Pecore e suggestioni

Anche oggi le notizie di cronaca nera prevaricano sulla bianca, dedicata alla politica e paraggi. Per fortuna c’è il sole che mi accompagna nell’uscita dal dentista per un rapido controllo. Già che ci sono, faccio una capatina al bar dove la tribuna di Treviso è posata su un tavolo, pare a posta per me: al momento sono l’unico avventore ed è l’unico quotidiano disponibile. Gli altri non li leggono, si giustifica la titolare del bar, sul cui volto scorgo una certa delusione. Non sono prevenuta, ma ho le mie simpatie riguardo le testate. In ogni caso considero ciò che passa il convento. Mi dedico alla lettura con l’intento di selezionare ciò che potrà suggerirmi l’argomento del post. Credo di averlo individuato a pag. 3, con la proposta del Ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, Niente più reddito di cittadinanza a quanti non hanno terminato l’obbligo scolastico, che mi trova pienamente d’accordo. Ma poi, scorrendo le altre pagine, trovo curiosa, interessante e in tema pre-natalizio la notizia riportata a pag.28, Nessuno le vuole Il sindaco di Follina ospita 1500 pecore. Il primo cittadino Mario Collet ospita in un suo terreno il gregge dei fratelli Fedele (anche il cognome sembra in linea), pastori trentini alle prese con la transumanza sgradita e dice: “Ringraziamo il Signore che esistono”. Immagino il sindaco amante della poesia, oltre che della tradizione e del valore delle greggi. Per quanto mi riguarda, ho una predilezione per il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, composto da Giacomo Leopardi a Recanati tra il 1829 e il 1830, di una suggestione unica. Il poeta, attraverso il pastore considera gli animali fortunati, in quanto privi di ragione e non si arrovellano tra noia e dolore. Mi auguro che le pecore, al di là di un credo diffuso, siano capaci di un sentire più ampio, magari comprensivo della gratitudine umana.

Buon onomastico e buon compleanno

Tra le prime cose che faccio appena alzata, mi occupo del calendario: sposto il fermaglio sul giorno corrente e leggo il santo del giorno, che oggi è santa Cecilia (Roma, II secolo – Roma, 22 novembre 230 d. C.), martire cristiana, patrona della musica, di strumenti, poeti e cantanti. L’ Accademia Nazionale di Santa Cecilia in Roma è una delle più antiche istituzioni musicali al mondo. Il nome deriva dal latino Caecilia, ‘cognomen’ di una gens latina, tratto da ‘Caeculus’ e significa cieco. Però a me ha ricordato quello di un’altra Cecilia, quella bambina del Manzoni morta di peste e offerta dalla madre ai monatti. Mi riferisco al capitolo XXXIV de I promessi sposi che vado a rileggere e di cui riporto dei passaggi: “Scendeva dalla soglia di uno di quegli usci…una donna… Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata…”. L’episodio descritto è di rara commozione, per me indimenticabile, soprattutto per la madre di Cecilia che mi fa pensare a tutte le madri che sopravvivono ai loro figli (anche se quella manzoniana prevede di morire la sera stessa, insieme ad un’altra figlia più piccola), basti pensare a quelle che hanno perso i figli in incidenti stradali e simili. Di poche ore la notizia del bimbo di un anno investito a Gallarate mentre attraversava sul passegino spinto dalla madre. Fortunatamente non in pericolo di vita. Poi penso a una prosperosa Cecilia di quand’ero ragazzina e vivevo a Cavaso del Tomba che vanta una chiesetta dedicata alla santa in via Monte Tomba. La signora veniva ad aiutare mia mamma nel disbrigo di alcune faccende domestiche; era sempre sorridente e con la battuta pronta. Credo portasse una iniezione di buonumore che ricadeva anche su di me. Tra gli elenchi scolastici, non mi è capitato di scorrere questo bel nome che tuttavia ha una storia e un significato. Auguri speciali di buon onomastico a chi porta questo nome e buon compleanno a Liana, una inossidabile signora a me cara che oggi spegne parecchie festose candeline!

