Vite sprecate

Non si può sentire: pirata della strada, ubriaca e drogata investe e uccide 18enne mentre cammina sul marciapiede, assieme ad un amico che lo vede morire sotto i suoi occhi. In pratica tre vittime, più i genitori dei ragazzi. Succede a Roma, lui è Francesco, ignara vittima della 23enne Chiara, cui era già stata sospesa la patente due anni fa per lo stesso motivo. Accusata di omicidio stradale, la ragazza rischia da 8 a 12anni. La madre della vittima – giornalista come il padre del CorSera – ha scritto in un tweet: “Gli eroi sono tutti giovani e belli. Lui era semplicemente un ragazzo felice. E io non lo sarò mai più”. Tragedia immane. Chissà quante volte sarà capitato ai genitori di Francesco di leggere e/o scrivere di incidenti mortali, allontanando il pensiero che sarebbe potuto capitare anche a loro. Veramente la sorte è beffarda e il pericolo è dietro l’angolo. Provo infinita pena per il ragazzo e un sentimento misto di rabbia e compassione per l’investitrice, che non aveva imparato la lezione dalla pena precedente: recidiva all’alcol eccetera, chissà se aveva progetti per il futuro. In generale penso che le ragazze siano più mature dei maschi, più strutturate caratterialmente, più toste. Salvo le eccezioni, in cui potrebbe rientrare la sprovveduta guidatrice. Certo che il mix alcol e droga non consente attenuanti. Mettersi alla guida alterati significa candidarsi al suicidio oppure all’omicidio. Le vite sprecate sono quelle che angosciano di più. Sono state fatte campagne per contenere gli incidente stradale e accorciare l’elenco delle vittime, con modesti risultati. Evidentemente bisogna agire su altri fronti, ribadendo che la vita è una e irripetibile. Pertanto bisogna tenersela stretta.

Capolavoro ritrovato

Io, Canova. Genio europeo è la mostra organizzata dai Musei Civici di Bassano del Grappa, curata da Giuseppe Pavanello e Mario Guderzo, con la direzione scientifica di Barbara Guidi, nell’ambito delle celebrazioni per il bicentenario della morte di Antonio Canova (Possagno, 1.11.1757 – Venezia, 13.10.1822). Lo sapevo, ma me lo ricorda il programma pomeridiano geo, che dedica particolare attenzione a un’opera dello scultore, recentemente riportata alla luce: la Maddalena Giacente, di cui avevo scritto tempo fa, in un mio post. La vicenda legata a quest’ora meriterebbe un romanzo, anche un film sarebbe adeguato. Realizzata dal Canova tra il 1819 e il 1822 era andata perduta molto tempo fa. Il marmo a grandezza naturale fu acquistato come statua da giardino da una coppia di inglesi, ignari di chi fosse l’autore, per una cifra pari a poco più di 5000 sterline. Grazie all’esistenza di un calco in gesso nella Gipsoteca a Possagno e a vari disegni preparatori, si conosceva già l’opera, ma l’originale ritrovato ne ha modificato il valore: il suo prezzo ora è stimato tra i 5 e gli 8 milioni di sterline (cioè tra i 6 e 9,5 milioni di euro). Trattasi “di un marmo di notevole valore storico e di grande bellezza estetica prodotto dal Canova negli ultimi anni della sua attività artistica”, come afferma Guderzo. Io non sono esperta nel ramo, ma dico con serenità che l’opera è straordinaria: intanto per l’amica di Gesù rappresentata, per la posizione piegata sul fianco, per l’abbandono del capo, per i lunghi capelli che coprono i capezzoli…per la levigatezza del marmo. Non so in che tipo di giardino fosse finita, ma un eden terreno con piante e fiori mi sembrerebbe destinazione più appropriata di una fredda galleria d’arte. Certo riportare alla luce un capolavoro è esperienza di grande soddisfazione. A noi comuni mortali è offerta la possibilità di contemplare la Maddalena Giacente dal vero, al Museo Civico di Bassano del Grappa, dal 15 ottobre al 26 febbraio prossimo.

