A ognuno la sua palestra

“Il mio motto è: il meglio deve ancora venire”, parole sante di Larissa Iapichino, campionessa ventenne di salto in lungo, argento all’Europeo Indoor di Instambul con un salto di m. 6.97, nuovo record italiano al chiuso, figlia di Fiona Mai, pure lei campionessa mondiale della stessa specialità. Seguo solo di striscio l’atletica, ma mi congratulo con madre e figlia ‘laureate’ nello stesso ambito. Per l’età più vicina alla mia, ho seguito di più i successi della madre, espresso anche in altri ambiti, pubblicità compresa. Riconosco però che il motto succitato della ragazza mi appartiene, perché è alla base del mio pensiero ‘filosofico’. Giorni fa, allegato al settimanale la Repubblica ho acquistato il libro La gioia di vivere, di Vittorino Andreoli, attratta dall’argomento e anche per simpatia nei confronti dell’autore, intervistato varie volte in tivù, dotato di un sorriso rasserenante (anche se scopro che si considera pessimista, anzi un tragico come si definisce nella dedica). Ho letto di corsa la prima parte, rispolverando Epicuro, Cicerone, Seneca, Schopenhauer, Zola, pensatori di cui ricordavo qualcosa e raccogliendo informazioni su La città della gioia di Dominique Lapierre. Mi prendo del tempo per leggere le altre parti dell’opera che apre una collana dedicata alla ricerca interiore. Epicuro, nella Lettera sulla felicità parla di un “tetrafarmaco” per raggiungerla: filosofare, meditare sulla morte, conoscere e soddisfare i propri desideri, abituarsi a una vita semplice. I desideri ‘necessari’ sono alla base della buona felicità e tra questi ci sono la salute del corpo e la tranquillità dell’animo: bingo, vale quanto il “mens sana in corporea sano” dei Latini (locuzione tratta da un capoverso delle Satire di Giovenale). Ora, facendo un collegamento tra gli antichi saggi e l’atleta Larissa, non vi è dubbio che quest’ultima abbia assecondato il desiderio di primeggiare attraverso l’atletica, che le viene assai bene. Io mi alleno con le parole, che sono la mia palestra quotidiana dove mi rimetto in sesto (spero).

Se il platano potesse parlare

“L’auto non esisteva più, era abbracciata al platano”, sono le parole del vicesindaco di Gorgo al Monticano (TV) Daniel Dalla Nora, sull’incidente successo sabato notte lungo un rettilineo che invita a correre, nonostante i limiti di velocità. Morte due ragazze, Eralda e Barbara di 19 e 17 anni, gravi i due amici che viaggiavano con loro in una Bmw 420 che in fase di sorpasso si è schiantata contro un platano. Alla guida della potente auto prestatagli dal padre, Michele, neo patentato viaggiava a 140 all’ora. Data l’età, credo che non avrebbe potuto guidare quel bolide e, ovviamente, non andare a quell’andatura pazzesca. Fra le cause, si ipotizza che fosse in corso una gara di velocità con la Polo speronata degli amici. Comunque la velocità era molto al di sopra dei limiti segnalati. Leggo sul quotidiano che la fidanzata del giovane alla guida, lo richiamasse spesso nei social a moderare la velocità. “Molto spesso non è la strada che uccide ma sono la velocità, le distrazioni. Che questa strage sia di lezione” dice il vicesindaco ai giovani accorsi sul posto. La mia pena va alle giovanissime vittime, ma confesso che ne provo di più per le loro mamme, di punto in bianco private delle figlie su cui chissà quanti progetti avevano risposto. Parlo da mamma, con il difetto di essere ansiosa e apprensiva, costante suppongo di molti genitori. Ad essere troppo permissivi, si corre il rischio di diventare complici della disgrazia. Non vorrei essere nei panni del padre che ha prestato il bolide a suo figlio, certo sperando in un uso non scellerato della strada. Ho fatto per diverse estati, prima dell’emergenza covid quel tratto, per raggiungere il mare, a Lignano Sabbiadoro oppure Bibione: bei posti, con tanto verde e viabilità scorrevole. Il ricordo piacevole che ne ho si appesantisce ora con la tragedia consumatasi d’un tratto nel cuore della notte, portandosi via due vite e scorticando la pianta. Chissà cosa direbbe, se potesse parlare.

