re Carlo III del Regno Unito che ha da meritarsi la stima dei sudditi, dopo la scomparsa della madre, nonna del contestato principe. È proprio il caso di ricordare che Anche i reali piangono.

Battesimo

Domenica 8 gennaio, Battesimo di Gesù. Il tema del compleanno trattato il giorno prima per la Costituzione repubblicana che ha compiuto 75 anni, ritorna per il Battesimo, somministrato ieri a 13 bambini da Papa Francesco nella Cappella Sistina. È lo stesso Pontefice a dire, nel corso dell’Angelus che il Battesimo È come un compleanno perché ci fa rinascere alla vita cristiana. Per questo vi consiglio di insegnare ai vostri figli la data del Battesimo, come un nuovo compleanno: che tutti gli anni ricordino e ringrazino Dio per questa grazia di essere diventati cristiani. Nella seconda parte dell’Angelus, il Pontefice dedica un lungo pensiero alla guerra, evidenziando il ruolo delle mamme russe e ucraine che hanno subìto la perdita dei loro figli: Le mamme ucraine e le mamme russe, ambedue hanno perso i figli. Trovo molto doveroso e commovente questo passaggio, cui aggiungerei i molti – temo moltissimi – figli rimasti orfani. Nel messaggio di Natale 2022 Papa Francesco aveva definito la guerra in Ucraina insensata e non si può che essere d’accordo. Per non uscire dal seminato – più appropriato dire terreno minato – torno al tema del battesimo, per un ricordo personale. Da bambina di 5/6 anni ho assistito a qualche battesimo nella chiesa parrocchiale di Cavaso del Tomba, dove mia mamma era invitata in qualità di ostetrica che aveva seguito il lieto evento. Non sapendo a chi lasciarmi, Giovanna mi portava con sé. Il fonte battesimale era sulla destra entrando, custodito dentro una struttura lignea che si apriva a posta per il rito e che mi affascinava. Anche il cerimoniale in sé mi attraeva: l’acqua versata sulla fronte del neonato di bianco vestito e infilato in un cuscino ricamato, la candela retta dalla mamma… fors’anche qualche dolcetto distribuito alla fine del rito. Ricordo l’emozione legata al contesto e all’apertura del fonte battesimale, preludio dei sacramenti a venire. Schegge di passato lontano che inteneriscono il presente.

Compleanno speciale

La nostra Costituzione ha appena compiuto 75 anni. Infatti è entrata in vigore il primo gennaio 1948. Avevo pensato di dedicarle un post per Capodanno, poi destinato ad altro. L’idea ritorna mentre sabato sera seguo la trasmissione condotta da Gramellini su Rai3 dove si parla anche della nostra Costituzione repubblicana. Anzi, un ospite ne illustra alcuni articoli, collegandone il contenuto a delle opere d’arte. Il che, a mio dire, la rende più attraente perché la parte visiva semplifica il concetto talvolta astruso, anche se i legislatori a suo tempo fecero del loro meglio per rendere gli articoli comprensibili a tutti. Gli articoli sono 139 seguiti da 18 disposizioni transitorie e finali. Il testo è diviso in 4 sezioni principali che trattano i seguenti temi: i princìpi fondamentali, i diritti e i doveri dei cittadini, l’ordinamento della Repubblica, le disposizioni transitorie e finali. Quando insegnavo, mi concentravo sui 12 principi fondamentali, base della Costituzione e su alcuni diritti e doveri; spesso citavo l’articolo 32 sulla Salute. Riferendomi all’attualità, cercavo di fare individuare ai ragazzi quale diritto era stato leso e quale dovere il cittadino si assume. Ad esempio, la salute è un diritto, ma il cittadino ha il dovere di mantenerla, adottando comportamenti corretti, cosa che non fa chi si mette al volante non lucido. Non a caso, un recente spot del Ministero della Salute ricorda che la prima causa di morte tra i giovani che hanno tra i 15 e i 29 anni è l’assunzione di alcol e droghe. Senza diventare pedante, sono convinta che la conoscenza della Costituzione andrebbe anticipata alla scuola primaria ed estesa nelle fasce di età successive, con adeguati collegamenti ad altri ambiti, creando occasioni culturali per rinfrescarne la memoria agli adulti. Viceversa, dovremmo amaramente attualizzare il vecchio motto latino: ‘Fatta la legge trovato l’inganno’ che favorisce maleducazione e inciviltà.