Una bella storia

Come da prassi, riempio la mattina del lunedì tra lettura del Corriere al bar Melody di Fonte, spesa al supermercato Alì e capatina al mercato locale. Sarà che sono bendisposta, ma oggi do preferenza alle notizie incoraggianti che trovo a pagina 23 (se ho registrato correttamente) della cronaca, che mi riporta alle mie prime esperienze professionali. Sintetizzo: un ragazzo laureato – studia per una seconda laurea in Economia aziendale – si ritrova a fare il bidello all’istituto d’infanzia Aldo Moro di Recanati e non si lamenta del ruolo che potrebbe sminuirlo, ma anzi ci sta volentieri. Guadagno 650 euro al mese, ma almeno mi pagano. Si chiama Marco Morosini, ha 25 anni, di Macerata. Suona il pianoforte. Dal 2019 è giornalista pubblicista e punta in alto, al sole di mezzogiorno, come recitava la traccia di un compito in classe assegnatomi in quarta ginnasio, tanti anni fa. Anch’io ho fatto (dovrei dire ‘feci’, ma il passato remoto non è proprio nelle mie corde di veneta) la sottoccupata, perché da laureata in Lettere e Filosofia, per ben quattro anni ho fatto senza entusiasmo l’applicata di segreteria in una scuola media. In caso di assenza di un insegnante di Lettere, Il preside mi mandava a sostituirlo: io ci andavo volentieri, ma le mie colleghe d’ufficio avevano da ridire e la cosa mi rammaricava. La mia intenzione era di rinunciare al lavoro fisso, qualora mi fosse arrivata una lunga supplenza, tipo una maternità. Vana attesa. Così a 27 anni mi sono licenziata, per entrare nel mondo della scuola come insegnante, dove ho riscattato il mio bisogno di comunicare con gli studenti e di ricevere gli stimoli culturali che nutrono le persone bisognose di conoscenza. Mi sono adattata a fare la sottoccupata (scrissi anche un articolo sull’esperienza) per un periodo medio-lungo, durante il quale ho imparato a protocollare e a scrivere a macchina. Tutto ciò che si acquisisce da giovani serve, se motivati e consapevoli. Adesso scrivo al pc e sul tablet, commentando con piacere storie positive.

È iniziata la XIX legislatura

Giovedì 13 ottobre 2022, prima seduta del nuovo Parlamento. Liliana Segre, 92 anni, presidente provvisoria della seduta di Palazzo Madama in quanto senatrice anziana, chioma candida e completo di velluto blu, prova come una specie di vertigine ad occupare il posto più alto del senato. Intense e commoventi le sue parole, con toccanti passaggi privati. Parlamento rinnovato e sfoltito: 400 eletti alla Camera e 200 al Senato. Ignazio La Russa, 75 anni, siciliano è il nuovo Presidente del Senato, intenzionato a svolgere un compito di servizio e non a ricevere applausi, come dichiara. Mi piace la voce roca di quest’uomo, di cui so che è avvocato, come il padre. L’età mi pare quella giusta per dedicarsi alla cosa pubblica…del resto il Presidente Mattarella è un buon riferimento anagrafico. Sul percorso politico non mi esprimo, perché non ne so molto, salvo che è ex missino. Curiosi – ed espressivi – i nomi che ha dato ai tre figli maschi: Antonino Geronimo, Lorenzo Cochis e Leonardo Apache. Pare che sia stato votato anche da parlamentari estranei al suo partito, e questo lo trovo incoraggiante. Mi è piaciuto che abbia regalato un mazzo di rose bianche alla senatrice a vita Liliana Segre, il cui discorso toccante ha applaudito diverse volte. Indizi positivi. Si vedrà, strada facendo se saranno confermati dai fatti. Sul teatrino dietro le quinte e lo sdegno di Berlusconi non mi esprimo perché sono una signora. Certo gli Italiani si aspettano almeno una risoluzione parziale dei tanti problemi irrisolti: per limitare la disaffezione politica, saranno utili più fatti e meno parole. Mi spiace che tra i seggi del nuovo Parlamento ci siano meno donne, ma mi aspetto che Giorgia Meloni riesca a dare buon esempio. Concludo con un pensiero facile da ricordare e assai difficile da realizzare, con le tre ‘arti’ più impegnative al mondo: governare, curare, educare. Auguri ai nuovi eletti…e a un’Italia finalmente più coesa!