Prime escursioni

Volete ringiovanire di vent’anni? Fatevi un giro in scooter (se è da tanto che non lo fate). A me capita sabato pomeriggio, quando mio figlio mi propone un’escursione mista, nel senso che prevede di camminare per un boschetto (sentiero 28B) da Castelcucco verso Paderno e poi un giro sullo scooter nuovo, per andare a riprendere l’auto parcheggiata ad una discreta altezza. Il tutto in circa due ore, in un pomeriggio chiaro con alternanza di caldo e freddo, a seconda di trovarsi in zone al sole oppure ombreggiate. Posti mai visti, pregni di umori boschivi e di fiori che ovviamente fotografo: trovo bellissimo quello chiamato ‘Dente di cane’ (bulbosa che appartiene alla famiglia delle Liliacee). Si nota però l’assenza di pioggia che speriamo arrivi, sebbene tardiva. Se la passeggiata è stata abbastanza facile, confesso che avevo un certo timore a salire a cavalcioni sullo scooter, un 125 dal nome accattivante ‘Agility’. L’ultima volta risale ad almeno vent’anni fa sul modello ‘Energy’, in dotazione a mio figlio, e solo per prova. In altra sede ho confessato che mio padre, sfegatato motociclista, in mancanza di un maschio aveva invano provato a farmi simpatizzare col roboante cavallo a due ruote. Allora ero bambina, adesso…mi è rimasta la paura della lontana bambina, superata brillantemente in sella, allacciata a mio figlio che affrontava curve e salite con destrezza. Lui aveva pensato al casco con visiera e alla giacca supplementare per me, perché correndo è tutto un altro paio di maniche rispetto a camminare. È stato bello vedere il paese dall’alto e riconoscere la chiesetta di Santa Lucia, vicino a casa mia. Anche incontrare Angelo che ama la natura ed è un apprezzato fotografo. In tutto abbiamo incrociato due ciclisti, una coppia a piedi…un cane che ci osservava da casa sua, sentito degli uccellini parlarsi e una sega lamentarsi. Beh, devo dire che ho trascorso un paio d’ore che mi hanno tolto di dosso molti orpelli, consentendomi di apprezzare un ambiente naturale a costo zero e a portata di mano. Anzi, a portata di piede e di motocicletta!

La natura si risveglia

Quando apro il balcone che affaccia sulla zona a sud della casa destinata all’orto scopro fiorite le estremità dei rami del vecchio albicocco: uno spettacolo! Sullo sfondo azzurro del cielo, fiori rosati si cullano sui rami come neonati benedicenti. I primi giorni di marzo la temperatura è ancora rigida, ma nel mio giardino le piante da frutto sono in agitazione. L’ albicocco fiorisce per primo. Il susino, il ciliegio e il melo seguono a ruota. L’ anno scorso la pianta da me amata ha donato una quantità inimmaginabile di frutti polposi, con cui ho realizzato molta marmellata. Adesso che ci penso, in congelatore ho dei sacchettini con i frutti denocciolati con cui guarnire delle torte, da mettere in agenda. Quest’anno la produzione potrebbe essere al ribasso, ma già la fioritura è un conforto: fiori e frutti è anche un argomento del blog dove confluiscono osservazioni pari a quella in corso. L’ albicocca è anche il mio frutto preferito, di un bel arancione acceso. Ma ritorno ai fiori, di un tenue color rosa. Ne ho anche di plastica, nascosti in qualche scatolone, che usavo per decorare la casa… quando non avevo una casa e abitavo in appartamento. Si parla di oltre vent’anni fa. Con l’esperienza che mi sono fatta da ‘proprietaria’ sostengo che la parte più importante del mio abitare sta fuori, dove regnano piante e fiori, su cui si rincorrono Fiocco, Pepe e Grey. Ma che anch’io mi godo, sotto al glicine, discreto protettore delle mie letture e scritture. Non vedo l’ora che la temperatura si alzi e di trasferirmi, di pomeriggio nel mio posto dell’anima. Al glicine, personalizzato, avevo anche dedicato dei versi, appesi ad un rametto. Una burrasca li ha portati via, ma li ho conservati nel cuore del computer. Una volta o l’altra li faccio riemergere.

