Era il 3 maggio, come oggi, del 2014: una telefonata di prima mattina, in un orario inconsueto da parte di una collega mi informa che Gianna, mia coetanea e collega insegnante di Lettere come me, in classi parallele dello stesso istituto comprensivo di Asolo – plesso di Castelcucco non c’è più. Un infarto l’ha stramazzata sul divano di casa, alla soglia dell’agognata pensione. Avremmo dovuto accompagnare le classi terze in Grappa, in una visita di studio che lei stessa aveva pianificato, uscita che si fece comunque con la morte nel cuore, per portare a compimento una sua iniziativa. Una delle tante, perché Gianna era un vulcano di idee, disponibile a scuola e in paese dove si dava senza riserve per buone cause. Adesso ho un suo ritratto in studio, da dove mi sorride incoraggiante. Anche nelle situazioni problematiche durante i collegi dei docenti o nelle dispute scolastiche sapeva sdrammatizzare, inserendo una battuta o una risata risolutoria. Chissà come avrebbe affrontato la Dad e gli effetti della pandemia…anzi no, perché sarebbe stata in pensione come me. Ma un tipo come lei, tutto dedito alla scuola, avrebbe sicuramente supportato i colleghi in servizio. Aprendo qualche testo di storia, trovo talvolta degli appunti scritti con grafia minuta, o dei biglietti di complimenti che non mancava di fare in occasioni speciali. Sarebbe stata un conforto e una stimolatrice di iniziative durante il periodo del riposo professionale, perché lei non si sarebbe riposata di certo, piuttosto reinventata! Cara Gianna, hai lasciato un segno indelebile, delle impronte inequivocabili che illuminano il tortuoso percorso odierno. Sono certa che i colleghi non ti hanno dimenticato, eri troppo forte! Adesso potranno attingere al tuo insegnamento e al tuo stile di vita, corta ma investita alla grande. Grazie Gianna, ciao!
Autore: Ada Cusin
La bellezza del coraggio
Domenica sera primo maggio rivedo volentieri il film drammatico FELICIA IMPASTATO, del 2016, riproposto da Rai 1, sulla morte di Peppino Impastato, avvenuta il 9 maggio 1978 per mano mafiosa. Fallito il tentativo di farla passare per un incidente terroristico e/o un suicidio, grazie alla tenacia della madre, la verità verrà a galla oltre vent’anni dopo, un paio d’anni prima che Felicia venga a mancare per cause naturali. Intanto complimenti al regista Gianfranco Albano che ha riproposto con sobrietà il tragico fatto; poi un encomio superlativo all’attrice Lunetta Savino, che si è calata alla perfezione in un ruolo altamente drammatico, lei avezza a parti leggere. Quando la tivù offre l’opportunità di riflettere e di documentarsi su eventi della storia contemporanea, mettendo l’odience a margine, mi sento coinvolta e ne approfitto per aggiornarmi. Felicia Impastato è stata una donna di grande coraggio, che ha osato opporsi al potere criminale che le ha strappato il figlio giornalista – che attraverso il suo programma radiofonico RADIO OUT denunciava gli abusi del mafioso Gaetano Badalamenti – e ne ha tenacemente difeso la memoria. Ha incarnato la parte buona del meridione, oppresso da omertà e soprusi, in rappresentanza di tante vittime silenziose. Un plauso anche ai palinsesti che nutrono il senso civile. A proposito, trovo opportuna l’idea di Rai 1 di mandare in onda, il mercoledì sera, film destinati a raccontare donne straordinarie; il prossimo sarà THE WIFE -VIVERE NELL’OMBRA, USA 2017, Drammatico, che ho avuto il piacere di vedere sul grande schermo, per condividere l’affermazione: ‘Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna’. Senza nulla togliere agli uomini straordinari, che per fortuna non mancano.
