San Valentino

Amor vincit omnia (L’amore vince su tutto) è una frase del poeta latino Virgilio, sopravvissuta ai secoli e ancora ampiamente usata: perché romantica e rassicurante. Quanto veritiera, dipende dal contesto e dai protagonisti. Anche in questo ambito non sono un’esperta, diciamo che ho delle intuizioni. Esclusa la cotta che presi a 13 anni per il prof di inglese, mi sono innamorata un paio di volte. Col senno di poi, dico meno male perché era un sentimento così totalizzante da impedirmi di provare emozioni parallele. Da adulta, in età non più green, apprezzo la varietà delle nuance in cui si può estrinsecare l’amore, ampiamente inteso: per la natura, gli animali, l’arte, la musica, la poesia… da condividere con persone care, non necessariamente congiunti. Ricordo che a scuola, anni fa il giorno di san Valentino, uno studente gentile regalò un fiore disegnato con le sue mani alle compagne di classe e trovai il gesto molto romantico, perché ci aveva messo del suo. Fiori e cioccolatini (con la frase zuccherosa racchiusa nella pralina) sono fuorvianti, anche se possono far piacere. Sull’argomento sono stati versati fiumi d’inchiostro, stese trame di romanzi, scritte canzoni, per non parlare degli specialisti che si occupano degli effetti collaterali delle pene d’amore. Consiglio di leggere la poesia “Ho bisogno di sentimenti” di Alda Merini. Credo che ognuno dia all’amore uno spazio personale, a seconda della scala dei propri valori, anche in relazione agli eventi che gli capitano. Un po’ di casualità e di mistero non guastano. Magari i santi aiutano…

Sollecitudine, che bella cosa!

Sarà capitato a tutti di spazientirsi durante una coda alle poste o davanti a un computer capriccioso che talvolta allunga le pratiche anziché snellirle. Ieri mi è capitato un fatto in controtendenza, che merita di essere segnalato, per l’immediatezza della risoluzione. Ho necessità di contattare una persona che non conosco, giornalista a Il Resto del Carlino: siamo stati entrambi, quasi mezzo secolo fa, studenti dello stesso compianto insegnante e preside Armando Contro, alla cui memoria sto per dedicare un’opera, ricorrendo a breve il primo anniversario della morte. La tecnologia mi viene in aiuto perché trovo in Internet Alberto Crescentini e altre informazioni, tra le quali il numero di telefono, che tengo come ultima chance per non disturbare. Preferirei scrivergli una mail per chiedergli ciò che mi serve: un ritratto dell’uomo di scuola, preside dei Licei Serpieri e Einstein di Rimini, da inserire quale testimonianza del mio memoriale. L’indirizzo informatico mi sfugge, così azzardo la telefonata, con presentazione e richiesta. Dove sta la sorpresa? Dopo quaranta minuti mi arriva la mail intitolata “Ricordo di Armando Contro”: simpatico, cordiale, reverenziale. Tutto gratis… et amore Dei, mi suggerisce una vocina interiore. Non sono avvezza alle gentilezze e nemmeno alla sollecitudine. Ma è un conforto quando succede, a dipanare i grovigli di un’epoca complessa e di tempi difficili.

Questione di linea

Primo pomeriggio. In attesa che il governo Draghi prenda forma… propongo un argomento leggero (che però ha le sue vittime per bulimia o anoressia): la linea. La bellezza non è una taglia ma uno stato dell’anima: parola degli stilisti, almeno quelli che utilizzano modelle curvy per i loro brend. Lo sento per Costume e Società, mentre sparecchio. Evviva, finalmente un po’ di riconoscimento a chi convive con qualche chilo di troppo, purché in salute! Non ho avuto in dono da madre natura una statura di riguardo, sono un tipo “caucasico” (piccola e tonda), termine che mi disorientò quando mi venne attribuito, durante una visita, tanto tempo fa. Non mi sono mai guardata troppo allo specchio, puntando su altre qualità personali. Mi basta la salute, che per fortuna mantengo. Senza sforzi particolari, ho perso cinque chili (in un anno…), grazie all’uso del tapis roulant. Il che allevia il carico sull’anca artrosica e mi consente di tirar fuori dell’armadio capi che mi andavano stretti. Mio padre Arcangelo era obeso ed è morto d’infarto quarant’anni fa. Socievole e spiritoso, diceva che muoiono tanto i grassi quanti i magri: inconfutabile! Però decidiamo noi il nostro girovita (salvo patologie) e come nutrirlo. Con buona pace della moda e di chi la detta.

