Il 19 luglio 1992 abitavo a Possagno, in un appartamento al secondo piano del condominio all’inizio di Viale Canova, con una bella vista sulla piazza. Mio figlio aveva quasi quattro anni ed ero tutta presa dalla sua crescita. Faceva caldo, ma non come ora. Nell’attentato di maggio, 57 giorni prima era stato ammazzato il giudice Giovanni Falcone, grande amico di Paolo Borsellino, che subì la stessa sorte, insieme a cinque agenti della sua scorta. A tutt’oggi non è ancora chiaro chi fossero i mandanti della strage. La nipote di Borsellino, che ha il bellissimo cognome Fiore, si rammarica che dopo tanto tempo non sia ancora emersa la verità: per le vittime della mafia, ma anche per la magistratura, ambito di servizio dello zio. Questo anniversario dolente mi induce a riconoscere che trent’anni fa la vita pubblica non era affatto serena. Oggi non è tranquilla… l’elemento comune è una cronica propensione a complicare la vita, propria e altrui all’insegna di non so quale effimero vantaggio: potere, ricchezza, gloria…tutti optional di un percorso esistenziale unico e irripetibile, a scadenza incerta e breve. Dopo trent’anni non sono molto cambiata, neanche fisicamente: ho mantenuto stessa pettinatura, quasi stesso peso…dentro si rinnovano le stesse passioni, ma ho perso ‘smalto’, come succede all’argenteria se non viene lucidata. Da trent’anni ho in camera il post dei due amici-magistrati, cui mi rivolgo quando sono sconsolata. Loro continuano a sorridere!
Categoria: Attualità
Tre famigerate C
Cronaca di una giornata di metà luglio. Sono esausta, senza aver fatto granché. Mi isuro la pressione più volte al giorno, forse sto diventando ipocondriaca. La fatica più grande è stare rinchiusa in casa, rinunciando alla sosta sotto il glicine, perché la temperatura esterna è di circa 36 gradi. Dopo il tramonto le cose migliorano, ma il resto della giornata è opprimente. Un sollievo viene dalle telefonate e dai messaggi, che rappresentano un palliativo rispetto alle privazioni legate alla necessità di proteggersi dal caldo, annessi e connessi. Mi deprime pensare che tra mercoledì e giovedì sarà anche peggio: il corpo sta dando segnali di sofferenza. Tuttavia valorizzo ciò che mi dice Pia: abbiamo delle comodità che alleviano, negate in altre zone del mondo. Nei tuguri in India la temperatura tocca addirittura i 53 gradi… spero sia un’esagerazione. Chissà che i grandi della Terra comprendano il danno all’economia e alle persone arrecato dall’innalzamento della temperatura e prendano provvedimenti adeguati, almeno per limitare i danni. Il clima non è questione da poco: basta considerare gli eventi catastrofici degli ultimi tempi, in casa nostra e fuori. Ho sentito che è caduto un altro pezzo di roccia sulle Dolomiti e un po’ dovunque scoppiano incendi. Stiamo entrando nell’era del fuoco. Da ora fino a settembre dovremo convivere con temperature prossime ai 40 gradi, previsione che riguarda non solo il nostro Paese ma l’intera Europa. Sarà dura! Recupero il pensiero della mia amica Pia e i consigli noti per reagire – meglio sarebbe dire non farsi soffocare – dall’ondata di caldo: idratarsi, stare all’ombra/al chiuso nelle ore più calde, nutrirsi in maniera leggera…insomma, un autocontrollo che sa poco di festa, in un periodo che comprende le vacanze estive. Sempre che ci sia ancora la voglia di divertirsi, in barba alle tre famigerate c: clima, conflitto, covid.
Dal frinire al lamento delle cicale
La spiaggia di Bibione, la seconda per numero di presenze, è l’ultima che ho praticato, dopo quelle di Jesolo, Lignano e Caorle, in virtù delle Terme, dove ho fatto anni fa dei cicli di aerosolterapia, per problemi alla voce (abusata in servizio). In una di quelle occasioni, dall’arenile andai al Faro che fotografai. Ebbi modo di apprezzare la flora marittima, generosa di specie straordinarie e di inebriarmi di odori salmastri e vasodilatatori. Valore aggiunto, poter salutare l’amica Antonietta che trascorre là parte delle vacanze. Mi spiace aver appreso dell’incendio successo ieri di primo pomeriggio, forse per autocombustione date le alte temperature (grave se causato da un mozzicone di sigaretta), un un campo di mais. Dei turisti, spaventati dal fumo alto e denso a ridosso della pineta si sono buttati a mare, senza danni. Quindi pericolo scampato, ma allerta meteo per le spiacevoli sorprese legate al tempo, con temperature molto al di sopra delle medie stagionali. Io abito a un’ottantina di chilometri, nella Pedemontana del Grappa, in prossimità dei campi; da un lato, a pochi metri dall’ingresso ufficiale ho un campo di granturco (o mais) bello alto: non ho mai pensato potesse prendere fuoco, ma d’ora in poi ci starò attenta. Sky, il mio amato soriano, faceva le corse attraverso le canne e mi precedeva quando portavo in passeggiata i cani, Luna e Astro che adesso non ci sono più. Ho la vaga impressione che la situazione sia peggiorata, sia per problemi ambientali che emotivi. Collante tra i campi del mio paese e la pineta del mare sono le cicale, sempre canterine e beate dalle cime degli alberi. Immagino che a Bibione, allo scoppio dell’incendio abbiano percepito il pericolo e abbiano trasformato il rilassante frinire in una mesta preghiera.
