Cronaca quotidiana

Dunque, due mesi fa era primavera che alla data attuale non sembra affatto essersi avviata verso la stagione estiva. Instabilità atmosferica e umorale prevalgono alla grande. Pare che avremo a che fare con un’estate di tipo tropicale, non mi sembra una previsione tranquillizzante, dovremo farcene una ragione. Del resto, dopo tanti mesi di confinamento sociale, non arretreremo difronte al tempo che fa le bizze: ombrello a portata di mano, golf e qualche maglia. Tintarella quando possibile, anche a domicilio, come faccio io. Al momento sto scrivendo sotto la pergola del glicine, in una calma pomeridiana quasi surreale. Qualche bombo gira attorno spaesato, perché i fiori sono numerati, dato che la pianta ha subito una drastica potatura. Il cane sonnecchia e i canarini sono in pausa canora. Niente uova, o meglio depongono e se le mangiano: dovrò indagare perché. Ogni tanto passa un’auto, prima si è fermata quella di Adriana, venuta a prelevare due dolcetti alle fragole, fatti stamattina. Insegna matematica e verso mezzogiorno mi scrive: risolvo due problemi e arrivo. Penso si tratti di quelli con le operazioni… ma dopo due ore deve ancora arrivare e deduco che si tratti di altro. Sospetto confermato: la scuola è sempre una palestra sfiancante! Per lei che fa pure la coordinatrice di plesso, lo è doppiamente. La pensione, ad arrivarci, è un beato momento che auguro a ognuno di meritarsi e di godere in serenità e salute. A vivacizzare il mio pomeriggio, arriva Manuel, oggi in veste di elettricista: il rombo della sua macchina mi mette di buonumore. Mi cambia la scheda al led del frigo e mi applica il decoder alla tivu in salotto e in cucina, per essere a posto, quando a settembre avverrà la “riassegnazione delle frequenze”: non ho chiaro di cosa si tratti, so che va fatto. La mia giornata scivola verso sera, con la soddisfazione di aver avuto la visita di due care persone.

Karol Wojtyla

Quarant’anni fa l’attentato a Karol Wojtyla (18 maggio 1920 – 2 aprile 2005), allora Papa Giovanni Paolo II, oggi Santo. Ma non voglio parlare del 13 maggio 1981, né del Santo Padre. Mi limito a dire che ho molto ammirato l’uomo Karol: poliedrico, sportivo, amante del teatro e pure scrittore, amico dell’allora Presidente della Repubblica Italiana, il socialista Sandro Pertini. A scuola ho dettato ai miei studenti una sua poesia che Egli dedicò alla madre morta, intitolata SULLA TUA BIANCA TOMBA, che mi colpì allora e continua a procurarmi emozione, perché si intuisce l’amore struggente del figlio per la madre, che va oltre la morte. Tra l’altro, l’autore rimase orfano della madre Emilia Kaczorowska (1884 -1929), alla tenera età di nove anni. Quindi, nonostante il titolo faccia pensare alla morte, la poesia è piena di tenerezza e di “fiori bianchi della vita”, come si evince dal testo che riporto sotto, a giusto riconoscimento del merito letterario del Grande Uomo: Sulla tua bianca tomba, di Giovanni Paolo II Sulla tua bianca tomba/sbocciano i fiori bianchi della vita./Oh quanti anni sono già spariti/senza di te – quanti anni?/Sulla tua bianca tomba/ormai chiusa da anni/qualcosa sembra sollevarsi:/inesplicabile come la morte./Sulla tua bianca tomba,/Madre, amore mio spento,/dal mio amore filiale/una prece:/A lei dona l’eterno riposo//.

A Mia Martini

Accadde come oggi: il 12 maggio 1995 moriva Mia Martini (nata a Bagnara calabra, il 20.09.1947). Per dire quanto sia presa da questa immensa cantante, rubo le parole di Fabrizio De André che un giorno si definì: “innamorato totale della sua arte e della sua umanità”. E Mimì ne aveva di estimatori: Charles Aznavour, Ivano Fossati, Pino Daniele, Paolo Conte… ma anche malelingue che seminarono dicerie sul suo “portar jella” che bene non le fecero, tanto che nei primi anni Ottanta decise di ritirarsi dalle scene. Dopo un’assenza di quattro anni, per fortuna ritornò, ma la vita fu un alternarsi di emozioni forti, fino al decesso, che l’autopsia attribuì a overdose di cocaina. “Per fortuna il suo talento dolente e intenso è rimasto qui, nei suoi dischi” (Mina). Ho visto e apprezzato il film sulla vita della cantante, intitolato Io sono Mia (2019), interpretato magistralmente da Serena Rossi. Anche il tormentato rapporto con il padre me l’ha resa cara, ma soprattutto l’interpretazione intensissima delle sue canzoni, dove dava l’anima. Se non sbaglio, a proposito qualcuno l’ha definita la Edith Piaf italiana. A completamento, era di una bellezza mediterranea avvincente, avvolta in abiti raffinati. Nel mio precedente libro Tempo che torna, titolo l’ultimo episodio a pag. 116 PENSIERI VANNO E VENGONO, LA VITA È COSÌ, che è il verso finale della canzone Minuetto, uno dei suoi tanti successi. A proposito di successo, mi viene da comparare la sua vita a quella di Napoleone, pur con le debite differenze: dall’alto al basso, dalla gloria alla dimenticanza, dalla gioia al dolore. In fondo Mimì, alias Domenica Rita Adriana Bertè voleva solo esprimere la sua anima.