Domenica in salita

Di mattina, appena alzata sento il telegiornale: per dissotterrare una buona notizia, dovrei essere un rabdomante, oppure sono poco attenta. Sta di fatto che non esce un evento positivo, anche se lo cerco su altri canali. È domenica, c’è il sole e più tardi vado a fare gli auguri a Gina, la nonna di Manuel che compie 92 anni: sono ingredienti buoni. Mi manca ancora qualcosa per dare una sferzata al buonumore. Come di consueto, arrivano i messaggi mattutini delle mie cugine, cui si aggiungono gli altri che di domenica tardano. È un piacere che talvolta mi fornisce lo spunto per scrivere, come quello inviatomi da Pia che è un mix di musica, immagini e belle parole. Parto da queste, che sono un po’ pane per i miei denti. Mentre scorrono foto di fiori, leggo: Ti regalo fiori delicati per… serenità, salute, amicizia, pace, coraggio, rispetto, amore, … un’abbondanza di obiettivi che mi travolge. Il video termina con la seguente considerazione: Basta così poco per fare felice una persona, che mi risulta non sia del tutto vero, perché arrivarci è spesso un’impresa! Nel mio caso serve a raddrizzare la giornata e mi congratulo con chi ha realizzato il video di 1:45′, sostenuto dalla musica del famoso brano O sole mio. Quanto ai fiori, Dante li considerava una delle tre cose rimasteci del paradiso. Meglio se freschi e consegnati di persona. In tarda mattinata vado a fare gli auguri di Buon Compleanno a Gina, con il mio omaggio floreale denso di affettuosa ammirazione. La domenica, partita sottotono, ha preso quota. Buon viaggio anche ai lettori del blog!

Vantaggi del riuso

Come d’abitudine, riservo il lunedì mattina alla spesa, preceduta dalla sosta al bar per rifocillarmi e leggere il quotidiano, se possibile Il Corriere che latita in altri locali. A pag.11, taglio basso, mi attrae l’articolo intitolato “Insegnare i principi del riuso”, in cattedra c’è il “Mercatino”. Premetto che non sono una accumulatrice seriale, ma ho portato a casa molti oggetti, anche ingombranti dalla casa di mia madre, dopo la sua morte, per motivi affettivi. Non volevo che andassero dispersi, considerandoli segno del suo lavoro e delle sue scelte, riguardo vestiario, arredamento e quant’altro. Eredità povera dal punto di vista materiale che per me significava – e tutt’ora – significa molto. La conseguenza è che lo spazio in casa mia si è ridotto, con disappunto di mio figlio che ha gusti spartani. Comunque la casa è piuttosto grande e lui ora vive per conto suo. L’articolo per me è una rivincita, perché ho già rivitalizzato diversi oggetti: abbigliamento, tovagliato, utensili per la cucina…ogni volta che scendo in cantina recupero qualcosa. Idealmente penso che l’oggetto abbia interiorizzato un po’ dello spirito di mia madre che in questo modo continua a farmi compagnia. Molte cose avrei potuto regalarle o portarle al mercatino dell’usato, ma trattandosi di ‘cose di casa’ ho preferito custodirle io. In futuro, potranno servire a qualcun’altro e l’idea del passaggio di consegne non mi dispiace. Del resto, il punto di vista dell’inventore del progetto Ettore Sole è di dare una seconda vita alle cose usate e di conoscere i vantaggi del riuso. Un accordo col Ministero della Pubblica Istruzione prevede di estendere l’idea nelle scuole, con lezioni e corsi pratici. Adesso che ci penso, il mio libro TEMPO CHE TORNA, scritto durante la pandemia sullo sgombero della cantina cade proprio a proposito! Chi volesse leggerlo, mi faccia sapere.