La Cultura unisce il Mondo
Durante un’intervista sento Dario Franceschini, Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo parlare dei caschi blu della cultura, operanti in Italia e all’estero. Mi informo: il 31 marzo scorso l’Italia ha infatti istituito con decreto ministeriale i caschi blu della cultura, una unità specializzata da esperti civili e militari, a difesa del patrimonio culturale e per contrastare il traffico illecito di opere d’arte. In realtà l’idea era stata lanciata sette anni fa dallo stesso ministro, quando in Iraq e Siria siti storici erano minacciati dal vandalismo dell’ISIS. Mi pare un’ottima idea, considerata anche l’eccellenza dell’Italia in questo ambito. La Task Force potrà intervenire all’estero, per la difesa del patrimonio culturale dai danni derivanti da svariati motivi, guerra compresa. Potrà operare su invito dell’UNESCO come concordato nel corso dell’ultimo G20 Cultura. Al di là del protocollo ufficiale, mi piace pensare al fermento che si genera attorno alle opere d’arte in zone di crisi: carabinieri, storici dell’arte, studiosi e restauratori…coinvolti nella stessa opera di salvataggio culturale, laddove la cultura è il cuore pulsante di un Paese. Mi attrae tanto questo argomento che vorrei imbastirci attorno una storia, breve o lunga ancora non so, ma con l’obiettivo di affermare la convinzione personale che attraverso le varie espressioni artistiche si trasmette la sensibilità di una nazione. Senza contare che visitare musei, mostre e luoghi d’arte è come andare a nozze con gli artisti, esperienza sospesa durante il lungo lockdown. Da oggi, primo maggio, le mascherine vengono accantonate – non tolte di mezzo – e si riprende la strada maestra verso una normalità consapevole, ricca di bellezza da riscoprire e da conoscere.
Vittime di guerra
La mattina mi sveglio presto, prima delle sette: credo di avere incamerato gli orari di quando andavo a scuola e dovevo essere in servizio prima delle otto. Anche se sono in pensione dal settembre 2015, non sono riuscita a modificare questo standard, che tutto sommato mi sta bene, ma che mi costringe a riposarmi al pomeriggio, anche un paio d’ore. Durante la siesta, seguo volentieri il programma Forum, sempre ricco di storie umane, seguito da un telefilm di stampo poliziesco: questo fino allo scoppio della guerra, oltre due mesi fa. Infatti ora Rete 4 manda in onda ‘Diario di guerra’, che non serve spieghi di cosa tratta. Se giro su LA7 è la stessa cosa, col solo cambio del nome del programma, TAGADÀ, se non erro. Oggi pomeriggio (ieri) la telecamera si è introdotta nella pancia di un palazzo, dove in giacigli provvisori – tende da campeggio – sono ammassati vecchi infermi o quasi, e bambini costretti a un innaturale isolamento. Chi sta fuori, ha le sue ragioni: un’anziana confida commossa al microfono della giornalista che non può abbandonare i suoi gatti e una giovane soldato esprime la rabbia per aver perso l’amica che stava scappando in auto. Col fucile in mano e le lacrime agli occhi confessa di pregare ogni sera per il marito, combattente da qualche parte. Ecco, è questo miscuglio di pietà e di efferatezza che mi disturba, l’assoluta mancanza di una via di mezzo, quella che i letterati latini chiamavano ‘aurea mediocritas’, il non intravedere un porto di quiete. Sapendo che tutto ciò succede nel terzo millennio, dopo due guerre mondiali è profondamente desolante. Vorrei scrivere qualcosa che toccasse le corde dei cuori arrugginiti, ma temo che mi ammalerei. Però non è detto, forse ci provo. In qualche modo devo dare anch’io il mio contributo di solidarietà.
Momento del Glicine
Che meraviglia scrivere sotto la pergola del mio Glicine, col ronzio dei bombi che assediano i grappoli profumati e i raggi del sole che saettano sulla schiena! Da un paio di giorni è gradevole stare all’aperto, pregustando ciò che verrà dalla stagione ancora incerta, ma destinata a diventare bella. Per fortuna i giorni scorsi è piovuto, la terra almeno un po’ si è dissetata. In giardino l’erba è cresciuta e Reginaldo l’ha tagliata. Ha potato anche la siepe, restituendo alla mia casa l’aspetto di una dimora semplice e curata, abitata da una padrona innamorata di gatti e di fiori. Il Glicine gode in questo periodo del suo momento di gloria, ne vedo esemplari dappertutto: abbarbicati su strutture di ferro, attorcigliati attorno a travi e pergolati, tenacemente aggrovigliati alle reti. Storico quello in Bassano, nei pressi dell’ufficio turistico che vale la pena immortalare quand’è in fioritura. Di questa pianta rampicante – ritenuta infestante, un po’ come l’edera – mi piace tutto: colore rilassante, profumo delicato, forma pendula dei fiori. Peccato che non siano adatti a farne bouquet. Originario dell’Asia, il suo nome in greco significa dolce e si riferisce al profumo dei fiori. Protagonista di molte storie cinesi e giapponesi, e anche di una leggenda italiana, mi piace il significato simbolico conferitogli dal buddismo: i grappoli fioriti si trovano nei templi e sono simbolo della luminosità, ma anche della caducità della vita: tutto è in continua trasformazione, perciò si deve apprezzare ogni momento. Viene anche considerando un talismano contro le avversità, da regalare a chi ci sta a cuore. Nei paesi occidentali simboleggia l’amicizia e la disponibilità. Bene, anche oggi la natura mi ha offerto la sua lezione. Mi siedo sotto il mio pergolato di glicine: ammiro i fiori, ne aspiro la fragranza, socchiudo gli occhi…e ho il mio attimo di paradiso.
