LE FARFALLE SONO TORNATE Tra gli sport che mi piace seguire c’è la ginnastica ritmica, dove la 18enne Sofia Raffaeli, ai Mondiali di Sofia in Bulgaria ha vinto l’oro, prima volta per un’italiana. Prima l’oro al cerchio e poi quello alla palla, cioè due ori in un giorno, cosa mai successa a un’atleta azzurra. Con il soprannome di “Formica atomica”, questa ragazzina dal corpo esile (alta 1,57 m. per 37 kg.) e l’apparecchio ai denti sorprende per la bravura e l’eleganza, qualificandosi per Parigi 2024. Marchigiana, ha dedicato il titolo mondiale alle Marche, la sua terra e a tutte le famiglie che stanno soffrendo in questo momento per la recente alluvione. Nel suo commento a caldo dice: “Cercherò di migliorarmi ancora. Voglio sempre la perfezione e sono contenta solo quando so di avere fatto tutto”: lodevole! Emozionante poi sentire risuonare e intonare l’inno nazionale in tanti momenti durante la competizione sportiva a Sofia, dove l’Italia inanella 9 medaglie, 5 d’oro; 4 portano la firma di Sofia Raffaeli, la quinta è quella conquistata dal team nella specialità cinque cerchi, davanti a Israele e Spagna. Le azzurre guadagnano l’argento nella prova a squadre mista nastri-palla, seconde solo alla Bulgaria. Una grande soddisfazione, un’Italia da record! Seguo il galà che è una meraviglia; vedo volteggiare le atlete che sembrano libellule: aggraziate, flessuose, sorridenti. Nel mio immaginario infantile sognavo di fare la ballerina perché mi attraevano la musica e le movenze interpretative…allora – sessant’anni fa – era praticamente impensabile e poi non avrei avuto il fisico adatto. Comunque mi consolo pensando che ho un buon rapporto con le parole che mi consentono di intrecciare storie e versi, una musica diversa, con l’obiettivo di lib(e)rarmi e lasciare un segno.
Categoria: Hobbies
Vitalità dell’arte
Domenica mattina dedicata all’arte, da osservare interpretare gustare. Con la mia amica Lucia, come convenuto mi dirigo a san Zenone degli Ezzelini dove sono visitabili da oggi e fino al 30 ottobre due mostre collettive presso Villa Marini Rubelli, intitolate La Pedemontana e L’arte che unisce. L’evento promosso e organizzato dal Comune e dalla Pro Loco di San Zenone in collaborazione con dieci comuni limitrofi, offre al visitatore il godimento delle opere di 78 artisti locali che interpretano il paesaggio della Pedemontana usando tecniche diverse, guidati dalle rispettive sensibilità. Premetto che non ho una patente in materia e mi lascio trasportare dal gusto personale, influenzato pure dalla conoscenza diretta di qualche artista. Ad esempio mi riferisco a Riccardo Cunial, che mi saluta cordialmente, di cui mi colpisce un’opera notevole per dimensioni e qualità, “Valcavasia”, con un donna sognante sullo sfondo dettagliato del paesaggio della zona. I quadri con soggetti floreali di Mary Vardanega sono un piacere per gli occhi e concedono un relax mentale, mentre quelli di Noè Zardo scavano nel profondo e inducono a porsi domande esistenziali. Il mio compagno delle elementari Pietro Salvestro ama tutte le tonalità di verde che bendispone alla serenità. Renato Zanini dà campo al giallo del grano e all’azzurro del cielo, restituendo paesaggi felici. Le sculture di Gilberto Fossen toccano il cuore. Sono esposte anche opere realizzate con materiali per me inconsueti, come i fili da ricamo. Due ore di visita sono appena sufficienti per dire qualcosa, relativamente a qualche opera. Molto ci sarebbe ancora da dire, ma non voglio influenzare il visitatore che avrà tempo e modi di apprezzare il tutto di persona. Io conto di ritornarci, per intrattenermi magari con un artista di persona. Al di là del valore delle opere – varie e destinate a soddisfare ogni gusto – apprezzo che, in questa quinta edizione sia stata offerta la possibilità di cimentarsi anche ai bambini di quinta elementare dei Comuni partecipanti. Nella Barchessa è ospitata la mostra parallela L’arte che unisce con opere del pittore ucraino Iurii Gliudza e opere di artisti provenienti dai Comuni gemellati di Majano (Udine) e Marzling (Germania). Perché a questo serve l’arte: suscitare emozioni e diffondere bellezza, in un clima di pace.