Lutti e coincidenze

Non me ne intendo di calcio, tuttavia ho seguito la vicenda di due grandi, mancati uno venerdì, Gianluca Vialli e Pelé, pochi giorni fa. Appena 58 anni Luca, sconfitto da un tumore al pancreas diagnosticato cinque anni fa; 82 anni il brasiliano deceduto il 29 dicembre ’22 all’ospedale Einstein di San Paolo per un tumore al colon. Entrambi di grandissimo talento calcistico, ma anche di grande umanità che è un valore aggiunto. Oggi ho riflettuto sulle parole dette da Vialli riguardo alla malattia, definita “ospite inatteso”; lui si augurava di sopravvivere ai suoi genitori e che il male gli concedesse di portare all’altare le due figlie avute dalla moglie inglese, per cui viveva a Londra. Non è successo. La dignità della convivenza con la malattia e la consapevolezza di perdere la battaglia costituiscono una testimonianza da grande leader. In parallelo, mi ha molto colpito che la madre di Pelé, donna Celeste sia centenaria e ancora in vita. Entrambe le madri di questi campioni piangono un figlio di straordinarie qualità, amato da moltissime persone. Ma anche se il figlio non è una star, la madre che lo perde deve convivere con una ferita innaturale, perché di norma muoiono prima i genitori dei figli, salvo eccezioni come nel caso di Francesco, l’amico di mio nipote, anni 21, morto dopo tre mesi di ricovero nel reparto Grandi Ustionati di Padova, a seguito delle gravi conseguenze riportate nel tentativo di suicidio messo in atto a settembre. Oggi alle 15 il funerale. Nell’epigrafe, sotto il bel volto del ragazzo che esibisce tre medaglie conquistate nel nuoto – anche lui uno sportivo – si legge: Con immenso dolore ne danno il triste annuncio la mamma Anna, i fratelli Luca e Michele… gli amici. Da ‘letterata’ mi soffermo sull’aggettivo immenso che sottintende ‘un fine pena mai’, specie in quest’ultimo caso: per la giovanissima età del protagonista e per la modalità scelta per congedarsi dalla vita. Riposino in pace tutti e tre.

Mitica Panda, anzi Pandina!

La fine arriva anche per le auto. La mia panda color pavone, modello young, di anni ne ha ormai trenta! Immatricolata nel 1993, è ancora su strada sebbene l’incidente subito nel 2016 l’avesse già candidata al macero. Mi ero opposta e l’assicurazione convenne che dovevo essere risarcita, così l’amata utilitaria – chiamata affettuosamente Pandina – rimessa in sesto ha continuato a fare il suo dignitoso lavoro nelle mani di mio figlio. Io optai per un usato, un’altra panda, azzurra, un modello più recente e più comodo per la mia artrosi. Il servizio finora fornito dalla panda invecchiata con me è andato oltre le aspettative, ma entro il mese dovrò rassegnarmi a non vederla più: mettere mano ai vari problemi che ha costerebbe troppo. Così oggi mio figlio che la usa dal tempo del sinistro mi ha invitato a fare l’ultimo giro di congedo: siamo stati al Tempio Canoviano di Possagno dove tanti anni fa avevo fotografato lui bambino di cinque anni sul cofano dell’auto e abbiamo ripetuto le foto, anche con me che l’ho guidata per oltre vent’anni senza fare lunghi viaggi, ma spostamenti piacevoli a Lignano o di servizio con mia mamma, ospitando al bisogno anche cani e gatti. So bene che si tratta di un oggetto materiale… però nel tempo si è insinuata nella mia vita, acquistando un valore aggiunto emozionale. Avevo già sperimentato la demolizione della 128 di mia madre ed ora è giunto il momento della Pandina, entrata nella storia della mia famiglia. Non voglio essere ridicola e nemmeno patetica: sottolineo che mi dispiace privarmi di un oggetto che è anche simbolico. Certo le fotografie e qualche gadget dell’auto mi ricorderanno la nostra lunga convivenza. Vado a rileggere l’episodio Mitica Panda che le ho dedicato nel libro TEMPO CHE TORNA, da cui estrapolo il seguente pensiero riassuntivo: Per me è molto più di un oggetto, è il barometro della mia vita da adulta. Ciao Pandina!