Gentilezza, a prescindere

Siccome è domenica, evito di occuparmi di argomenti pesanti e mi concedo qualche riflessione sulla gentilezza, parola astratta di cui si sente molto la mancanza nel quotidiano. Infatti oggi è la Giornata Mondiale della Gentilezza, nata per una felice intuizione dei Giapponesi nel 1988. Il Paese del Sol Levante ritorna, per fare dei confronti e conseguenti riflessioni. In altri post, ho espresso la simpatia verso la nazione nipponica, con cui condividiamo all’incirca superficie, popolazione…e longevità, che è un bel primato. Però il garbo e l’autocontrollo orientali non ci appartengono – salvo eccezioni – e per queste caratteristiche apprezzo il popolo giapponese. Perciò non mi stupisco che valorizzare la gentilezza sia venuto da loro, da cui possiamo apprendere; loro da noi imparano altro e lo scambio è sempre proficuo. Per non andare fuori del seminato, recupero il sostantivo gentilezza: mi interrogo e provo a darmi delle risposte. Prima cerco un sinonimo, che trovo in: amabilità, finezza, grazia. Più esaustiva la spiegazione “capacità di fare star bene gli altri” e allora conosco diverse persone dotate in questo senso: generalizzando, chiunque si occupi di un anziano, un familiare, un conoscente, un amico…senza farglielo pesare e a gratis. Di conseguenza, tutti i volontari dovrebbero essere gentili, ma non so se siamo nello stesso ambito. Personalmente, dubito di appartenere a questa categoria di persone preziose. Mi lusinga chi mi dice che posso fare del bene con le parole, mio pane quotidiano. Prima del covid avevo iniziato a frequentare le case di riposo, con l’intento di ricreare l’ambiente con varie letture, ma sappiamo cos’è successo dopo. E tutt’ora è difficile entrarci. Non sempre si può fare ciò che si vorrebbe. Comunque si può essere gentili, a prescindere: è quello che mi propongo.

Amici a 4 zampe

Se credessi nella reincarnazione, non mi stupirei di essere stata un gatto (o di diventarlo). Ieri mattina ho consegnato i miei due ultimi felini, Fiocco, e Pepe (maschio e femmina) al veterinario, per la sterilizzazione: decisione sofferta, ma necessaria al contenimento delle cucciolate. Racconto com’è andata. L’appuntamento era per le 8.30. Arrivo un quarto d’ora prima, il cancello è ancora chiuso ma ci sono già tre clienti coi rispettivi animali in attesa. Puntuale come un orologio svizzero, il cancello si apre, animali e padroni accedono per le cure del caso, i proprietari più ansiosi delle creature (parlo per me, ma so che non sono sola). Con i miei due trasportini mi sento attenzionata e coinvolta quando il dottor Natalino Serraglio mi richiede la firma per il doppio intervento. Spero di ritirare i miei amici a quattro zampe prima del buio. Il dottore, che esercita nell’attrezzata clinica veterinaria di San Zenone mi rassicura che posso prelevarli di primo pomeriggio. Prende in carico i due micetti e si sposta all’interno. Saluto gli altri clienti che condividono con me le preoccupazioni del ‘padrone’ e sto per andarmene, quando il dottor Serraglio torna in sala d’attesa ed anticipa il ritiro delle mie gioie alle 11.30: sono incredula ed entusiasta della accelerazione. Tre ore di permanenza in clinica veterinaria sono un record positivo, per i gattini che rientrano prima nel loro ambiente e per me che torno a godermeli in privato. Il pomeriggio doveva essere ‘da convalescenti’ ma è andata diversamente: già verso le 17 si sono riappropriati delle poltrone, segnalando di avere appetito. Alla sera ho dovuto cedere e dargli qualcosa di solido. Ottimo duplice intervento e super ripresa dei miei amici a quattro zampe. Auguro lunga vita a tutti gli animali e di riferirsi al dottor Serraglio in caso di bisogno.