Trasversalità del male
Se vincessi un viaggio con meta a scelta, andrei in Giappone. È una simpatia che viene da lontano: da bambina, per un carnevale in maschera indossai il costume di una geisha che alternavo a quello della zingara (la fatina mi stava proprio antipatica). A scuola, durante l’ora di geografia trovavo affascinante il lontano Paese del Sol Levante che anche più tardi, da dietro la cattedra proponevo ai miei studenti, mettendo in risalto spirito di sacrificio e rispetto per le tradizione dei nipponici, un modello in cui convive pacificamente il moderno con il passato. Non a caso, in giardino ho un ciliegio giapponese e mi attrae l’ikebana, l’arte di disporre i fiori in vaso secondo criteri estetici e simbolici, ma anche quella di comporre brevi versi chiamata haiku, nata in Giappone nel XVII secolo e sperimentata in classe. Questa premessa, per introdurre il fatto di cronaca nera che ha funestato la nazione: l’omicidio dell’ex premier del Giappone Shinzo Abe, 67 anni, tra i leader più influenti del dopoguerra che è stato accoltellato !durante un comizio. Gli uomini in vista sono a rischio anche lì dove, da qui, pare che tutto funzioni alla perfezione. Mi spiace dover riconoscere che non è così e che il male è trasversale. Tuttavia mi ha molto colpito sentire dalla tivù che la madre ultranovantenne della vittima ha saputo della disgrazia dai media, com’è successo da noi in altre drammatiche circostanze. Immagino che sopravvivere a un figlio, per di più ammazzato sia tremendamente doloroso: penso alla madre del giudice Paolo Borsellino, quando successe da noi e ad altre madri, comprese quelle private dei figli in Ucraina e in Russia. Allorché mia nonna Adelaide credette morto il figlio primogenito Geremia nell’affondamento dell’Andrea Doria, si chiuse nel mutismo per anni, finché lui non ritornò sano e salvo. Per dire della somma di ferite sopportate dalle madri (da estendere ovviamente a mogli e figli) che mi fanno tanta più pena quanto più sono avanti con gli anni. Perciò abbraccio idealmente la madre del primatista assassinato, cui va tutta la mia pietà, congiunta con il cordoglio per una vita insensatamente rubata.
Fiori recisi
Stamattina mi dedico alla pulizia dei fiori, in sofferenza anch’essi a causa del grande caldo. Quelli in terra non sono sbocciati, temo che i bulbi abbiano risentito del secco inoltrato, meno che per un paio di gladioli che ho immortalato. I gerani – talee fatte da me – resistono sotto il portico, in compagnia di una pianta di incenso, data per morta ed invece rinata. Mi piace strofinarne le belle foglie che rilasciano un profumo di chiesa e allontanano gli insetti. Le piante verdi alloggiate dentro si sono adattate all’ambiente e mi preoccupano meno. Sul davanzale a nord da un paio di mesi, in un cestino albergano due piccole piante di kalanchoe, una rosa e una gialla, che hanno prodotto un’infinità di minuscoli fiorellini. Molti sono appassiti e con le forbici cerco di eliminarli, per consentire eventualmente alla pianta madre un’altra fioritura. Mentre mi applico con cautela, non so perché mi viene in mente di paragonare le tracce dei minuscoli fiori alle tracce dei reperti materiali sparpagliati sul ghiacciaio, appartenuti alle vittime della sciagurata spedizione sulla Marmolada. Di alcune vittime sarà impossibile recuperare le salme e perfino oggetti personali, inghiottiti per sempre dalla voragine impazzita. Non so come i familiari potranno rinunciare a piangerli in una tomba dove andarli a pregare, come consuetudine. È successo per altre tragedie, in mare ad esempio. Idealmente destino ogni piccolo fiore reciso alla memoria delle vittime della montagna, recuperate o intrappolate per sempre nel cuore della regina delle Dolomiti, irraggiungibile cimitero contemporaneo.
