Anche oggi giornata grigia, ma con una piacevole nota di colore: mentre sto uscendo e rallento davanti al cancello automatico che si prende il suo tempo per aprirsi, butto l’occhio al di là della strada e noto che il poggiolo di una casa difronte esibisce nove fiocchi rosa. La nascita di una bambina è confermata da un grande decoro augurale sulla porta d’ingresso. La notizia mi mette di buonumore e mentalmente auguro alla piccina ogni bene. Procedo con la mia tabella di marcia. Faccio la fila alla posta, per pagare delle bollette. Pioviggina e sollevo il cappuccio della vecchia giacca grigia che mi fa ancora un buon servizio, anche se non si può dire che sia di moda. Di questi tempi, non ci bado proprio e comunque per me la comodità prevale sull’impatto visivo. Scambio due chiacchiere con il fratello di un amico che mi ha riconosciuto nonostante la mascherina. Quando arriva il mio turno, in posta il computer si spegne e per riattivarlo ci vuole pazienza. Intanto la fila fuori dell’ufficio si allunga e l’ingresso è consentito solo a due clienti per volta. Spero che i clienti in attesa non se la prendano perché mi attardo, dato che non è colpa mia. L’impiegato non sta con le mani in mano, ma deve attendere che ritorni la rete. In altre circostanze sbufferei, ma i fiocchi rosa visti poc’anzi mi hanno messo di buonumore. In tempi nel complesso accettabili, il problema si risolve e conduco a termine le mie pratiche. In cielo stazionano minacciosi nuvoloni grigi, è più prudente restare nei paraggi per la spesa, che di solito faccio in un paese vicino. Rinuncio al bar e ritorno a casa prima del previsto, sono al riparo. Scarico e sistemo la spesa. Prima di mezzogiorno esce pure il sole. I fiocchi rosa sul poggiolo della casa difronte si colorano di luce.
Domenica di festa
Oggi piove ma per me è comunque una bella giornata, per i seguenti motivi: in tempi rapidi si è concluso lo screening in paese per scovare il covid, con esito a mio dire buono, dato che su 1600 persone sottoposte a tampone, ne sono risultate positive 29, pari al 1,81 per cento; dopo circa un mese ho ripreso i contatti con Manuel, il mio geniale aiutante informatico, con cui ho elaborato il regalo di Natale per i miei amici; sono andata a pranzo con lui in paese, al ristorante Montegrappa, rinnovando una piacevole abitudine, per forza maggiore interrotta. La meringata all’amaretto e mascarpone era la fine del mondo! Mi andava di festeggiare il risultato dell’indagine sanitaria, uscendo in buona compagnia e degustando la specialità della casa: gnocchi all’angelico del Grappa (angelico = formaggio) su letto di funghi. Non accendere i fornelli di domenica, per me che sono una cuoca negata è già una soddisfazione (a mia parziale discolpa, me la cavo a fare muffin in tutte le salse). Durante il pranzo lui mi ha aggiornato sui suoi progetti futuri, tra cui sostenere un difficile esame universitario a gennaio, mentre io gli ho raccontato dei miei esordi nel mondo della scuola. In quarant’anni è cambiata la cornice, ma le ansie sono rimaste le stesse. Forse è giusto così, perché le difficoltà temprano il carattere. Al ritorno, Manuel mi dà uno strappo fino a casa con la sua originale auto bicolore bianco azzurra, che in frenata fa un rumore del demonio… ma lui ci ride sopra ed io pure. Bisogna essere dei maghi per trasformare in divertimento gli acciacchi di due vecchie signore… non ancora disposte a passare il testimone.