Dove c’è arte c’è bellezza
Curiosa la vicenda occorsa a Gloria Fregonese, la ventiseienne licenziata che ha sfondato nel mondo della moda. Lo dice lei stessa sul Red carpet del Lido: “Facevo l’impiegata, mi hanno licenziato. È stato il mio trampolino per la moda”. Come dire: non disperare, chiusa una porta si apre un portone. Beh, la ragazza è bellissima, piuttosto sofisticata direi, corpo stupendo e sguardo ammaliatore. Ma suppongo che abbia una forte personalità, per non essersi scoraggiata e aver tentato un’altra strada. Ho dato un’occhiatina al suo profilo Instagram e mi piace quello che dice per presentarsi: Veneta d’origine, italiana d’adozione, mondana nel cuore. Originaria di Mansuè (TV), è stata invitata dalla città di Venezia alla 79esima mostra del Cinema, dove ha incantato. L’affascinante ragazza vive a Milano dove porta avanti il suo lavoro da modella e quello di deejay. Una tipa bella e tosta, lontana anni luce dai “bamboccioni” della Fornero, ha dimostrato come si attua la “resilienza”. Non escludo che possa suggerirmi un personaggio positivo da inserire nel mio prossimo libro che avrà per protagoniste varie donne. Girare pagina, ovverosia cambiare lavoro non è cosa semplice. Alla sua età, io decisi di licenziarmi come applicata di segreteria (che ho fatto per quattro anni, laureata in Lettere e Filosofia a 23), per dedicarmi finalmente all’insegnamento che era il mio obiettivo. Col senno di poi, credo di essere stata tosta anch’io. La bellezza esteriore non mi appartiene, ma curo abbastanza quella interiore, da cui provengono soddisfazioni più durature. Mi auguro che Gloria pensi anche a questo aspetto e non si faccia sommergere dal successo. Considerato che fa anche la deejay, immagino che ami la musica, altra grande forma espressiva che può declinarsi in forma artistica. E dove c’è l’arte c’è bellezza.
Arte in strada
Bella iniziativa quella offerta dallo Street Piano Festival a Caorle: 8 pianoforti posizionati nei luoghi più belli e suggestivi di Caorle, che potranno essere suonati da chiunque, dalle otto alle ventitré. Il festival è alla sua quinta edizione, un’ottima occasione per trasformare la cittadina lagunare in un teatro di musica e di creatività. Ne sento parlare per televisione e mi dispiace averlo saputo in ritardo, ormai a festival concluso, ma l’iniziativa ha tutto il mio plauso, anche perché Caorle mi ricorda rapidi ed intensi soggiorni colà vissuti, durante alcune estati prima della pandemia. Intanto c’è il Petit Hotel gestito dal mio omonimo Cusin Maurizio, non parente (che io sappia) dove sono stata ospite. Poi c’è Calle Cusin, proprio vicino al famoso campanile inclinato, di cui ignoravo l’esistenza, segnalatami da una collega che ha un appartamento in zona. Quindi deduco che parenti di mio padre fossero stanziati qua e facessero presumibilmente i pescatori. Anni fa ho conosciuto e frequentato un’amica di famiglia, la signora Cleofe che ha dato il nome al suo Hotel, in entrata alla cittadina. Era un personaggio noto a Caorle, amante dei cani e con me gentilissima…mi spiace sia passata a miglior vita, la ricordo con simpatia. A proposito di spiagge e località balneari, ho frequentato dapprima Lignano Sabbiadoro, poi Caorle e da ultima Bibione, anche per via delle Terme dove ho fatto cicli di aerosolterapia per recuperare la voce (abusata a scuola). Ad ognuna sono legati ricordi piacevoli, dato che il mare è il paesaggio prediletto, tra quelli offerti dal Veneto e dal Friuli Venezia Giulia (mia mamma era friulana): la Terrazza a mare di Lignano, le facciate colorate delle casette a Caorle, il faro a Bibione. Mi scuso per Jesolo, evitato di proposito perché “troppo vicino di casa”, che avrà di certo i suoi estimatori. Nella torrida estate ormai declinante, non ho trovato il momento giusto per fare una puntatina in spiaggia. Vedrò di recuperare a breve.