Ancora una donna super
Un’altra donna eccezionale, campionessa di Aikido a 84 anni, veneziana: Renata Carlon, una figura mitica nelle arti marziali. Me ne imbatto mentre cerco sul web notizie incoraggianti da raccontare. Dettaglio non marginale, l’anziana signora è madre di quattro figli e quando le viene chiesto: “Qual è la cosa di cui va più fiera?” risponde: “Di avere quattro figli e di avercela fatta perché ho iniziato ripromettendomi di non essere la solita mamma rompiscatole, volevo essere diversa.” Quindi il post di oggi è in linea con quello di ieri, con la testimonianza di una protagonista molto più grande, che ha insegnato fino a due anni fa nella sua palestra di Mestre. Poi è arrivata la pandemia. Appresa l’arte dal marito Wassily Grandi, maestro di judo, la sua presenza nel tatami è richiesta tuttora, persuasa che “le donne possono fare tutto” perché dotate di creatività, sensibilità, idee. Insomma, la testimonianza in carne e ossa della sua filosofia di vita, per cui: “Non basta avere l’attitudine ma serve la passione, così scatta l’armonia”. Ecco, per me la parola armonia dice tutto, è la parola più bella del nostro ricco dizionario. Interessante anche la leggenda mitologica di Armonia, figlia di Ares e Afrodite, riportata da Esiodo (poeta greco antico, metà VIII sec – VII sec.
Un’altra grande donna (grande)
Un’altra donna eccezionale, campionessa di Aikido a 84 anni, veneziana: Renata Carlon, una figura mitica nelle arti marziali. Me ne imbatto mentre cerco sul web notizie incoraggianti da raccontare. Dettaglio non marginale, l’anziana signora è madre di quattro figli e quando le viene chiesto: “Qual è la cosa di cui va più fiera?” risponde: “Di avere quattro figli e di avercela fatta perché ho iniziato ripromettendomi di non essere la solita mamma rompiscatole, volevo essere diversa.” Quindi il post di oggi è in linea con quello di ieri, con la testimonianza di una protagonista molto più grande, che ha insegnato fino a due anni fa nella sua palestra di Mestre. Poi è arrivata la pandemia. Appresa l’arte dal marito Wassily Grandi, maestro di judo, la sua presenza nel tatami è richiesta tuttora, persuasa che “le donne possono fare tutto” perché dotate di creatività, sensibilità, idee. Insomma, la testimonianza in carne e ossa della sua filosofia di vita, per cui: “Non basta avere l’attitudine ma serve la passione, così scatta l’armonia”. Ecco, per me la parola armonia dice tutto, è la parola più bella del nostro ricco dizionario. Interessante anche la leggenda mitologica di Armonia, figlia di Ares e Afrodite, riportata da Esiodo (poeta greco antico, metà VIII sec – VII sec. a.C.) nella sua Teogonia. È nota anche come la dea dell’amore romantico, dell’armonia e della concordia. Tra antico e moderno c’è da stare freschi, lo dico con simpatia, convinta che c’è sempre da imparare qualcosa, ovunque si attinga. Gli esempi ci sono: basta valorizzarli.
AstroSamantha
Oggi voglio parlare di una donna speciale, nel senso che fa un lavoro straordinario, l’astronauta ed è pure mamma di due figli: Samantha Cristoforetti, 45 anni, nata a Milano e originaria di Malé (Trento) dove cresce, laureata presso l’università degli studi di Napoli, “la donna delle stelle”. Il primo lancio il 23 novembre 2014, oggi torna nello spazio a bordo della capsula Crew Dragon Freedom, a otto anni dalla sua prima missione. Quella odierna si chiama Minerva, in omaggio alla dea guerriera “che incarna la forza d’animo, la tenacia e la disciplina che ci sono richieste, così come la saggezza” (parole sue), durante la lunga permanenza in orbita di sei mesi, durante i quali Samantha lavorerà a decine di esperimenti scientifici, insieme con altri tre colleghi. Il ritorno sulla Terra è previsto per settembre. Tutti gli astronauti hanno messo la loro firma su un muro vicino alla rampa, come vuole la tradizione. Prima di entrare nella navicella, AstroSamantha – come viene affettuosamente chiamata – ha mandato un bacio ai piccoli figli, un maschio e una femmina. Mi fermo su questo dettaglio per esprimere tutta la mia ammirazione per le donne che hanno saputo/potuto fare altro, oltre che le madri. E non è che ignori cosa comporti il ruolo genitoriale, specie se sostenuto dalla condizione di single, come nel mio caso. Con l’età e l’esperienza sul campo mi sono persuasa che non è sempre positivo donarsi completamente a un unico ruolo, perché si corre il rischio di diventare accentratrici, quando non autoritarie. Del resto in natura l’accudimento dei cuccioli dura poco, e se non se la cavano alle svelte l’alternativa è l’abbandono. Il mio punto di vista è opinabile, ma trovo saccenti e presuntuose quelle nonne che scavalcano le figlie nell’educazione dei nipoti di cui si occupano, riproponendo sempre lo stesso trito modello di mamma/donna di casa. Quando la casa è il mondo intero. Talvolta anche la luna!
