Omaggio a Dante

Di domenica mattina mi piace seguire il programma PAESI CHE VAI… oggi dedicato a Verona ed al soggiorno che vi fece “Il divin poeta” Dante Alighieri, di cui ricorre il 700esimo anniversario della morte. Sempre utile rinfrescare le meningi, specie quando si tratta di personaggi di prestigio. Dei tre grandi del Trecento, da liceale la mia preferenza andava al Boccaccio – che tra l’altro è stato il primo biografo di Dante – seguito a ruota da Petrarca. Molto più facile leggere una novella del Decameron o immedesimarsi nell’atmosfera di una poesia del Petrarca che decodificare una terzina della Divina Commedia, capolavoro assoluto che non ha perso il fascino dell’avventuroso viaggio dentro di sé. È risaputo che le cose proposte a scuola hanno bisogno di tempi lunghi per essere metabolizzate. Ai miei tempi la lettura dell’Inferno mi accompagnò in prima liceo, mentre in seconda e terza dovetti “sorbirmi” le altre due Cantiche, con tutta la dovizia di spiegazioni: una modalità rigorosa ma opprimente, almeno per me. Da adulta l’atteggiamento si è ammorbidito, apprezzando di Dante anche le altre opere scritte: il DE MONARCHIA, che riassume il suo pensiero politico, la VITA NOVA, una sorta di autobiografia, il DE VULGARI ELOQUENTIA, scritto in latino ma per conferire più dignità al volgare italiano. E non è mica finita qua… perché il nostro scrisse altro, anche RIME! A me però intriga la sua vita di esule (oggi diremmo immigrato) costretto per beghe politiche ad abbandonare Firenze e a bussare a svariate porte, così da scoprire “quanto sa di sale lo pane altrui” (Paradiso, Canto XVII) e infine morire a Ravenna, dove sono custodite le sue spoglie. Insomma, credo proprio che sia doveroso ricordare ed omaggiare il padre della Letteratura Italiana.

Adolescenti smarriti

Stamattina c’è il sole, mi dovrebbe bastare per risollevare il morale… eppure una notizia mi disturba: dei giovinastri sere fa hanno disturbato parecchio con petardi in zona camposanto e vicinanze, provocando pure qualche danno materiale al cassonetto delle immondizie. Come altri che nel paese confinante si sono permessi di tagliuzzare il telo della struttura servita per fare lo screening anti-covid un mese fa. Sullo stesso piano chi ha danneggiato la palestra di una vicina scuola media, scaricando due estintori. Un emerito psicoanalista ha detto la sua in tivu poche ore fa, a proposito della crisi esistenziale degli adolescenti, costretta a causa dell’emergenza sanitaria a stare a casa. Magari ci restassero, dico io, organizzando il tempo di studio e di ricerca, piuttosto che abbandonarsi ad atti sconsiderati e potenzialmente pericolosi. Oppure si rendessero disponibili per qualche servizio a favore di persone impossibilitate a uscire, per salute o quarantena. Non nego le privazioni che anche i giovani devono subire: la casa non corrisponde sempre a quella della pubblicità del Mulino Bianco e quando il nucleo è numeroso, di conseguenza si complica la convivenza. Ma da qui a trasformarsi in teppistelli ce ne vuole. Un dubbio inquietante mi assale, pensando ai genitori di tali soggetti: dove sono e dove stavano quando i figli minorenni si sfogavano a danno dell’ambiente e della comunità? Una risposta sarebbe salutare. Soprattutto per loro.