Le cicale non c’entrano
Data la stagione, pensavo di scrivere attorno alle cicale, per me simbolo di gioiosa vitalità. Forse influenzata dalla favola La cicala e la formica, di Esopo nutro simpatia per l’insetto canterino, cui vorrei assomigliare mentre l’operosa formica mi ricorda chi lavora troppo, a scapito di altre attività. La pensava come me Gianni Rodari, in una sua gustosa rielaborazione: “Chiedo scusa alla favola antica/se non mi piace l’avara formica./Io sto dalla parte della cicala/che il più bel canto non vende, regala”. Però il titolo dell’intervista concessa da Mauro Corona e letta stamattina sul quotidiano Il Gazzettino mi fa ricredere. Il famoso scalatore e artista di Erto, in sostanza dice che abbiamo fatto troppo le cicale e adesso ne paghiamo le conseguenze, in relazione alla tragedia successa sulle Dolomiti. Naturalmente l’insetto canterino non c’entra nulla, il paragone serve a smuovere chi avrebbe potuto impedire la tragedia, peraltro annunciata e probabilmente sottovalutata. È noto da tempo che i ghiacciai si stanno sciogliendo, tempo cinquant’anni e potrebbero sparire. Sommato ad altri, il fenomeno è un effetto collaterale del riscaldamento, causato dall’industralizzazione selvaggia. Chissà che i grandi della terra si accordino per trovare trategie di contenimento, anche per chi non considerava il problema… Appellandomi al proverbio: “Non è mai troppo tardi” (che è stato anche un film, un programma televisivo, un singolo di Federico Rossi) mi auguro che la ragione prevalga sugli interessi privati e che il buonsenso alla fine trionfi.
Sull’orlo del precipizio
Il ghiaccio scompare come la sabbia dentro la clessidra e dice che non c’è più tempo…parole a commento della tragedia consumatasi in Marmolada dove si contano ad oggi sette vittime e molti dispersi. Colpa di un seracco staccatosi dal ghiacciaio che si è abbattuto sugli escursionisti alla velocità di 300 km all’ora, sparpagliandone i poveri resti. In un battito scomparse sette persone, quindici dispersi che avevano investito la giornata di festa in una escursione affascinante e pericolosa. Ho sentito dire più volte che la montagna non perdona…non so quali colpe si possano attribuire agli sfortunati escursionisti: troppo amore per le vette? Un paradiso surriscaldato dalle alte e anomale temperature, queste sì causate dall’inquinamento, opera dell’uomo. Siamo sull’orlo del precipizio e non so se abbiamo superato il limite del non ritorno…forse la natura, intesa come Madre Natura può ancora accoglierci amorevole nel suo seno, se la smettiamo di abusarne. Certo il panorama è allarmante ed è dura vedere il bicchiere mezzo pieno. A mettere in fila le ultime disgrazie non c’è da stare allegri: guerre, covid, siccità, disvalori. Personalmente sto acuendo il mio spirito felino: sono diffidente e apprensiva, vorrei ma non posso frequentare più persone che dalla pandemia si sono rarefatte. Anche consumare una pizza in compagnia sta diventando problematico, per l’aumento dei positivi. Con temperature esagerare l’estate si è annunciata virulenta, per ora niente spiaggia infuocata e nemmeno montagna, perché devo accudire il vecchio cane ammalato, cui somministro flebo, antibiotico e compresse varie. La mia distrazione è il diario quotidiano che mi consente di connettermi con chi mi legge e mi risponde. Una passeggiata interiore con amici dell’anima.
