Ho assistito alla parte finale del tradizionale Concerto per i 75 anni della Repubblica, dal Palazzo del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica. Mi sono estasiata, osservando danzare Alberto Bolle e Virna Toppi, impegnati in una “pas de deux”, su musica di Vivaldi: veramente ammirevole. Il capo dello stato Sergio Mattarella si è complimentato con i danzatori, augurandosi che inizi una nuova fase anche per l’arte e i teatri. Bolle stesso, nella breve intervista concessa, ha precisato che si esibiva per la prima volta nel corso dell’anno. Non ha mancato di ricordare Carla Fracci, recentemente scomparsa, sua maestra e compagna di danza. Per una decina di minuti, mi sono elevata da terra e ho immaginato di volteggiare anch’io, in un certo senso è avvenuto, anche se non fisicamente. Potere dell’arte in tutte le sue declinazioni, un cibo per l’anima di cui non siamo mai sazi. Trovo appropriato accompagnare feste e ricorrenze nazionali, con la bellezza della poesia, o della danza, o di qualsivoglia manifestazione artistica. Anche cinema e televisione possono offrire uno spettacolo all’altezza delle aspettative, incontrando i giovani su un terreno più abbordabile. Numerose sono le iniziative per celebrare questo significativo anniversario. Da valorizzare le testimonianze delle donne che per la prima volta votarono quel lontano 2 giugno 1946, come Dosolina che era fiera di raccontarlo alla nipote Ines. La Repubblica è nata anche grazie al loro contributo. Io mi affido alle parole di un presidente molto amato, Sandro Pertini che così si esprimeva, nel Messaggio di fine anno agli Italiani 1979: “Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza. Quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi”.
Categoria: Attualità
Integrazione, facile a dirsi…
Sto seguendo con apprensione il caso di Saman, la diciottenne pakistana scomparsa. Spero non sia successo ciò che si teme, che sia stata eliminata perché si rifiutava di sposare un cugino imposto dal padre. Ai primi di maggio i genitori sono partiti in fretta e furia per il Pakistan e un cugino è stato rintracciato in Francia. Gira anche un video inquietante di uomini attrezzati di pale e sacchetti di plastica che fa pensare a una soluzione tremenda. Ho difficoltà a credere che siamo nel terzo millennio, in Europa, dove i matrimoni combinati erano prassi tra le classi abbienti durante il Medio Evo. Con la globalizzazione il mondo si è fatto più piccolo, ma l’integrazione rimane un problema. Saman, quasi certamente nata in Italia, era integrata: aveva rifiutato le nozze imposte, aveva denunciato i genitori per abuso di potere, era stata affidata ad una comunità da cui era uscita al compimento del diciottesimo anno, forse attratta da una proposta ingannevole. Aveva reagito alla violenza psicologica, indignandosi come naturale che sia per ogni persona di buon senso nel nostro mondo occidentale, pure confuso e squinternato. Ho pensato più volte come sia fatale nascere in una parte o in un’altra del globo, sotto lo stesso cielo ma in contesti diametralmente opposti, dove la famiglia non è un nido accogliente ma un carcere duro. Da insegnante di alunni adolescenti, portati per natura a contestare gli adulti, ho avuto anche ragazze straniere molto protette dalle rispettive famiglie d’origine, un paio forse pilotate a proposte matrimoniali studiate a tavolino. Non so se si siano adattate oppure abbiano imposto una volontà diversa. Di tante cose che si perdono per strada “cammin facendo”, ci vengano lasciati almeno i sentimenti.
