Pansè sospeso

Stamattina sono stata impegnata a ripulire la zona legnaia fino a tarda mattinata. Ho pranzato con tagliolini al salmone, preventivamente comperati, perché sapevo che non avrei avuto tempo di stare ai fornelli. Ora mi concedo una pausa fuori, nello spazio un po’ giardino e un po’ prato dove osservo ciò che mi circonda. I tulipani sono stati sgualciti dalla pioggia abbondante degli ultimi due giorni, mentre si è ripreso il pansè giallo appeso sotto al glicine. Il cielo sopra è azzurro, con qualche sbuffo bianco. Mi piace ammirarlo da sotto la pergola ristrutturata con robusti pali di castagno, perché l’angolazione si presta a… voli di fantasia. Praticamente si tratta di un vaso di fiori sospeso, che mi richiama il caffè sospeso, ovvero offerto per chi non può pagarlo. Il mio è un pensiero peregrino, perché in realtà intendo tenermi la pianta, custodita durante l’inverno che ora ha ripreso a fiorire, ma la off volentieri alla vista altrui, per una iniezione vitaminica. Arzigogolo sul fatto che è posto in un vaso pensile, a metà strada tra terra e cielo, in una posizione privilegiata o svantaggiosa, dipende dai punti di vista. Mi torna in mente Pico della Mirandola, super campione di memoria: se non ricordo male, asseriva che l’uomo è posto sul mezzo di una scala ed è sua facoltà salire oppure scendere. Insomma, il mio bel pansè (noto anche come viola del pensiero) mi induce pensieri filosofici… che colorano la giornata.

Contrasto

Ieri sera sono andata a letto che pioveva di brutto. La terra ha avuto la sua dose di pioggia, spero non rovinosa. Il Po si sarà rimesso in sesto, domani tornerà primavera. Certo che vedere la neve sui monti dalla finestra, mentre in giardino è in fioritura il ciliegio giapponese e si sono aperte le camelie fa un certo effetto: un contrasto inquietante. Alle sette di mattina, la temperatura sotto il portico è di 7 (sette) gradi, una ventina in meno di circa tre settimana fa, quando ho fatto il bagno al cane che si era asciugato al sole. Se è primavera, di fatto si comporta come fosse inverno. Forse la stagione in corso ha assorbito i nostri umori al ribasso e ce li restituisce sotto forma di giornate shock! Del resto, da tempo si pontifica che non ci sono più le stagioni di una volta… ci sarà pure una ragione! Chissà che la reclusione in casa indotta dalla pandemia e gli sbalzi termici inducano a riflessioni profonde sul cambiamento climatico, effetti collaterali compresi. Mi è capitato di pensare a come sarebbe bello vivere in un posto a temperatura mite costante, senza sconvolgimenti climatici e naturali, magari a braccia nude e piedi scalzi… ma poi mi ricredo, pensando a quanto successo quando lo tsunami si abbattè sul sud-est asiatico. Era il 26.12.2004, “uno dei più catastrofici disastri dell’epoca moderna e ha causato centinaia di migliaia di morti” (Wikipedia): sembra l’altro ieri. Non so cosa riserverà il futuro ai nostri nipoti, mi auguro che il presidente Biden consideri l’argomento con il dovuto riguardo – negato dal suo predecessore – e che tante piccole Greta Thunberg smuovano le coscienze. Per oggi mi godo il ciliegio giapponese e le camelie, aspettando che la neve sulle cime dei monti si sciolga dolcemente.

Antidoto

Iniziare la settimana con la pioggia, per me non è il massimo perché significa rinunciare al mercato nel paese vicino e restare a casa, come se fossimo in zona rossa. Del resto la divisione in zone colorate credo procuri, non solo a me, disturbi di connessione psico-visiva. Tant’è, devo farmene una ragione e considerare che la terra aveva bisogno del nutrimento prezioso dell’acqua piovana. Perciò ben venga una rinfrescatina con adeguate precipitazioni, purché a metà settimana ritorni a splendere il sole, anch’esso benefico per la terra e per l’umore. Cerco motivi incoraggianti per non avvilirmi: oggi avrei dovuto prenotare la vaccinazione anti-covid nel portale della sanità… ma le operazioni sono a rilento per problemi vari, quindi solo mezzo sorriso. Temevo che il ciliegio giapponese, ormai in post fioritura lasciasse cadere i teneri fiori rosa sotto il peso della pioggia… ma non è ancora accaduto, perciò mezzo sorriso dall’altro lato della bocca. Se ricordo bene, in algebra meno più meno fa più, perciò devo accontentarmi e dispormi a sorridere… non proprio a bocca spalancata. Devo vedermela con il nervosismo della gatta che fa dentro e fuori casa, con il sonnecchiare prolungato del vecchio cane che si appisola ovunque, intralciando i miei passi. E anche con la mia inquietudine, che si allenta solo scrivendo. Sbircio il cielo dalla porta-finestra e mi pare di percepire un certo chiarore. Può darsi che il pomeriggio riservi delle piacevoli sorprese: potrebbe anche far capolino il sole… in tal caso potrò andare a salutare la mia amica Lucia e tornerà il buonumore!