Scontro generazionale

Sospeso da scuola, la mamma lo prende a schiaffi: il 16enne la denuncia ai carabinieri per maltrattamenti è il titolo di un articolo che leggo online e e poi sul quotidiano al bar, che fa il paio con quanto trattato sul post di ieri, riguardo le problematiche giovanili. La vicenda è accaduta nell’alta padovana; il ragazzo, italiano, era già stato sospeso in precedenza e denunciato per furto, porto d’armi, spaccio e ricettazione. Da madre solidarizzo con la madre che ha reagito d’impeto all’ennesima ricaduta dell’indomito figlio che pare abbia intrapreso la carriera sbagliata. Certo bisognerebbe sentire anche lui, i servizi sociali, i compagni, i professori, il resto della famiglia. Assodato che fare il genitore è un compito arduo, credo che anche il tempo per intervenire faccia la differenza: a 16 anni è molto oltre, anche se ‘Mai dire mai’. Non so se in una casa per soggetti difficili, con operatori specializzati il giovanotto, minorenne, troverà pane per i suoi denti. Si dice che le violenze nascano in famiglia: lui dal ceffone si è difeso alla grande, ma chi difendeva la madre dalle sue provocazioni? C’è tanta carne al fuoco, alimentata da episodi simili, fors’anche ripetuti per emulazione. Lo scontro generazionale non è una novità, però oggi si è allargato, gettando nello sconforto soprattutto i genitori. Vero che i modelli positivi scarseggiano, i giovani sono bombardati da stimoli che li illudono la vita sia una passeggiata lineare anziché un percorso a curve e che il sacrificio sia un retaggio del passato. Diverse volte mi sono detta fortunata, per non avere più responsabilità educative in servizio scolastico dove navigano a vista diversi insegnanti, di varie età. Quando mi capita, se invitata a scuola dico la mia, però col distacco garantito dalla ‘periferia pensionistica’. E poi parlano i miei scritti. Collegata con l’argomento odierno è la scuola primaria, il luogo DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI, che è il titolo della mia ultima opera letteraria. La presenterò a breve, sabato 25 marzo, ore 16.30 in Auditorium a Cavaso del Tomba. Siete tutti invitati!

Aggressività moderna

Sconcerto è la parola più adatta per rendere ciò che provo difronte a quanto accaduto nel Mantovano pochi giorni fa: una 13enne colpita a forbiciate da una coetanea compagna di classe, in compagnia di un’altra ragazzina di pari età. Motivo al momento sconosciuto. Di positivo che la vittima dell’aggressione, soccorsa grazie al provvidenziale intervento di una vicina, dall’ospedale dov’è ricoverata dia segni di miglioramento. Le tre protagoniste dell’increscioso episodio frequentano la terza media. Da insegnante ho avute parecchie alunne che a questa data si stavano già preoccupando dell’esame da sostenere a giugno. Sempre un po’ più ambiziose dei maschi – salvo eccezioni – e perciò un passo avanti. A tredici anni ero così anch’io. Non so come siano adesso le allieve di terza media, chiederò alle colleghe. Anticipo alcune ‘scuse’: colpa della società sempre più violenta, colpa della scuola ‘noiosa’, colpa dei social, colpa dell’assenza di valori, colpa di genitori poco presenti e via discorrendo. Tra l’altro le tredicenni, per l’età non sono imputabili ma dovranno essere edotte su quanto successo. Però quella che ha usato la forbice ‘da sarta’ – chissà se sottratta da casa o in dotazione per attività didattiche – la maneggiava con abilità su viso e collo della vittima, attirata con inganno in un campetto. Devo riconoscere che il livello di deriva culturale e umana non fa distinzione di genere, nonostante in ambito lavorativo abbia avuto prova di più razionalità e progettualità da parte femminile. Giusto ieri mentre mi dirigevo al bar mi ha fermato la mamma di una mia ex allieva, oggi 36enne affermata professionalmente, spesso in giro per il mondo a promuovere prodotti del made in Italy. Con orgoglio ha fatto scorrere le immagini sul telefonino. Ecco, auguro che succeda altrettanto tra un paio di decenni alle madri delle tredicenni di cui sopra. Ma bisognerà lavorarci parecchio.