Cronaca di un sabato diverso
Mi sveglio alle sette e sento che piove. Mi alzo ed apro gli scuri: una pioggia costante e ritmica mi saluta. In bagno accendo una vecchia radio, sintonizzata su una frequenza che trasmette musiche per orchestra: un piacevole inizio di giornata. Verso le otto sbircio fuori e una colonna di auto in moto mi ricorda che oggi il paese è chiamato a sottoporsi allo screening per scovare il famigerato covid, cui aderisco anch’io. Ammetto che il rumore di un’auto accesa non può competere con il gorgoglio dell’acqua che si infila nella caditoia, e meno che mai può reggere il confronto con l’armoniosa musica di un’orchestra… ma riconosco, nell’adesione spontanea dei miei concittadini all’indagine sanitaria un confortante senso di responsabilità, che corrisponde a una disciplinata musica. Abito a due passi dalla postazione drive-in dove sono convocata alle 10.30. Dato l’afflusso di macchine, esco per tempo, infilandomi circa a metà serpentone, grazie al passaggio concessomi da una gentile persona, posizionata per necessità davanti al mio cancello d’uscita. Con voce ferma e rassicurante, un addetto al traffico si accosta ai vari finestrini che cautamente si abbassano, chiedendo il motivo della presenza, confermata dall’invito recapitato a casa. Le operazioni procedono in ordine, ma ci vuole il tempo necessario, che non sarà rapidissimo. Mentre attendo di avanzare a tratti, a motore spento do una sbirciatina al tablet e a una raccolta di poesie. Intanto continua a piovere, ma non mi disturba, anzi mi isola nel mio abitacolo in maniera protettiva. Sono in buona compagnia di chi mi precede e di chi mi segue. Senza quasi rendermene conto, mi avvicino alla postazione con gli operatori sanitari, bardati di visiera mascherina tuta copri calzari e quant’altro. Le macchine si dispongono su due file, a me tocca la sinistra dove mi raggiunge un giovane di cui vedo solo gli occhi scuri. Mi chiede conferma dell’identità e procede al prelievo, rapido e indolore. Con tono garbato e professionale risponde alle mie domande: se ci fossero problemi, ritorno a fare il molecolare in tempi brevissimi. Per fortuna non è successo. Spero altrettanto per le centinaia di persone che hanno condiviso con me questa esperienza di civiltà.
Fiori Libri, coppia vincente
Primo weekend di dicembre, pioggia e cielo grigio. Non è giornata favorevole a scattare foto, perciò cerco nell’archivio del mio tablet, dove trovo lo scatto che risponde al mio spirito odierno: uno sguardo al crepuscolo dentro lo studio, vigilato da un aitante Amaryllis sul davanzale. Il soggetto mi fa tornare in mente la frase di Confucio; “Al cielo non chiedo che una casa piena di libri e un giardino pieno di fiori”. I libri ci sono, i fiori c’erano. Anzi ci sono i Ciclamini sotto il portino, i Crisantemi nell’aiuola in giardino, i Pansè nelle ciotole… ma la stagione non è favorevole per i fiori da recidere e mettere in vaso che tanto mi piacciono. Così rimedio con le bulbose invernali, come Amaryllis e Giacinti che adesso compero, in attesa che tra un paio di mesi fioriscano quelli messi a dimora in terra. Una variante la offrono i Giacinti coltivati in acqua, che mi fanno compagnia per diverse settimane, offrendomi uno spettacolo a rate, che replico ogni anno di questa stagione. Ammetto che non mi stanco mai di occuparmi dei fiori, ci parlo anche (visto che sono sola e non desto preoccupazione di cedimento mentale)… ovvio che non mi rispondano! Però la relazione affettuosa che instauro non è a senso unico, perché a loro modo comunicano, regalandomi bellezza e serenità. Del resto sono creature abitanti la terra quanto me, con un loro scopo e non serve rileggere Il Cantico delle Creature di san Francesco, per convincersene. Ma rileggerlo per ossigenarsi fa sempre bene. Comunque l’abbinamento fiori libri mi sembra quanto mai azzeccato, e in questo periodo di limitazioni e di penitenza può essere assai salutare. Provare per credere…
Potere della musica