Mare da amare

Avevo cinque anni la prima volta che vidi il mare… deve avermi fatto un grande effetto, perché è stato un crescendo di attrazione e di simpatia, una sorta di innamoramento ricambiato con la serenità che mi regalava il mare quando potevo starci anche poche ore. Viceversa la montagna mi incuteva soggezione e da grande l’ho evitata. Ma per questo ho una spiegazione: le scottature che prendevo da piccola sul tubo di scappamento della gilera, quando scendevo dal sellino posteriore, conclusa la gita che mio padre spericolato effettuava su percorsi montani accidentati. Dal mare ho percepito tutt’altro, un mondo in subbuglio, come un’anima che freme, a volte di passione, a volte di sentimenti sfumati. Per me è un luogo aperto come le pagine di un libro che non annoia. Racconta storie di emigrazione, di marinai, di pescatori, di sirene, di amori… Mi sovviene adesso la bellissima canzone “Una rotonda sul mare”, interpretata da Fred Bongusto, che da ragazza ha avuto il suo peso nel creare certe atmosfere romantiche. Ma anche vari testi recenti hanno per protagonista il mare, senza scordare la letteratura, dove i miei ricordi pescano la struggente poesia “Arrivederci fratello mare” di Nazim Hikmet. Una lunga introduzione per ricordare che oggi, 11 aprile si celebra la giornata nazionale del Mare (istituita con decreto legislativo 229/2017), con lo scopo di sensibilizzare i giovani e di sviluppare il concetto di “cittadinanza del mare”. Mi sembra molto opportuno, dato che l’Italia è una penisola protesa nel mar Mediterraneo… e che la vita viene dal mare. Se fossi ancora in servizio, ne avrei di racconti e di foto da proporre agli studenti al riguardo. Beato il mio caro collega Massimiliano che abita in Sardegna. Dalla sua isola mi invia foto paradisiache che fanno sognare. Col suo favore le posto, per condividerle con i visitatori del blog. Buon mare a tutti!

Lavori in prima linea

Oggi 10 aprile 2021, si celebra il 169esimo anniversario della Polizia di Stato. “Esserci sempre” sintetizza lo spirito di quanti operano con abnegazione ogni giorno, per la sicurezza delle persone, sapendo a che ora inizia il servizio che può dilatarsi a oltranza, a seconda delle emergenze. Lo dico con cognizione di causa, perché ho un amico carabiniere sempre in prima linea, subissato da molteplici impegni lavorativi, cui va tutta la mia stima. Dal 2000 possono arruolarsi nell’Arma anche le donne – 14.580, di cui 1.697 Ufficiali e 2.046 Sottufficiali – un lavoro che ritengo estremamente moderno ed interessante anche in abiti femminili. Infatti è passato il tempo in cui si destinavano le donne quasi esclusivamente alla didattica, dove peraltro scarseggiano i maschi. Ho visto il breve video postato su Internet dalla Polizia di Stato, dove giovani donne affermano di conciliare lavoro, casa e famiglia con invidiabile disinvoltura, arte del saper fare tante cose insieme, esercitata dalle donne da tempi immemorabili. Ricordo la battuta di mia zia, quando tornava dai campi stremata: “Beati i morti, loro sì che si riposano!”. Allora mi sembrava spropositata e fuori luogo – Primina era una bella friulana in carne – ma col senno di poi, oltre all’ironia la battuta mantiene una carica di veridicità. Ritengo che sia stata opportunamente archiviata la credenza che le donne rappresentino il sesso debole. Senza farne però una questione di genere, personalmente apprezzo molto chi è impegnato in ruoli sociali, soprattutto con il pandemonio dell’emergenza sanitaria che ha sparigliato abitudini e convinzioni. Pertanto, buon lavoro a tutti… ma soprattutto a chi mette a repentaglio la propria vita per il bene comune.

