Di mattina

Tra le prime azioni che compio di mattina, c’è quella di accendere la radio, un apparecchio datato che usava spesso mia mamma ad alto volume, non perché avesse problemi di udito, ma per godersi la musica in tutte le stanze della sua modesta casa popolare. Succedeva che non sentisse il campanello quando andavo a trovarla, con conseguente mia arrabbiatura. Ho preso la sua abitudine, ma tengo il volume basso. Non sono un’esperta in materia, mi manca la cultura musicale (e tante altre) ma seleziono ciò che mi piace, condividendo l’opinione che un Anonimo ha espresso al riguardo: “La musica è il più potente antidepressivo in commercio”. In questi giorni festivi caratterizzati dall’isolamento sociale, la musica fa buona compagnia, sia per radio che per televisione, risollevando il morale. Il programma radiofonico che ascolto in bagno verso le sette di mattina su radio VENETO UNO si chiama “Leggermente in musica”, proposta sia da orchestre sinfoniche, sia tramite brani orecchiabili. Apprezzabile, a mio dire, anche l’avverbio, che allude a proposte in punta di piedi. Un programma televisivo mattutino che tratta anche di musica è IL CAFFÈ DI RAI UNO, che intrattiene ospiti creativi in vari ambiti espressivi. Giusto durante la prima colazione, profumata dall’aroma del caffè. Così la mia giornata inizia sotto buone stelle e mi accompagna ad affrontare le incombenze domestiche con mezzo sorriso. L’altro mezzo mi viene dalla scrittura, se riesco a produrre dei versi o una cartella per un ipotetico romanzo. Il post per il blog – non a caso nominato VERBA MEA – mi esce spontaneamente, entro il primo pomeriggio, perché lo immagino all’interno di un colloquio coi miei lettori, diventati miei corrispondenti: “amici di penna” che ringrazio di esserci e di farmi buona compagnia.

Dobbiamo essere ottimisti

Ieri pomeriggio, mentre in poltrona facevo la seduta di magnetoterapia per l’anca, in compagnia della gatta e della televisione, sono incappata nel programma Frontiere, condotto da Franco Di Mare, noto volto della Rai. L’argomento era l’attuale situazione pandemica, perfino troppo proposta, a mio dire, ma con un approccio letterario che mi ha incuriosito. Il giornalista ha citato la frase di Victor Hugo: “Finirà anche la notte più buia e sorgerà di nuovo il sole” e dalle Operette Morali di Giacomo Leopardi “Il dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere”. Mi piace quando dallo schermo giungono stimoli per rinfrescare le conoscenze apprese a scuola. Sono andata a ripescare l’Operetta dalla ANTOLOGIA DELLA LETTERATURA ITALIANA, III Volume, Parte Prima, pag. 694. Ammetto che Leopardi mi ha sempre affascinato, per la poetica ma anche per il vissuto di figlio ribelle incompreso. Il film IL GIOVANE FAVOLOSO, del 2014, diretto da Mario Martone e interpretato alla grande da Elio Germano ne ha restituito il carattere combattivo, compresso dalla vena pessimistica. Lo spirito ironico del dialogo creato dal grande recanatese è attualissimo, come pure il messaggio: nessuno vorrebbe tornare indietro, specie quest’anno! Tutti speriamo che il 2020 termini presto e di scordare gli immensi guai che ha provocato, riservando un abbraccio corale alle migliaia di vittime. Ma sarà dura! Comunque condivido il messaggio finale del garbato conduttore della trasmissione, che si congeda dicendo: “Dobbiamo essere ottimisti. Altrimenti come facciamo a uscire dal tunnel?”.

