Pro preside Annalisa Savino

Certo che la scuola è come un pentolone in ebollizione: non solo studenti demotivati, genitori pronti a criticare i professori…ma anche presidi bacchettati dal ministro dell’Istruzione e del Merito per fare il proprio dovere. E sì, perché a mio dire, la preside del Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci di Firenze, Annalisa Savino non è andata fuori del seminato, scrivendo una lettera aperta a genitori e alunni dove sostiene che “L’indifferenza alimenta rigurgiti fascisti”. L’obiettivo è di condannare sempre la violenza, la prepotenza e anche l’indifferenza. Non a caso cita Antonio Gramsci che dichiarava: “Odio gli indifferenti”. Giorni prima, degli studenti erano stati picchiato e feriti davanti al Liceo Michelangelo di Firenze da un gruppo appartenente a un’organizzazione neofascista. Ma anche se i picchiatori fossero apolitici, il pestaggio va comunque condannato. Non so di cosa abbia paura il ministro Giuseppe Valditara che ha definito la lettera “impropria” e ha innescato la polemica. Gli studenti invece hanno colto il messaggio della dirigente e giustamente la sostengono, come anche colleghi e presidi. A mio parere la ds si meriterebbe i complimenti, anziché reprimende. Anche se l’atto è successo fuori dalla struttura scolastica, l’attività educativa – e non solo dei docenti ma della comunità tutta – non va in congedo. Tra l’altro, trovo omissivo da parte del ministro non avere condannato gli autori del pestaggio. Mi viene facile pensare che talvolta – quando non spesso – si trovano persone giuste nel posto sbagliato, e viceversa. Io mi sarei comportata come la preside, cui va la mia piena solidarietà. Nonostante ventilate minacce, mi auguro resti saldamente al suo posto, supportata da tutti gli utenti della scuola. Immagino il suo disagio e non la invidio. Non vorrei essere nei suoi panni. Ma soprattutto non vorrei essere in quelli del ministro.

Gioventù sbandata

Mentre gusto il cappuccino, sento che la titolare del bar e una cliente parlano sottovoce di un fatto che coinvolge dei giovani. Poi apro il quotidiano e realizzo ciò che è successo nei paraggi: aggressione e sequestro ai danni di un 50enne, adescato con una trappola online da tre giovani, di cui uno minorenne, gli altri due appena maggiorenni, di 18 e 19 anni. Attirato in un casolare, malmenato e rapinato, volevano il PIN del bancomat. Succede sabato scorso a Vedelago (TV). Il malcapitato è stato salvato dal provvidenziale intervento di una pattuglia dei carabinieri di passaggio. Accompagnato in ospedale a Castelfranco, ha riportato lesioni guaribili in 30 giorni, quelle fisiche perché quelle morali avranno bisogno di molto più tempo. “Ho avuto paura di morire” ha detto sconvolto si carabinieri. La giornata è lunga, ho tante faccende da sbrigare e quasi mi dimentico dell’increscioso fatto, finché lo sento riproporre alla sera durante il telegiornale di Rai 3. D’altronde è successo qua vicino, ovvio che la tivù regionale ne dia rilievo. I tre componenti della gang sono al fresco: due nella Casa Circondariale di Santa Bona, l’altro nel carcere minorile di Treviso. Sono sconcertata e disorientata. Cose anche peggiori a opera di minorenni succedono oltralpe, mi riferisco all’insegnante 52enne di spagnolo uccisa da un alunno 16enne con una coltellata al cuore. Mi colpisce la minore età degli autori dei crimini. Tornando al bar, che è un luogo dove avvengono le consumazioni, ma anche lo scambio di idee su cui poi io torno, una cliente si chiede dove siano i genitori dei minorenni che delinquono, se ci sono, se sappiano dell’agire fuorviante del figlio…e tutte le ovvie domande che un educatore serio si pone. Immagino che funzioni così anche altrove. Il punto è che la prevenzione del crimine latita, mentre le carceri straboccano di ingressi. Qualcosa non torna. Banale ricordare che fare il genitore è un compito tra i più difficili. Dubito che sarò smentita. Però anche essere figli, soprattutto coi tempi che corrono non è uno scherzo.

Fine della guerra: quando?

