Mentre sono in cucina, assisto alla cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici di Tokyo, dove si esibiranno 113 atleti in 22 sport. Sfila il folto gruppo italiano, capitanato da Bebe Vio e Federico Morlacchi. Fa un certo effetto vedere tanti gruppi con atleti in carrozzina, oppure con varie disabilità, impegnati in svariate discipline, sorridenti e presumo orgogliosi di esserci. Lo speaker dice che lo stadio di Tokyo è il luogo dove la disabilità è un attributo e cita l’autobiografia di Rita Levi Montalcini “Elogio dell’imperfezione”, che ho letto con interesse tempo fa. A parte la mia simpatia per il Paese del Sol Levante, le 40 medaglie riportate dagli atleti azzurri nelle Olimpiadi appena concluse sono un valore aggiunto allo spettacolo, che mi propongo di seguire. È chiaro che questi atleti hanno una marcia in più, per aver saputo trasformare un limite in un punto di forza, in barba a pregiudizi più o meno velati ancora serpeggianti. Quando ero in servizio, ebbi per collega un’insegnante ipovedente che aveva una scioltezza espositiva invidiabile e in svariate occasioni ho dovuto ricordare ai miei studenti che tutti siamo deficienti (da deficere = mancare, “complimento” abusato tra loro), in qualcosa: spesso in buona educazione e solidarietà. Fare è più difficile di parlare, per cui anch’io approfitto delle Paralimpiadi per fare un po’ di autocritica. Auguri di soddisfazioni a tutti gli atleti.
Categoria: Attualità
Onore al merito
Avevo letto qualcosa sulla vita di Joséphine Baker, di cui ricordavo la foto dove indossa il gonnellino di banane. Già allora mi aveva colpito ciò che stava dietro l’immagine di ballerina sui generis. Ieri ho sentito la bella notizia che la riguarda, confermata dall’articolo del Corriere odierno che titola: “Una donna nera coi grandi di Francia. Joséphine Baker sepolta nel Pantheon”. La prima donna nera – sesta donna – insieme con 75 uomini illustri, per meriti acquisiti per la sua attività antirazzista e impegno civile, alla faccia delle esibizioni canore e di spettacoli osé. Nata a Sain Louis, in Missouri nel 1906, approda in Francia nel 1925 che diventa la sua seconda patria, dove muore a Parigi nel 1975. Devo ancora dire la cosa più straordinaria compiuta dalla soubrette, che non poteva diventare madre: avere adottato 12 (dodici) figli di etnie diverse. È proprio il settimo dei dodici figli adottivi che insieme ad autorevoli sostenitori perora la causa del trasferimento dei resti mortali della madre nel tempio riservato alle persone speciali. Una storia umana eccezionale, che va molto oltre i meriti artistici della cantante e ballerina. Peccato che non abbia scritto l’autobiografia, perché reggere l’impegno di allevare ed educate dodici figli è impresa immane. Vero che le famiglie numerose erano la norma, un secolo fa. Ma che una donna di spettacolo se ne fosse fatta spontaneamente carico, per compensare una maternità negata mi pare comunque esemplare. Molto incoraggiante che uno dei figli si sia speso per restituirle la giusta luce, il che conferma gli ottimi rapporti instaurati. Mi sento di complimentarmi con la madre e con il figlio, oltre che con il Presidente francese Emmanuel Macron.
Bar e creatività
Sarà che mi piacciono le Ortensie, ma trovo attraente, anzi gustoso l’articolo a pag. XVII del Il Gazzettino di Treviso di oggi, intitolato “Ortensia Isola, il locale con i Green pass…sticcini”. Di cosa si tratta, è presto detto. La titolare del locale, di nome Ortensia (non poteva essere diversamente), unendo arte pasticcera e furbizia, ha creato quattro dolci accattivanti da proporre ai suoi clienti, tra cui la panna cotta alla menta che ordinerei per prima, dolce al cucchiaio dissetante in questa calda estate. Approfitto per dire, da cliente, che è assai piacevole essere “coccolati” dal gestore del bar frequentato. Ad esempio, a me stamattina è arrivato un cappuccino decorato così bene che mi è spiaciuto disfarlo: un grazioso orsetto mi guardava dalla schiuma nocciola e mi ha strappato un sorriso di tenerezza, forse riesumando giochi infantili di oltre mezzo secolo fa. Gabriella, gentile titolare del bar Mirò a Castelcucco non si risparmia e merita l’affezionata clientela che sosta fuori e dentro il piccolo locale, previo possesso del green pass, come è toccato alla sottoscritta. Insomma, sempre di arte si parla, dove conta il prodotto ma anche la sua forma. A ben pensare, il bar del piccolo paese assolve a una funzione sociale, perché consente l’incontro tra persone che solo salutandosi – meglio se dialogando – si sentono parte di una comunità non virtuale. Con buona pace dei social, che hanno pure dei meriti per attenuare le distanze, ma non è la stessa cosa. Così almeno la penso io.