Bentornato al quadro DANZA CAMPESTRE

Stamattina mi colpisce una notizia buona, seguita da interrogativi inquietanti: è tornato a casa, cioè alla Galleria Borghese da dove era stato trafugato, il quadro DANZA CAMPESTRE, di Guido Reni (Bologna, 1575 – 1642), un dipinto di genere campestre, con molti personaggi e un bellissimo cielo blu dove l’artista ha dipinto due mosche che sembrano vere. Non sono competente in materia, anche se attratta dall’arte in generale che in Italia abbonda. Infinite opere sono confinate in spazi angusti e altre alimentano il mercato di quelle trafugate. La cosa che mi scandalizza è che il dipinto succitato è stato comprato per la cifra di 800.000 (ottocentomila) euro! Il che mi pare una beffa: se era stato rubato, a mio modesto dire doveva rientrare a casa gratis! Un’altra domanda che mi pongo – e gradirei essere contraddetta – riguarda la difesa del nostro enorme patrimonio artistico: non sarebbe utile proteggere meglio i nostri beni culturali, assumendo tanta gente, sia tra i giovani disoccupati, sia tra quelli che il lavoro lo hanno perso? Non riesco a immaginare la folla immensa che potrebbe essere assunta con 800.000 euro… certo sono un’ingenua perché intuisco soltanto quello che c’è dietro il mercato dell’arte. Poco tempo fa mi era venuta l’idea perfino di investire del denaro in questo ambito. Per fortuna, un amico pittore mi ha dissuasa, facendo un utile distinguo tra opera d’arte e mercato dell’arte. Concludo, dicendo che lo spirito ha bisogno di nutrirsi di bellezza e dato che in Italia ne abbiamo a oltranza, vale la pena di custodirla per goderne in serenità e pienezza.

Ci mancava la crisi…

Non ci facciamo mancare niente, neanche la crisi di governo in tempi di pandemia. Non che nel resto del mondo fili tutto liscio, basti pensare a quanto successo in America di recente. Neanche nel passato era tutto rose e fiori. Per studi classici e reminiscenze scolastiche legate a traduzioni dal greco, mi è tornata in mente la figura di un uomo politico che oggi definiremmo carismatico: Alcibiade, che sono andata a rivedere. Alcibiade (Atene, 450 – Melissa, 404 a.C.), brillante politico, grande condottiero… e l’uomo più bello della Grecia! Allevato dallo zio Pericle, apprezzato da Socrate per la sua vivacità intellettuale, fu contestato e diffamato da parecchi per certe ombre del carattere, tra cui l’egocentrismo. Ma lo storico Tucidide, vissuto nella sua stessa epoca, lo elogia. Certo non ebbe vita facile, né carriera trasparente. Accusato di sacrilegio e condannato in contumacia a morte, di ritorno da una spedizione militare in Sicilia contro la città di Siracusa, riesce a scamparla. Ma deve affrontare altre dure prove, tra cui l’esilio in Frigia, dove viene ucciso da emissari spartani. La sua parabola mi fa pensare a quella di Napoleone, nella famosa Ode IL CINQUE MAGGIO, scritta dal Manzoni nel 1821 in occasione della morte del generale esiliato a sant’Elena. Tra i due personaggi, un tempo lunghissimo e la storia che si ripete. Cosa c’entra con la crisi di governo? Mi piacerebbe che la risposta venisse dai nostri politici, certo non all’altezza di Alcibiade e neanche profondi come Tucidine, però dotati di mezzi allora impensabili per risolvere le crisi. Non faccio politica e non mi identifico in nessun partito. Vorrei che lo spirito di Pericle aleggiasse nel nostro Parlamento e inducesse i nostri rappresentanti a occuparsi seriamente della cosa pubblica, accantonando la poltrona.

Un episodio riprovevole

Lia Tagliacozzo, figlia di due sopravvissuti alla Shoah, durante la presentazione online del suo libro “La generazione del deserto”, organizzata dall’Istoreto e dal centro studi ebraici di Torino è stata oggetto di minacce naziste. L’ho sentito per televisione e ho pensato che è vicino il 27 gennaio, Giorno della Memoria, per commemorare le vittime dell’Olocausto. Quando ero in servizio a scuola, qualche anno fa, tutte le classi dell’Istituto Comprensivo di Asolo erano coinvolte nelle rappresentazioni a teatro legate al tema ed erano momenti di autentico pathos. Di acchito ho pensato appropriata e puntuale l’uscita dell’opera della scrittrice, che ha come sottotitolo “Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia”. Non ho parole per quanto accaduto, che è stato denunciato sui social dalla figlia Sara, che scrive: “Sono Sara, sono ebrea, figlia di madre ebrea. Laica, anzi lontana dalla religione, anzi molto critica nei confronti dell’ebraismo… Vivo immersa nella coscienza della seconda generazione. Non mi sconvolge parlare dei miei morti. Ma quello che è successo oggi mi ha sconvolta”. Come darle torto? Dobbiamo essere arrabbiati e indignati per quanto accaduto. Mi rammarica non poterne parlare a scuola. Ma comprerò di sicuro il libro di Lia Tagliacozzo, LA GENERAZIONE DEL DESERTO, per solidarietà e per fare pubblicità al bene che dà fastidio al male.

