Giovedì penso di andare in biblioteca, anziché al bar che è piccolo e immagino affollato. Biblioteca chiusa, causa maltempo! Quindi rimedio col bar, dove Antonella, la titolare è totalmente afona: l’abbassamento di temperatura non risparmia nessuno. Chissà come ha fatto la signora Adele Fava Biasi ad arrivare fino a 102 anni… anzi lo dice lei stessa, attraverso le parole della figlia Lorenza: “Il segreto per vivere a lungo è tenere allenata la mente, esercitare la memoria e la fantasia”. Lo leggo sul quotidiano che le riserva l’articolo “La decana dei presidi trevigiani”. Nata a Oderzo nel 1920, laureatasi in Lettere classiche alla Cattolica di Milano, insegnante di Italiano e Latino per oltre vent’anni e poi reggente scolastica per altrettanti. Madre di tre figlie: Lorenza, Maria e Raffaella. Certo la signora avrà avuto un gran daffare tra casa e scuola. Un faro di riferimento in versione femminile (l’allusione è riferita al mio penultimo romanzo Il Faro e la Luce, dedicato al mio professore di Liceo, disponibile su Amazon). Per il lavoro svolto a scuola, la considero una collega che riteneva l’allenamento mentale una pratica conservativa dell’intelletto, la luce della mente. Mi sarebbe piaciuto conoscerla. È risaputo che ho grande stima dei vecchi lucidi e sereni, come Camilla mancata a 97 anni, cui avevo dedicato la poesia Longevità. Data la mia età non più evergreen, ne consegue che anch’io mi pongo delle domande riguardo l’ultimo tratto del viaggio. La risposta nei seguenti versi: Vorrei invecchiare come te,/che parli del passato senza nostalgia/e del futuro in modo incoraggiante./Vorrei invecchiare come te,/che ti commuovi per un fiore,/un prato e un cielo stellato./Bene, i modelli non mancano. Avanti tutta!
Categoria: Emozioni e pensieri
“Se si insegnasse la bellezza”
Ieri 9 maggio è stato ricordato Peppino Impastato, giornalista e attivista antimafia, ucciso a Cinisi (Palermo) il 9 maggio 1978. Mi sono chiesta dov’ero quando successe, avevo 25 anni ed ora ne ho compiuti da poco 70. Non ricordo il luogo dove mi giunse la tragica notizia, ma lo stupore, la desolazione non sono scemati nel tempo. Per fortuna non si è persa la memoria dei valori che perseguiva il giovane, assassinato per ordine di Gaetano Badalamenti e simbolo della lotta alla mafia. Ho visto e rivisto il film I Cento Passi che ricostruisce la sua vita e rende la forza indomita della madre Felicia. Il ministro Valditara lo ha ricordato, insieme a tutte le vittime del terrorismo. A me piace siano state ricordate le sue parole che faccio mie: “Se si insegnasse la bellezza alla gente la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”. Quindi curiosità e stupore contro l’abitudine e la rassegnazione. Peppino sarebbe stato un ottimo insegnante di Arte o di Lettere. Invece è diventato un monumento di Cittadinanza con il coraggio e la voglia di voltare pagina. Significativo che facesse parte di una famiglia legata a Cosa nostra, da cui aveva preso le distanze. La sua eredità è fertilizzante per i giovani e le persone che credono nei suoi valori. Suo malgrado è diventato un eroe. La citazione di Bertold Brecht “Fortunato il paese che non ha bisogno di eroi” (in Vita di Galileo) dimostra quanto sia lunga e tortuosa la strada per la convivenza pacifica. La bellezza intesa come dimensione interiore, oltre che qualità estetica è un faro rivoluzionario.