In memoria di Gianna

Annamaria mi offre su un piatto d’argento l’argomento del post odierno: Gianna, la nostra cara e stimata collega di Italiano, mancata all’improvviso la notte di sette anni fa, a poche settimane dagli esami e dalla sospirata pensione. Per dire com’era Gianna ci vorrebbe un post a parte, perciò sintetizzo: preparata, spiritosa, disponibile, con una grande capacità di mediazione nelle situazioni conflittuali, sia in classe che nelle riunioni collegiali. Più di me potrebbero dire i suoi studenti, da cui riusciva a estrapolare il meglio. Io le ero coetanea e collega in una classe parallela. Conosceva la mia attitudine a scrivere e mi sosteneva, intervenendo alle mie presentazioni col seguito di allievi che preparava a puntino. Doveva succedere anche la prima domenica di maggio 2014 quando, purtroppo, due giorni prima un infarto bloccò la sua vitalità, lasciando allibita e incredula tutta la comunità scolastica, i figli Davide e Daniele, sorelle fratello e familiari tutti compresi. Gianna era anche molto attiva nel volontariato; in parrocchia era una colonna portante. Che fosse speciale lo dimostra il desiderio di dedicarle la scuola di Castelcucco, dove ha insegnato ininterrottamente per oltre trent’anni, ventilato all’indomani della sua scomparsa e ora riemerso attraverso la voce di Adriana, una comune collega. Io sono in pensione, come lo sarebbe Gianna, dato che eravamo coetanee, ma sottoscrivo volentieri la proposta. Non conosco l’iter burocratico perché il desiderio si realizzi. Mi limito a dire che Gianna se lo meriterebbe! Non solo per come insegnava, catturando l’attenzione anche dei più svogliati, ma per come si preparava: snobbando gli esercizi sul testo, elaborava verifiche di storia e di geografia, per “pilotare” le interrogazioni a buon esito, e si alzava nel cuore della notte per correggere i compiti. Per fare ciò, un insegnante “normale” si prende almeno una settimana; in condizioni ideali, io impiegavo circa un quarto d’ora per compito, per 20/25 allievi. Lei si affrettava, perché sapeva che gli alunni masticavano ansia fino alla consegna. Non conosco nessuno che abbia fatto di meglio. Perciò, cara Gianna, stai sicura: noi non ti dimentichiamo. Con o senza dedica.

Mea culpa, mea maxima culpa!

Presa da diversi pensieri, mi sono scordata che ieri era il compleanno della mia giovane amica Lisa, cui vanno le mie scuse per l’augurio tardivo, colmo di simpatia e di buoni auspici. Lei mi ha già perdonato, ricordandomi il suo giorno natale ieri sera, e la ringrazio di avermi consentito di rimediare… per il rotto della cuffia! Ci messaggiamo ogni giorno, dando alla giornata un tocco di vivacità al mattino e una nota di conforto alla sera, pur senza vederci, perché abitiamo a una ventina di chilometri di distanza, lei lavora e io sono in pensione, il distanziamento sociale fa il resto. Però condividiamo la vita, nei suoi aspetti gradevoli e non. Grande amante degli animali, è circondata dai gatti dentro e fuori casa, nel senso che, oltre ai suoi si occupa di una colonia felina rimasta nella vecchia dimora. Il che la dice lunga sulla sua sensibilità, che si estende anche all’ambiente: lo spazio verde casalingo è sempre molto curato, grazie anche alle buone abitudini trasmesse da mamma Bruna. Poco più grande di lei, la sorella Roberta le è anche amica, dettaglio non scontato tra familiari. Poi c’è Nina, una vivace bassotta, trattata come una regina. Una famiglia al femminile, dove si respirano buoni sentimenti, profumi di piatti elaborati con dedizione, rispetto per la tradizione e omaggio alla memoria di chi non c’è più, ma ha lasciato il segno. Lisa incarna tutto questo e chi le è vicino lo sa bene. Il giorno del nostro incontro sul treno, qualche anno fa è stato benedetto… da una provvidenziale distrazione che ci consentì di allungare il viaggio di un paio di stazioni e di gettare le basi della nostra amicizia. Auguri tardivi, cara Lisa, ma fatti col cuore! 💟

Emozionarsi, progettare, sperare: buona Pasqua!