Un cimelio di famiglia

“La cinepresa funziona!!0! Canta che è un piacere!” è il messaggio che leggo stamattina, spedito da Manuel dopo la mezzanotte. Si tratta di una cinepresa super 8 di mio padre, ereditato giusto quarant’anni fa alla sua morte, e rimasta abbandonata in un armadio. Arcangelo, mio padre, era appassionato di molte cose, tra cui la fotografia; fotografava e filmava soprattutto gare in bici e moto, cui faceva da staffetta a cavallo della sua Laverda 750. Sempre presente ai motoraduni anche d’oltralpe, congetturava di andare perfino in Cina! Un infarto lo ha fermato, prima dei sessant’anni. Gli è mancato un erede maschio cui trasmettere il suo sapere da sportivo e da foto amatore, cosicché io ho cominciato a maneggiare la Minolta, ereditata alla sua morte piuttosto in ritardo; poi accantonata quando si è fatto strada il digitale, senza nessuna pretesa di competere con i fotografi. Ho la fortuna di frequentare Manuel, un gioiello di ex alunno, ora studente universitario di Ingegneria elettronica e scopro che si interessa di oggetti “vetusti” da riportare in vita. Recupero dal suo sonno quarantennale la cinepresa, perché la ispezioni (operazione fatta con successo per un registratore Gelosino). Premetto che non ero riuscita nemmeno ad aprire la custodia a bauletto che sembrava bloccata… Il tempo di fare una dormita e stamattina mi arriva la sorpresa: La cinepresa funziona!!! Canta che è un piacere! Sono sicura che mio padre si congratulerebbe con Manuel, che è diventato uno di famiglia. Così l’eredità non si è dispersa: ha solo svicolato per altri lidi, giungendo ad un approdo sicuro.

Addio, Puma!

– La mia amica a quattro zampe se n’è andata, improvvisamente, lasciandomi attonita. Adesso riposa sotto a una pianta di rose, in prossimità dell’ingresso, così le mando un saluto quando esco. Le dedico il mio post odierno, facendo mio l’invito della psicologa Germana Carillo, secondo la quale “Anche la narrazione, cioè raccontare e condividere la propria esperienza, agevolerebbe la presa di coscienza dell’evento e delle emozioni correlate”. Inoltre la meravigliosa leggenda del paradiso dei nostri animali, che Arletta mi ha inviato, mi consente di affrontare la perdita della mia cara micia con relativa serenità. Ne parla Manuela Valletti Ghezzi nel suo piccolo libro La Leggenda del Ponte Arcobaleno, che di certo mi procurerò. Adesso parlo di Puma, mite, discreta creatura entrata a casa mia nell’estate del 2010, attraverso mio figlio che l’aveva avuta da Valentina, cucciola gracile allevata col biberon. I ragazzi l’avevano chiamata Ruspa, nome che a me non piaceva e che ho cambiato in Puma, per via del pelo nero. In casa c’erano già due cani e due gatti più grandi, con uno dei quali, Sky, si intendeva alla perfezione. Non altrettanto con Grey, l’ultima arrivata, di tutt’altro carattere. E sì, perché anche gli animali hanno una loro indole, e il gatto continua ad affascinarmi per la flessibilità, non solo fisica ma anche psicologica. Di Puma apprezzavo che fosse… gentilmente selvatica, ritrosa ma disposta a concedere delle speciali tenerezze: mi scaldava le gambe, di pomeriggio e di sera durante la seduta di magnetoterapia davanti alla tivu e si infilava sotto le coperte, accucciandosi all’altezza dell’anca: terapia graditissima! Era moderata nel cibo e prediligeva il pesce, come me. Stava volentieri in studio, seduta accanto a me mentre ero al computer. Ultimamente mangiava poco e si muoveva meno, indizi che avevo attribuito al freddo e all’età, non più evergreen (anche se 11 anni non sono moltissimi). Purtroppo la seduta in clinica veterinaria ieri pomeriggio ha evidenziato una cardiopatia avanzata, di tipo congenito che speravo le consentisse una sopravvivenza accettabile. Ho fatto in tempo a riportarla a casa dove ha fatto l’ultimo giro per le stanze. Poi si è distesa davanti alla stufa e ha intrapreso il suo viaggio verso… il Ponte Arcobaleno: là spero un giorno di incontrarla. Ciao Puma, grazie di esserci stata! 💙 –