Da docente a studente

Bella giornata col sole. Oggi mi calo in panni non miei, nel senso che mi improvviso ‘attrice’ per promuovere i miei libri. Riprese affidate a Manuel, il mio braccio destro. L’ultima volta che recitai (passato remoto d’obbligo) avevo sei anni o poco più, sul palco delle opere parrocchiali di Cavaso del Tomba dove abitavo, in prossimità della chiesa dedicata alla Visitazione. Non ricordo nulla dello spettacolo dove io avevo da recitare qualcosa all’inizio: mi è rimasto impresso il buio che si creò, allo spegnimento delle luci in sala e lo sguardo amorevole del maestro di musica Benedettini che da dietro le tende mi incoraggiava ad esordire. Dopo oltre sessant’anni ci riprovo Pro domo mea (a mio favore) per raggiungere, se possibile il pubblico virtuale del web, cui presento le mie opere letterarie attualmente disponibili su Amazon. Il lungo periodo di pandemia ha impedito in alcuni casi e rallentato in altri gli incontri ravvicinati col pubblico dei lettori, così mi sono ritrovata in casa parecchio invenduto che ho trasferito online, grazie al prezioso servizio di Manuel. La ‘promozione domestica’ è finalizzata a presentare un po’ la mia produzione: sei romanzi, la raccolta di 30 fotografie che illustrano altrettante poesie e i primi 365 brevi articoli pubblicati sul mio blog verbameaada.com. Prima ripresa fuori del ristorante Montegrappa perché lì inizia la storia narrata nel romanzo Passato Prossimo. Qualche cliente chiede permesso prima di passare davanti alla cinepresa che non è ancora attiva: mi sento quasi una star (quasi gigantesco). La ripresa va bene (cioè per noi basta) al primo tentativo, anche se si sentono i rumori delle auto che passano. Ci spostiamo soddisfatti alla chiesetta di Santa Lucia, dove intendo leggere la poesia Nevicata, contenuta nella silloge Natura d’Oro anche se il clima è mite…ma l’inverno è appena iniziato. Qua serve ripetere la ripresa che è corredata dal vento. Mi viene in mente un passaggio del bellissimo film IL POSTINO con il rintocco delle campane e il vento sulla vegetazione mediterranea, commentati dal grande Troisi. La terza e ultima ripresa avviene in casa, in un angolo della cucina piccola: sopra un tavolo ho allineato le mie otto creature letterarie che presento con un certo impaccio: da insegnante mi sento ridimensionata a studente apprendista in marketing, ma l’occhio rassicurante di Manuel mi incoraggia. Prezioso lo scambio culturale instaurato tra noi. Bene, per oggi i giochi sono fatti. Se volete, trovate i video su Instagram e YouTube.

La catena del disagio psichico

Non avevo mai sentito la parola ‘introncato’ che viene usata da Gregoire Ahongbohon durante un servizio girato sui malati di mente in Africa. La fonte è il TG1 Mattina, verso le otto e trenta, dedicato a I GRANDI REPORTAGE. Così scopro che la parola ‘introncato’ significa legato mani e piedi con catene a un tronco d’albero, pratica riservata alle persone affette da disturbi psichici in diversi Paesi del continente nero. Per quanto sappia che la lingua è un organismo vivo e forgia parole nuove legate alla realtà, è desolante constatare che ne nascano da situazioni tanto degradanti. Gregoire, la mia età, filantropo originario del Benim, ha dedicato tutta la vita agli ultimi e ha fondato centri in Costa d’Avorio, Togo e Benin per soccorrere persone affette da gravi disturbi psichiatrici. Porta sempre con sé una catena, suo segno distintivo che non è solo metaforica, dal momento che è lo strumento usato per incatenare gli ammalati agli alberi, nell’illusione di scacciare il demonio dai loro corpi, lasciandoli senza cibo e acqua, condannati a una morte certa. Mi manca il fiato a parlarne, incredula che esistano realtà tanto drammatiche. In Italia Gregoire è chiamato “il Basaglia d’Africa” in omaggio al famoso psichiatra che fece chiudere i manicomi. Ecco, anche oggi mi è venuto di toccare due argomenti contrapposti, uno negativo e l’altro positivo. Ho anche imparato un vocabolo nuovo, purtroppo riferito a una realtà drammatica, limitata negli effetti collaterali da una persona di grande cuore. Gregoire va a parlare del disagio psichico ovunque lo invitino. Martedì mattina, grazie al servizio trasmetto dal TG1 è entrato anche nelle famiglie italiane, pizzicando – ne sono sicura – diverse corde.