Il mio ciliegio giapponese è uno schianto: quando apro il balcone dello studio, mi pare che i rami si tendano in un abbraccio di pensieri rosa apposta per me! La Natura segue il suo corso, indifferente alle restrizioni sanitarie, è già un messaggio di guardare oltre e disporsi a emozioni positive: emozionarsi, progettare, sperare… è l’augurio più opportuno in questa faticosa risalita della china verso il recupero della voglia di vivere e di condividere con gli altri. Condividere, anche a distanza è l’invito che ci offre uno spot televisivo, oltre a sorridere, essere gentili, allenare il corpo e imparare qualcosa di nuovo. Un sasso in uno stagno, ma è già qualcosa. Torna a fagiolo il mio blog, che in questo senso è diventato per me una benefica cura e un motivo per allacciare contatti: proprio ciò che mi serviva: grazie ai fedeli lettori, di farmi compagnia con l’attenzione e i commenti, ancora pochi ma buoni! Una carezza mattutina me la offrono i fedeli contatti di Whatsapp, che distendono le mie rughe e illuminano i miei occhi. Alle sette di stamattina erano già parecchi ad avermi preceduta nell’augurio pasquale. Sono uscita a raccogliere due giacinti blu e un tulipano rosso, da mettere davanti al quadro di mia madre. Poi mi posiziono davanti al ciliegio giapponese e lo fotografo da tutte le angolazioni, ne faccio quasi un reportage domestico. D’altronde la bellezza gratuita è pure una benedizione che rende più buoni, in tema con la Pasqua di Resurrezione. Serena Pasqua, piena delle bellezze a portata di mano!

… una cascata di capelli!

Oggi, argomento in apparenza futile: la piega in casa. Impossibile andare dal parrucchiere, centinaia di donne si devono arrangiare, me compresa. Premetto che ho i capelli molto lunghi, che considero un po’ il mio biglietto da visita. Tagliati un paio di volte nella vita, li tengo raccolti sulla nuca in una coda oppure a chignon. Trovo che siano più comodi da gestire, rispetto a un taglio medio, meno che per il tempo di asciugatura che oggi speravo di fare al sole, dato che i tre giorni precedenti la temperatura era pressoché estiva. Niente da fare, il caldo è rientrato, provvedo a mettermi una decina di bigodini davanti allo specchio, impresa che mi fa rimpiangere Lara, la mia amica parrucchiera. A metà dell’operazione, quando ormai non ne posso più, perché i beccucci stentano a infilarsi nel bigodino che penzola, decido di intrecciare le ultime ciocche… e ripenso a mia nonna Adelaide, che teneva l’acconciatura per una settimana: una lunga treccia arrotolata a crocchia sulla nuca, piena di forcine nere: stabile, ordinata, regale come quella delle ballerine di tango o di danza classica. Un’arte, quella di acconciare i capelli, che le donne praticavano in casa da sole o al massimo con l’aiuto di un’amica, compresa la tintura delle chiome ingrigite. La pandemia ha sparigliato diverse abitudini consolidate legate alla cura della persona e non solo… ma io vado dalla parrucchiera perché, nell’esercizio della sua professione è diventata mia amica che si occupa della mia testa, ma anche di quello che c’è dentro. Infatti evitiamo le chiacchiere pettegole e ci confidiamo i fatti nostri: praticamente è come se andassi dall’analista, ma costa assai meno ed è molto più piacevole! Ciao Lara, ci vediamo sabato!

