Vantaggi del riuso

Come d’abitudine, riservo il lunedì mattina alla spesa, preceduta dalla sosta al bar per rifocillarmi e leggere il quotidiano, se possibile Il Corriere che latita in altri locali. A pag.11, taglio basso, mi attrae l’articolo intitolato “Insegnare i principi del riuso”, in cattedra c’è il “Mercatino”. Premetto che non sono una accumulatrice seriale, ma ho portato a casa molti oggetti, anche ingombranti dalla casa di mia madre, dopo la sua morte, per motivi affettivi. Non volevo che andassero dispersi, considerandoli segno del suo lavoro e delle sue scelte, riguardo vestiario, arredamento e quant’altro. Eredità povera dal punto di vista materiale che per me significava – e tutt’ora – significa molto. La conseguenza è che lo spazio in casa mia si è ridotto, con disappunto di mio figlio che ha gusti spartani. Comunque la casa è piuttosto grande e lui ora vive per conto suo. L’articolo per me è una rivincita, perché ho già rivitalizzato diversi oggetti: abbigliamento, tovagliato, utensili per la cucina…ogni volta che scendo in cantina recupero qualcosa. Idealmente penso che l’oggetto abbia interiorizzato un po’ dello spirito di mia madre che in questo modo continua a farmi compagnia. Molte cose avrei potuto regalarle o portarle al mercatino dell’usato, ma trattandosi di ‘cose di casa’ ho preferito custodirle io. In futuro, potranno servire a qualcun’altro e l’idea del passaggio di consegne non mi dispiace. Del resto, il punto di vista dell’inventore del progetto Ettore Sole è di dare una seconda vita alle cose usate e di conoscere i vantaggi del riuso. Un accordo col Ministero della Pubblica Istruzione prevede di estendere l’idea nelle scuole, con lezioni e corsi pratici. Adesso che ci penso, il mio libro TEMPO CHE TORNA, scritto durante la pandemia sullo sgombero della cantina cade proprio a proposito! Chi volesse leggerlo, mi faccia sapere.

Gentilezza, a prescindere

Siccome è domenica, evito di occuparmi di argomenti pesanti e mi concedo qualche riflessione sulla gentilezza, parola astratta di cui si sente molto la mancanza nel quotidiano. Infatti oggi è la Giornata Mondiale della Gentilezza, nata per una felice intuizione dei Giapponesi nel 1988. Il Paese del Sol Levante ritorna, per fare dei confronti e conseguenti riflessioni. In altri post, ho espresso la simpatia verso la nazione nipponica, con cui condividiamo all’incirca superficie, popolazione…e longevità, che è un bel primato. Però il garbo e l’autocontrollo orientali non ci appartengono – salvo eccezioni – e per queste caratteristiche apprezzo il popolo giapponese. Perciò non mi stupisco che valorizzare la gentilezza sia venuto da loro, da cui possiamo apprendere; loro da noi imparano altro e lo scambio è sempre proficuo. Per non andare fuori del seminato, recupero il sostantivo gentilezza: mi interrogo e provo a darmi delle risposte. Prima cerco un sinonimo, che trovo in: amabilità, finezza, grazia. Più esaustiva la spiegazione “capacità di fare star bene gli altri” e allora conosco diverse persone dotate in questo senso: generalizzando, chiunque si occupi di un anziano, un familiare, un conoscente, un amico…senza farglielo pesare e a gratis. Di conseguenza, tutti i volontari dovrebbero essere gentili, ma non so se siamo nello stesso ambito. Personalmente, dubito di appartenere a questa categoria di persone preziose. Mi lusinga chi mi dice che posso fare del bene con le parole, mio pane quotidiano. Prima del covid avevo iniziato a frequentare le case di riposo, con l’intento di ricreare l’ambiente con varie letture, ma sappiamo cos’è successo dopo. E tutt’ora è difficile entrarci. Non sempre si può fare ciò che si vorrebbe. Comunque si può essere gentili, a prescindere: è quello che mi propongo.