“Quando ti alzi al mattino…”(Marco Aurelio)

Se non ho a portata di mano il tablet, ho l’abitudine di appuntarmi frasi significative dovunque, tipo sul retro degli scontrini e su ritagli di ricevute e fogli vari che poi accantono, con l’intenzione di trascriverle al computer, cosa che non succede sempre. Se capita di ripescarle, mi congratulo con me stessa, perché sono pensieri densi di saggezza, come quello che è ricomparso da un coacervo di carte, provvisoriamente sistemate dentro una scatola di buste di cibo per gatti, che riporto: “Quando ti alzi al mattino, pensa quale prezioso privilegio è essere vivi: respirare, pensare, provare gioia e amare”. Un concentrato di buonsenso dell’imperatore filosofo Marco Aurelio (121 -180 d. C), autore dei “Colloqui con sé stesso”, ritenuto il quinto dei cosiddetti “buoni imperatori”. Suo malgrado, dovette affrontare conflitti bellici (guerre partiche e marcomanne), carestie e pestilenze. Probabile che essere a contatto frequente con la morte abbia affinato la sua visione della vita, tutt’altro che superata, direi anzi di attualità. Se non vado errato, papa Bergoglio ha detto che stiamo affrontando una sorta di terza guerra mondiale a rate, dove il nemico non si vede ma c’è e falcidia vittime senza sconti. Mi sembra un esempio calzante. Comunque più che il contesto della frase trovo appropriato lo spirito sereno di guardare al presente, con la possibilità di provare sensazioni ed emozioni talora sottovalutate, tipo appunto quelle nominate da Marco Aurelio: respirare, pensare, provare gioia e amare.

La voce del silenzio

Lassù, sulle vette imbiancate avvolte dal silenzio penso che saremmo molto più veri. Spesso rivolgo un pensiero all’Ossario in Cima Grappa che custodisce le spoglie di tanti giovani sacrificati alla Patria. Nella purezza dell’atmosfera, accarezzati dal vento e protetti dal silenzio assoluto, i resti di uomini che non volevano diventare eroi hanno trovato una sede di elezione, dove la folla chiassosa è fuori luogo. Mi sono persuasa che anche il silenzio parli, può raccontare molte storie e dare utili suggerimenti. In una società complessa e dinamica è difficile isolarsi spontaneamente, ma quest’anno il covid ci ha costretto a rallentare, anzi a fermarci proprio e ad ascoltare delle voci prima sottovalutate, come quella del silenzio. Con conseguenze sorprendenti, talora in senso positivo. Durante il distanziamento sociale, c’è chi rischia la depressione e chi si scopre artista. Mi viene spontaneo pensare alla grande anima di Alda Merini che in ospedale psichiatrico poetava, tanto quanto Vincent van Gogh dipingeva, con ottimi risultati. Per dire che non sempre la reclusione porta male, può anche succedere il contrario. Non escludo di esprimermi così, per aiutarmi a tenere duro nell’ultima fase della pandemia, paragonata all’ultimo miglio della marcia del maratoneta. So che sono in buona compagnia di milioni di Italiani, oramai sfiniti da dieci mesi di emergenza sanitaria, incautamente interrotta d’estate con l’illusione che fosse finita. Le imminenti festività natalizie non possono farci dimenticare le tante troppe vittime del contagio. Non siamo in guerra e i caduti che riposano lassù, sulle vette innevate e silenziose ci suggeriscono che abbiamo ancora una chance per venirne fuori salvi!

Un passo indietro…

Anche stamattina come altri lunedì mi concentro sull’articolo della dottoressa Graziottin, intitolato “Un passo indietro per (ri)aprire la porta della felicità”. Mi attrae soprattutto ciò che sta tra parentesi, che induce a ripescare qualcosa di buono e bello del nostro passato. Prima ancora di leggere l’articolo, mentre il cameriere deposita sul tavolino il cappuccino cremoso col cuore disegnato e una profumata croissant, decido che oggi devo essere contenta, perché ricorre il mio anniversario di laurea, conseguita nel lontano 30 novembre 1976… ero una ragazzina di 23 anni, coi capelli lunghi ramati; indossavo gonna e gilet di velluto celeste, sotto camicetta rosa con chiusura a cravatta. Il particolare della cravatta non è casuale, perché sottintende il mio bisogno di indipendenza e autonomia, guadagnate colpo su colpo. Per diversi anni ho festeggiato il giorno della laurea, ritenuto centrale per la mia carriera professionale. Poi è stato superato da altri importanti eventi. Stamattina il titolo dell’articolo succitato me lo ha riportato alla memoria, procurandomi una sottile emozione. Lo leggo attentamente e comprendo che l’invito è a fare una passeggiata dentro di noi, per recuperare lo spirito dei tempi migliori, forse della gioventù ma non è esclusivo, per godere dei piaceri semplici oppure che vengono dal sacrificio e dalla pazienza. Tra l’altro, la sessuologa definisce l’attività fisica, anche il semplice camminare, il più potente antidepressivo e ansiolitico che esista. Quindi buon cammino a tutti, reale se possibile e soprattutto introspettivo.