Mentre traffico in cucina, istintivamente accendo il televisore per avere un sottofondo che mi aiuti a sbrigare faccende domestiche per cui non sono portata. Incappo nella diretta da Varsavia con il presidente Biden che fa la sua prolusione a favore di Kiev. Registro qualche passaggio: Nessuna resa, Putin si sbagliava, Sui territori illegittimamente occupati dai russi oggi sventola la bandiera ucraina, Difenderemo la democrazia, Questa guerra non è stata una scelta, Siamo uniti e risoluti a lottare, Putin ha cercato di affamare il mondo, Fine guerra se Putin si ritira, La libertà non si difende in un anno, La libertà non ha prezzo. Sembra ispirato il Presidente degli Stati Uniti d’America, capelli bianchi e vestito nero. Ricorda che “L’articolo 5 della Nato è un obbligo sacro”. Interrompo il mio fare e presto attenzione. Sento nominare la parola Freedom/Libertà e l’augurio che Dio ci benedica. Non è divertente come sentire Fiorello alle 7.15, ma nel complesso il discorso non è male e include anche la ricostruzione. Chissà quando, chissà come ma è il quando che pesa tipo spada di Damocle, perché non si ravvisano spiragli per immaginare prossima la Pace. Anzi, sta diventando una costante la minaccia russa di usare la bomba atomica. E la Cina come si pone tra Russia, Usa ed Europa? Mi fa piacere sentire dagli opinionisti che l’Europa è più coesa di un anno fa, contro le previsioni di Putin. Suppongo ci voglia molto di più per condividere una politica d’insieme, per fare squadra. Comunque la premier Giorgia Meloni, ripresasi da un problema di salute – anche lei ne è vittima – a pochi giorni dall’anniversario dell’invasione russa in Ucraina, è a Kiev dove incontra il presidente Volodymyr Zelensky. Garantisce pieno sostegno a Kiev ed afferma: “l’Italia con voi fino alla fine”. Ecco, io spero vivamente che la fine della guerra sia vicina.

Germogli e “Ultimo Banco”

Mi piace il lunedì, perché sa di rinnovo: vado a fare provviste e sosto al bar Milady di Fonte, dove Diego indossa una ricciuta parrucca nera, per ricordare agli sprovveduti clienti par mio che siamo agli sgoccioli di carnevale. A me interessano il suo cappuccino, la croissant tiepida e il quotidiano, possibilmente Il Corriere che riesco a sottrarre da un tavolo per leggerlo in un angolo rifilato della sala che il lunedì è piena, per via del mercato locale. Ogni lunedì è ospitata la rubrica “Ultimo Banco” di Alessandro D’Avenia che oggi titola il suo pezzo Draghi e principesse. Come sempre interessante, in omaggio all’obiettivo “per vivere il quotidiano con entusiasmo” esplicitato nelle pagine interne. L’autore introduce il pezzo stimolato dalla timidezza, provata da una sua ex allieva, per dimostrare come non sia affatto un limite, quanto una corazza protettiva, come ritengo anch’io. Comunque il passaggio che mi interessa assai è dove tira in ballo i giardinieri e chiede: un germoglio è la “incapacità” o la “timidezza” dell’albero? Non è strapazzandolo che cresce e rinforza, ma curandone le radici e rispettandone i tempi. Inevitabile per me pensare alla mia ultima opera DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI che presenterò il mese prossimo nell’Auditorium Scuola Primaria – Piazza Pieve – Cavaso del Tomba (TV) dove frequentai la quinta elementare ed ebbi per maestro Enrico Cunial, cui l’ho dedicata perché lui ha compreso e valorizzato la mia attitudine a scrivere, curando le mie radici, come dice il professor D’Avenia e rispettando i tempi per la ‘fioritura’ del germoglio/alunno. Il paragone con il giardiniere è pertinente, senza contare che in greco la parola anthos significa fiore, da cui antologia (anthos=fiore; logos=raccolta… florilegium in latino) il testo che raccoglie il meglio delle parole come fossero un bouquet. Io l’ho usato alle scuole medie sia come alunna, sia come insegnante. A casa ho diverse antologie e tuttora le consulto con piacere. Insomma, grazie tante al giovane collega e scrittore che mi offre un altro spunto per presentare a breve – speriamo bene – il mio libro (reperibile anche su Amazon)