Dramma in classe

Purtroppo succede a molti di morire in servizio. Ma ci sono delle circostanze che rendono l’evento luttuoso ancora più drammatico. È quanto successo alla 44enne Giovanna Fabrica, siciliana di origine, mentre faceva lezione nella seconda B della scuola primaria Carlo Ederle di Villa Bartolomea, nel Veronese. Soccorsa prontamente da un collega che le ha fatto il massaggio cardiaco e dai bidelli che hanno portato il defibrillatore, l’insegnante non si è ripresa. Ambulanza del 118 ed Elisoccorso di Verona Emergenza non hanno potuto strapparla alla morte. È il primo pomeriggio di lunedì. La maestra, appena terminata una delle lezioni del rientro pomeridiano – insegna scienze e geografia – è colta da un malore improvviso e si accascia a terra, davanti ai suoi alunni terrorizzati. Penso a loro, al collega che si è fatto in quattro per salvarla, al marito improvvisamente vedovo… ovviamente anche alla sfortunata insegnante. Inevitabile per me non pensare alla mia cara collega Gianna De Paoli, morta per infarto otto anni fa, alla soglia della pensione. Era il 2 maggio 2014. L’indomani avremmo dovuto condividere l’uscita in Grappa con le rispettive classi terze che lei aveva progettato nei minimi dettagli… ma non si presentò. Era stramazzata sul divano di casa in tarda serata, sola, dopo aver telefonato al figlio che non si sentiva bene. Le telefonate intercorse di prima mattina con Lucia e la vicepreside per decidere il da farsi, ancora mi turbano. Per me Gianna è morta in servizio, anche se a domicilio e non in classe tra i suoi alunni cui dava l’anima, espressione del tutto giustificata per come lei operava: senza risparmiarsi. Il congedo repentino è sempre traumatico. Ma per gli effetti collaterali che procura, quello a contatto con i minori mi sembra il più shockante.

Dipingere la vita

In questi giorni funestati da tante brutte notizie, cerco conforto nel messaggio lasciato sui social da Paola Bona, morta a 44 anni, dopo aver combattuto contro una malattia che non le ha lasciato scampo: “La vita è breve, non sprecatela in inutili screzi ma dipingetela di colori vivaci! Ricordatevi di me, con Amore Paola”. Artista, pittrice, originaria di Tambre, ha esposto le sue opere in diversi comuni. Era impegnata nel sociale e nel volontariato. Autodidatta, i suoi soggetti principali sono le emozioni, dipinte attraverso le più svariate tecniche, in particolare acrilico, pastelli a olio e terre orientali. Oltre al marito, lascia la mamma, il papà, il fratello…e un’eredità morale e artistica di cui fare tesoro (dall’articolo di Marco D’Incà, newsinquota). Ecco, non trovo di meglio dell’arte, in tutte le sue declinazioni per toccare il cuore. Non conoscevo questa artista, vedo il suo volto sorridente sullo schermo e sento che mi sarebbe piaciuto frequentarla, conoscere il suo percorso artistico, carpirle qualche segreto, non per dipingere – non ne possiedo le qualità – ma per scrivere, forsanche una poesia, persuasa che la pittura è una poesia muta, come asseriva Leonardo da Vinci. Il suo messaggio è chiaro, invita ad essere positivi; detto da una persona che sta per congedarsi dal mondo vale doppio, anzi vale moltissimo. Il suo ricordo sarà mantenuto vivo dalle sue opere e nutrirà emozioni in chiunque le osserverà. Ha incarnato l’obiettivo di Annie Ernaux, recente Nobel per la Letteratura: “Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più”. Anche se la sua vita è stata breve, Paola ha spanto la semente migliore: quella che trasforma i germogli in fiori, le speranze in certezze, la caducità in eternità.