“Nessuno incrocia il nostro cammino per caso” è la frase che accompagna un messaggio di stamattina. Mi chiedo se sia estensibile alle cose. Mi piace pensarlo, nel caso della fisarmonica, che ho ripreso a suonare. Appartiene a mio figlio, che la suonava da ragazzino prima di passare alla chitarra elettrica, poi accantonata pure quella. Non ho voluto togliere i due strumenti dalla vista, in ricordo delle emozioni procurate; adesso arredano lo spazio d’ingresso della zona notte, in compagnia di leggio e spartiti. Mi auguro, un giorno o l’altro di sentirli nuovamente suonare, confidando nel ritorno della passione musicale accantonata. Un po’ per noia e un po’ per curiosità, mi sono accostata alla fisarmonica, da autodidatta, cercando di rispolverare i pezzi più semplici, sentiti a suo tempo interpretati da mio figlio: i primi semplici valzer e “Tu scendi dalle stelle”, un classico del tempo natalizio. Ecco, mi sono posta l’obiettivo di imparare a suonarlo (più realistico dire strimpellarlo) per Natale e proporlo all’ascolto indulgente delle mie amiche. Mia madre apprezzerebbe e immagino che da lassù mi sostenga nell’arduo progetto. Dopotutto non faccio male a nessuno e la fisarmonica, circa dieci chili di peso, mi consente un esercizio di equilibrio fisico e di coordinazione tra le due casse armoniche. Succede che Grey, la gatta più giovane, si intrufoli tra le gambe mentre mi esercito e strofini il muso sul polpaccio. Deduco che gradisca. Del resto anche l’amatissimo Sky si esercitava, a suo modo, con il popolare strumento musicale…
Prima neve
Stamattina è arrivata la neve, peraltro annunciata dai bollettini meteo. Non sono amante del bianco, ma ammetto che è sempre uno spettacolo veder volteggiare i fiocchi che imbiancano alberi tetti siepi, prima di depositarsi a terra. È un momento che sa d’infanzia e di leggerezza, anche di musica del silenzio. Gli operai del vicino cantiere hanno sospeso l’attività, non si odono le grida dei bambini del nido, di solito a quest’ora fuori per giocare, mentre gli studenti delle medie faranno la ricreazione dentro. A malincuore, si capisce. Sul paese è come calata un’atmosfera prenatalizia di raccoglimento, dal sapore lontano. L’emergenza sanitaria richiede la massima prudenza e non consente di abbandonarsi a chiassosi festeggiamenti, cui peraltro non sono avvezza. Mi impongo di essere ottimista e guardo al futuro con la speranza che ci lasceremo alle spalle gli effetti di questo anno nefasto, anche se il prossimo ci costringerà a nuovi e inevitabili sacrifici. Tra qualche giorno tirerò fuori dall’armadio due simboli artigianali del Natale: un alberello di legno porta candele e un mini presepe rotondo dell’Ecuador con i tipici personaggi disposti a girotondo, anche Gesù Giuseppe e Maria. Niente capanna. Non appenderò le lucette, sia perché mi sembrano stonate in questo periodo ancora di emergenza sanitaria, sia perché attraggono troppo le gatte. Con le conseguenze che si possono immaginare. Ecco, se a Natale ci sarà la neve ok. Viceversa penserò a quella scesa stamattina, che per un paio d’ore mi ha consentito di riconciliarmi con lo spirito della stagione e con il mio.
“Un dicembre a luci spente e con le persone accese”
Oggi primo dicembre 2020, anno da dimenticare. Temperatura di prima mattina prossima allo zero. Pare che nevicherà. Quando ho aperto i balconi dello studio, la luna tonda e gialla stava calando: l’ho fotografata, ma con risultato modesto. La regina del cielo notturno merita altra visibilità! Cerco in Internet delle frasi da adottare, che si adattino al periodo e soprattutto all’umore. Questa di Charles Bukowski mi sembra perfetta: “È Natale da fine ottobre. Le lucette si accendono sempre prima, mentre le persone sono sempre più intermittenti. Io vorrei un dicembre a luci spente e con le persone accese”. Oltre che un mio desiderio, il concetto espresso si profila come necessità anticipata dall’imminente Dpcm, che allude a festività natalizie spartane. Mi impongo di rispettare le disposizioni sanitarie senza lamenti, cercando nella lettura e nella scrittura una compensazione al distanziamento sociale. Penso a quanto sarà bello ritrovarsi, risanati dentro e fuori quando avremo fatto il vaccino… perché è l’arma che ci offre la scienza per venirne fuori, in piedi intendo dire. “Un dicembre a luci spente”, senza straboccanti luminarie per le vie degli acquisti non mi sembra male, a favore del recupero di una sana affettuosità, fatta di sorrisi e auguri sinceri di “persone accese”. Credo che sostituirò panettone e pandoro con biscotti fatti in casa. Mi spiace per l’industria dolciaria, in crisi come tanti altri comparti dell’economia… ma è tempo di vacche magre, bisogna farsene una ragione. L’idea me l’ha data Pia, che domenica mi ha portato dei rustici biscotti, fatti da lei, in confezione regalo, con un rametto di minuscole mele provenienti da una pianta da giardino e commestibile, chiamata “Red Sentinel” (il nome è tutto un programma). Il suo dono artigianale ha illuminato la mia domenica. Allo stesso modo, io proverò ad “accendere” altre persone a me vicine.