Generosità calpestata
Nel contenzioso tra genitori e figli, solitamente sono dalla parte dei figli. Tuttavia ci sono situazioni in cui mi è impossibile non partecipare per il genitore. Come nel fatto di cronaca nera successo a Bergamo, dove un imprenditore di Grumello, Anselmo Campa, 56 anni, è stato ammazzato dall’ex fidanzato della figlia, di cui usava la Renault Clio rossa che non intendeva restituire. Negli articoli che ho letto, la vittima viene descritta generosa, tant’è che aveva offerto un lavoro da operaio al ragazzo 25enne, nato in Italia da immigrati marocchini, riservandogli trattamento di favore. Poi la storia con la figlia maggiore era terminata e la macchina a lei intestata era stata chiesta indietro, addirittura venduta a un nuovo proprietario del circolo Arci di Grumello. Ma Luca Makka (vero nome Hamedi El Makkaoui) non voleva separarsi dalla “piccola bestia”, come chiamava l’auto. Pare che avesse da restituire altri prestiti all’imprenditore, descritto come un uomo tranquillo, buono, accomodante. La cosa che mi impressiona è la generosità calpestata, l’assurdità di una vita spezzata per mantenere il possesso di un bene altrui, considerato proprio. Di solito i padri, gelosi delle figlie, tendono a ostacolarne le relazioni amorose, mentre in questo caso era avvenuto il contrario, lodevole ma ritortosi contro la vittima. Un pensiero di profonda pietà va anche alla figlia, privata del padre per mano del ragazzo con cui aveva condiviso un percorso di vita, il quale ha pure inscenato di essere addolorato. Chissà se la sfortunata ragazza si fiderà di altri pretendenti…cosa che le auguro, dopo opportuna selezione. Il signor Anselmo non diventerà mai nonno e il suo mancato genero non guiderà più la “piccola bestia” incolpevole della sua assurda bestialità.
Mesto 25 aprile
Giornata importante per noi il 25 aprile, ma da un paio di mesi è come se il nastro della storia si fosse riavvolto e fermato al tempo delle imboscate e dei bombardamenti dell’ultima fase della seconda guerra mondiale, chiamata Resistenza. Ora però serpeggia il timore che la guerra in corso tra Russia e Ucraina abbia tempi lunghi e non si intravede la fine. Ogni giorno scorrono immagini di distruzione e di morte, vecchi che si stringono al cane, passeggini svuotati, condomini distrutti. Mi torna in mente la poesia di Salvatore Quasimodo (Modica, 20 agosto 1901 – Napoli, 14 giugno 1968; Nobel per la Letteratura 1959) Milano, agosto 1943 che inizia così: Invano cerchi tra la polvere,/povera mano, la città è morta./ Il poeta descrive la desolazione cui fu sottoposta la città, dove lavorava nel settore editoriale, bersaglio di una serie di bombardamenti da parte degli alleati anglo-americani. Purtroppo la storia si ripete. Seguo la cerimonia odierna all’Altare della Patria, luogo simbolo della Resistenza e mi chiedo cosa provino il nostro Presidente della Repubblica, le autorità, i civili allora coinvolti e chi nacque dopo quegli eventi, che ora drammaticamente si ripetono altrove, non lontano da qui, dove mi auguro venga concessa almeno una tregua, per consentire ai sopravvissuti di lasciare i bunker e ai bambini costretti nel ventre della acciaieria di uscire a giocare alla luce. Forse è chiedere troppo, considerata l’escalation del conflitto. Però non posso gioire per la Liberazione conquistata dai nostri nonni e padri 77 anni fa, sapendo che eventi parimenti drammatici si stanno rinnovando in Europa (e anche fuori d’Europa). Considerata il vecchio continente, una parte di Europa risulta dura di comprendonio. Non resta che attendere che rinsavisca, con l’aiuto del Cielo.