Corpo e Mente
Chi mi conosce sa che ho una particolare simpatia per i vecchi, frutto probabilmente di una mancanza, dato che non ho conosciuto i nonni e poco le nonne. Anche gli studi classici hanno influito nel farmi un’idea della vecchiaia come stagione virtuosa della vita, salute permettendo. Ho dedicato il mio penultimo lavoro Il Faro e la Luce al mio compianto professore di Liceo Armando Contro, mancato all’età di 96 anni. Nella rubrica QUESTIONI (NON SOLO) DI CUORE di Natalia Aspesi sul settimanale il venerdì di Repubblica in corso, leggo la lettera Quando inizia la vecchiaia? cui la giornalista risponde col solito acume, condito di sano realismo. In sintesi dice che dipende da come ci si arriva e fa un distinguo tra 70 e 90 anni. Lei ha 93 anni e di recente ha subìto – e superato – un ictus che non le ha impedito di tornare a rispondere ai suoi lettori, compreso quello della domanda sui tempi della vecchiaia. Della signora invidio la lucidità e lo spirito, che me la fa immaginare una combattente nata. Di lei ho letto e gustato la raccolta di lettere con relative risposte, che ho prestato a un’amica ora ricoverata perché trovi spunti di riflessione sulla varia umanità. Pacifico che la ricchezza sta nella varietà e che al mondo c’è posto per tutti, tuttavia riconosco che non tutti i vecchi sono campioni di saggezza, così come molti giovani sono la negazione della vitalità. Per me è una questione di mente e di cuore: se sono state allenate a dovere, il tramonto può essere strepitoso. Del resto è ciò che sostiene Vittorino Andreoli nel suo ultimo Lettera a un vecchio (da parte di un vecchio). Il noto psichiatra ha 83 anni. Papa Bergoglio, oggi in Ungheria, nel “cuore dell’Europa” dove condanna gli “infantilismi bellici” ne ha 86. Per me sono esempi di longevità di spirito, di accettazione del quotidiano con tutte le sue variabili, acciacchi compresi. E qui mi soccorre la frase di una grande scienziata, Nobel per la medicina nel 1986, Rita Levi Montalcini (mancata il 31.12.2012 a 103 anni): “Io non sono il corpo: io sono la mente e il corpo faccia ciò che vuole”. Super!
Salute e Benessere
Con la giornata soleggiata, l’ora che volge al tramonto è quella che preferisco, verso le diciannove. Da sotto il portico mi godo la natura circostante, partendo dal mio giardino e spaziando poi sui colli e le creste dei monti. I raggi del sole creano riverberi tra le foglie del roseto aggrappato al traliccio di ferro e la cima della siepe di fotinia sembra abbia ricevuto una mano di rosso da un pittore. Il rombo lontano di un aereo e la camminata ritmica di un runner lungo il marciapiede fanno da sottofondo al canto a squarciagola dei canarini. Non so come sia fatto il paradiso ma in questo angolo di terra ci sto proprio bene. Il vicino camposanto che vorrei fosse dipinto d’azzurro è a due passi per ricordarmi che sono di passaggio. La vita è un dono e la salute un diritto fondamentale che va tutelato, come recita l’articolo 32 della nostra Costituzione, tante volte ricordato a scuola. Il 28 aprile è la Giornata Mondiale per la Salute e la Sicurezza sul lavoro. Gli infortuni e i morti in questo ambito sono sempre troppi ed è bene che se ne parli, ma più ancora che si operi perché i buoni propositi non rimangano sulla carta. Ma anche nel privato, non mancano le occasioni per farsi male. Basta poco per mettere un piede in fallo, cadere da una scala o tagliarsi maneggiando maldestramente un coltello in cucina. L’altro giorno sono caduta di schiena, scivolando sopra del cibo che il gatto aveva tirato fuori dalla ciotola. Per fortuna senza danno, salvo la sorpresa e lo spavento che mi costringono ad essere più prudente. La salute è indispensabile per stare bene da soli e con gli altri, salute del corpo e dello spirito. Ovvio che tutti i giorni non sono uguali – sarebbe anche monotono – ma quello che possiamo fare, tenendo rette le antenne è parecchio. Come fa la chiocciola che osservo mentre sale sulla facciata tiepida della mia casa: appena la sfioro percepisce un pericolo e si ritira nel suo guscio. Ma poi esce.