Il muro d’ombra
Sono stata in ospedale a Feltre il mese scorso, per le infiltrazioni di acido ialuronico cui mi sottopongo per conservare la cartilagine residua dell’anca. È un appuntamento che si ripete da qualche anno, per evitare l’intervento cui temo alla fine dovrò ricorrere. In ospedale a Feltre è ricoverata da sei mesi Samantha, una trentenne feltrina in coma vegetativo, dopo l’intervento per la frattura del femore a seguito di una caduta. Quando si dice la jella, povera giovane, infortunatasi banalmente e irrimediabilmente ridotta allo stadio cerebrale di un bambino di pochi mesi. Cosi riporta il quotidiano che leggo stamattina. Infinita pena per lei e scoramento per il genitore che vorrebbe – e non può – staccare la spina delle macchine che la tengono in vita. Anzi, invita i giovani a prendere in considerazione il testamento biologico, per evitare, in caso di disgrazia, il tremendo peso ai familiari di esprimersi sul mantenimento in vita di un consanguineo allo stato vegetativo. Si sta ripetendo il caso di Luana Englaro. Riconosco che la materia è ostica, ma ritengo che sarebbe bene parlarne serenamente, quando il problema non sussiste, magari sui banchi di scuola, ricorrendo all’aiuto di qualche autore classico. Che piaccia o no, la vita è legata a doppio filo alla morte, tutti ci arriviamo, senza sapere come e quando, giovani inclusi, sebbene il ciclo naturale si spalmi su un arco di tempo oggi assai lungo, per chi ha la fortuna di invecchiare. Quando ero in servizio, qualche anno fa, dopo le vacanze di Natale non rientrò un alunno, deceduto per cause naturali. Un altro fu vittima di un incidente automobilistico. Sono perdite che sconvolgono e richiedono l’intervento dello psicologo. Perciò non vedrei male una educazione sentimentale per affrontare l’argomento del fine vita con leggerezza, molto prima che avvenga. Magari ricordando che la morte non ci deve spaventare, perché come asseriva Epicuro nella Lettera sulla felicità: “Quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei noi non ci siamo più”.
La Signora della Danza
La parola ETICA usata nel post di ieri, ritorna oggi in un contesto di bellezza riguardante la danza e Carla Fracci che l’ha splendidamente interpretata. La famosa ballerina è volata via a 84 anni, lasciando un’eredità di impegno, rigore, leggerezza, armonia riconosciuti in tutti i teatri del mondo. Ma non si comportava da star. Considerando la danza democratica, la proponeva anche in contesti diversi dal palcoscenico, duettando con artisti di altre discipline come Mina e le gemelle Kessler, accettando di essere oggetto di colorite caricature, come quella straordinaria fatta da Virginia Raffaele qualche anno fa. Interessante e significativa anche la gavetta fatta dalla Fracci, figlia di un conducente di tram e di un’operaia, che non si è montata la testa, neanche quando è diventata una danzatrice eccelsa. Sempre sorridente, mi ha colpito leggere in un’intervista al figlio che frequentava persone gentili ed evitava la scostumatezza: si era costruita da sola e difendeva giustamente il suo potenziale umano, fatto di poesia ed espressività. Non so se lei abbia influenzato i miei sogni di bambina… ma verso i sei anni mi ero fissata di fare la ballerina; può essere che la vista della Fracci in tutù e scarpette rosa abbia alimentato le mie fantasie infantili. Negli Anni Cinquanta le scuole di danza erano distanti e piuttosto irraggiungibili, così il sogno è presto rientrato. Ma mi è rimasto il gusto per il bello e la poesia, perciò anch’io devo qualcosa alla Signora della Danza, che rimarrà come un faro ad illuminare il mio percorso di vita.
Etica smarrita
ETICA SMARRITA titola l’articolo in prima pagina di un quotidiano. A mio modesto avviso sintetizza benissimo il dietro le quinte di quanto successo nella tragedia della funivia a Stresa. Il bollettino che sento in televisione di prima mattina notifica che il freno della struttura è stato disattivato volontariamente in “assoluto spregio delle più elementari regole di sicurezza”, per non perdere i soldi delle corse in un impianto che aveva segnalato problematicità e richiedeva interventi adeguati. Non ho parole, siamo tutti indignati e senza parole. Quattordici vittime e un bimbo sopravvissuto per miracolo sono un prezzo immane, per soddisfare la cupidigia di qualche irresponsabile. D’accordo che non saranno state pianificate a tavolino le morti accadute, ma remare contro la trasparenza e la sicurezza non porta mai bene. Che venga fatto di nascosto, rende il commercio ancora più obbrobrioso. Immagino come sarà il clima nelle famiglie delle vittime, e anche quello nelle famiglie dei tre indagati per l’accaduto… il dio denaro ottenebra le menti e semina zizzania ovunque. La magistratura farà il suo corso. Tra qualche settimana altre notizie riempiranno la cronaca nera. Chi dovrà convivere tutta la vita con le conseguenze della tragedia sarà il piccolo Eitan: che il futuro gli sia benigno!
