Oggi, argomento in apparenza futile: la piega in casa. Impossibile andare dal parrucchiere, centinaia di donne si devono arrangiare, me compresa. Premetto che ho i capelli molto lunghi, che considero un po’ il mio biglietto da visita. Tagliati un paio di volte nella vita, li tengo raccolti sulla nuca in una coda oppure a chignon. Trovo che siano più comodi da gestire, rispetto a un taglio medio, meno che per il tempo di asciugatura che oggi speravo di fare al sole, dato che i tre giorni precedenti la temperatura era pressoché estiva. Niente da fare, il caldo è rientrato, provvedo a mettermi una decina di bigodini davanti allo specchio, impresa che mi fa rimpiangere Lara, la mia amica parrucchiera. A metà dell’operazione, quando ormai non ne posso più, perché i beccucci stentano a infilarsi nel bigodino che penzola, decido di intrecciare le ultime ciocche… e ripenso a mia nonna Adelaide, che teneva l’acconciatura per una settimana: una lunga treccia arrotolata a crocchia sulla nuca, piena di forcine nere: stabile, ordinata, regale come quella delle ballerine di tango o di danza classica. Un’arte, quella di acconciare i capelli, che le donne praticavano in casa da sole o al massimo con l’aiuto di un’amica, compresa la tintura delle chiome ingrigite. La pandemia ha sparigliato diverse abitudini consolidate legate alla cura della persona e non solo… ma io vado dalla parrucchiera perché, nell’esercizio della sua professione è diventata mia amica che si occupa della mia testa, ma anche di quello che c’è dentro. Infatti evitiamo le chiacchiere pettegole e ci confidiamo i fatti nostri: praticamente è come se andassi dall’analista, ma costa assai meno ed è molto più piacevole! Ciao Lara, ci vediamo sabato!
Categoria: Emozioni e pensieri
Luce materiale e Luce intellettuale
La giornata odierna, dedicata al risparmio energetico con la frase suggestiva “M’illumino di meno”, mi riporta ad un fatto privato che tra poco diventerà pubblico e che riguarda il mio prossimo libro IL FARO E LA LUCE. Nel mio caso si tratta di luce intellettuale, suggerita da quella materiale del faro, magistralmente interpretata dal dipinto in copertina. Sto curando gli ultimi dettagli, prima di dare l’ok alla stampa. Con questo romanzo biografico, dedicato alla memoria del mio professore di liceo Armando Contro, ho assunto l’impegno morale di rendergli omaggio, pur temendo di inciampare in varie difficoltà. A prova quasi finita, mi rasserena constatare che ne è uscito un prodotto corale, cui hanno aggiunto sostanza diverse persone, direttamente o indirettamente coinvolte: una piccola squadra di artisti di vario genere, di grande umanità. Come il professore, che sapeva coniugare benissimo sapere e nobiltà. Gli “stili di vita sostenibili” menzionati nel titolo della giornata odierna, alludono anche ai percorsi preferenziali per valorizzare le energie ed evitare gli sprechi di materie prime. Anche l’energia intellettuale va sostenuta e valorizzata, tanto quanto quella che proviene dalle fonti energetiche. Questo almeno è quello che penso io e conto di essere in buona compagnia. Se possibile, vorrei sapere come la pensano i miei lettori. Intanto… buona illuminazione!
La “mia” Sardegna
Ho conosciuto (dovrei dire conobbi… ma sono veneta) la Sardegna attraverso i romanzi di Grazia Deledda, ai tempi del liceo. Non ho ancora avuto la possibilità di visitare l’isola di persona, però rientra tra i progetti futuri. Quella letteraria della scrittrice continua ad affascinarmi e su quella reale mi manda delle bellissime foto Massimiliano, un collega di Scienze motorie che ho avuto il piacere di conoscere quand’ero in servizio a Castelcucco. Lui è rientrato nella sua favolosa terra e legge i miei post a fine giornata: una soddisfazione, sapere che i miei pensieri giungano in Sardegna, da dove ricevo aggiornamenti e lodi! È un po’ come esserci, restando a casa! Saranno le storie passionali della Deledda, unica donna italiana ad aver ricevuto il Nobel per la Letteratura nel 1926, saranno i documentari, oppure le foto di Massimiliano, che ringrazio, sento uno struggimento per un luogo dove immagino starei bene, tra i profumi della macchia mediterranea, il vento e la solitudine, elementi presenti in tutti i romanzi della scrittrice. Circa cinquanta, se non ricordo male, usciti dalla penna di una donna che la maestra considerava “intelligentina” e che aveva ripetuto la quarta elementare, per rafforzare le conoscenze apprese. Infatti le bambine non erano destinate a continuare gli studi, quanto a rivestire presto il ruolo di spose e madri. Credo che la Deledda mi abbia attratto anche per le sua scelta coraggiosa di lasciare Nuoro, dov’era nata e vissuta fino al matrimonio, per venire “in continente”, al seguito del marito. Tra i romanzi letti, rimane LA MADRE quello che mi ha segnato di più, una sorta di thriller psicologico che mi sembra sia diventato un film. CANNE AL VENTO, ELIAS PORTOLU, CENERE, EDERA, COSIMA… e diversi altri sono oggetto di riletture estive. Da ragazza le sue storie mi intrigavano, adesso apprezzo la sua grande capacità descrittiva, cui talvolta tento di ispirarmi. Beh, la buona Grazia… mi farà la grazia di perdonarmi!