Annu e John
Il mio lavoro mi sta dando da pensionata delle soddisfazioni inimmaginabili quand’ero in servizio. Stamattina me le offre su un piatto d’argento Annu, un’ex brava alunna delle medie, di origine indiana, sposata da circa un paio d’anni con John, indiano, nato e cresciuto in Canada dove i due giovani vivono. Lei si è laureata in Economia Aziendale a Venezia, lui è medico oculista. Intanto noto la bellezza della coppia che traspare dagli sguardi e dal sorriso disarmante di lei che parla in italiano e traduce in inglese a lui, che comprende qualcosa della nostra lingua. Quando si sono conosciuti, Annu comunicava in Indiano. E già questo connubio di lingue è affascinante. Mentre io e lei ci raccontiamo un po’ di cose, lui chissà cosa pensa. Per coinvolgerlo, le chiedo di tradurre al consorte qualche mia curiosità e vado subito sul sentimentale, tipo Cosa ti piace di Annu? e la risposta è un capolavoro: La dolcezza! Poi la conversazione riprende tra? noi due e lui chiede di passargli lo smartphone, ‘per tradurre’ ipotizza la consorte. Io mi informo del suo lavoro, della cucina, dei suoi familiari che in parte conosco. Mi sorprende l’affetto con cui Annu ne parla, tanto da non escludere di portarseli in futuro in Canada, a sottolineare che la famiglia è un valore prioritario. Mentre noi stiamo amabilmente conversando, con il capo chino, John scrive sul tablet… non una parola, ma un bellissimo omaggio alla moglie – in Italiano – che mi fa leggere. Mi viene la pelle d’oca (per l’invidia) quando leggo Annu ama furiosamente. Ok, l’avverbio sarà esagerato, ma il concetto si capisce benissimo! Che bella coppia, prima distanti e ora così vicini, trasferitisi lontano dall’Europa ma non dimentichi dell’Italia, tanto che a giorni andranno a Palermo. Riassumendo per Annu: India, Italia, Germania (dove si sono sposati), Canada… chissà dove il futuro porterà questi giovani coraggiosi. L’apertura mentale e l’amore fanno grandi cose. Grazie di avermelo ricordato, Annu e John!
Mitezza del tramonto
La luce tenue del tramonto mi fa pensare a uno stato di benessere, di quiete: pochi rumori, il sole tiepido sul viso mentre contemplo i miei ciliegi: quello bianco che promette frutti polposi e quello rosa da fiore che per il tempo breve della fioritura è uno spettacolo. Dopo una mattinata di corsa, adesso è facile rilassarsi. Ripenso a quanto letto ieri su Il Corriere, pag. 27: Bisogna insegnare la mitezza, titolo che introduce il saggio edito da Einaudi intitilato Mitezza, dello psichiatra 92enne Eugenio Borgna. Intanto complimenti all’autore che si mette in gioco alla sua rispettabile età e ancora complimenti per portare alla ribalta uno stato, un modo di essere che sembra sparito in questi nostri tempi convulsi. Nell’intervista, l’autore sostiene che la mitezza è contagiosa e se ne trovano esempi nei classici letterari, dai Vangeli a Dostoevskij. Mi riprometto di andarli a rivedere. Ma nella realtà, quante persone miti conosciamo? Faccio mente locale e vedo nebbia. Neanche farlo a posta, la pagina successiva del quotidiano è dedicata ai CSV (Centri di Servizio per il Volontariato), ovverosia centri per le persone violente che vogliono guarire dal problema che è l’esatto contrario della mitezza, intesa come ‘benevolenza, clemenza, dolcezza, indulgenza, mansuetudine”, suoi sinonimi. Certo è una buona cosa che ci siano i centri. Meglio ancora sarebbe non averne bisogno. Forse sarebbe opportuno insegnare la mitezza dapprima in famiglia e poi sui banchi di scuola, richiamandola nelle varie fasi della vita… in quanto motivi per perderla, strada facendo se ne incontrano di sicuro. Ho conosciuto almeno un paio di persone miti, due anziane donne passate a miglior vita, di quelle che non cercavano visibilità neanche nel privato. Mi auguro abbiano lasciato in eredità la loro mitezza, dolce e tenue come il tramonto a primavera.