San Martino, tra leggenda e realtà

Oggi, 11 novembre, San Martino, vescovo e militare romano (Ungheria, 316 d.C – Francia, 8.11.397 d.C.), protettore dei viandanti e dei soldati: è scritto sul calendario e me lo ricordano diversi messaggi. Lo sapevo, perché a Cavaso in località Castelcies la millenaria chiesetta dedicata al santo fa da cornice ai festeggiamenti inerenti la giornata. Dubito che potrò andarci avanti sera; in qualche modo però intendo farmi coinvolgere dal racconto del santo che donò il mantello al povero e mi chiedo: come si comporterebbe lui con le centinaia di migranti in cerca di un approdo? Non entro nel merito della querelle apertasi con la Francia: ieri sera non trovando il telecomando per spegnere il televisore, ho incautamente pigiato un bottone sul retro, scompaginando tutte le reti. Stamattina sono uscita presto con i micetti, per un appuntamento con il veterinario e non ho avuto modo di aggiornarmi. Compero la Repubblica che in prima pagina titola Macron rompe con Meloni, ma lo leggerò nel pomeriggio. Mi sovviene che il Santo Padre – e non solo lui – abbia invitato ad aiutare i migranti a casa loro. Ad sempio, il continente africano è ricco di risorse (durante l’ora di Geografia a scuola emergeva con evidenza), ma privo di industrie di trasformazione. Non sono una politologa né mi occupo di crisi internazionali, ma intuisco che, la stragrande maggioranza di chi arriva qui sui barconi, se potesse rimarrebbe a casa sua. Tra l’altro il viaggio, di per sé costoso si trasforma spesso in tragedia. Problema più grande di accoglierli, è collocarli dopo, evitando che diventino manodopera per la malavita. Semplificando, tutte le nazioni d’Europa dovrebbero riflettere sulle cause dei viaggi verso le nostre coste e valutare le intenzioni di chi cerca buona vita lontano dal proprio paese, estromettendo gli infiltrati disposti a delinquere. Estendere la generosità di San Martino a centinaia/migliaia di persone sarebbe bello, ma al momento utopistico, dato che la coperta è troppo corta.

Merito e demerito

In Italia il merito è una colpa, parole del virologo Roberto Burioni che ha preso le difese della 23enne Carlotta Rossignoli, neo laureata in Medicina, con un anno di anticipo. Sulla parola ‘merito’ avevo già intenzione di dire la mia, dopo che il Ministero della Pubblica Istruzioni, col nuovo recente governo ha acquisito l’aggiunta “e del Merito”, per cui ora si chiama Ministero della Pubblica Istruzione e del Merito. Dalla parrucchiera, mentre ero sotto il casco ho letto il testo di Fabio Fazio che è in disaccordo con la nuova dizione, perché a suo dire non è inclusiva ma selettiva. Lui avrebbe preferito “dell’Inclusione” o “della Formazione”, se ricordo bene. Sono rimasta disorientata, perché a me è subito piaciuta l’aggiunta e non immaginavo che la parola “merito” scatenasse un putiferio. Cerco un sinonimo e lo trovo nei sostantivi: pregio, qualità, valore, virtù e non mi sembrano parole vuote, per quanto siano nomi astratti (come lo sono inclusione e formazione). Il problema, se mai è come favorirli negli alunni, sottoposti a tanti stimoli e distrazioni. Sono d’accordo che la scuola di base deve essere inclusiva, ma incanalare e valorizzare i talenti mi sembra utile, sia per il soggetto che per la comunità dove andrà ad operare. Una scuola piatta dove tutti sono uguali sarebbe pure noiosa. Lo dico da ex insegnante che lavorava in classi molto eterogeneo, dove diversità equivale a bellezza.