Protagonista…l’orso

Di prima mattina, mentre sorseggio il mio cappuccino senza decoro come invece mi viene offerto al bar, mi attrae una notizia potenzialmente allarmante: un orso marsicano – una femmina con due cuccioli – avrebbe aggredito Antonio Rabbia, ingegnere 33enne a spasso col cane Biondo, nei boschi di San Donato Valcomino (FR). Il condizionale è d’obbligo perché i responsabili del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (PNALM), richiesto dei danni per l’aggressione che ha procurato ferite alla pancia, frattura di due costole e distorsione alla caviglia al malcapitato, esprimono dubbi sull’evento, riguardo a come raccontato. Se fosse veramente andata secondo la testimonianza, la vittima sarebbe stata miracolata. Non me ne intendo di orsi, ma so che il plantigrado ha un brutto carattere, tant’è che il proverbio dice: Non scherzare con l’orso se non vuoi essere morso. Diciamo che sono attratta dalla ‘orsoneria’; mi incuriosiscono le persone dal carattere riservato, tanto da sembrare dure come un orso. Salvo poi a rivelarsi tutt’altro. Neanche farlo a posta, la raccolta punti TU CHE TRUDI SEI? AMICI PER NATURA del supermercato dove mi servo, tra i ‘regali’ (per cui è previsto un esborso) figura anche un Orso Bruno di peluche, che mi sono portata a casa e che intendo donare a un amico. Unendo una cosa con l’altra, cerco qualche notizia, sia su quanto accaduto il 21dicembre, sia sull’animale temuto che vive fino a 25 anni. L’orso bruno marsicano è una sottospecie dell’orso bruno, in via di estinzione, a causa di bracconaggi, veleno e arma da fuoco. In Abruzzo se ne contano tra 50 e 60 esemplari. Alla domanda Chi è il suo più grande nemico, leggo con malcelata sorpresa L’uomo! Assodato che l’orso è un animale solitario, schivo e diffidente, con indole per lo più pacifica… accarezzo il mio orsetto di peluche e auguro a quello in carne e ossa di stare alla larga dagli umani.

Capodanno e Capodanno

Tra le varie notizie, il telegiornale informa anche su come è stato vissuto il Capodanno in alcune parti del globo: in Francia, con la gente riversatasi sugli Champs-Élysées, a Londra con lo spettacolo pirotecnico lungo il Tamigi, a Venezia dove il bacino di San Marco sulla Riva degli Schiavoni si è illuminato con il riflesso dei fuochi sull’acqua. Stride con le immagini festose della gente uscita in strada, dopo due anni di pandemia quella del Capodanno di guerra in Ucraina: persone di tutte le età, soprattutto anziani nello scantinato, tra coprifuoco e paura di un nuovo attacco. La telecamera si sofferma furtiva su due bimbe che giocano sopra un materasso, un anziano con le cuffie in testa, un’anziana sdentata… non serve catturare immagini strappalacrime. Intuisco come sia il morale della gente privata della libertà in questo periodo festivo, con l’inverno che avanza. Le strade di sera sono buie e alle 23, ora del coprifuoco nessuno è più in strada. Il presidente Volodymyr Zelensky, temendo un’operazione più aggressiva da parte della Russia ha detto: Il nemico farà di tutto per rendere il Capodanno il più cupo possibile. Non ho parole…mi vengono in mente i versi di Salvatore Quasimodo nella poesia Uomo del mio tempo: Sei ancora quello della pietra e della fionda,/uomo del mio tempo e sembra che dai tempi di Caino e Abele si ripeta l’odio di quando il fratello disse all’altro fratello:/”Andiamo ai campi”. Sento un’oppressione a parlare di argomenti gravi, ma scriverci mi consente almeno di esprimere pietà e solidarietà. Chi mai avrebbe immaginato una guerra in Europa, dopo la tragedia di due guerre mondiali? Mi soccorrono i versi illuminanti di Bertold Brecht: Quando chi sta in alto parla di pace/la gente comune sa/che ci sarà la guerra./Quando chi sta in alto maledice la guerra/le cartoline precetto sono già compilate.// Ignoro quante persone siano morte dal 24 febbraio scorso, dall’una e dall’altra parte…certo moltissime, ed altrettante non avranno più voglia di festeggiare alcunché. Salvo la Libertà e la Pace.