Libreria, luogo importante
Stranamente mi sveglio tardi, dopo le otto – non succedeva da almeno tre mesi – e ho diverse incombenze da sbrigare. Come da prassi, prima servo i micetti e Grey, la gatta adulta trasformatasi in ket-sitter, quindi faccio colazione. I canarini attendono pazienti che rinnovi mangime, acqua e li sposti fuori, sotto il portico dove sanno che arriveranno a deliziarli le foglioline di radicchio che crescono sul bordo del marciapiede. Un giretto per il giardino, in cerca di qualche soggetto da fotografare, scarso. Quando ero in servizio, pensavo che avrei potuto investire la pensione, occupandomi eventualmente di una fioreria oppure di una libreria o simile. Non era proprio un sogno, ma un desiderio che avrebbe potuto concretizzarsi, se avessi potuto condividerlo. D’altronde in casa non mi mancano né fiori e né libri. Tuttavia mi rallegra che qualcuno lo realizza, com’è capitato a Michela, 32enne di Cappella Maggiore, che ha inaugurato la libreria Fortum, nome che è tutto un programma: in islandese da dove deriva significa forte, ma la radice fort mi richiama la parola fortuna, che nella versione buona è beneaugurante. Leggo con interesse l’articolo, dove la titolare della libreria racconta come è giunta a realizzare il suo sogno, perché già da piccola le piacevano libri e giornali. Tutto torna. Mi sento vicina al suo sogno realizzato e le auguro di cuore soddisfazioni e buone relazioni, che certo favorirà tra la sua clientela. Come lei afferma, c’è una bella differenza tra l’acquisto asettico di un libro online e poterne parlare con chi te lo vende perché lo conosce e l’ha letto. Senza contare gli “Incontri con l’autore” che un sensibile libraio può organizzare. Ecco, la parola chiave per fare circolare la cultura è la sensibilità. L’ambiente da solo non basta. Complimenti e Auguri a Michela (P.S.- Anche Umberto Saba, grande poeta, gestiva la Libreria Antiquaria a Trieste)
Flamenco e Tango
A 78 anni è morto il chitarrista e compositore spagnolo Manolo Sanlúcar, maestro del flamenco. Non lo conosco ma mi riprometto di farlo. Ora, la parola ‘flamenco’ mi ricorda che qualche anno fa ho scritto un racconto intitolato Flamenco Therapy, risultato poi finalista ad un concorso letterario a Savona. Il flamenco è vicino al tango, che è la mia danza preferita, anche se ora non la interpreto più. Riguardo al flamenco, le sue origini si perdono nella storia della Spagna, tra i popoli perseguitati del Paese – i gitani, i mori, gli ebrei – e il significato della parola pare sia “fenicottero” che rende bene l’idea del ballo, fatto di movimenti sinuosi del busto, colpi di tacco e grande espressività. Canto e nacchere accompagnano la musica di una chitarra. Indubbio il fascino misterioso e travolgente che suscita. Il legame col tango si deduce anche dal fatto che esiste un ‘tango flamenco’ che è un genere del flamenco, “strettamente relazionato in forma e feeling alla rumba”. Ma lascio le informazioni tecniche per accennare al mio racconto, che nelle intenzioni dovevo ampliare in romanzo. La protagonista soffre di anemia mediterranea, problema che la limita e la isola: reagisce, seguendo un corso di flamenco che le restituisce energia e coraggio, durante un percorso dentro e fuori di sé che la avvicina agli artisti di strada. Il messaggio palese è che l’arte salva sempre. Se i lettori mi offrono uno spunto, per riprendere in mano la storia e continuarla, tante grazie. Intanto ripasso i passi (chiedo scusa per il gioco di parole) del tango, su cui ho volteggiato parecchio da ragazza, per esprimere il mio spirito in cerca di ossigeno e di libertà.