Ci sono giovani e giovani
Certo ci vuole coraggio, in tempo ancora di pandemia, per partecipare a un rave party, col rischio alto di beccarsi qualcosa. Ma è più opportuno parlare di incoscienza. È ciò che è accaduto nel viterbese, in una zona isolata, presa d’assalto da migliaia di giovani, provenienti da tutta Europa, in cerca di… sballo, suppongo, visto come è andata: una decina di ricoverati per coma etilico, un ragazzo annegato, due stupri denunciati… Fortuna che il raduno, dopo sei giorni di assembramento abusivo in un’area naturale trasformata in mega discarica si è concluso, con l’intervento delle forze dell’ordine e 2000 persone identificate. Detto ciò, mi interrogo sui motivi che hanno fatto incontrare una moltitudine di giovani, in assoluto dispregio del pericolo. Senso di onnipotenza, sottovalutazione del pericolo, mancanza di senso civico… cos’altro? Meno male che mio figlio ha compiuto 33 anni (che non sono una garanzia) e spero abbia superato il disturbo esistenziale dell’adolescenza (per quanto l’età anagrafica sia talvolta contraddetta dai fatti). Sono anche lieta di essere in pensione, sollevata dal servizio in tempo di probabile dad… ma il dispiacere di sentirmi disorientata rimane e anche di essere, eventualmente, inadeguata ad affrontare uno scontro generazionale. Eppure ci sono i bravi ragazzi, ne conosco di persona, non si può generalizzare. Ecco, magari un party tra giovani impegnati e altri disimpegnati lo vedrei bene. Con sottofondo di musica soft, per sentire, valutare ed apprezzare proposte utili a vivere meglio.
Al volante
Stamattina non esco, perché aspetto una visita. Le notizie mi giungono comunque dalla tivù e devo dire che c’è solo l’imbarazzo della scelta tra: medioevo afgano, terremoto ad Haiti, vittime sul lavoro o di un vicino alterato dal caldo. Preferisco riflettere su un dato che non è ancora da cronaca nera, ma potrebbe diventarlo: gli automobilisti sono diventati più pericolosi al volante, dopo il lockdown, e vengono sanzionati per distrazione, eccesso di velocità, uso del cellulare, dismissione delle cinture di sicurezza. Sembra vogliano candidarsi al suicidio o all’omicidio. Premetto che non mi piace stare al volante: sono parecchio miope e mi altero se mi strombazzano dietro. Preferisco di gran lunga camminare, a passo svelto, se devo coprire brevi distanze (il periodo attuale non fa testo, perché l’artrosi mi ha messa k. O.). Comunque mi ero accorta dell’aumento dell’indisciplina sulla strada, ragion per cui evito di infilarmi in viaggi medio-lunghi e uso con parsimonia l’auto. Anziché tirar fuori la mia dal garage, preferisco sentir rombare quella di Manuel, quando viene a sistemarmi varie cosette al pc, annessi e connessi. È un’ originale auto quasi d’epoca, bianca e azzurra, adatta a un tipo originale e multitasking come lui. Anche sulla mia vecchia panda color pavone non posso sciorinare lamentele: dopo oltre 25 anni di onorato servizio, parte ancora al primo colpo. Sento nostalgia per queste vecchie signore che hanno condiviso con i proprietari viaggi e viaggetti di varia natura e sono contenta che abbiano evitato lo sfasciacarrozze. So che arriverà anche per loro il momento del congedo definitivo. Ma per ora sono un simbolo di tenacia e di resistenza. Chi vuole intendere, intenda.