Tutto si trasforma

Godiamo di giornate fredde e terse. Ieri sera c’era una bella luna che mi ha fatto tornare in mente una quartina di Jacopo Vittorelli che recito quando sono di buonumore: “Guarda che bianca luna!/Guarda che notte azzurra!/Un’aura non sussurra,/non tremula uno stel./ Stamattina ho visto i monti velati da una coltre impalpabile… e la brina in giardino, dove l’altro ieri ho tagliato l’ultima erba. Non era mai successo a Novembre, a mia memoria. In tarda mattinata esco con l’auto, per sbrigare alcune faccende e raggiungo il paese vicino, con l’idea di fare qualche foto. Soggetto preferito: le foglie, di un bellissimo color ruggine, che immortalo da varie angolazioni. Verso mezzogiorno la temperatura è gradevole, il cielo celeste tranquillizzante e il tono del mio umore risente positivamente del gorgoglio del torrente Caniezza accanto al supermercato dove ho parcheggiato. Attorno silenzio, solo qualche cliente che va a fare la spesa. I miei pensieri si librano come uccelli, depositandosi qua e là. Inspiro ed espiro profondamente, pensando a quanto sia facile farlo in una condizione di buona salute, negata alle persone colpite da covid. È stato un anno disastroso per l’emergenza sanitaria, non ancora superata. Comparo le vittime alle foglie, così belle e fragili. Molte sono cadute e formano un tappeto marrone che si frange scricchiolando sotto i tacchi. Mi piace pensare che formeranno humus per le foglie della prossima primavera. Così “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, secondo il pensiero del biologo e filosofo Antoine Laurent Lavoisier.

Sentiero

Stamattina ho partecipato alle esequie di Piergiorgio, nel Tempio del Canova, con la presenza anche degli Alpini. Durante la funzione è stata letta la Preghiera dell’Alpino, di cui riporto un passaggio: “Salvaci dal gelo implacabile, dai vortici della tormenta, dall’impeto della valanga, fa che il nostro piede posi sicuro sulle creste vertiginose, su le diritte pareti, oltre i crepacci insidiosi…”. Il tutto si è svolto nel rispetto delle disposizioni anti covid; in un banco da otto posti c’ero solo io, davanti e dietro a me altre due signore agli estremi opposti. Con questa modalità erano distribuite una sessantina di altre persone. Nonostante le limitazioni, eravamo in molti a salutare Piergiorgio, che in vita aveva portato con il sorriso tante missive, belle e brutte. Finita la cerimonia, mi sono trattenuta nei paraggi del Tempio, per fare qualche foto. Quando mio figlio era piccolo, frequentavo i sentieri limitrofi dove la natura è accogliente e spontanea. Il viottolo alla destra della chiesa era il nostro obiettivo preferito, per brevi passeggiate ristoratrici. A una decina di metri sulla sinistra c’è un’edicola con una Madonnina cui mettevamo dei fiori raccolti nel campo sottostante. Poco oltre una zona con diversi olivi, ad ombreggiare il sentiero che conduce a Cavaso, paese confinante. Ho rivissuto momenti piacevoli e faticosi del passato, archiviato. Ma il viottolo rimane, per viaggiatori fedeli, occasionali, naturalisti, pensatori, turisti… ora rarefatti. Il tema del viandante e del viaggio si incastrano bene con quello della vita e del percorso assegnato a ognuno su questa terra. La meta coglie talora impreparati e lascia sgomenti. Ma è il viaggio che trovo interessante, pieno di sorprese e meraviglie. Come i fiori che raccoglievo insieme con mio figlio quand’era bambino.