Il santo del giorno
Mi piace leggere il santo del giorno sul calendario, alla ricerca di un nome da usare nei miei racconti, oppure da cerchiare se è portato da una persona che conosco a cui augurare buon onomastico. Il calendario che ho in cucina riporta oggi san Beniamino martire, ma una ricerca sul web dà anche sant’Amos che mi incuriosisce. Intanto perché ha la radice della parola amore, poi mi pare che si chiami così il figlio primogenito di Andrea Bocelli. Verifico e corrisponde. Nome breve, di origine ebraica che significa “forte” o “portato da Dio”, il cui onomastico si celebra il 31 marzo. Amos è anche un’antica città greca, della regione della Caria, attualmente sulla costa turca. Amos (VIII sec. a. C.), semplice contadino e mandriano, è stato uno dei profeti minori di Israele, dopo Osea e Gioele. Profeta e scrittore ebbe il merito teologico di ammonire e denunciare un culto corrotto e ridotto a pura esteriorità. Quindi un grande che ha saputo indignarsi quando era il caso. Tra l’altro a me piacciono i nomi brevi che non si possono storpiare. Al momento non posso dare altre notizie, ma cercherò di approfondire. Vedo il santo rappresentato in una bella icona russa del XVII secolo, che regge con la mano sinistra la tavola delle profezie. Le sue profezie di sventura per una mancata conversione troveranno compimento nell’abbattimento del regno del nord da parte degli Assiri e nella conseguente deportazione del popolo di Israele e dei suoi notabili nel 722 a. C. Mi piacerebbe sapere quanti Amos* ci sono in Italia e perché Bocelli ha scelto questo nome per suo figlio. Di certo non a caso, come ho fatto io scegliendo per mio figlio quello di Saul, che significa desiderato. Mi sovviene adesso che da qualche parte ho letto che il nome è il dono più importante dato a un figlio, dopo la vita. Bene, auguri a chi porta il nome Amos… e a tutti gli altri. (* Amos, nome raro, portato comunque in Italia da 3661 persone)
Uscita didattica
Una volta si chiamavano gite scolastiche. Adesso si parla di uscite didattiche, ma l’obiettivo rimane lo stesso: sensibilizzare gli alunni su un dato argomento, portandoli sul posto dove viene impartita una lezione diversa, più accattivante rispetto a quella fornita in classe. La diversità del luogo, il suo valore intrinseco e la collaborazione fornita da personale specifico esterno sono ingredienti che contribuiscono al successo dell’iniziativa. È ciò che è successo per l’uscita della classe quinta elementare di Castelcucco al Bosco delle Penne Mozze di Cison di Valmarino ieri, mercoledì 29 marzo, concretizzando il progetto “Studenti in prima linea” rivolto anche alle classi terze medie, che sono state di recente sul posto. Accompagnati da un gruppo di Alpini di Castelcucco, dalle maestre Lisa e Maria Chiara, 22 alunni hanno vissuto un’esperienza di intenso impatto emotivo, che non scorderanno. D’altronde il luogo è un museo a cielo aperto: 15 sentieri distribuiti su un’ampia superficie sono dedicati alle 15 medaglie d’oro al valore militare conferite agli Alpini trevigiani caduti nella Grande Guerra e successivi conflitti. Si contano oltre 2400 nomi di Alpini morti, ricordati da cippi e targhe disseminati tra gli alberi, in un luogo che è un monumento al ricordo locale e nazionale, inaugurato nel 1972. Accolti con una salutare merenda, gli alunni hanno assistito rispettosi all’Alzabandiera, ascoltando l’Inno di Mameli. Completa attenzione è stata riservata alle informazioni della guida (riversate puntualmente nei testi scritti l’indomani in classe). Dopo la sosta presso alcuni cippi e alle statue raffiguranti la “Madonna delle Penne Mozze” e il “Cristo delle Penne Mozze” hanno gustato una sostanziosa merenda a base di prodotti locali, estesi ovviamente anche alle insegnanti. Una gradita sorpresa è stato l’intervento della maestra in pensione Cecilia Barbato che ha letto la poesia dedicata Al Bosco delle Penne Mozze. Al momento del congedo, un omaggio degli Alpini con annessa poesia di Bertold Brecht ha concluso l’incontro, durante il quale Storia, Poesia e Cittadinanza si sono armonizzate. Durante il ritorno in pullman, i canti degli studenti in tema con la visita hanno suggellato un’uscita didattica pienamente riuscita.