Addio a Gino Strada
A caccia di notizie sul web, incappo nella seguente: È morto Gino Strada. Il fondatore di Emergency aveva 73 anni. Laureato in Medicina e Chirurgia, specializzato in Chirurgia d’Urgenza, nel 1988 si indirizza verso la cura delle vittime di guerra. Tra il 1989 -1994 lavora con il Comitato internazionale della Croce Rossa in varie zone di conflitto: da questa esperienza nasce l’ONG Emergency, fondata insieme alla moglie Teresa Sarti e a un gruppo di colleghi. Dalla sua fondazione alla fine del 2013, ha fornito assistenza gratuita a oltre 6 milioni di pazienti in 16 paesi del mondo. Che dire? Le cifre parlano da sole. Mi spiace che sia mancato un uomo speciale, un’icona del volontariato. Abituata a vederlo in tivù gli anni passati, ho più volte dato il mio obolo per la causa a favore delle vittime di guerra, molti bambini. A scuola, nell’antologia c’era una sezione riservata a questo argomento, che non lasciava indifferenti i ragazzi. A Bassano abbiamo anche visto una mostra fotografica sul tema, efficace anche più delle parole. “Lascia un vuoto enorme, che non si potrà colmare. Salutiamo un uomo che si è battuto senza sosta per i diritti e la giustizia, in tutto il mondo”, è il messaggio del quotidiano il manifesto che condivido. Leggo che era in vacanza in Normandia, il che mi fa pensare che non fosse ammalato: una dipartita improvvisa per un viaggio verso l’infinito.
Fatalità o negligenza
Nella Cronaca del Corriere del Veneto mi colpisce la morte in piscina comunale a San Pietro in Gu di Christian Menin, che avrebbe compiuto sette anni il prossimo Natale. L’ipotesi di reato è omicidio colposo per omessa vigilanza del minore. Il pubblico ministero si pone una domanda che mi pongo anch’io: Fino a che punto deve arrivare lo sguardo vigile di un bagnino – in questo caso una ragazza 22enne – e fino a che punto quello dei genitori? Il piccolo Christian non indossava i braccioli e neanche il salvagente e si era allontanato per giocare con un bambino più grande di lui. Quando facevo l’insegnante, erano perfino ossessivi gli inviti a vigilare i ragazzi durante la ricreazione, pena “multa in vigilando” e mi riferisco ad adolescenti tra gli 11 e i 14 anni, in grado di badare a se stessi (quasi). Nel caso di bambini di età prescolare o giù di lì, non ho esperienza diretta, ma ho già confidato in un precedente post di aver perso mio figlio al mare, per un paio d’ore, quando aveva circa l’età di Christian: un’esperienza terribile, per fortuna conclusasi bene. Dovetti ricredermi sulla certezza che non si sarebbe allontanato da dove l’avevo lasciato per pochi minuti. Invece accadde. Da allora non mi sono più fidata e gli sono stata col fiato sul collo, senza delegare ad altri la sua incolumità. Per dire quanto sia totalizzante il ruolo del genitore e quanto sia facile delegarne ad altri la responsabilità, quando accade una disgrazia. Mi ricordo uno scioglilingua di mia madre, in dialetto, il cui significato era: chi li ha fatti se li tiene. Qualcuno potrebbe obiettare che, così facendo, si crescono creature ansiose e tristi. Può darsi, ma su quelle vive si può sempre intervenire, se la disgrazia, per fatalità o negligenza, non ci mette lo zampino.