Coco Chanel

Cinquant’anni fa, il 10 gennaio 1971 moriva Coco Chanel, celebre stilista francese, pseudonimo di Gabrielle Bonheur Chanel. L’hanno ricordato i notiziari. Qualcosa sapevo su questa donna speciale, ma ho voluto saperne di più e ho cercato informazioni in Internet, che sintetizzo di seguito. Figlia di una sarta e di un venditore ambulante, nasce in un ospizio per indigenti. Non va mai a scuola (incredibile, se si pensa alla straordinaria carriera successiva). La madre muore quando Coco ha 11 anni ed è costretta ad andare in orfanotrofio con le due sorelle, dove impara a cucire, sviluppa il gusto per l’austerità, e per il bianco e nero. La sua prima attività è legata ai cappelli, che confeziona per sé e per le amiche. Nel 1910 ottiene la licenza da modista e apre un negozio, Chanel Modes, in una via centrale di Parigi. Da lì è una escalation: è la testimonial del famoso profumo Chanel N.5 e fonda la casa di moda che ha il suo nome, che conta 4000 dipendenti, diventando una delle donne più ricche al mondo. Sua intenzione è vestire le donne comuni come le milionarie. Il suo stile rivoluziona il concetto di femminilità, liberando le donne da corsetti, piumaggi e crinoline a favore di gonne corte, pantaloni comodi, sobri abitini neri, valorizzati dagli accessori: molteplici fili di perle finte, borsetta a tracolla, una camelia, il suo fiore preferito. Grazie a lei, finalmente l’idea del nero è associata a raffinatezza e non più a disgrazia. A 71 anni presenta la sua ultima collezione, disegnando abiti fino alla morte. Una donna con le idee chiare, dotata del coraggio e degli strumenti per realizzarle.

Anemone o “Fiore del Vento”

Mi sono arrivate delle foto da Nazareth, dove abita Paola, mia amica di liceo che ha immortalato dei bellissimi Anemoni rossi, blu e viola. Tra l’altro mi informa che ieri la temperatura in Israele era di venti gradi e che è già stata vaccinata contro il covid, una doppia bella notizia. Indago sul fiore, che viene chiamato anche “Fiore del Vento” per la fragilità delle sue corolle, dagli svariati colori. Simbolo di caducità e di vita effimera, è anche legato al concetto di attesa. Pertanto lo ritengo adatto a questo periodo liquido nel quale si vive come sospesi, in balìa delle raffiche della pandemia. In Veneto siamo messi male, temo che passeremo a breve in zona rossa, e la cosa mi disturba parecchio perché significa che il Dpcm di Natale non è bastato a migliorare la situazione sanitaria. Per essere chiari, è stato un provvedimento che molti non hanno rispettato, condividendo il virus con i piatti delle feste, laddove altri hanno pranzato da soli, come la sottoscritta. Ed è chiaro che la mancanza non riguarda il cibo, che succede anche di buttare. Adesso la situazione si è addirittura complicata e solo la vaccinazione di massa potrà restituirci un po’ di normalità, in tempi non brevissimi. Tornando all’argomento iniziale dei fiori fragili in Israele, la nazione sta vivendo composta il terzo lockdown, e vorrà significare qualcosa se ha provveduto a mettere velocemente al riparo i suoi nove milioni di abitanti, che come premio si godono temperature primaverili, mentre noi combattiamo con neve e gelo. Devo indagare con la mia amica sull’andamento climatico colà: se fosse costante tutto l’anno, non escludo di fare come le rondini in autunno (per tornare a primavera).

Come resistere?