Felice di esserci
COMPLEANNO 💐 Nel 1963, quando avevo 10 anni, Marcello Marchesi cantava Che bella età !a mezza età… che era la sigla del Signore di mezza età, un varietà di costume firmato dallo stesso Marchesi che ricordo vagamente come un signore panciuto e coi baffi. Certo allora doveva sembrarmi vecchio un quarantenne, figuriamoci un settantenne! Adesso che metaforicamente soffio io sulle 70 candeline, non mi considero ancora anziana, in ciò confortata dal fatto che un aggiornamento delle fasce d’età ha spostato a 75 anni quella che mi dovrebbe riguardare. Dato il prolungamento della vita, l’anzianità è suddivisa in quattro gruppi: i “giovani anziani”, tra i 64 e i 74 anni; gli anziani, tra i 75 e gli 84 anni; i “grandi vecchi”, tra gli 85 e i 99 anni e i centenari. Bando alle classifiche, mi piace riportare il contenuto di un messaggio spiritoso dove si sostiene che conta lo stato di conservazione, non l’anno di immatricolazione. Grazie al cielo, sto bene e l’umore è buono. Serenamente in pensione, mi occupo dei fiori e dei gatti, leggo, scrivo e coltivo buone relazioni. Oggi festeggio il compleanno in compagnia, perché scambiare pensieri ed emozioni equivale a fare squadra e questa competizione affettuosa mi ricarica. Sono contenta di esserci e mi auguro di avere ancora un bel tratto di strada da fare. Passato e Futuro sono due riferimenti temporali che non mi appartengono più oppure non ancora, perciò mi sento protagonista del presente che intendo farmi amico. Così la squadra aumenta e ogni occasione è buona per ringraziare chi c’è a farmi compagnia. Quindi, cari amici, grazie di esserci e brindiamo alla vita! 🥂
Felicità… dietro l’angolo
20 marzo, giornata della felicità! Coincide con l’equinozio di primavera, perciò foriera di buontempo e belle cose (si spera). La data del 20 marzo è stata stabilita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2012 e si celebra dal 2013. Il web dà anche 10 consigli per vivere spensierati, riassunti da tre step: Sii consapevole, sii grato, sii gentile, credo fattibili. Segue l’elenco di dieci azioni che ci fanno sentire felici, di cui riporto le tre che adotto: connettersi con le persone, avere degli obiettivi, apprezzare il mondo che ci circonda. Anche alcuni cibi possono favorire il buonumore, in quanto risultano utili per la produzione di serotonina, nota come neurotrasmettitore della felicità, tipo la banana, i mirtilli, i fichi… e il cioccolato. Tutto vero? Provare per credere. Appurato che l’ottimismo fa campare più a lungo, è difficile definire la felicità. Per Albert Einstein è una vita calma e modesta. Per gli studiosi del settore, trattasi di un’emozione temporanea, uno stato d’animo che si può imparare. Una ricetta che può portare alla felicità è la cosiddetta “scrittura espressiva”: mettere nero su bianco, quindici minuti al giorno, esperienze ed emozioni per risolvere meglio i conflitti, molto vicina al diario che consigliavo di scrivere a scuola. Adesso che mi ricordo, all’appello gli studenti dichiaravano il proprio umore, consentendo all’insegnante di prendere le contro misure. Durante i lavori di gruppo erano stati elaborati dei cartelloni sulle emozioni, stati d’animo passeggeri – diversamente dai sentimenti – tra cui la felicità che ogni ragazzo coniugava a modo suo. Venendo a me, mi faccio bastare momenti di felicità, che un po’ mi costruisco ad esempio scrivendo e un po’ mi vengono offerti dalla natura, dai gatti e dalle relazioni. Anche Alessandro D’Avenia tratta oggi l’argomento nella sua rubrica Ultimo Banco, intitolando l’articolo ‘Il midollo della vita’. In sintesi, la felicità è “creare secondo i miei talenti e amare secondo le mie possibilità”. E quindi può accadere “scrivendo, camminando, cucinando, facendo una lezione… e tutte le declinazioni del quotidiano. Forse la felicità è dietro l’angolo: basta coglierla!