National Women’s Day
A proposito di feste e ricorrenze cui attingo in internet, per scegliere l’argomento oggetto del mio post odierno, oggi è il National Women’s Day, la giornata nazionale della donna in Sudafrica. Fu istituita nel 1994, per commemorare una marcia di protesta di donne, tenutasi nel 1956. Tra l’altro coincide con la Giornata mondiale dei popoli indigeni (di proposito evito di parlare della bomba atomica su Nagasaki), il che mi consente di fare una considerazione generale sul contributo delle donne di qualunque parte della terra alle Olimpiadi appena concluse: 10 ori, 10 argenti e 20 bronzi autorizzano ad almanaccare sul 2020 della XXXII Olimpiade di Tokyo che ho seguito in parte sullo schermo. Leggiadre le Farfalle della ginnastica ritmica, una libellula Vanessa Ferrari nel corpo libero… ma Irma Testa mi ha veramente impressionato: sia per la specialità, pugilato femminile, oro mai conquistato prima, sia per la provenienza: Torre Annunziata, dove a 14 anni è uscita di casa, masticando poco italiano per sua stessa ammissione. Tra l’altro una bella ragazza, come potrebbe esserlo la vicina della porta accanto, capelli lunghi neri, sguardo espressivo, quando nell’immaginario collettivo si potrebbe ipotizzare un donnone forzuto. Ho letto qualcosa sulla vita di questa giovane atleta che deve aver mandato giù diversi rospi, per cui mi fa particolare simpatia e condivido l’entusiasmo che le viene tributato. È un esempio della tenacia e dello spirito di sacrificio delle donne, se mai ce ne fosse bisogno. Anche fuori delle competizioni sportive, le donne hanno coperto chilometri di fatiche e hanno saputo rialzarsi dopo traumatiche cadute. Mi basta pensare a certe vedove di guerra che hanno allevato da sole parecchi figli, costrette a caricarsi di pesi destinati ai compagni. Qui mi fermo per non diventare patetica, ma ammiro molto la forza delle donne, costrette nel passato a esprimersi solo entro le mura di casa. La mia non è una posizione da femminista (esistono ancora?) ma da osservatrice della realtà circostante, che risulta molto piacevole quando maschi e femmine interagiscono allo stesso livello. Riconoscendo il dovuto a chi, per tanto tempo è stato sottovalutato.
Siamo anche speciali
Noi Italiani siamo speciali nelle situazioni eccezionali. Gli Inglesi ci sottovalutano ma questo per noi è un vantaggio. Dovremmo diventare normali…. questo in sintesi è il pensiero di Beppe Severgnini che commenta la sconfitta degli Inglesi a Wembley contro l’Italia poche settimane fa. Per ritorsione, pare che da allora siano crollate le prenotazioni nei locali che forniscono pietanze del Belpaese, crollate di quasi il 60 %, pizza compresa., diventate indigeste come la rete di Leonardo Bonucci e le prodezze del portiere. Mi ero fatta un’idea diversa degli Inglesi, ma se è andata davvero così, mangino pure “fish and chips”, pesce e patatine. Mi spiace che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non sia stato adeguatamente omaggiato dal principe William… da signore qual è avrà fatto buon viso a cattiva sorte, perché “Se l’invidia fosse febbre, tutto il mondo l’avrebbe”, diceva mia nonna. All’evento sportivo di sopra, si aggiunge ora l’oro azzurro nella 4 x 100 a Tokyo 2020, che produce l’esclamazione “Not Italy again!”. Se il successo azzurro fa rumore, mi fa un certo effetto riflettere sulla frase di Severgnini, che siamo speciali nelle situazioni eccezionali, perché credo contenga molto di vero. Basta pensare a quanto successo durante il terremoto, oppure durante altre calamità, piuttosto frequenti a casa nostra. Ma anche altrove, a ben vedere: incendi, alluvioni, crolli… ce n’è per tutti! Sarebbe un gran bene che la risposta eccezionale diventasse normale. Sembra un gioco di parole, invece contiene un suggerimento operativo salutare, che per risposta ha la sicurezza, nostra e altrui. A buon intenditor poche parole.
Il ritorno di Simone
Simone Biles è ritornata in gara e ha appena vinto il terzo posto alla trave: grande prova di coraggio e di tenuta, dopo l’inconveniente dei giorni scorsi. Mi sto appassionando alle Olimpiadi, per l’exploit di atleti dal volto umano (e dal corpo perfetto), credo siano un esempio di disciplina e resistenza, condite da anni di fatiche e sacrifici. Al momento sto seguendo gli uomini alle parallele e devo dire che è una passerella di grandissimi interpreti, atleti di varie parti del globo che consente un ripasso della geografia. Mi piacerebbe avere qualche commento al riguardo. Mi limito ad esprimere grande ammirazione per le prove, esprimendo intensa solidarietà per il duro percorso affrontato. Lunga vita agli atleti!