Coraggio, piccolo Eitan!
Di quindici persone nella cabina impazzita, unico superstite della tragedia successa in Piemonte, un bimbo di cinque anni, Eitan, salvato dall’abbraccio del padre. Il resto della sua famiglia spazzato via: il fratellino di due anni, genitori, nonni. Non doveva succedere, pare che i controlli per la manutenzione dell’impianto della funivia Stresa-Mottarone fossero regolari… ma è successo, trasformando in un gigantesco dramma il sogno di una vacanza nel cuore del Piemonte, sul pendio che sovrasta la rinomata località turistica sul lago Maggiore. Mi concentro sul piccolo Eitan, immaginando come potrà essere il suo futuro, privato degli affetti più cari. E mi soccorre l’immagine del padre, nel tentativo di proteggere il figlio. Forse un gesto istintivo, ma pieno di significati positivi in un periodo altrimenti costellato anche da fragilità genitoriali che la pandemia ha scoperto. Non basta mettere al mondo un figlio per essere un bravo genitore. E non mi risulta ci sia una scuola che rilascia attestati che lo garantiscano. Ok le tavole rotonde, gli specialisti, qualche trasmissione dedicata, ma poi ognuno agisce in base all’educazione appresa e al figlio che si ritrova, spesso diverso dalle aspettative. Quando si parla di nascite, si usa l’espressione “messo al mondo” e non “in famiglia”, come ha argutamente rilevato un acuto sacerdote che non conosco, per sostenere l’importanza della comunità nell’accogliere i nuovi nati. Perciò il piccolo Eitan, pur privato dei consanguinei, non rimarrà solo, ne sono certa. Mi unisco anch’io alle centinaia di persone che gli inviano una preghiera e una carezza.
Coraggio e memoria
Sono passati quasi trent’anni (29) da quando Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, gli uomini e le donne delle loro scorte persero la vita. La commemorazione, promossa dal Ministero dell’Istruzione si ripete ogni anno dal 2002 e coinvolge migliaia di studenti che raggiungono Palermo a bordo della “Nave della Legalità”. La frase di Antonino Caponnetto “La mafia teme la scuola più della giustizia”, si sta rivelando vera e foriera di energie positive. Data la circostanza, anziché parlare dell’infausto evento dell’attentato, ricostruito anche dal cinema, mi interrogo su cosa sia il coraggio, che le vittime delle mafie hanno messo in campo sopra ogni cosa. Potrebbe sembrare parola desueta il coraggio oggi, perciò cerco spunti dal pensiero stesso di Falcone, che diceva: “L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza”, oppure: “Chi tace e piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e cammina a testa alta muore una volta sola”, che mi richiama quest’altra: “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Non finirei più di attingere al pensiero di quest’uomo straordinario, dalla voce calda e carezzevole. I suoi pensieri sono per me una miniera di benessere e di ottimismo sul genere umano, che sopravanza la ferita inferta alla sua persona, con il dolente carico dei colleghi e amici con lui sacrificati. Da molti anni tengo in camera il poster dei due amici giudici Falcone e Borsellino, che sono diventati una sorta di faro illuminante le mie giornate grigie. Quando mi coglie lo smarrimento o la sfiducia nelle istituzioni, osservo la foto che li ritrae complici e bendisposti, invidiando la loro amicizia e rendendo grazie al loro servizio, alimentato dal sangue di tante altre vittime. E mi dico che il loro pensiero deve camminare anche sulle mie gambe.