Arte e buon sonno
Il 13 marzo si celebra la giornata mondiale del sonno. L’evento, voluto dalla Word Association of Sleep Medicine, con la collaborazione della Associazione Italiana di Medicina del Sonno (Aims), intende sensibilizzare sui disturbi del sonno che interessano una buona fetta della popolazione mondiale (si stima il 45 %). L’Aims è nata nel 1990, perciò deduco che il problema dell’insonnia sia di vecchia data. Per fortuna io non ce l’ho, ma persone a me vicine sì. Per alleggerire un argomento serio, la butto sulla mitologia. Il dio greco del sonno non era Morfeo ma Ipnos, fratello gemello di Thanatos, raffigurato come un fanciullo nudo, con ali sulla schiena e dei papaveri tra le dita, simbolo del riposo. Nonostante il detto “Cadere tra le braccia di Morfeo”, per riferirsi a qualcuno che sta per addormentarsi, Morfeo era un figlio del dio del sonno, che si serviva di lui per inviare i sogni a dei e mortali. Tutto torna, dunque: Morfeo è la divinità guardiana dei sogni e del buon riposo. Meglio tenersi stretti sia l’uno che l’altro, Ipnos il padre e Morfeo il figlio, come si auspica in una sana famiglia il rapporto generazionale padri-figli, non sempre lineare. Antonio Canova ha scolpito Pasitea, nella mitologia greca una delle tre Grazie, la più giovane, sposa di Ipnos. Mi piace che sia una donna a rappresentare la personificazione del riposo e della meditazione, parola magica. Le sue sorelle sono Aglaia, Eufrosyne e Thalia. Non male fare un tuffo rigenerante nella mitologia, per saperne di più. Magari può essere una terapia facile e gratuita, per un buon sonno!
Nostalgia di giostre e sagre
Un articolo letto stamattina mi riporta alla mia infanzia. Una giostraia si lamenta di non poter lavorare, anche se la sua attività si svolge all’aperto. Di 25 manifestazioni in programma l’anno scorso ha potuto farne solo due. Annullate fiere, sagre, festeggiamenti e occasioni d’incontro, anche il settore del divertimento piange. Risaputo che il distanziamento è d’obbligo sia dentro che fuori, non vedo come potremo rimediare alla mancanza dei contatti sociali e/o allo stress da smart working (lavoro da casa). Non sono mai stata grande frequentatrice di sagre da adulta (salvo per gustare manicaretti sul posto) e non mi attraevano da bambina giochi e bambole delle bancarelle che delimitavano l’area del parco giochi allestito per la festa, di solito in onore del santo patrono. Salvo in una circostanza, che racconto. Mia madre era friulana, molto attaccata a sua madre, mia nonna Adelaide, che andava a trovare tre/quattro volte l’anno, accompagnata da mio padre Arcangelo che guidava la Topolino color ciclamino. Se lui non era disponibile, osava coprire i circa 100 km da Cavaso a Pravisdomini da sola in Lambretta, con me sul sellino posteriore. Succede che una volta i miei genitori si imbattono in una sagra paesana dalle parti di Sacile dove incontrano delle persone che gestiscono un chiosco di tirassegno, con regali annessi, bambole comprese. Caso, abilità… o generosità, sta di fatto che mio padre vince due bambole giganti, una per me e una per mia sorella. Naturalmente da collezione, chiuse dentro una grande scatola che si apriva a libro. Un bel ricordo di una sagra dove le emozioni erano di casa. Bambole a parte, spero che le feste genuine riprendano.