Amici a 4 zampe

Se credessi nella reincarnazione, non mi stupirei di essere stata un gatto (o di diventarlo). Ieri mattina ho consegnato i miei due ultimi felini, Fiocco, e Pepe (maschio e femmina) al veterinario, per la sterilizzazione: decisione sofferta, ma necessaria al contenimento delle cucciolate. Racconto com’è andata. L’appuntamento era per le 8.30. Arrivo un quarto d’ora prima, il cancello è ancora chiuso ma ci sono già tre clienti coi rispettivi animali in attesa. Puntuale come un orologio svizzero, il cancello si apre, animali e padroni accedono per le cure del caso, i proprietari più ansiosi delle creature (parlo per me, ma so che non sono sola). Con i miei due trasportini mi sento attenzionata e coinvolta quando il dottor Natalino Serraglio mi richiede la firma per il doppio intervento. Spero di ritirare i miei amici a quattro zampe prima del buio. Il dottore, che esercita nell’attrezzata clinica veterinaria di San Zenone mi rassicura che posso prelevarli di primo pomeriggio. Prende in carico i due micetti e si sposta all’interno. Saluto gli altri clienti che condividono con me le preoccupazioni del ‘padrone’ e sto per andarmene, quando il dottor Serraglio torna in sala d’attesa ed anticipa il ritiro delle mie gioie alle 11.30: sono incredula ed entusiasta della accelerazione. Tre ore di permanenza in clinica veterinaria sono un record positivo, per i gattini che rientrano prima nel loro ambiente e per me che torno a godermeli in privato. Il pomeriggio doveva essere ‘da convalescenti’ ma è andata diversamente: già verso le 17 si sono riappropriati delle poltrone, segnalando di avere appetito. Alla sera ho dovuto cedere e dargli qualcosa di solido. Ottimo duplice intervento e super ripresa dei miei amici a quattro zampe. Auguro lunga vita a tutti gli animali e di riferirsi al dottor Serraglio in caso di bisogno.

San Martino, tra leggenda e realtà

Oggi, 11 novembre, San Martino, vescovo e militare romano (Ungheria, 316 d.C – Francia, 8.11.397 d.C.), protettore dei viandanti e dei soldati: è scritto sul calendario e me lo ricordano diversi messaggi. Lo sapevo, perché a Cavaso in località Castelcies la millenaria chiesetta dedicata al santo fa da cornice ai festeggiamenti inerenti la giornata. Dubito che potrò andarci avanti sera; in qualche modo però intendo farmi coinvolgere dal racconto del santo che donò il mantello al povero e mi chiedo: come si comporterebbe lui con le centinaia di migranti in cerca di un approdo? Non entro nel merito della querelle apertasi con la Francia: ieri sera non trovando il telecomando per spegnere il televisore, ho incautamente pigiato un bottone sul retro, scompaginando tutte le reti. Stamattina sono uscita presto con i micetti, per un appuntamento con il veterinario e non ho avuto modo di aggiornarmi. Compero la Repubblica che in prima pagina titola Macron rompe con Meloni, ma lo leggerò nel pomeriggio. Mi sovviene che il Santo Padre – e non solo lui – abbia invitato ad aiutare i migranti a casa loro. Ad sempio, il continente africano è ricco di risorse (durante l’ora di Geografia a scuola emergeva con evidenza), ma privo di industrie di trasformazione. Non sono una politologa né mi occupo di crisi internazionali, ma intuisco che, la stragrande maggioranza di chi arriva qui sui barconi, se potesse rimarrebbe a casa sua. Tra l’altro il viaggio, di per sé costoso si trasforma spesso in tragedia. Problema più grande di accoglierli, è collocarli dopo, evitando che diventino manodopera per la malavita. Semplificando, tutte le nazioni d’Europa dovrebbero riflettere sulle cause dei viaggi verso le nostre coste e valutare le intenzioni di chi cerca buona vita lontano dal proprio paese, estromettendo gli infiltrati disposti a delinquere. Estendere la generosità di San Martino a centinaia/migliaia di persone sarebbe bello, ma al momento utopistico, dato che la coperta è troppo corta.

Merito e demerito

In Italia il merito è una colpa, parole del virologo Roberto Burioni che ha preso le difese della 23enne Carlotta Rossignoli, neo laureata in Medicina, con un anno di anticipo. Sulla parola ‘merito’ avevo già intenzione di dire la mia, dopo che il Ministero della Pubblica Istruzioni, col nuovo recente governo ha acquisito l’aggiunta “e del Merito”, per cui ora si chiama Ministero della Pubblica Istruzione e del Merito. Dalla parrucchiera, mentre ero sotto il casco ho letto il testo di Fabio Fazio che è in disaccordo con la nuova dizione, perché a suo dire non è inclusiva ma selettiva. Lui avrebbe preferito “dell’Inclusione” o “della Formazione”, se ricordo bene. Sono rimasta disorientata, perché a me è subito piaciuta l’aggiunta e non immaginavo che la parola “merito” scatenasse un putiferio. Cerco un sinonimo e lo trovo nei sostantivi: pregio, qualità, valore, virtù e non mi sembrano parole vuote, per quanto siano nomi astratti (come lo sono inclusione e formazione). Il problema, se mai è come favorirli negli alunni, sottoposti a tanti stimoli e distrazioni. Sono d’accordo che la scuola di base deve essere inclusiva, ma incanalare e valorizzare i talenti mi sembra utile, sia per il soggetto che per la comunità dove andrà ad operare. Una scuola piatta dove tutti sono uguali sarebbe pure noiosa. Lo dico da ex insegnante che lavorava in classi molto eterogeneo, dove diversità equivale a bellezza.