Addio a Franco Battiato
Tra le prime azioni che faccio quando mi alzo, accendo una vecchia radio in bagno, sintonizzata su un canale regionale che mi riconnette col mondo attraverso notizie e brani musicali. Stamattina trasmetteva un pezzo di Franco Battiato (all’anagrafe Francesco, nato a Jonia (CT) il 23 marzi 1945) cantautore, compositore ma anche regista che ignoravo fosse mancato. L’ho saputo dal telegiornale, mentre facevo colazione e ho collegato le due cose. Poi è stato un effluvio di informazioni. Pia mi manda un video del testo Uccelli: del raffinato musicista mi colpiscono le associazioni verbali, tipo le “geometrie esistenziali” citate in questo brano. Divenuto ormai un classico il “Centro di gravità permanente”, il musicista amava le contaminazioni espressive, le sperimentazioni e delle formule innovative per comunicare, che è poi l’obiettivo primario di ogni artista. Non sono esperta in materia e non sono stata neanche una fan del compositore siciliano, di cui ammiravo l’essere piuttosto controcorrente. Considero i suoi testi molto interessanti, per approcciare diverse discipline: musica, filosofia, storia, religione… perfino matematica con le suddette “geometrie esistenziali”. Chissà se ha chiarito qualcosa al riguardo, o cosa avrebbe potuto aggiungere. A me piace l’associazione della parola “geometrie” con l’aggettivo “esistenziali”: mi fa pensare alla strada che ognuno percorre in parallelo ad un altro, senza mai toccarsi ma con la possibilità di vedersi. Interpretazione opinabile ma per me suggestiva. Credo che andrò a cercare e a riascoltare i suoi testi, per connettermi con la sua bella anima. Buon viaggio, Franco Battiato: “Tutto l’universo obbedisce all’amore”!
Uscita di scena
Tra le notizie di attualità che oggi leggo in internet su TREVISOTODAY mi colpisce questo titolo: “Il sorriso di Michele si spegne a 22 anni: raccolta fondi per aiutare la famiglia. Penso a un incidente e considero l’articolo. Michele Pagniello di Istrana si è tolto la vita. Accompagna l’articolo la foto di un volto dolce, con leggera barba sopra le labbra, forse un velo di malinconia nello sguardo. Di motivi per dolersi ne aveva: padre morto da poco per tumore, studi abbandonati per aiutare la famiglia, diviso tra tre diversi lavori: magazziniere, cibi da asporto che forniva a bordo del “food truck” (camion che prepara cibo da asporto) e d’inverno vendeva le caldarroste per le strade e le piazze. Insomma, infaticabile, per sostenere la mamma e la sorellina ancora minorenne. Tant’è che mi chiedo: in una situazione economica stremata, dove è raro trovare una occupazione, non è che questo ragazzo si sia speso troppo? Non so nulla del suo carattere e se per caso avesse manifestato segni di cedimento, esclusi, a detta degli amici. Probabilmente era un soggetto che si teneva tutto dentro, e che non ce l’ha più fatta a reggere ritmi lavorativi esagerati. Chi troppo impegnato e chi troppo poco, magari finanziato da mamma e papà, nonni compresi. La via di mezzo sembra impraticabile. Mi fa pensare a un mio stimatissimo ex allievo che decise di uscire di scena, dopo essersi fatto una famiglia e aver cambiato un paio di lavori. Voleva la perfezione in tutto… che non trovava mai. La madre ottantenne, dolce e gracile, da tanti anni continua a chiedersi perché l’abbia fatto. Un tormento senza fine. E senza risposta.
Giornata mondiale della luce
Il 16 maggio si festeggia la luce e il miracolo tecnologico dell’illuminazione artificiale. La data scelta ricorda l’invenzione del laser e di conseguenza i risultati ottenuti grazie allo studio della luce, applicati in apparecchi diagnostici salva-vita o trattamenti medici. Come dire quanto la luce e le tecnologie concorrano per il benessere nella nostra vita quotidiana. La giornata festiva è iniziata con il sole, e speriamo si mantenga e scaldi perché la temperatura corrisponde a quella di aprile, quindi di un mese fa. Secondo la Bibbia, per la creazione della luce e dell’universo Dio disse: Fiat lux e la luce si materializzò. Per analogia con l’argomento proposto dalla giornata odierna, ripropongo il titolo del mio ultimo romanzo IL FARO E LA LUCE, che spero di presentare a breve. Qui però la luce non è quella materiale, bensì intellettuale mediata dal faro, simbolo di ricchezza interiore. Più semplicemente, il romanzo parla della stima e dell’amicizia tra due insegnanti, simboleggiata dal luminoso dipinto in copertina. Lo sfondo azzurro e il cerchio giallo che contiene il faro, con gli elementi marini di contorno rilassano lo sguardo e alleggeriscono l’animo, provato dopo tanti mesi di pandemia. La luce reca un grande contributo alla bellezza, in qualunque modo si esprima. Buona giornata luminosa a tutti!