Benvenuto Marzo!

Finalmente marzo! Non so cosa ci riserverà, ma sento che ci porterà anche qualcosa di bello. Tra i tanti proverbi e modi di dire che riguardano questo mese, riporto il più artistico: Marzo tinge, April dipinge che non ha bisogno di spiegazioni. La primavera meteorologica (dal primo marzo) e quella astronomica (quest’anno da lunedì 20 marzo) sono di casa, con gli effetti collaterali che coinvolgono tutti i sensi. Per di più cade anche il mio compleanno, una cifra tonda di cui parlerò più avanti. Credo sia condiviso il desiderio di lasciarci alle spalle le rigidità invernali e predisporci a godere della luce e del calore. Noto che anche i miei canarini cantano se c’è il sole e i gatti stanno fuori volentieri, anziché poltrire sulle poltrone. Del resto lo dicono anche gli specialisti che la luce consente alla vitamina D di fissarsi alle ossa (la mia collega di scienze potrà ridire su come lo semplifico, casomai chiedo venia) e di influenzare positivamente l’umore. Intendo stabilizzare il mio su un livello medio-alto, sperando che gli eventi non mi smentiscano. Quando la temperatura ritornerà gradevole – perché la settimana in corso è alquanto ventosa e freddina – mi dedicherò a mettere a dimora le piantine di fragole e le erbe aromatiche. Qualche geranio è sopravvissuto sotto il portico, ma ha bisogno di interventi risanatori. L’incenso c’è ancora e spero si espanda nel vaso diventato troppo grande. Mi piace strofinarne le foglie che sprigionano un gradevole odore di intimità. Dal balcone osservo il vecchio albicocco che ha già le gemme rigonfie e credo mi regalerà una carezzevole fioritura. Dante aveva ragione a dire che i fiori sono una delle cose rimasteci del paradiso. Sempre che, a causa di comportamenti sconsiderati non trasformiamo l’eden in un inferno. Benvenuto marzo!

Il dono del tempo

Prima di riprendermi dal mio riposino pomeridiano – che in realtà parte tardi per incombenze varie – verso le 16.30 su Rai3, la garbata conduttrice Sveva Sagramola intervista l’ospite, Monica su un argomento molto interessante: Economia del dono, ovverosia uno scambio di oggetti e/o servizi senza intervento di denaro. Monica, di cui mi sfugge il cognome e che ha bellissimi capelli ondulati porta l’esempio di una vecchia macchina da cucire donata, con cui è stato attivato un corso per imparare a confezionare capi in proprio. Mia madre mi raccontava che da bambina andava da una sarta per apprendere i rudimenti di taglio e cucito. Con la crisi economica e la necessità di risparmiare, mi pare un’ottima idea. Mi risulta, per diretta testimonianza di un aderente, ora trasferitosi in Piemonte che nel vicino paese di Crespano del Grappa (dove ho insegnato per una decina d’anni nella scuola media Antonio Canova) funzionasse La banca del tempo, dove veniva offerto del tempo per risolvere svariati problemi. Iniziative simili credo siano diffuse un po’ dovunque, grazie all’apporto vitale dei volontari. Insomma, ciò di cui parla il programma succitato propone un modello economico in realtà già sperimentato e ritornato in auge, con la risoluzione della pandemia. Anzi, mi sovviene la locuzione latina Do ut des (do a te perché tu dia a me) usata nel diritto romano che si riferisce a un tipo di contratto dove avviene una permuta. Una formula per indicare un patto che risale al terzo secolo dopo Cristo. La riflessione che mi viene spontanea, da non esperta è che torni utile recuperare ciò che funzionava anche nel passato, aggiornandone il nome, rispolverando abilità e conoscenze, per condividere il piacere di stare insieme e di donare qualcosa di sé agli altri.