La festa del mare

Sarà che amo il mare, sarà che mia madre era friulana, sarà che considero la barca a vela una metafora, ma mi piacerebbe proprio assistere alla Barcolana, la spettacolare regata velica internazionale che si tiene ogni anno nel golfo di Trieste, la seconda domenica di ottobre. Nata nel 1969, per iniziativa della Società Velica di Barcola e Grignano, in realtà la festa dura una settimana, ma il clou è il secondo weekend di ottobre quando si tiene la regata, che quest’anno, alla sua 54edima edizione è stata vinta dalla barca americana Deep Blu, con al timone una donna, Wendy Schmidt, primo successo al femminile nella storia della Barcolana. Tra tanti titoli di giornale, sintetizza bene l’evento quello de LA STAMPA: Barcolana 2022, come il Palio di Siena ma con la Bora. Solo immaginare la partenza di oltre 1500 barche è elettrizzante, vedere poi lo spettacolo in movimento – anche se dallo schermo – mi procura un intenso piacere. Se potessi seguirlo sul posto, magari dall’alto con stupendi panorami su Trieste e sul suo golfo, sarebbe il massimo. Chissà che succeda, un anno o l’altro. Intanto me lo segno. In cucina, sulla porta del frigorifero una calamita con il bianco castello di Miramare è il souvenir acquistato nella città giuliana anni fa, durante un’uscita didattica con gli allievi delle classi terze medie. Ovviamente conservo delle foto in qualche cassetto: una mi ritrae con la statua di Umberto Saba (Trieste, 9 marzo 1883 – Gorizia, 25 agosto 1957), poeta che mi è particolarmente caro. La libreria antiquaria che lui gestiva è stato un altro obiettivo interessante dell’uscita, oltre alla permanenza in un Caffè letterario nella plendida Piazza Unità d’Italia, situata ai piedi del colle di San Giusto, pure visitato. In un contesto tanto accogliente, dev’essere stato grandioso per gli scrittori e gli intellettuali darsi appuntamento di fronte al mare. Tornando alla regata velica, oltre alla perizia tecnica di condurre il veliero, ravviso qualcosa di poetico e dinamico nel cavalcare le onde. In buona compagnia di tanti amanti del mare, vicini e lontani.

Il premio per la letteratura

Sono contenta che il Nobel per la letteratura 2022 sia stato vinto da una donna, la 17esima donna in oltre un secolo, Annie Ernaux, 82enne francese che scrive “per necessità”. Dettaglio: il suo primo manoscritto, Gli armadi vuoti era stato rifiutato da due editori. I suoi romanzi più famosi: Gli anni, Il posto, L’altra figlia, Una donna… sono tradotti in Italia dalla casa editrice L’orma. Il Nobel comporta, oltre al prestigioso riconoscimento, la somma di più di 900mila euro, che non interessano molto la scrittrice, che afferma: “Il denaro non è mai stato un obiettivo per me”. C’è da crederle, dato che vuole essere la voce degli ultimi, di “tutte le persone nell’ombra”. Dedica il premio anche alle donne perché la condizione femminile “è il luogo da cui scrivo”. Beh, ce n’è abbastanza per ordinare quanto prima un paio delle sue opere e conoscerla da vicino, intendo dai suoi scritti. Il fatto che sia di età avanzata è incoraggiante, perché ribalta l’idea di decadimento fisico-cognitivo che serpeggia in certa opinione comune. l’Italia compete con il Giappone quanto a longevità e non è un mistero che da noi le case di riposo per anziani siano strutture richieste e popolate. Non so come sia nel Paese del Sol Levante…ci farò una capatina in internet. La foto della signora Ernaux pubblicata su la Repubblica di ieri (venerdì), manda l’immagine di una bella signora dagli occhi cerulei, come gli orecchini, e le mani affusolate da!! artista. L’articolo che le dedica Michela Marzano si intitola ‘La sua scrittura è un atto politico’, di cui intuisco il significato. Comunque condivido l’obiettivo di Annie Ernaux di lasciare una traccia, “di salvare qualcosa per quando non ci saremo più”, attraverso una scrittura che scava dentro e porta alla ribalta la vulnerabilità della condizione umana, con una scrittura scarna, essenziale, priva di orpelli e virtuosismi. Da Nobel, appunto! ,