Gatti e amore

Un caso mi porta a recuperare una poesia di Umberto Saba, citato nel post di ieri, per una questione privata: Puma, la mia gattina nera di dieci anni, da qualche giorno ha smesso di mangiare, forse è solo raffreddata ma mi preoccupa. Superfluo dire che tra noi c’è un feeling e che mi fa gradita compagnia. L’ apprezzato poeta triestino, nei suoi componimenti tratta con leggerezza di problemi quotidiani (dietro i quali si nascondono emozioni profonde), come l’innamoramento presumibilmente della moglie Lina oppure della figlia Linuccia, che associa a quello della gatta innamorata. Dato che a breve saremo a Febbraio, mese di grandi serenate (e azzuffate) feline, la poesia La gatta torna utile. Anche se temo non c’entri col problema della mia Puma. Oggi pomeriggio la porto dal veterinario e poi ne saprò di più. A beneficio dei lettori, riporto la poesia che segue, intitolata La gatta, per una reciproca condivisione. La tua gattina è diventata magra./Altro male non è il suo che d’amore:/male che alle tue cure la consacra./Non provi un’accorata tenerezza?/Non la senti vibrare come un cuore/sotto alla tua carezza?/Ai miei occhi è perfetta/come te questa tua selvaggia gatta,/ma come te ragazza/e innamorata, che sempre cercavi,/che senza pace qua e là t’aggiravi,/che tutti dicevano: “È pazza”./È come te ragazza. (da Trieste e una donna, 1910-1912)

Prodotti speciali

Il lunedì mi dà la carica per la ripartenza. D’abitudine faccio la spesa in un supermercato a qualche chilometro, con annessa pescheria. Forse ho già detto che preferisco di gran lunga il pesce alla carne, forse anche per il ricordo affettuoso del nonno materno Giacomo che vendeva pesce, stipato in cassette sulla bicicletta. A casa sua, a Pravisdomini (PN) c’era sempre la polenta gialla sul tagliere con lo spago per fare le fette, da accompagnare a tutte le ore con dell’ottimo formaggio, oppure della saporita frittura di pesce a pranzo. Gli dedico un ritratto nel mio ultimo libro TEMPO CHE TORNA, di cui conservo numerose copie a casa, dato che sono saltate le presentazioni, causa restrizioni per pandemia. Stamattina ho comperato triglie, di un bel colore rosa, che farò al forno stasera. Ho fatto la spesa, sempre allargata rispetto alla nota fatta a casa, perché mi tentano i reparti non commestibili, tipo la profumeria e i prodotti omeopatici. Nei quaranta minuti circa in cui mi trattengo dentro il supermercato, ho il piacere di incontrare qualche conoscente. Oggi è capitato con Serenella, una mia ex alunna diventata insegnante come me, e come me quand’ero in servizio con i minuti contati, che sfrutta l’ora buca (dal servizio) per fare la spesa. Ma mi saluta gioiosa e mi regala comunque un sorriso alla cassa, mentre raccatta frettolosamente i suoi acquisti e io raccolgo dal carrello i miei, per posizionarli sul nastro per la registrazione. Ecco, la mia spesa non sarebbe completa senza questi prodotti speciale (non in vendita): gentilezza e simpatia!

Presenze e assenze

Penultima domenica di gennaio… immaginavo fosse l’ultima. Ho fretta che il tempo scorra e ci restituisca un po’ di normalità. Siamo rimasti in zona arancione, mentre speravo tornassimo in gialla! Il giallo è il mio colore preferito, in alternanza con il celeste: forse simboleggiano vitalità con bisogno di pace. Gialli sono anche i miei canarini. Non mi sono ammalata fisicamente, ma mi sento privata di molta quotidianità, quella che prima era scontata: andare al bar, leggere il quotidiano, servita di cappuccino e brioche, trattenermi a scambiare due parole con qualche avventore, magari stringere la mano di un conoscente… atti in apparenza da poco, ma radicati nel vissuto precedente. Mi manca il cineforum, proposto ogni tre settimane in paese, spesso preceduto dalla pizza in piacevole compagnia. Ero solita andare a trovare, una volta la settimana, una vicina di casa, ospite in una residenza per anziani: ora ci sentiamo per telefono… è già qualcosa ma non è la stessa cosa! La stessa distanza riguarda delle amiche che abitano in un raggio di trenta chilometri, che potrei visitare ma la cautela reciproca ci consiglia di attendere. Per fortuna la cara Lucia sta a un tiro di schioppo ed è più facile vedersi, con le dovute cautele. Mio figlio c’è, ma quasi non si vede, assorbito dalla preoccupazione per la chiusura della palestra, suo ambiente di lavoro. Presenza costante è quella di Astro, il vecchio cane e delle due gatte: Puma, anziana, sta sempre dentro, mentre la giovane, Grey, alterna nervosamente dentro e fuori. Gli otto canarini si fanno compagnia tra di loro, ma gli accendo la radio per invogliarli a cantare; spero che tra un mese si accoppino e la famiglia cresca. Era successo diversi anni fa, quando da cinque piccole uova erano nati altrettanti sparuti uccellini: una sorpresa meravigliosa! Mi conviene chiudere qui, con questa nota di speranza. Se oggi uscirà il sole, mi basterà.