Ognissanti

Oggi, martedì primo Novembre percepisco aria di festa, come se fosse domenica. D’altronde è la giornata di Ognissanti, approfitto per fare gli auguri a chiunque li riferisca al suo santo protettore. Angeli e santi sono i protagonisti della festività odierna, in compagnia dei defunti, la cui commemorazione cade domani. Siccome sono di buonumore, mi dedico alla realizzazione dei muffin con pere e cacao, che è un ingrediente utilizzato per fare il pane dei morti, che mi è rimasto impresso da quando mi venne offerto a scuola, durante il mio primo servizio. Le sue origini si perdono nel tempo. Pare che già gli antichi greci offrissero un precursore di questo dolce a Demetra, dea delle messi, per ingraziarsela. Si tratta di un dolce della tradizione contadina, fatto con ingredienti di facile reperibilità, tipo frutta secca, biscotti secchi sbriciolati, cacao. Di certo la sua storia è legata alle credenze popolari: ad esempio a Milano, anticamente si credeva che le anime dei defunti, una volta l’anno tornassero nelle case dove avevano vissuto; come omaggio al loro spirito, in tavola veniva messo questo dolce. Un lontano cugino del pane dei morti si trova in Messico, il pan de los muertos, una pagnotta aromatizzata con anice e acqua di fiori d’arancio, con una croce incisa sulla superficie. Al di là delle varie ricette e delle relative tradizioni, è bello l’auspicio che le anime dei morti possano connettersi con i vivi. Anche i cimiteri in questi giorni sono oggetto di particolari cure, un invito al raccoglimento e alla preghiera, valori sempre da sostenere, talvolta screditati proprio in prossimità dei luoghi sacri (abitando vicino al cimitero, constato che spesso la parte retrostante viene usata di pomeriggio/sera per scorribande rumorose in motocicletta e ritrovo di giovani chiassosi). Ritengo che la morte vada rispettata tanto quanto la vita, essendone la naturale conclusione. San Francesco docet (insegna).

Convivio

Ultima domenica d’ottobre. Pranzo fuori casa, a Seren del Grappa, all’agriturismo Albero degli alberi, gestito da Leonardo Valente, mio ex compagno di Liceo, dove ogni sasso e ogni porta trasudano impegno e poesia. Ci troviamo in 12 (come i dodici apostoli), alcuni nuovi di zecca, nel senso che non erano presenti al precedente incontro del mese scorso e non li vedevo… più o meno dalla Maturità! Mariuccia ha conservato la fisionomia di quand’era ragazza, Ernesto ha mutato il colore dei capelli, da scuri a bianchi che gli conferiscono autorevolezza. C’è una “infiltrata”, Adriana che mi accompagna, interessata alle rocce e alle attività naturalistiche e didattiche dei padroni di casa. Dei restanti, mi piace sottolineare lo spirito vivace e cordiale, che alleggerisce l’atmosfera. La giornata è splendida, il posto bellissimo, la struttura sembra incastrata tra il verde delle piante e il ruggine delle foglie cadute. Un cane nero e un gatto bianco accompagnano con discrezione i miei passi, in visita al complesso. Scopro il fojarol, corrispettivo delle casere del Grappa, tipico di Seren del Grappa, locale adibito a ricezione con il tetto realizzato con frasche di faggio. In questo posto dove vive e lavora, Leonardo ha creato una fattoria didattica, costruendo con le sue mani giochi e strutture parallele. La moglie Beatrice è un’ottima cuoca: non avevo mai assaggiato il pasticcio di cipolle – leggero e buonissimo – né il risotto con le castagne e le carote, delizioso. Non parliamo poi dello strudel! Condimento extra: il latino che a Leonardo sta a cuore, perché lo infila tra una pietanza e l’altra, interrogando i commensali. Tra una risposta e una battuta ricordiamo alcuni prof, che nel bene e nel male (nel senso di fatica) ci hanno accompagnato nel percorso scolastico delle superiori, il più formativo, a mio dire: Roberto Roberti (Storia e Filosofia), Armando Contro (Italiano e Latino), la eccentrica professoressa di Storia dell’Arte Flavia Pilo…il preside Tranquillo Bertamini…mentre noi allora non eravamo tranquilli affatto! Poi ognuno ha fatto il suo percorso di vita, che non è al centro delle confidenze. Perché l’obiettivo odierno è gustare serenamente il pranzo, la natura benigna e la compagnia di giovani anziani – è un ossimoro che mi piace – desiderosi di condividere senza rimpianto schegge del passato.