La luce della mente

Mentre faccio colazione, dopo aver servito cane e gatti, ascolto le notizie in tivù. Di domenica seguo a tratti la trasmissione UnoMattina in famiglia, di cui apprezzo particolarmente lo spazio del professor Francesco Sabatini. Il linguista, presidente onorario dell’ Accademia della Crusca ha la bellezza di quasi novant’anni (Pescocostanzo, 19.12.1931) e si esprime con invidiabile chiarezza e competenza. Siccome per me è un esempio, anzi meglio un mito, mi chiedo quale sia la ricetta da seguire per diventare longevi e rimanere mentalmente vivaci. Per il professore, oramai noto volto televisivo, ritengo che la prestanza intellettuale sia frutto della professione, ma non solo. Immagino che abbia adottato uno stile di vita sano, favorevole alla mente e al corpo. La sua è una testimonianza invidiabile ed incoraggiante. Apprezzo molto che riesca a spiegare in modo semplice come nascano i modi di dire, nel caso odierno quello che riguarda “Le dolenti note”: prima ricorda il padre che usava l’espressione riferita alle cartelle esattoriali… poi passa a Dante, il padre della lingua, che la usa nel V canto dell’Inferno, a proposito dei dannati che si lamentano (versi 25-27). Solo un grande riesce a passare con disinvoltura dal privato… al classico! Onore al merito e alla vita lunga e illuminante!

Poesia come terapia

Ho avuto il piacere di apprezzare Simone Cristicchi l’estate 2019, durante uno spettacolo in ricordo della Grande Guerra, sul monte Tomba a Cavaso nella Pedemontana del Grappa. Conoscevo l’artista da prima, per le sue apprezzate canzoni e gli spettacoli di forte impegno sociale. L’altro giorno mi arriva un breve video con la recitazione del testo VADEMECUM PER UN RECLUSO, che mi ha veramente toccato. Mi documento nel web e scopro che il testo è stato scritto durante la prima fase della pandemia – c’è addirittura la data di nascita 7 aprile – ma è attualissimo. In modo semplice e profondo insieme, l’autore dà una serie di consigli per non farsi affondare dal distanziamento sociale, con annessi e connessi. Resto sulle generali, per stimolare l’iniziativa personale ad approcciare la poesia, che sintetizza nel titolo la sua funzione, meglio definirla missione. Mi limito a dire che mi piace molto l’invito alla curiosità e il richiamo al bambino che alberga in noi. Dato che anch’io mi esprimo con le parole trovo congeniali i versi: “Scrivi una lettera, una breve poesia/sconfiggi la noia a colpi di fantasia/”; gli altri distribuiti in cinque avvincenti strofe con rima baciata non sono da meno. Il messaggio dell’artista è persuasivo e chiaro, ognuno troverà risposte alle sue domande. E l’isolamento, pur tra tante privazioni offrirà l’opportunità di diventare migliori.

Distanziamento

Domenica di metà Novembre, ore 9: silenzio innaturale, che si menziona nella bella canzone VITA MERAVIGLIOSA di Diodato. Ma non percepisco nulla di meraviglioso, forse arriverà dopo. Non cantano nemmeno i canarini del vicino, anche se c’è il sole. Per sentire una voce accendo la radio e aspetto di sentire i primi messaggi sul tablet, pochi, ma costanti e rassicuranti. Il paese sembra sepolto sotto la coltre della prudenza e del distanziamento sociale: corretto, ma non usuale. Tre mesi fa era Ferragosto e qualcuno si è divertito troppo, pensando che l’avessimo scampata… mi auguro che a Natale i festeggiamenti saranno contenuti. Del resto sono piuttosto schiva ai cenoni e alle rimpatriate forzate; farò di necessità virtù, come dice san Girolamo. Se qualcosa di positivo lascerà questo terribile anno, sarà da cercare nella condivisione delle limitazioni e del disagio, che ci renderanno più essenziali. Sempre che la memoria breve non abbia il sopravvento. Personalmente mi impongo di essere positiva, perché sono in salute e non mi manca niente di materiale. Certo risento del distanziamento sociale: niente mostra del libro, niente cinema, niente incontri culturali… niente di niente fino al prossimo dpcm, incrociando le dita. È già un miracolo che il Veneto si mantenga in fascia gialla! Non intendo contribuire all’inquinamento dei numeri. Perciò mi mordo le dita e cerco di distrarmi da sola, consapevole che sono in compagnia di milioni di Italiani. Ma non me la sento di avallare, in questa circostanza, il proverbio “Mal comune mezzo gaudio” perché il godimento è fuori discussione. Ciò detto, buona domenica a tutti!