Compleanno imminente
Domani la Fiat 500 compirà 65 anni. Era infatti il 4 luglio 1957 quando la mitica (lo sarebbe diventata) utilitaria venne presentata, scavalcando la fortuna della 600. Al MAUTO (Museo Nazionale dell’Automobile di Torino) sarà inaugurata domani la mostra “65 anni di un mito – Fiat 500: icona del made in Italy”, visitabile fino al 4 settembre 2022. Presi la patente giusto…mezzo secolo fa (possibile?) e feci pratica con la bianca 500 di servizio di mio padre, rappresentante di liquori, con stampata sulle portiere la bottiglia di grappa Maschio Beniamino. Con la stessa automobile raggiunsi la sede universitaria varie volte; in un’occasione di viabilità modificata, presi anche una multa, di cui ho parlato in uno dei miei scritti. Mia madre guidava la sua 500, gialla, dove saliva il gatto Briciola quando voleva seguirmi nella mia residenza da single: praticamente veniva in villeggiatura, con reciproca soddisfazione. Pensavo che avrei acquistato la 500, ultima versione con i soldi della liquidazione, una volta pensionata. È andata diversamente, perché ho subìto un incidente che mi ha costretto ad anticipare l’acquisto di un mezzo, sempre Fiat ma usato. Pazienza, adesso ammiro 500 di colore rosso fiammante di Gianni, il marito di Lucia e la simpatia per la prestigiosa autovettura è rimasta inalterata. Interessante anche l’evoluzione del gusto avvenuta in cinquant’anni e la simpatia che il pubblico continua a decretarle. Pertanto, desumo che sia uno strumento che consente di macinare strada, ma anche di studiare i cambiamenti sociali ed economici avvenuti negli ultimi decenni. In casa ho parecchie foto dell’auto in questione, immortalata in vari contesti: basterà che vada a recuperarle…per farmi un viaggetto all’indietro nel tempo, fino alla fermata odierna.
Quando il lavoro è una missione
Certo Leonardo Del Vecchio, il padre di Luxottica deve essere stato una brava persona: lo dice il suo operato e la presenza di 5000 persone al suo funerale ad Agordo (Belluno), dove l’imprenditore milanese aveva aperto l’azienda a 23 anni. Scorrendo il quotidiano, mi colpisce la scelta di quindici dipendenti in pensione che hanno voluto vegliare la salma del ‘paron’ durante la notte. L’imprenditore scomparso aveva 87 anni, 6 figli da tre donne diverse e “I dipendenti erano come figli per lui”, rafforzato da quanto affermato dal figlio Claudio, durante la cerimonia: “Mio padre si emozionava solo quando parlava dei suoi operai”. Rocco Basilico, manager di Luxottica dichiara: “La fabbrica era il suo amore più grande…era la sua missione in questo mondo…la sua famiglia è molto più grande di quella biologica”. Commovente la dedizione all’obiettivo, raggiunto certo per meriti e non fortuna che comunque aiuta gli audaci, come da proverbio anche in latino: “Audentes fortuna iuvat”. Tra tutti i commenti, panegirici, ringraziamenti per onorare la memoria del grande vecchio mi colpisce la veglia silenziosa dei 15 dipendenti in pensione che non hanno voluto lasciare solo il padrone durante il suo ultimo viaggio. A mio dire ha qualcosa di reverenziale e speciale che testimonia tutto: stima, gratitudine, simpatia, amicizia… continuità di valori. Il massimo che una persona possa aspirare in terra. Mi fa pensare alle sepolture antiche, piene di patos e riverenza. Non per nulla nei libri di storia, l’alba delle civiltà è sempre legata alle tombe. In questo caso di un grande, ma anche per chi è trapassato senza onori, il saluto definitivo suggella un legame destinato a mutare, conservando però nella memoria dei sopravvissuti l’eredità spirituale e materiale del defunto. Per un congedo che è anche continuità.
Cronaca troppo nera
Ci sono delle notizie così brutte che non si dovrebbero sentire né leggere… però la cronaca nera sovrasta la bianca e non ci resta che prenderne atto, sperando che almeno diminuiscano, come il caldo che prelude a un allarme climatico. Mi riferisco a quanto successo in un asilo a Lione, dove una bimba di undici mesi è morta perché lasciata nelle mani incaute di una educatrice 27enne che le avrebbe fatto ingerire un prodotto caustico per farla smettere di piangere. “Non voleva ucciderla – ha aggiunto il suo legale – la bambina non smetteva di piangere e ha perso completamente e stupidamente il controllo”. Povera piccina, al suo primo ingresso alla scuola per l’infanzia, aveva tutte le ragioni per non sentirsi a proprio agio fuori di casa! Resto esterrefatta al pensiero che ci siano persone tanto fragili in posti così importanti, da non credere. Non oso immaginare i sensi di colpa che proveranno i genitori della piccola Lisa, origini italiane, all’idea di non aver colto il pericolo al momento della consegna e dell’affidamento della loro creatura. Si sa che la mente umana è solo parzialmente conoscibile, però un controllo dei nervi in persone che lavorano a contatto di minori e/o anziani specie se disabili dovrebbe essere obbligatorio e costante. Poi le disgrazie succedono comunque, perché la vita segue un suo copione tra la commedia, la farsa e la tragedia. Non essere attori malvagi potrebbe sgomberare il palco da responsabilità pesanti. Alla puericultrice dell’asilo privato “People & Baby”, accusata di omicidio volontario, mi auguro sia impedito di svolgere un lavoro a contatto di minori. E di essere curata come si deve.