Congedo di un giornalista

Non seguo molto la tivù, nel senso che non mi ritengo video dipendente. Ho i miei gusti in fatto di programmi televisivi e scelgo quelli che ritengo utili per me. Per esempio, sabato sera seguo su Rai3 quello condotto da Massimo Gramellini, garbato giornalista del Corriere della Sera. Per coincidenza, stamattina leggo sul Corriere l’articolo, a sua firma intitolato Curzio Maltese, la vita troppo breve di un fuoriclasse dedicato al collega morto prematuramente a 63 anni, milanese, allergico per i nuovi ricchi, nato in una famiglia operaia che “aveva talmente rispetto dei soldi che detestava chi li rubava come chi li ostentava”. Mi riprometto di approfondire la persona del giornalista di cui Gramellini afferma: Nessuno aveva la sua qualità di scrittura. Maltese era anche autore e conduttore televisivo. Dal mio canto, qual persona che ama scrivere, mi interessa chi fa la stessa cosa e magari provo a identificarmi. Però l’evento si presta per fare un’altra considerazione, riferita all’ambiente di lavoro dove serpeggiano non di rado ripicche e gelosie, piuttosto che apprezzamenti e solidarietà. Trovo costruttivo che un collega lodi un altro collega e ne riconosca le altrui qualità, tanto quanto riservargli delle critiche quando occorre. Certo dipende anche dal carattere della persona e dalle sue capacità relazionali. Mi viene in mente che la grande Oriana Fallaci era piuttosto spigolosa e difficile da trattare. Mi sarebbe piaciuto fare la giornalista in una redazione efficiente, con colleghi solidali. Credo che ciò sia successo a Curzio Maltese che conduceva uno stile di vita fuori dai riflettori, concedendosi buoni film – era appassionato di cinema – e qualche partita a flipper. Un capace giornalista, un uomo saggio ed interessante.

Mimosa, simbolo di forza e rinascita

Finalmente piove…in realtà sono lacrime di pioggia per la terra riarsa. Le cime circostanti sono innevate. Stamattina fa freddo, come previsto: è la coda dell’inverno. Ieri pomeriggio ho fatto una breve escursione tra viottoli e non, con l’obiettivo di verificare se era fiorita la mimosa (acacia dealbata) vista tutta verde un paio di settimane fa, in una zona periferica del paese. Addossata a un muro e in posizione soleggiata, con ai piedi un ruscello ha trovato il posto ideale per crescere e fiorire. È esplosa in una cascata di piccoli soli beneauguranti. Simbolo di forza e rinascita, l’ho fotografata e le ho dedicato una poesia, perché se lo merita. Tempo fa, a casa mia avevo messo a dimora due se non tre mimose che non hanno retto, nonostante sia considerata una pianta resistente. È originaria della Tasmania (Australia) ed è stata introdotta in Europa agli inizi del 1800. Il nome italiano pare che derivi dalla radice spagnola ‘mimar’ che significa accarezzare che si riferisce alla morbidezza della fioritura, che si collega alla sensibilità femminile. Ovviamente anche per questa pianta c’è una romantica leggenda che lascio però risolvere al lettore. Da parte mia dico che mi piacciono sia il colore – che richiama il sole – sia il profumo delicato e stuzzicante insieme. Anche i fiori sferici, insoliti per forma ed evocativi di addobbi Natalizi. Risaputo che è il fiore simbolo dell’8 marzo, legato alla Giornata della Donna, ne ho visto diversi esemplari lo scorso giovedì al mercato locale, dove mi sono provveduta di primule. Ecco, i fiori sono messaggeri della prossima stagione che temiamo siccitosa. In giardino ho scoperto la prima tenera viola. Se il clima non si dà una regolata – che in realtà riguarda i nostri comportamenti – dovrò orientarmi sulle piante grasse. Ma sarebbe un peccato e un ripiego.