San Valentino
Amor vincit omnia (L’amore vince su tutto) è una frase del poeta latino Virgilio, sopravvissuta ai secoli e ancora ampiamente usata: perché romantica e rassicurante. Quanto veritiera, dipende dal contesto e dai protagonisti. Anche in questo ambito non sono un’esperta, diciamo che ho delle intuizioni. Esclusa la cotta che presi a 13 anni per il prof di inglese, mi sono innamorata un paio di volte. Col senno di poi, dico meno male perché era un sentimento così totalizzante da impedirmi di provare emozioni parallele. Da adulta, in età non più green, apprezzo la varietà delle nuance in cui si può estrinsecare l’amore, ampiamente inteso: per la natura, gli animali, l’arte, la musica, la poesia… da condividere con persone care, non necessariamente congiunti. Ricordo che a scuola, anni fa il giorno di san Valentino, uno studente gentile regalò un fiore disegnato con le sue mani alle compagne di classe e trovai il gesto molto romantico, perché ci aveva messo del suo. Fiori e cioccolatini (con la frase zuccherosa racchiusa nella pralina) sono fuorvianti, anche se possono far piacere. Sull’argomento sono stati versati fiumi d’inchiostro, stese trame di romanzi, scritte canzoni, per non parlare degli specialisti che si occupano degli effetti collaterali delle pene d’amore. Consiglio di leggere la poesia “Ho bisogno di sentimenti” di Alda Merini. Credo che ognuno dia all’amore uno spazio personale, a seconda della scala dei propri valori, anche in relazione agli eventi che gli capitano. Un po’ di casualità e di mistero non guastano. Magari i santi aiutano…
Sollecitudine, che bella cosa!
Sarà capitato a tutti di spazientirsi durante una coda alle poste o davanti a un computer capriccioso che talvolta allunga le pratiche anziché snellirle. Ieri mi è capitato un fatto in controtendenza, che merita di essere segnalato, per l’immediatezza della risoluzione. Ho necessità di contattare una persona che non conosco, giornalista a Il Resto del Carlino: siamo stati entrambi, quasi mezzo secolo fa, studenti dello stesso compianto insegnante e preside Armando Contro, alla cui memoria sto per dedicare un’opera, ricorrendo a breve il primo anniversario della morte. La tecnologia mi viene in aiuto perché trovo in Internet Alberto Crescentini e altre informazioni, tra le quali il numero di telefono, che tengo come ultima chance per non disturbare. Preferirei scrivergli una mail per chiedergli ciò che mi serve: un ritratto dell’uomo di scuola, preside dei Licei Serpieri e Einstein di Rimini, da inserire quale testimonianza del mio memoriale. L’indirizzo informatico mi sfugge, così azzardo la telefonata, con presentazione e richiesta. Dove sta la sorpresa? Dopo quaranta minuti mi arriva la mail intitolata “Ricordo di Armando Contro”: simpatico, cordiale, reverenziale. Tutto gratis… et amore Dei, mi suggerisce una vocina interiore. Non sono avvezza alle gentilezze e nemmeno alla sollecitudine. Ma è un conforto quando succede, a dipanare i grovigli di un’epoca complessa e di tempi difficili.
Questione di linea
Primo pomeriggio. In attesa che il governo Draghi prenda forma… propongo un argomento leggero (che però ha le sue vittime per bulimia o anoressia): la linea. La bellezza non è una taglia ma uno stato dell’anima: parola degli stilisti, almeno quelli che utilizzano modelle curvy per i loro brend. Lo sento per Costume e Società, mentre sparecchio. Evviva, finalmente un po’ di riconoscimento a chi convive con qualche chilo di troppo, purché in salute! Non ho avuto in dono da madre natura una statura di riguardo, sono un tipo “caucasico” (piccola e tonda), termine che mi disorientò quando mi venne attribuito, durante una visita, tanto tempo fa. Non mi sono mai guardata troppo allo specchio, puntando su altre qualità personali. Mi basta la salute, che per fortuna mantengo. Senza sforzi particolari, ho perso cinque chili (in un anno…), grazie all’uso del tapis roulant. Il che allevia il carico sull’anca artrosica e mi consente di tirar fuori dell’armadio capi che mi andavano stretti. Mio padre Arcangelo era obeso ed è morto d’infarto quarant’anni fa. Socievole e spiritoso, diceva che muoiono tanto i grassi quanti i magri: inconfutabile! Però decidiamo noi il nostro girovita (salvo patologie) e come nutrirlo. Con buona pace della moda e di chi la detta.