– In questa gelida domenica di gennaio mi sono alzata col piede sbagliato, fuori è grigio, l’umore è nero. Certo le notizie non sono incoraggianti: Veneto maglia nera per covid e possibilità di passare a breve in fascia rossa. L’emergenza sanitaria può durare altri tre mesi, prorogabili a sei. Dopo quasi un anno di tira e molla, la stanchezza sta passando il testimone alla depressione. L’ancora di salvezza, allo stato attuale è la vaccinazione, che farò di corsa quando sarà il mio turno. Nel mentre, come resistere? In un articolo letto sul periodico gratuito del supermercato consigliano di praticare l’immaginazione: mi applico, e visualizzo il mare luccicante in una mattina di giugno, oppure il ristoro offerto dal mio glicine esuberante durante la calura di agosto. Dura pochi istanti, meglio di niente. Mentre rimugino su cosa scrivere nel post odierno, mi arriva un messaggio su Whatsapp di Anna, con la foto di una fragola rosata ai piedi di una pianta, tra sassi lisci e foglie gelate: come dice la mia amica, un bell’esempio di resilienza! Emetto un sospiro di ammirazione e penso a cos’altro può colorare il mio umore: vediamo, è domenica, bar e ristoranti chiusi. Ma è consentito l’asporto. L’ultima pizza risale a tre mesi fa, in compagnia di Lucia, il gentile consorte Gianni e il figlio Alessio. Conservo ancora lo scontrino, come ricordo di un momento felice e condiviso. Ecco, ho nostalgia di una bella pizza fumante che possa allentare il mio disagio e mi consenta di ricaricare le pile. Date le restrizioni, dovrò gustarmela in privato, in attesa di quella da condividere. Un colpo di telefono al Ristorante Pizzeria Montegrappa ed è fatta (il tono accogliente e gentile di Luca, il gestore, è un valore aggiunto).

Beata solitudo sola beatitudo (Beata solitudine sola beatitudine)

In coda ad un telegiornale, ieri ho sentito che in un paesino del padovano, Villa del Conte è stato istituito l’Assessorato alla Solitudine. Mi è sembrata un’ottima idea, su cui mi sono documentata stamattina. Scopro che non c’entra la solitudine esistenziale, quanto l’offerta di un servizio ai cittadini da parte di una persona in carne ed ossa, al posto di un robot: comunque una iniziativa apprezzabile, per umanizzare i servizi, tra l’altro neanche recentissima, perché risale a circa un anno fa. Comunque approfitto della notizia per riflettere sulla solitudine, “un’ottima cosa, se puoi parlarne con qualcuno”, come dice il mio amico Piero. Nel mio stato su Whatsapp ho inserito la frase “Beata solitudo, sola beatitudo”, attribuita a san Bernardo, persuasa della necessità di poter stare anche con se stessi, per una sorta di recupero della propria essenza, disturbata da tanti stimoli esterni. Pertanto non considero la solitudine un male, anzi un indispensabile ingrediente per praticare una qualsiasi forma d’arte. Però quando è troppo è troppo! Il distanziamento sociale favorisce l’isolamento e la solitudine scade in scoramento e profonda tristezza. Non vedrei male l’istituzione di un servizio d’ascolto, tipo telefono amico, destinato a curare le ferite da covid inferte allo spirito, subdole ma pericolose. Anch’io che apprezzo la solitudine, ho dei momenti di cedimento da cui mi rialzo indebolita. Mi impongo di essere ottimista, faccio qualche telefonata, incrocio le dita… confidando in un cambio di rotta, che dovrà pure arrivare!

La pazienza del giacinto

Mi piace la fioritura lenta dei bulbi in acqua. Da un paio di mesi ho acquistato dei bulbi di giacinto che ho messo a radicare in acqua, processo che avviene in tempi non rapidi e per step: prima le radici, poi la gemma e infine il fiore, che è un raggruppamento di minuti fiori profumati, di varie tonalità. Io prediligo quelli blu, ma ne ho di diversi colori. Gli devo la soddisfazione letteraria procurata da una mia poesia intitolata GIACINTO BLU, che riporto sotto, con protagonista appunto lui. La cosa curiosa è che ritengo la motivazione della poesia esemplare, perché ha colto in pieno lo stupore nell’osservare, passo dopo passo, il manifestarsi della natura in tutto il suo fulgore. Quindi il riconoscimento è andato anche alla capacità di attendere il compiersi dell’evento. Il che mi induce a considerare la pazienza un ingrediente del successo, concetto sintetizzato anche nel proverbio “Chi va piano va sano e va lontano”. Beh, di questi tempi gravati dalla pandemia, ce ne vuole davvero tanta, per non lasciarsi vincere dallo sconforto. In attesa che si compia il miracolo del ritorno alla normalità, in tempi non biblici. GIACINTO BLU Nella boccia di vetro/ho spiato/le radici avvolgenti/distendersi/come velo da sposa./La gemma tenace/ha nutrito/per lungo tempo/la mia voglia/di meraviglia./Il primo fiore/s’è infilato incerto/tra le foglie,/incalzato/da una costellazione blu./Tra colori e radici/si sono sciolte/le ansie quotidiane,/come sulla rena/la spuma del mare.//