Nascita avventurosa

Lo sento durante il telegiornale della sera, confermato poi dai titoli dei giornali online: Partorisce in taxi. L’autista la assiste. Succede a Torino. Ivana Barison, tassista a Torino da 13 anni, parla dell’esperienza emozionante che le è capitata, trasportando una partoriente…che ha iniziato il travaglio in auto dove è nata la quarta figlia – le altre tre e il marito non potevano starci – di oltre tre chili. Giunte all’ospedale, il parto era praticamente finito. La piccola Aalina è nata intorno alle 12.30. Gli infermieri assistono la mamma nei minuti finali e tengono d’occhio la tassista che afferma: “Avevo le gambe molli e ho creduto di svenire da un momento all’altro”. Per fortuna è andato tutto bene. Non è la prima volta che un neonato ha fretta di venire al mondo, evento sempre altamente emozionante. Credo anzi che bisognerebbe parlarne di più, per compensare tante notizie negative. Dunque, a me è capitato sui vent’anni di assistere a un paio di parti in ospedale, al seguito di mia mamma ostetrica, a cui l’avevo chiesto. Mi ricordo l’ambiente asettico, il grembiule bianco dei sanitari, una certa concitazione…io ero periferica rispetto ai sanitari. Non è stato sconvolgente, ero preparata. Mi sono emozionata di più quando Marcella mise al mondo la primogenita Roberta, anche per il legame che c’era e c’è tra noi. Se uno lo fa di mestiere, sa mantenere i nervi a posto. Se capita inaspettatamente, come alla tassista il discorso cambia perché il carico emotivo aumenta. Sono orgogliosa che mia mamma abbia fatto nascere tanti bambini, ma io ho preferito scegliere un’altra strada, che mi ha consentito comunque di parlare del suo ruolo e di alcune sue affezionate clienti, trattate nel mio primo libro Piccole storie di donne grandi, presentato nel 2008 ed ora esaurito. Concludo, con il pensiero di Rabindranath Tagore riportato all’inizio dell’opera: Ogni bambino che nasce ci ricorda che Dio non è ancora stanco degli uomini

In difesa del Classico e dei Classici

Sul settimanale il venerdì di Repubblica, nella rubrica PER POSTA di Michele Serra leggo la lettera IN DIFESA DEL CLASSICO E DEI CLASSICI che mi interessa, per i miei trascorsi scolastici. L’ autrice della lettera, docente di latino e greco lamenta un vistoso calo delle iscrizioni al Liceo classico, legata anche alla diffidenza verso una scuola “erroneamente percepita come elitaria”. La risposta va nel verso di un conforto perché “Socrate, Orazio, Lucrezio e Seneca” hanno ancora da insegnare molto per chi si mette in ascolto. Convengo con chi scrive che la scuola non è un ufficio di collocamento, ma prima di tutto un luogo di crescita culturale e civile. La risposta del direttore è che “nel Classico c’è qualcosa che non lo rende simpatico ai razionalizzatori della produzione”. Adesso dico la mia. Oltre mezzo secolo fa mi iscrissi al Liceo classico per scelta, condivisa dei miei insegnanti delle medie, in primis della docente di Lettere, senza nessuna copertura alle spalle. Non fu una passeggiata. Sintetizza tutto, il pensiero di Aristotele: “Le radici della cultura sono amare, ma i frutti sono dolci”. Nei primi compiti in classe di italiano presi insufficiente, con grande stupore dell’insegnante che mi aveva ‘licenziato’ col nove. Le due colleghe si parlarono e risalii la china. Ma dal Ginnasio (così si chiamavano i primi due anni del quinquennio) dovetti approdare al Liceo (ultimi tre anni) prima di prendere bei voti in Italiano, quando finalmente recuperai il mio nove delle medie. Il percorso è stato impegnativo: sono uscita con la consapevolezza di avere imparato molto, culturalmente parlando, ma soprattutto di ‘essermi fatta le ossa’ come persona. Infatti il successivo percorso all’università di Padova, Facoltà di Lettere e Filosofia mi è parso una passeggiata. Pertanto sono contenta di aver frequentato il Liceo Classico G.B.Brocchi di Bassano del Grappa. Per alimentare la cultura, dopo ci ho messo del mio, perché non ho mai smesso di essere curiosa, con i Classici sempre a farmi da riferimento. Assolutamente persuasa, che non si smette mai di imparare.