Un cimelio di famiglia
“La cinepresa funziona!!0! Canta che è un piacere!” è il messaggio che leggo stamattina, spedito da Manuel dopo la mezzanotte. Si tratta di una cinepresa super 8 di mio padre, ereditato giusto quarant’anni fa alla sua morte, e rimasta abbandonata in un armadio. Arcangelo, mio padre, era appassionato di molte cose, tra cui la fotografia; fotografava e filmava soprattutto gare in bici e moto, cui faceva da staffetta a cavallo della sua Laverda 750. Sempre presente ai motoraduni anche d’oltralpe, congetturava di andare perfino in Cina! Un infarto lo ha fermato, prima dei sessant’anni. Gli è mancato un erede maschio cui trasmettere il suo sapere da sportivo e da foto amatore, cosicché io ho cominciato a maneggiare la Minolta, ereditata alla sua morte piuttosto in ritardo; poi accantonata quando si è fatto strada il digitale, senza nessuna pretesa di competere con i fotografi. Ho la fortuna di frequentare Manuel, un gioiello di ex alunno, ora studente universitario di Ingegneria elettronica e scopro che si interessa di oggetti “vetusti” da riportare in vita. Recupero dal suo sonno quarantennale la cinepresa, perché la ispezioni (operazione fatta con successo per un registratore Gelosino). Premetto che non ero riuscita nemmeno ad aprire la custodia a bauletto che sembrava bloccata… Il tempo di fare una dormita e stamattina mi arriva la sorpresa: La cinepresa funziona!!! Canta che è un piacere! Sono sicura che mio padre si congratulerebbe con Manuel, che è diventato uno di famiglia. Così l’eredità non si è dispersa: ha solo svicolato per altri lidi, giungendo ad un approdo sicuro.
Addio, Puma!
– La mia amica a quattro zampe se n’è andata, improvvisamente, lasciandomi attonita. Adesso riposa sotto a una pianta di rose, in prossimità dell’ingresso, così le mando un saluto quando esco. Le dedico il mio post odierno, facendo mio l’invito della psicologa Germana Carillo, secondo la quale “Anche la narrazione, cioè raccontare e condividere la propria esperienza, agevolerebbe la presa di coscienza dell’evento e delle emozioni correlate”. Inoltre la meravigliosa leggenda del paradiso dei nostri animali, che Arletta mi ha inviato, mi consente di affrontare la perdita della mia cara micia con relativa serenità. Ne parla Manuela Valletti Ghezzi nel suo piccolo libro La Leggenda del Ponte Arcobaleno, che di certo mi procurerò. Adesso parlo di Puma, mite, discreta creatura entrata a casa mia nell’estate del 2010, attraverso mio figlio che l’aveva avuta da Valentina, cucciola gracile allevata col biberon. I ragazzi l’avevano chiamata Ruspa, nome che a me non piaceva e che ho cambiato in Puma, per via del pelo nero. In casa c’erano già due cani e due gatti più grandi, con uno dei quali, Sky, si intendeva alla perfezione. Non altrettanto con Grey, l’ultima arrivata, di tutt’altro carattere. E sì, perché anche gli animali hanno una loro indole, e il gatto continua ad affascinarmi per la flessibilità, non solo fisica ma anche psicologica. Di Puma apprezzavo che fosse… gentilmente selvatica, ritrosa ma disposta a concedere delle speciali tenerezze: mi scaldava le gambe, di pomeriggio e di sera durante la seduta di magnetoterapia davanti alla tivu e si infilava sotto le coperte, accucciandosi all’altezza dell’anca: terapia graditissima! Era moderata nel cibo e prediligeva il pesce, come me. Stava volentieri in studio, seduta accanto a me mentre ero al computer. Ultimamente mangiava poco e si muoveva meno, indizi che avevo attribuito al freddo e all’età, non più evergreen (anche se 11 anni non sono moltissimi). Purtroppo la seduta in clinica veterinaria ieri pomeriggio ha evidenziato una cardiopatia avanzata, di tipo congenito che speravo le consentisse una sopravvivenza accettabile. Ho fatto in tempo a riportarla a casa dove ha fatto l’ultimo giro per le stanze. Poi si è distesa davanti alla stufa e ha intrapreso il suo viaggio verso… il Ponte Arcobaleno: là spero un giorno di incontrarla. Ciao Puma, grazie di esserci stata! 💙 –