Addio a Filippo di Edimburgo

È morto Filippo di Edimburgo, 99 anni, il principe consorte della regina Elisabetta II, che con lui ha condiviso 73 anni di vita coniugale. Il 10 giugno prossimo ne avrebbe fatti 100, e già questo è un segno di eccellenza concesso a pochi. Immagino lo stato d’animo della regina, sostenuta dal cordoglio dei sudditi, lei donna eccezionale, (in carica dal 6.02.1952 e incoronata il 2.06.1953) sul trono da oltre sessant’anni, tuttora amata e benvoluta. Ma stavolta dedico una pagina di riguardo a lui, che ha saputo starle accanto, sempre un passo indietro. Ovviamente, quello che so l’ho appreso dai media e l’idea che me ne sono fatta è del tutto opinabile. Mi risulta che in generale gli uomini tendano a prevaricare e sono molto pochi quelli disposti a riconoscere le qualità femminili esercitate in ambiti maschili, prova ne sono certe professioni che stentano ad adottare la parola femminile corrispondente ad avvocato, architetto, eccetera. Senza farne una questione linguistica, credo che il temperamento bizzarro e spiritoso del principe Filippo lo abbia aiutato a barcamenarsi alla grande nei meandri spesso spinosi della vita di palazzo. Mi ha strappato un sorriso quando ho sentito che guidava, se pure incautamente a 90 anni, dimostrando un coraggio notevole, paragonato alle chiusure e alle ansie di molti suoi coetanei, invecchiati tristemente. Certo la genetica l’ha aiutati. Forse la realtà è stata edulcorata, dato il prestigioso ruolo di corte, ma mi piace assai l’immagine di una persona invecchiata senza rinunciare a gioire della vita, anche combinando qualche sciocchezza… giusto come i ragazzini! La pascoliana teoria del fanciullino insegna. Mi manca la figura del nonno, specie quella del nonno vulcanico, capace di emozionare e stupire nonostante la sua longevità. O meglio, grazie ad essa!

Giornata internazionale del popolo Rom

A carnevale, da bambina ho indossato un paio di volte il costume da fatina – con tanto di bacchetta magica – che detestavo. Evidentemente mia madre si compiaceva di tulle e brillantini, che a me facevano l’effetto contrario. Mi attraeva molto il vestito della zingara, a tinte forti e il carattere volitivo della persona che lo indossava. Ne ricordo una, truccatissima che leggeva la mano alle sagre, piena di bracciali tintinnanti. Anche la canzone “Zingara”, interpretata da Iva Zanicchi ha accentuato la simpatia per il popolo nomade. Da grande, ho associato l’abito zingaresco a quello delle ballerine di flamenco o di tango e qui mi sono tolta un sassolino dalla scarpa, perché ho indossato diversi abiti con balze e volant durante le mie danze giovanili sulle piste da ballo. Conservo gelosamente una mini foto zingaresca, scattata in Romagna una quarantina d’anni fa. La premessa, per introdurre l’argomento serio dell’odierna Giornata internazionale del popolo Rom, oggetto di tremende discriminazioni durante l’Olocausto, a tutt’oggi ancora emarginato. A scuola ne parlavo. Capitava di ospitare, di tanto in tanto, alunni nomadi i cui genitori artisti montavano il tendone in paese, a ridosso della festa del patrono. Ho sempre sentito attrazione per il diverso, curiosa di scoprire altri costumi e modi di vivere: credo che il mio spirito d’indipendenza sia molto simile a quello degli zingari, di cui ammiro anche la capacità di vivere in una grande famiglia allargata, itinerante e collaborativa. Purtroppo anche i loro spettacoli all’aperto si sono rarefatti, meglio dire azzerati. Gli viene dedicata la giornata odierna, che ricorda le traversie subite e ciò che rappresentano sia in ambito privato che pubblico.

Il conforto del ciliegio

Avevo già riposto il giaccone invernale nell’armadio e messo in terra una rigogliosa azalea, regalatami per il mio compleanno due settimane fa. Tutto da rifare: ho dovuto espiantare l’azalea, rimetterla in vaso e ripararla in zona protetta sotto il portico; dall’armadio è tornato in servizio il giaccone e di sera riattivo la stufa con gli ultimi tronchetti di legna. La pioggia, tanto urgente per l’agricoltura e le colture si fa attendere… il tempo bizzoso scombussola assai. La mia mente peregrina cerca sul calendario giorni importanti: quando la vaccinazione anti-covid? Quando la prima puntata al mare? Quando una rimpatriata con le amiche in pizzeria? Non vorrei abituarmi a questa prolungata condizione di rinuncia alla comunicazione diretta con le persone, al piacere di un abbraccio, al conforto di una stretta di mano. Invidio cordialmente Paola che abita a Nazareth ed è stata messa in sicurezza da un po’. Quando tornerà a Bassano, ce ne racconteremo delle belle… Per distrarmi da pensieri grigi, fotografo in continuazione il mio ciliegio giapponese in fiore, un vero spettacolo della natura: una “pioggia” di piccoli fiori rosa, anche leggermente profumati. Non dureranno a lungo, ma rimedierò alla loro assenza con le foto. Ancora una volta, trovo conforto nella natura, specialmente nei fiori, compagni di ogni evento umano, nella buona e nella cattiva sorte, dalla nascita all’uscita terrena. Una delle tre cose rimasteci del paradiso, di cui possiamo ancora godere.