La meraviglia dell’arte
La vacanza culturale è quella che preferisco, magari comoda a due passi da casa. Succede stamattina quando vado a vedere, in compagnia della fidata Lucia la mostra a Possagno (ingresso stradone) dove espongono Mary Vardanega, Riccardo Cunial, Pierfrancesco Vardanega, fino al 4 settembre, IN OMAGGIO ALL’ ILLUSTRE POSSAGNESE ANTONIO CANOVA A 200 ANNI DALLA SCOMPARSA (1822-2022), come recita l’opuscolo illustrativo. Intanto mi permetto di dire che Canova sarebbe lusingato di avere compaesani artisti di tale levatura: le opere esposte parlano da sole, che si tratti del bellissimo Gesù scolpito nel legno di Pierfrancesco, oppure dei nove ritratti accolti nella stessa cornice di Riccardo, o ancora delle “Roe” di Mary che mi fanno pensare ai grovigli spesso menzionati da Noè Zardo, il mio amico pittore. Con Mary mi trattengo a parlare, incuriosita e affascinata dalla sua disponibilità alla conversazione che di per sé è già un dono. Sapevo che dipingeva, ma la ricordavo che suonava la fisarmonica, strumento che amo. Apprezzo la sua pittura energetica e realistica, che suscita emozioni. Le chiedo quando è emersa questa dote e mi risponde con un aneddoto: a scuola elementare le era assegnato un posto in fondo all’aula…per meriti, nel senso che disegnava soggetti vari, su richiesta della maestra, allertata dal suo talento! La vita non le ha risparmiato sorprese e dolori, anche fisici, ma lo spirito che emana questa cordiale signora con la chioma bianca e gli occhi azzurri è quello di una ragazzina, tuttora curiosa e innamorata della vita, in tutte le sue declinazioni. Confermato dalle significative parole, non a caso riservate all’ultima pagina del catalogo, quale confidenza: “La mia vita è amore, arte, musica”. Un progetto che è anche un invidiabile modello di vita.
Pro domo mea/A mio vantaggio
“Pro domo mea” è una locuzione latina attribuita a Cicerone che tradotta significa “per la mia casa” cioè a mio vantaggio. Infatti oggi me ne servo per parlare di una novità che riguarda la distribuzione dei miei libri, partendo dall’ultimo prodotto DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI, da oggi disponibile per l’acquisto nel negozio Amazon. Lo stesso dicasi per il penultimo IL FARO E LA LUCE, autografato, il diario a ritroso TEMPO CHE TORNA e la silloge di foto-poesia NATURA D’ORO. A breve, stessa sorte toccherà ad altre mie opere, rimaste invendute per l’impossibilità di presentarle, a causa della pandemia. Senza rendermene conto, nel giro di un decennio – da quando do alle stampe i miei scritti – ho riempito lo studio di scatoloni con dentro “le mie creature” che, zitte zitte si sono accampate sotto le scrivanie e in angoli periferici, perdendo il contatto con la realtà e il conto del prodotto che lievitava. Se Manuel, il mio braccio destro (e sinistro) non mi avesse proposto di modificare l’arredamento dello studio, spostando le due scrivanie, non mi sarei resa conto della giacenza. Che deve prendere un’altra strada, per fare spazio alle future creazioni – dal momento che continuo a scrivere – e magari recuperare un po’ delle spese sostenute in tipografia. Sì, perché la sottoscritta viaggia da sola, ma gradirebbe essere accompagnata da un editore compiacente, se per miracolo si materializzasse. Intanto la pratica con Amazon è andata finalmente in porto, dopo abboccamenti falliti per la mia inesperienza con il digitale, risolta dal mio fidato scudiero, pardon Manuel che mi ha aperto un nuovo percorso. Se non disturba, chiedo gentilmente ai miei lettori di passare parola e di contattarmi per qualunque chiarimento. Scrivere è la mia malattia – come diceva il mio compianto professore di Liceo Armando Contro, protagonista del romanzo IL FARO E LA LUCE, ma la mia cura sono i Lettori.