Il Bacanal del Gnoco

Il Bacanal del Gnoco è il Carnevale di Verona di cui sento parlare per televisione. Pare il carnevale più antico d’Europa e affonda le sue radici nel tardo medioevo, quando il medico Tomaso Vico lasciò nel testamento l’obbligo di distribuire ogni anno alla popolazione di San Zeno viveri ed alimenti: pane, burro, formaggio e farina per preparare gli gnocchi nel giorno del venerdì grasso, l’ultimo venerdì prima della Quaresima, chiamato Venerdì Gnocolar. Nel 1531 vi fu una grave carestia che provocò l’aumento del prezzo della farina e conseguenti disordini, superati con la nomina di una commissione di cittadini facoltosi – tra cui il medico Tomaso Vico – che provvide all’acquisto e alla distribuzione di grano e farina. Una bella storia che unisce folclore a tradizione. Ogni anno la sfilata si apre con la maschera che rappresenta il quartiere di San Zeno (dove si trova l’omonima Basilica), il Papà del Gnoco, seguito da altre maschere come il Duca de la Pignata e il Duca de la Pearà, insieme con i carri allegorici. Ecco, io non sono attratta dalle feste in maschera, però trovo interessanti quelle che fanno riemergere belle storie, come quella che mi ha offerto l’argomento del post odierno. Tra l’altro, dato che mangiare bisogna, condirlo con un po’ di storia lo rende ancora più saporito. Gli gnocchi sono un primo piatto fantastico, specie se fatti in casa. Anni fa, ho avuto il piacere di vedere Gentile, una vicina all’opera – mamma di Marcella – a cui ho fatto anche un breve video. Con l’entusiasmo di una scolaretta, partecipai a una lezione culinaria d’alto livello e appresi anche il nome di parole dialettali che ignoravo, tipo panara, tavola di legno dove si impasta il composto di acqua e farina. Gentile mi offriva anche un ottimo caffè in una tazzina bianca e blu, non di rado accompagnato da una fetta di torta di mele (specialità questa del marito Carlo). Ecco, grazie al Bacanal del Gnoco ho recuperato un momento piacevole del passato, il che per me corrisponde a una festa.

Amico a quattro zampe

Il 17 febbraio è la Festa Nazionale del Gatto, nata nel 1990 e celebrata in vari paesi, per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’adozione dei gatti, animali tra i più diffusi al mondo, tanto che se ne contano 650 milioni circa tra randagi e di appartamento. In Italia superano i 7,5 milioni. La patrona dei gatti è Santa Gertrude di Nivelles, monaca benedettina del VII secolo che amava molto questi animali abili cacciatori di topi, ai tempi portatori di gravi infezioni, contro le quali veniva spesso invocata. Da gattofila qual sono, tratto volentieri questo argomento. La mia vita è andata di pari passo con quella dei felini che si sono alternati per casa, anche le prime foto in bianco e nero mi ritraggono mentre tiro la coda a un gattino: c’è stato subito un feeling, cresciuto nel tempo. Loro, gli amici a quattro zampe hanno accompagnato tutti i momenti salienti della mia vita e a loro va la mia gratitudine. Briciola, Sky, Puma, Micia… gli ultimi di una lunga schiera cui ho dedicato giustamente delle poesie. Come hanno fatto i poeti Umberto Saba, Charles Baudelaire e altri che consideravo a scuola quando insegnavo. Cosa ammiro nel gatto? Soprattutto lo spirito d’indipendenza, il voler essere libero. Poi l’eleganza e le movenze, l’elasticità e la pulizia, lo sguardo magnetico e il pelo morbido…una somma di qualità che protegge con denti e artigli quando serve perché, non dimentichiamolo, trattasi di un felino, una fiera in miniatura apprezzata anche da Leonardo Da Vinci che diceva: Il felino più piccolo è un capolavoro. Cercando nell’Aforismario, mi piace anche la frase di Fernand Méry: Dio ha creato il gatto per dare all’uomo il piacere di accarezzare la tigre, il che equivale a una terapia, considerato ciò che ne pensava Sigmund Freud: Il tempo trascorso con i gatti non è mai sprecato. Gli Egizi lo avevano elevato a divinità, ma durante il Medio Evo è stato visto come incarnazione del maligno. Una storia lunga e travagliata, che tuttora annovera denigratori e persecutori. Ma non la sottoscritta che tra le sue frequentazioni ha molte persone amanti dei gatti. Ringrazio entrambi, per essere un sostegno affettuoso delle mie giornate.