L’ultimo traguardo

I giorni precedenti ho postato sull’attualità, gli eventi lo chiedevano. Calmatesi un po’ le acque, sono stata al mercato locale per le consuete provviste ai banchi del formaggio e del pesce, buttando un occhio ai fiori. Ho comperato un paio di ciabatte imbottite, perché in questi giorni freddi i miei piedi si lamentano. Il banco è giusto davanti all’edicola, perciò è inevitabile vedere i manifesti e gli avvisi posti sugli espositori mobili e fissati col nastro adesivo alle colonne dell’ingresso. Comprese le epigrafi. E qui il mio umore si rannuvola, quando tra tanti defunti ultraottantenni leggo il cognome di un 51enne di un paese confinante, che potrebbe essere stato un mio alunno. Turbata rientro e faccio un paio di telefonate, per saperne di più. Il cognome non mi è nuovo ed anzi ho presente un ragazzo mingherlino e vivace, a cui può darsi che abbia pure messo qualche nota sul diario. Se corrisponde, ho presente anche la madre, come tante madri apprensiva e preoccupata per l’esito scolastico del figlio. Nulla di nuovo sotto il sole, da questo punto di vista. Invece non è “normale” che un figlio muoia prima del genitore, né che un alunno manchi prima del maestro. Purtroppo succede e si rimane attoniti di fronte al mistero della morte quando accade in giovane età, considerata la durata media della vita nel nostro emisfero (che pare si sia abbassata). In queste circostanze dolorose, rivolgo una preghiera al defunto e cerco conforto nei classici. L’unica certezza è che l’ultimo traguardo tocca a ciascuno, talora imprevisto e imprevedibile.

Come resistere?

– In questa gelida domenica di gennaio mi sono alzata col piede sbagliato, fuori è grigio, l’umore è nero. Certo le notizie non sono incoraggianti: Veneto maglia nera per covid e possibilità di passare a breve in fascia rossa. L’emergenza sanitaria può durare altri tre mesi, prorogabili a sei. Dopo quasi un anno di tira e molla, la stanchezza sta passando il testimone alla depressione. L’ancora di salvezza, allo stato attuale è la vaccinazione, che farò di corsa quando sarà il mio turno. Nel mentre, come resistere? In un articolo letto sul periodico gratuito del supermercato consigliano di praticare l’immaginazione: mi applico, e visualizzo il mare luccicante in una mattina di giugno, oppure il ristoro offerto dal mio glicine esuberante durante la calura di agosto. Dura pochi istanti, meglio di niente. Mentre rimugino su cosa scrivere nel post odierno, mi arriva un messaggio su Whatsapp di Anna, con la foto di una fragola rosata ai piedi di una pianta, tra sassi lisci e foglie gelate: come dice la mia amica, un bell’esempio di resilienza! Emetto un sospiro di ammirazione e penso a cos’altro può colorare il mio umore: vediamo, è domenica, bar e ristoranti chiusi. Ma è consentito l’asporto. L’ultima pizza risale a tre mesi fa, in compagnia di Lucia, il gentile consorte Gianni e il figlio Alessio. Conservo ancora lo scontrino, come ricordo di un momento felice e condiviso. Ecco, ho nostalgia di una bella pizza fumante che possa allentare il mio disagio e mi consenta di ricaricare le pile. Date le restrizioni, dovrò gustarmela in privato, in attesa di quella da condividere. Un colpo di telefono al Ristorante Pizzeria Montegrappa ed è fatta (il tono accogliente e gentile di Luca, il gestore, è un valore aggiunto).