Ognissanti

Oggi, martedì primo Novembre percepisco aria di festa, come se fosse domenica. D’altronde è la giornata di Ognissanti, approfitto per fare gli auguri a chiunque li riferisca al suo santo protettore. Angeli e santi sono i protagonisti della festività odierna, in compagnia dei defunti, la cui commemorazione cade domani. Siccome sono di buonumore, mi dedico alla realizzazione dei muffin con pere e cacao, che è un ingrediente utilizzato per fare il pane dei morti, che mi è rimasto impresso da quando mi venne offerto a scuola, durante il mio primo servizio. Le sue origini si perdono nel tempo. Pare che già gli antichi greci offrissero un precursore di questo dolce a Demetra, dea delle messi, per ingraziarsela. Si tratta di un dolce della tradizione contadina, fatto con ingredienti di facile reperibilità, tipo frutta secca, biscotti secchi sbriciolati, cacao. Di certo la sua storia è legata alle credenze popolari: ad esempio a Milano, anticamente si credeva che le anime dei defunti, una volta l’anno tornassero nelle case dove avevano vissuto; come omaggio al loro spirito, in tavola veniva messo questo dolce. Un lontano cugino del pane dei morti si trova in Messico, il pan de los muertos, una pagnotta aromatizzata con anice e acqua di fiori d’arancio, con una croce incisa sulla superficie. Al di là delle varie ricette e delle relative tradizioni, è bello l’auspicio che le anime dei morti possano connettersi con i vivi. Anche i cimiteri in questi giorni sono oggetto di particolari cure, un invito al raccoglimento e alla preghiera, valori sempre da sostenere, talvolta screditati proprio in prossimità dei luoghi sacri (abitando vicino al cimitero, constato che spesso la parte retrostante viene usata di pomeriggio/sera per scorribande rumorose in motocicletta e ritrovo di giovani chiassosi). Ritengo che la morte vada rispettata tanto quanto la vita, essendone la naturale conclusione. San Francesco docet (insegna).

Convivio

Ultima domenica d’ottobre. Pranzo fuori casa, a Seren del Grappa, all’agriturismo Albero degli alberi, gestito da Leonardo Valente, mio ex compagno di Liceo, dove ogni sasso e ogni porta trasudano impegno e poesia. Ci troviamo in 12 (come i dodici apostoli), alcuni nuovi di zecca, nel senso che non erano presenti al precedente incontro del mese scorso e non li vedevo… più o meno dalla Maturità! Mariuccia ha conservato la fisionomia di quand’era ragazza, Ernesto ha mutato il colore dei capelli, da scuri a bianchi che gli conferiscono autorevolezza. C’è una “infiltrata”, Adriana che mi accompagna, interessata alle rocce e alle attività naturalistiche e didattiche dei padroni di casa. Dei restanti, mi piace sottolineare lo spirito vivace e cordiale, che alleggerisce l’atmosfera. La giornata è splendida, il posto bellissimo, la struttura sembra incastrata tra il verde delle piante e il ruggine delle foglie cadute. Un cane nero e un gatto bianco accompagnano con discrezione i miei passi, in visita al complesso. Scopro il fojarol, corrispettivo delle casere del Grappa, tipico di Seren del Grappa, locale adibito a ricezione con il tetto realizzato con frasche di faggio. In questo posto dove vive e lavora, Leonardo ha creato una fattoria didattica, costruendo con le sue mani giochi e strutture parallele. La moglie Beatrice è un’ottima cuoca: non avevo mai assaggiato il pasticcio di cipolle – leggero e buonissimo – né il risotto con le castagne e le carote, delizioso. Non parliamo poi dello strudel! Condimento extra: il latino che a Leonardo sta a cuore, perché lo infila tra una pietanza e l’altra, interrogando i commensali. Tra una risposta e una battuta ricordiamo alcuni prof, che nel bene e nel male (nel senso di fatica) ci hanno accompagnato nel percorso scolastico delle superiori, il più formativo, a mio dire: Roberto Roberti (Storia e Filosofia), Armando Contro (Italiano e Latino), la eccentrica professoressa di Storia dell’Arte Flavia Pilo…il preside Tranquillo Bertamini…mentre noi allora non eravamo tranquilli affatto! Poi ognuno ha fatto il suo percorso di vita, che non è al centro delle confidenze. Perché l’obiettivo odierno è gustare serenamente il pranzo, la natura benigna e la compagnia di giovani anziani – è un ossimoro che mi piace – desiderosi di condividere senza rimpianto schegge del passato.