Luce materiale e Luce intellettuale

La giornata odierna, dedicata al risparmio energetico con la frase suggestiva “M’illumino di meno”, mi riporta ad un fatto privato che tra poco diventerà pubblico e che riguarda il mio prossimo libro IL FARO E LA LUCE. Nel mio caso si tratta di luce intellettuale, suggerita da quella materiale del faro, magistralmente interpretata dal dipinto in copertina. Sto curando gli ultimi dettagli, prima di dare l’ok alla stampa. Con questo romanzo biografico, dedicato alla memoria del mio professore di liceo Armando Contro, ho assunto l’impegno morale di rendergli omaggio, pur temendo di inciampare in varie difficoltà. A prova quasi finita, mi rasserena constatare che ne è uscito un prodotto corale, cui hanno aggiunto sostanza diverse persone, direttamente o indirettamente coinvolte: una piccola squadra di artisti di vario genere, di grande umanità. Come il professore, che sapeva coniugare benissimo sapere e nobiltà. Gli “stili di vita sostenibili” menzionati nel titolo della giornata odierna, alludono anche ai percorsi preferenziali per valorizzare le energie ed evitare gli sprechi di materie prime. Anche l’energia intellettuale va sostenuta e valorizzata, tanto quanto quella che proviene dalle fonti energetiche. Questo almeno è quello che penso io e conto di essere in buona compagnia. Se possibile, vorrei sapere come la pensano i miei lettori. Intanto… buona illuminazione!

La “mia” Sardegna

Ho conosciuto (dovrei dire conobbi… ma sono veneta) la Sardegna attraverso i romanzi di Grazia Deledda, ai tempi del liceo. Non ho ancora avuto la possibilità di visitare l’isola di persona, però rientra tra i progetti futuri. Quella letteraria della scrittrice continua ad affascinarmi e su quella reale mi manda delle bellissime foto Massimiliano, un collega di Scienze motorie che ho avuto il piacere di conoscere quand’ero in servizio a Castelcucco. Lui è rientrato nella sua favolosa terra e legge i miei post a fine giornata: una soddisfazione, sapere che i miei pensieri giungano in Sardegna, da dove ricevo aggiornamenti e lodi! È un po’ come esserci, restando a casa! Saranno le storie passionali della Deledda, unica donna italiana ad aver ricevuto il Nobel per la Letteratura nel 1926, saranno i documentari, oppure le foto di Massimiliano, che ringrazio, sento uno struggimento per un luogo dove immagino starei bene, tra i profumi della macchia mediterranea, il vento e la solitudine, elementi presenti in tutti i romanzi della scrittrice. Circa cinquanta, se non ricordo male, usciti dalla penna di una donna che la maestra considerava “intelligentina” e che aveva ripetuto la quarta elementare, per rafforzare le conoscenze apprese. Infatti le bambine non erano destinate a continuare gli studi, quanto a rivestire presto il ruolo di spose e madri. Credo che la Deledda mi abbia attratto anche per le sua scelta coraggiosa di lasciare Nuoro, dov’era nata e vissuta fino al matrimonio, per venire “in continente”, al seguito del marito. Tra i romanzi letti, rimane LA MADRE quello che mi ha segnato di più, una sorta di thriller psicologico che mi sembra sia diventato un film. CANNE AL VENTO, ELIAS PORTOLU, CENERE, EDERA, COSIMA… e diversi altri sono oggetto di riletture estive. Da ragazza le sue storie mi intrigavano, adesso apprezzo la sua grande capacità descrittiva, cui talvolta tento di ispirarmi. Beh, la buona Grazia… mi farà la grazia di perdonarmi!

Arte e buon sonno

Il 13 marzo si celebra la giornata mondiale del sonno. L’evento, voluto dalla Word Association of Sleep Medicine, con la collaborazione della Associazione Italiana di Medicina del Sonno (Aims), intende sensibilizzare sui disturbi del sonno che interessano una buona fetta della popolazione mondiale (si stima il 45 %). L’Aims è nata nel 1990, perciò deduco che il problema dell’insonnia sia di vecchia data. Per fortuna io non ce l’ho, ma persone a me vicine sì. Per alleggerire un argomento serio, la butto sulla mitologia. Il dio greco del sonno non era Morfeo ma Ipnos, fratello gemello di Thanatos, raffigurato come un fanciullo nudo, con ali sulla schiena e dei papaveri tra le dita, simbolo del riposo. Nonostante il detto “Cadere tra le braccia di Morfeo”, per riferirsi a qualcuno che sta per addormentarsi, Morfeo era un figlio del dio del sonno, che si serviva di lui per inviare i sogni a dei e mortali. Tutto torna, dunque: Morfeo è la divinità guardiana dei sogni e del buon riposo. Meglio tenersi stretti sia l’uno che l’altro, Ipnos il padre e Morfeo il figlio, come si auspica in una sana famiglia il rapporto generazionale padri-figli, non sempre lineare. Antonio Canova ha scolpito Pasitea, nella mitologia greca una delle tre Grazie, la più giovane, sposa di Ipnos. Mi piace che sia una donna a rappresentare la personificazione del riposo e della meditazione, parola magica. Le sue sorelle sono Aglaia, Eufrosyne e Thalia. Non male fare un tuffo rigenerante nella mitologia, per saperne di più. Magari può essere una terapia facile e gratuita, per un buon sonno!