Meta culturale alternativa
Un paio di giorni fa, precisamente il pomeriggio del 10 agosto ho visto una puntata del programma di viaggi Overland, di cui apprezzo la squadra composta da valenti viaggiatori, in testa Beppe e Filippo Tenti. Armenia era l’obiettivo della carovana, presentata attraverso brevi filmati, interviste, fotografie. Mi sono incuriosita quando Beppe, il padre ha nominato Il Parco delle Lettere dell’Alfabeto, che si trova appunto in Armenia, nei pressi del monte Aragats. L’alfabeto armeno è un vero capolavoro della sua epoca. Fu creato nel 405 d.C dal linguista e teologo armeno San Mesrob “Per conoscere la sapienza e la disciplina, per capire i detti profondi, per acquistare un’istruzione illuminata” (è la prima frase con cui si apre il ‘Il Libro dei proverbi’ di re Salomone). Al di là del valore del manufatto, 36 lettere cui ne furono aggiunte in seguito altre due, trovo geniale l’idea di avergli dedicato un parco, cosicché la gente rifletta sull’importanza del linguaggio e della comunicazione scritta, unica cosa che ci differenzia dagli animali. L’invenzione della scrittura avviene in Mesopotamia ad opera dei Sumeri, 5000 anni prima di Cristo, per motivi commerciali – registrare le merci in uscita – ed è legata allo sviluppo della vita urbana. Da questo evento inizia la Storia. Grazie alla scrittura, possiamo metterci in contatto con il nostro passato, anche lontanissimo e ‘interrogare’ gli antichi su svariate questioni. Le biblioteche custodiscono un patrimonio di immenso valore, solo in parte utilizzato. Ecco, a mio dire un luogo da esplorare il prima possibile è proprio la biblioteca, da frequentare poi in tutte le fasi della vita, dove documentarsi, leggere, incontrarsi…per nutrire mente e cuore. Ma anche i Parchi Letterari possono fare la loro parte. In Italia sono circa trenta (in Veneto quello dedicato a Francesco Petrarca) e costituiscono un fiore all’occhiello della proposta turistica italiana, un tesoro guardato con interesse e invidia da molti Paesi. Nascono alla fine degli Anni Ottanta, da un’idea di Stanislao Nievo, nipote del celebre Ippolito, autore delle Confessioni di un Italiano. A conferma che buon sangue non mente. Le proposte culturali ci sono: basta considerarle.
Impegno ed Unione
Assisto al Concerto del Coro Valcavasia, per il 50esimo Anniversario di Fondazione, nell’Anfiteatro P.zza Benedettini, a Caniezza di Cavaso del Tomba, sabato 29 luglio 2022: 34 cantori di età compresa tra i 18 e i 75 anni, diretti dai quattro Maestri che si alternano sul palco: Sabino Toscan, Cesarino Negro, Rinaldo Padoin e Tarcisio Dal Zotto. La performance canora prevede 18 brani che si alternano alle due voci narranti di Roberto Codemo e Giuseppe Rugolo che ricostruiscono la storia del gruppo: circa tre ore che scorrono lievi, sotto il cielo clemente di fresco e il gioco di luci che si espande dal retro del palco. Pubblico numeroso, affascinato e coinvolto. Da letterata apprezzo particolarmente la parte del racconto, movimentato da aneddoti simpatici e ricordi affettuosi di chi nel frattempo è mancato, senza nulla togliere alla ineccepibile ed emozionante rassegna canora. Approfitto dell’intervento del sindaco di Cavaso Gino Rugolo, per concentrarmi su una parola che lui usa, per fare una mia considerazione riguardo ciò che c’è dietro un gruppo tanto coeso: “amalgama”, che ha un sinonimo in mescolanza. A mio dire vale quanto collante, unione d’intenti che ha consentito al Coro di crescere, rafforzarsi, espandersi oltre oceano fino in Brasile e Australia, esportando il meglio della comunità, perché “Da soli si va più veloci, ma insieme si va più lontano”. Mi piace molto questo concetto di comunità operosa, dove se uno ha bisogno gli altri corrono. Esemplare l’intervento a favore di un elemento del gruppo, costretto a rifiutare una trasferta perché doveva sfalciare l’erba: operazione di 15 gg di lavoro, risolta in due giorni dalle molte braccia dei colleghi coristi corsi in aiuto. Ecco, personalmente mi sono portata via questa testimonianza di unità costruita giorno per giorno, tra lacrime e sorrisi, inaffiata da buon vino e tanta solidarietà. Da emulare e riproporre in altri contesti artistici. Grazie Coro e lunga vita!