Perché scrivo

Per Collana editoriale (collezione o serie) si intende un insieme di pubblicazioni, di solito edite in tempi successivi, dello stesso editore, con caratteristiche omogenee eccetera. Ho cercato la definizione in Wikipedia, in risposta alla simpatica richiesta fattami da una recente amica che desidera avere tutte le mie opere finora prodotte. Ha proprio parlato di “collana”, bella parola che mi ha stupito, come un monile da indossare. Superata la meraviglia, ci ho riso su, pensando che non è male fare un po’ di ordine tra i miei scritti, per avere sottomano quelle che chiamo “le mie creature”. Il primo testo edito è stata la raccolta di sette racconti NOTE DI VITA (aprile 2008), seguita dalla raccolta di poesie Cocktail di Poesie (febbraio 2009), entrambi editi dalla casa editrice online Albatros Il Filo, esperienza non coinvolgente a livello emotivo, perché avvenuta a distanza. La prima vera soddisfazione l’ho provata con la stampa di C’era una volta l’ostetrica condotta (dicembre 2008), dedicato a mia madre, mancata l’anno prima. Ricordo l’emozione di quando sono andata a ritirare le 400 copie alla tipografia kappadue di Loria. Al ritorno, mi sembrava di avere in macchina un ospite di riguardo. Mi inebriava anche il profumo della carta! Seguì il romanzo Migrante Nuda (2010), terzo classificato al Concorso Insieme nel Mondo a Savona, dove fu stampato. Realizzo il pezzo forte – nel senso che mi ha dato le maggiori soddisfazioni – con il romanzo Una foglia incastonata nel ghiaccio (2014), dedicato A tutti gli spiriti liberi. Nel 2015 vado in pensione: mi faccio il regalo di allestire una mostra fotografica con allegate poesie che fornirà il materiale per la Silloge di fotografia e poesia Natura d’oro. Ormai ci ho preso la mano e scrivo un altro breve romanzo, Futuro Bifronte (2016), edito da Panda Edizioni. Ritorno in tipografia per la stampa del romanzo Passato Prossimo (2018). Causa pandemia e divieto di spostarsi, riprendo i contatti con la casa editrice Albatros, che sforna TEMPO CHE TORNA (2020) con in copertina il dipinto Sguardo Antico di Noè Zardo. Valuto i pro e i contro tra seguire passo passo il lavoro di stampa,py oppure affidarlo ad un editore che decide tutto: la prima opzione è quella che fa per me. Perciò anche i successivi romanzi IL FARO E LA LUCE (2021) e DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI (2022), illustrati in copertina dall’amico Noè escono dalla tipografia Kappadue di Loria, dove ormai sono di casa. Riassumendo: in 14 anni ho prodotto 12 testi, molti dei quali sono rimasti invenduti perché ho fatto poche presentazioni…mi è venuta l’artrosi, la pandemia ha messo il bastone tra le ruote, non ho uno sponsor. Perché scrivo? Perché mi fa stare bene, quindi continuo. Il mio compianto professore di Liceo Armando Contro diceva che per me scrivere è una malattia. Convengo, aggiungendo però che si trasforma in una cura. Pure il blog verba mea è nato per questa esigenza. Se posso condividere i miei pensieri con qualcuno è il massimo. Detto ciò, se ho un santo in paradiso non vorrei incomodarlo per così poco: ma se mi dà una mano a vendere qualche copia per Natale…sarebbe un bel regalo!