Metà febbraio

METÀ FEBBRAIO Merenda sotto il portico, in compagnia dei canarini che cantano al tiepido sole. Temperatura gentile di quindici gradi. Un gatto dorme sulla poltroncina di vimini, l’altro si guarda in giro. Dopo tanto mi concedo di mangiare uno yogurt fuori, con indosso la giacca. Unica nota stonata: uno sgradevole odore di liquami versati nei campi vicini. Ogni tanto transita un’auto e poche persone dirette al vicino camposanto. Credo che l’inverno sia alle spalle, me lo conferma la luce che allunga la giornata e dispone a pensare positivo. Manca però sorella acqua, per dirla come la chiama il poverello di Assisi nel suo Cantico delle creature, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura. Dovremo abituarci a risparmiarla e magari a pensare a un nuovo tipo di agricoltura, privilegiando colture che ne esigano meno. Giusto stamattina è venuto a darmi una mano Reginaldo che ha dissodato un angolo dell’ex orto, per metterci a dimora tra un po’ delle piante di zucchine, di cui apprezzo i fiori gialli e gli ortaggi verdi a barchetta che consumo in svariati modi. A tempo debito, metterò erbe aromatiche e pomodori datterini in vaso, nella zona del garage a sud-est dove riceveranno il sole del mattino. Non ho la presunzione di avviarmi in attività per me nuove, ma sono disposta a imparare da chi mi può sostenere e contemporaneamente godermi la parte verde della casa. La mia dedizione prioritaria va ai gatti e ai fiori, sperando che i micetti non mi sotterrino i bulbi, come ho visto fare. Devo avere un sacco di attenzioni perché gli amici a quattro zampe non vanifichino il mio impegno verso le future piantine. Una casa senza fiori per me è impensabile. Adesso è il momento di progettare le future aiuole, distribuire i colori, diversificare le specie, un’attività che mi instilla il buonumore. Faccio mio il pensiero di Vincent Van Gogh: E poi, ho la natura, e l’arte e la poesia, e se questo non è sufficiente, cosa posso volere di più?

Il principe De Curtis, in arte Totò

Quel mattatore di Fiorello che mi fa compagnia ogni mattina su VIVA RAI2! mi ricorda che oggi sarebbe il compleanno di Totò a cui destino il mio post odierno. Ho un debito nei confronti di questo personaggio che da giovane non mi piaceva, perché lo trovavo troppo costruito. Ci è voluta la maturità a farmelo apprezzare, come merita. Totò è pseudonimo di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio – respiro – nato a Stella (Rione Sanità) Napoli, il 15 febbraio 1898 e morto a Roma il 15 aprile 1967. Famosissimo attore, è stato anche commediografo, poeta, paroliere, sceneggiatore e filantropo. Pubblica l’autobiografia “Siamo uomini o caporali?” e la raccolta di poesie “A livella”. Ritenuto il simbolo della comicità napoletana, era chiamato principe perché il padre naturale – che lo riconobbe da adulto – era il marchese De Curtis, titolo cui lui aggiunse quello di principe De Curtis dopo essersi fatto adottare da un vecchio principe in miseria. Fu cresciuto dalla madre in povertà e concluse a fatica gli studi liceali. E già con questi elementi si intuisce un dietro le quinte di molti sacrifici. È stato tra i più famosi e amati attori italiani del Novecento, sia sul palcoscenico sia nei film. A me piace ricordarlo anche come autore di poesie, A livella una per tutte e di canzoni dialettali, come Malafemmina. Non sapevo che stravedesse per i cani, tanto da aver fatto costruire un canile vicino a casa, dove andava a trovare i trovatelli. Sembra che ne mantenesse centinaia. Alla grande Oriana Fallaci, in un’intervista pubblicata sulle pagine de L’Europeo nel 1963 confidava: “la vita costa, io mantengo 25 persone, 220 cani…i cani costano…”. Alla domanda di cosa se ne facesse di 220 cani rispondeva: “Me ne faccio, signorina mia, che un cane val più di un cristiano…Il cane è nu signore, tutto il contrario dell’uomo”. Molto interessante l’intervista che consiglio di cercare e leggere. Un uomo anche di grande cuore che di sé diceva: “Io, singorina mia, sono afflitto da un brutto complesso: il complesso di inferiorità. Inferiorità fisica, inferiorità intellettuale, inferiorità culturale”. Incredibile! Credo che Totò fosse principe nell’animo.