Denise, dove sei finita?

Ci sono dei fatti di cronaca irrisolti, come quello che riguarda la piccola Denise Pipitone, sparita ben 17 anni fa a Mazara del Vallo, mentre giocava. Piera Maggio, la madre, non si è mai rassegnata e vive nella speranza di riabbracciare la figlia che oggi dovrebbe avere 21 anni. Ogni tanto spunta un avvistamento che fa presagire la risoluzione del caso. Di recente in Russia, una ragazza con tratti fisiognomici sovrapponibili a quelli della ipotetica madre siciliana, si è rivolta a un programma televisivo, dichiarando di essere stata rapita e di essere alla ricerca della madre. Sono in corso gli esami e le prove per risolvere il mistero, su cui i media intervengono molto, spesso per aumentare audience e angoscia. Non oso immaginare lo stato d’animo di mamma Piera, che da 17 anni convive con un macigno inimmaginabile. Mi è capitato a Lignano, al mare di “perdere di vista” per un paio d’ore mio figlio, allora di cinque anni. Lo avevo lasciato seduto fuori della gelateria, per comperare delle cartoline nel tabacchino di fronte. Uscita dopo pochi minuti non c’era più. Seppi più tardi… che aveva seguito una coppa di gelato e, disorientato, si era affidato a una sua ricerca personale di me nelle boutique dei paraggi dove andavamo insieme. Un incubo conclusosi abbastanza presto, con un mio pianto liberatorio e una sgridata del vigile al mio bambino, per non essere rimasto seduto in attesa del mio ritorno. Da quella brutta esperienza ho imparato che non bisogna fidarsi troppo delle raccomandazioni ai minori, che vanno osservati a vista. Anche Denise stava giocando, con tante persone attorno, familiari e conoscenti. Gira spesso il video di lei piccina che gioca… chissà che aspetto ha il mostro che l’ha rapita. Mi auguro, ovunque sia, che possa riabbracciare sua madre e dare una svolta in positivo alla sua vita. E che Piera possa porre fine alla pena straziante di non sapere che fine abbia fatto. Coraggio a entrambe, cui va tutta la mia solidarietà di donna e di madre.

Insolita Pasquetta

Quando l’ortopedico mi ha dato l’appuntamento per l’infiltrazione di acido ialuronico all’anca per il giorno di Pasquetta, quasi ho gioito. Ho pensato:”Almeno faccio un giro per motivi di salute, in zona rossa!”. Detto, fatto. Copro i 33 km del percorso da Castelcucco a Feltre, sia all’andata che al ritorno, in quasi solitaria: strada libera, poche auto, tutte di corsa, il che mi fa supporre che nessuno sia al volante per un viaggio turistico. Anche l’ospedale sembra abbandonato, senza via vai di operatori sanitari e visite ai parenti. Il parcheggio pressoché libero. Mi precedono tre persone in sala d’attesa. Il dottor Guido Mazzocato, col solito rassicurante sorriso mi introduce in ambulatorio, dove mi trattengo il tempo necessario per la pratica, indolore e molto utile nel mio caso. La rigidità motoria rimane, ma non ho male. Posso convivere col problema ancora per un po’, tenendomi il “pezzo originale”, l’anca artrosica finché non peggiora. Quando esco dall’ospedale Santa Maria del Prato, individuo in uscita delle bellissime siepi di pesco selvatico (pirus) lungo il passeggio pedonale che congiunge i due ingressi: pane per i miei denti, devo fotografarle. Peccato che non possa riprodurre il laborioso lavorìo delle api, in solerte attività. Il colore dei fiori è un toccasana per la vista, un piacere che rilassa e distende i nervi, praticamente una cura extra a portata di mano. Salgo in macchina con l’umore in crescita. È stata una benedizione sottopormi alla cura conservativa nel giorno di questo silenzioso lunedì di Pasqua. Grazie all’ortopedico, il dottor Guido Mazzocato che ci ha visto giusto!