Omaggio a Francesco Sartor

Sempre ossigenante partecipare a incontri culturali. Succede domenica pomeriggio (ieri) a Cavaso del Tomba, nella Sala assemblee del Municipio, per la presentazione del libro Francesco Sartor l’uomo e l’artista. Premetto che mi procura un’emozione particolare calcare suddetta sala, che mi ha ospitata come autrice in altre occasioni. Rivedo con piacere gli artisti componenti il GRUPPO DI RICERCA STORICA “Francesco Sartor” tra cui ho gli amici Giancarlo Cunial e Noè Zardo. Il Sindaco Gino Rugolo è una persona sensibile alle proposte culturali che hanno una ricaduta rivitalizzante sulla popolazione vicina e lontana. Prima che inizi l’incontro, compero il voluminoso libro dedicato allo scultore, che ha avuto una lunga gestazione, ma finalmente si è materializzato nell’opera più esaustiva finora realizzata. Posso solo immaginare le tortuosità e i grovigli incontrati dai sette talentuosi ricercatori, nel corso di 14 anni di minuziose ricerche. Un grande plauso a loro, all’amministrazione comunale e anche agli sponsor. Il busto dello scultore, opera di Gilberto Fossen sorride compiaciuto verso gli astanti, accanto al busto di Papa Leone XIII, realizzato da Francesco Sartor nel 1895 e ritrovato nel 2018. Quello che percepisco dai vari e articolati interventi, è che Francesco Sartor è stato una brava persona e un abile scultore. Sfortunato nel privato, perché rimasto vedovo presto di Amalia Parolin, nipote del papa Pio X (che muore nel 1914, è beato nel 1951 e proclamato santo nel 1954). La parentela con il pontefice favorì molte committenze a carattere religioso, tanto che venne identificato come lo scultore del Papa. In quarant’anni di lavoro, Cheche – questo il soprannome locale – produsse oltre 100 opere fra gesso e marmo, pare 124, di cui una minoranza non sono soggetti religiosi. Tra questi Lo scolaro negligente, che si può ammirare in bronzo sul monumento dedicatogli, di fronte alla casa dove visse l’artista a Cavaso. Opera che trovo molto realistica per lo spirito sbarazzino dell’alunno, rimasto pressoché inalterato negli studenti di tutti i tempi. Non ho la competenza per esprimere un giudizio completo sulle sculture, alcune delle quali esposte durante la Mostra dedicata allo scultore lo scorso maggio a Villa Premoli. Però ammetto che mi hanno catturata per l’espressività. L’ artista merita di essere conosciuto e valorizzato. Dopo un periodo di oblio dovuto a diverse ragioni, ora è il momento della riscoperta. Per il volenteroso gruppo di Ricerca Storica, presieduto da Floriano Sartor si apre un altro step per trovare il diario dell’artista, i suoi disegni, manoscritti e altro materiale documentario che attende di venire alla luce. La bellezza nutre sempre, anche se emerge a distanza di tempo.

Cogliere l’attimo

Grazie all’alta pressione e alla temperatura mite ho finalmente tirato fuori dal garage la bicicletta, una vecchia Graziella rosa ritinteggiata bluette e faccio qualche giretto nei paraggi. Niente di speciale, sia perché sono tendenzialmente pigra, sia perché sono reduce dall’intervento all’anca che non vorrei compromettere con sforzi eccessivi. Riconosco che sentire l’aria in faccia e una discreta energia nella pedalata procura una bella sensazione che mi ricorda quando andavo in altalena, vari decenni fa. Tornando ieri dal mercato, verso le undici succede che sbircio una dorata pianta sul bordo del fosso, al limitare della strada. Mi riprometto di tornare per fotografarla al pomeriggio in bicicletta, dato che è vicina a casa. Cosa che faccio. Ne ignoro il nome. Contatto Serapia, che conosce piante e fiori come le sue tasche e scopro che si chiama Pyracantha coccinea, è un arbusto sempreverde di origini asiatiche. In primavera produce moltissimi fiori di colore bianco dall’intenso profumo, mentre d’autunno maturano sulla pianta grappoli di piccoli frutti rotondi, di un colore che vira dall’arancione al rosso. Pensare che non me ne ero mai accorta, sebbene quel tratto di strada l’abbia fatto molte volte in tanti anni. Ci voleva il colpo di luce in tarda mattinata…e la disponibilità a cogliere l’attimo, perché è risaputo che guardare ed osservare non sono la stessa cosa. A questo punto ci aggiungo la mia stagione, ‘l’adultità’ liberata dagli impegni di servizio e disposta a cogliere il bello a portata di mano. Condivido l’osservazione di Pia, cui ho girato la foto: il contesto fotografato restituisce un frammento della cultura contadina che sopravvive in qualche scorcio delle nostre contrade. Anche Rossella apprezza la Pedemontana che io scopro sotto nuova luce, data la diversa disposizione d’animo legata alla stagione della vita. D’altronde l’Italia è anche nota come il Belpaese. Basta concedersi il tempo di fermarsi ed osservarla.