Un passo indietro…
Anche stamattina come altri lunedì mi concentro sull’articolo della dottoressa Graziottin, intitolato “Un passo indietro per (ri)aprire la porta della felicità”. Mi attrae soprattutto ciò che sta tra parentesi, che induce a ripescare qualcosa di buono e bello del nostro passato. Prima ancora di leggere l’articolo, mentre il cameriere deposita sul tavolino il cappuccino cremoso col cuore disegnato e una profumata croissant, decido che oggi devo essere contenta, perché ricorre il mio anniversario di laurea, conseguita nel lontano 30 novembre 1976… ero una ragazzina di 23 anni, coi capelli lunghi ramati; indossavo gonna e gilet di velluto celeste, sotto camicetta rosa con chiusura a cravatta. Il particolare della cravatta non è casuale, perché sottintende il mio bisogno di indipendenza e autonomia, guadagnate colpo su colpo. Per diversi anni ho festeggiato il giorno della laurea, ritenuto centrale per la mia carriera professionale. Poi è stato superato da altri importanti eventi. Stamattina il titolo dell’articolo succitato me lo ha riportato alla memoria, procurandomi una sottile emozione. Lo leggo attentamente e comprendo che l’invito è a fare una passeggiata dentro di noi, per recuperare lo spirito dei tempi migliori, forse della gioventù ma non è esclusivo, per godere dei piaceri semplici oppure che vengono dal sacrificio e dalla pazienza. Tra l’altro, la sessuologa definisce l’attività fisica, anche il semplice camminare, il più potente antidepressivo e ansiolitico che esista. Quindi buon cammino a tutti, reale se possibile e soprattutto introspettivo.
SALUTE, bene individuale e collettivo
La mia dottoressa è una gentile e sorridente signora che frequento il meno possibile in studio, ma che vedo assai volentieri alle mie mostre fotografiche e alla presentazione dei miei libri. Infatti ama i fiori come me ed è una forte lettrice; il che si sente dagli interventi accurati che fa e da come si esprime, coniugando professionalità e rigore scientifico. Mi invia un messaggio nel quale, da medico di base esprime pena per la situazione sanitaria creatasi con le testuali parole: “In questi giorni è un delirio: la nostra bella Pedemontana, risparmiata dal virus in Primavera, è ora flagellata. E dicembre, con le sue feste, deve ancora arrivare… speriamo bene!”. Ecco, mi ero illusa di vivere in un’isola felice, circondata dai campi e da tanti capitelli. Speravo di scivolare indenne, insieme con i miei concittadini, fuori dal tunnel opprimente della pandemia che invece pare stazioni qui e nel vicino paese. A breve saremo sottoposti tutti a screening di massa per stanare il covid: ben venga, così sapremo come difenderci. Se ricordo bene, l’imperatore Traiano diceva che la migliore difesa è l’attacco! Però riprendo la parte finale del messaggio della dottoressa, che sottintende la preoccupazione per le incombenti feste natalizie e rivolgo un appello a tutti i cittadini di cuore e di testa: per quest’anno famigerato, sostituiamo la parola festa con sobrietà, oppure serenità… che ci consentiranno di riappropriarci della salute e di mantenerla. Consapevoli che la SALUTE è un bene individuale e collettivo, come da Art. 32 della Costituzione italiana.
Spes ultima dea
“Io parto sempre dal presupposto che sia un bel giorno… poi si vedrà”, è il testo incoraggiante di un messaggio ricevuto poco fa corredato dalla vignetta di una ragazza stilizzata, seduta ad un tavolino, mentre sta per bere qualcosa di caldo: situazione rituale che si ripete dentro casa ogni mattina, anche nella mia, in compagnia dei miei pets, dal rango di semplici “bestie” elevati a quello di “conviventi”, secondo quanto affermato in un articolo letto di recente sul Corriere. Ho sempre ammirato la pubblicità realistica, finalizzata al benessere delle persone, come nel caso del messaggio inoltrato, piuttosto che a vendere un prodotto. Detto per inciso, se fosse possibile acquistare in negozio o in farmacia confezioni di buonumore e di speranza, credo ci sarebbe da fare la fila, di questi tempi più che mai. Visto che oggi è sabato, azzardo una considerazione di fine settimana, leggermente soffusa di rosa: la tele ha annunciato il passaggio a zona arancione delle zone prima rosse e un calo dell’indice di diffusione del virus: mi sembra una notizia incoraggiante, che autorizza a sperare in ulteriori “miracoli” con l’arrivo a breve del vaccino, anzi dei quattro vaccini allo studio, in attesa di approvazione. È il caso di tenersi stretta la “Spes ultima dea”, divinità cui si appellavano i Latini nei momenti bui, oppure di trovarla come dono sotto l’albero di Natale. Per archiviare al più presto questo anno terrificante.