Gesto estremo

Auguro a Francesco Alberto, neonato abbandonato nella campagna trapanese una vita lunga e ricca che riscatti il drammatico esordio. Francesco, come il poverello di Assisi di cui ieri era la festa e Alberto, come il patrono di Trapani e nome del carabiniere che per primo lo ha preso in custodia. Nonostante ci sia una legge che garantisce il parto in anonimato, il piccino è stato abbandonato in una zona impervia e isolata, avvolto in un sacco di plastica, con la testina fuori…i suoi vagiti hanno richiamato il contadino che ha allertato le forze dell’ordine. Da qui la sua salvezza e probabilmente la sua rapida adozione, senza passare per una struttura protetta. E la madre? Ci sarà da qualche parte, bisognosa di aiuto anche lei. Certo che il gesto è davvero estremo, inconcepibile nel terzo millennio…eppure non è nemmeno nuovo. Il tema della maternità non va visto solo ammantato di gioie e sorrisi, me ne sto occupando per via di una trama che vorrei considerare in un mio prossimo romanzo. Il ruolo del genitore va coniugato in svariati modi e implica sacrificio, rinunce, dedizione totale, investimento affettivo e materiale. Talvolta si verificano situazioni ingestibili, per leggerezza, violenza, tracolli vari. Lungi da me giudicare, faccio supposizioni. Con cognizione di causa, posso affermare che diventare genitore è piuttosto facile, viceversa mantenere il ruolo per tutta la vita è assai impegnativo. Non so chi sia la madre naturale del neonato abbandonato: potrebbe essere una minorenne, una donna abusata, oppure sposata con figli che non può mantenerne un altro… chissà cosa c’è dietro. Per certo so che ci sono coppie desiderose di adottare un bambino e anche persone single in grado di dare amore. Alla fine ciò che conta è dove trovi chi ti accoglie. Tanti auguri, piccino! 🍀

Insegnare oggi

Oggi 5 Ottobre si celebra la Giornata Mondiale degli insegnanti, istituita dall’UNESCO nel 1994…quindi avrei dovuto ‘averne contezza’. Invece no, chissà come mai è passata sotto silenzio, un dubbio mi viene ma è meglio non esplicitarlo! Sono una docente in pensione da qualche anno, ma due parole voglio spenderle per i miei colleghi in servizio, che si fanno carico ogni giorno di problematiche educative e didattiche, quasi sempre senza la doverosa considerazione da parte dell’utenza. Giusto l’altro ieri leggevo sul Corriere la lettera di una insegnante: si lamentava del fatto che i docenti siano ancora ritenuti quelli che hanno tre mesi di ferie, mentre si tace sulle ore di programmazione e correzione, sulle riunioni in presenza e da remoto, sul dispendio emotivo legato a situazioni problematiche, sulla difficoltà di relazionarsi con le giovani generazioni e non di rado con i genitori, senza considerare che anche la dirigenza talora non favorisce lo snellimento delle pratiche. Cosa c’è di bello? Stimolare la mente dei ragazzi e sentire fluire curiosità ed interesse, indirizzare le capacità individuali verso ambiti specifici, cogliere spunti di spirito critico. Io ho già dato, non so bene cosa, ma qualche seme ha attecchito. Me lo conferma il buon rapporto che mantengo con qualche ex allievo e con diversi colleghi, pur di età differenti. Non mi pento di avere svolto questo lavoro – peraltro scelto – anche se a volte mi sono ricreduta – che mi sta dando più soddisfazioni ora, da pensionata che in corso d’opera. Esprimo solidarietà ai colleghi in servizio che si trovano ad affrontare emergenze nuove, che non so come avrei affrontato. Certo insegnare rimane un’arte difficile, che necessita di competenza, elasticità, temperamento. E un pizzico di buona fortuna. (Post scriptum: san Placido, il santo del giorno può dare una mano!)