Oggi san Rocco. Non potevo dimenticare questa data, perché era il compleanno di mio padre e perché oggi compie gli anni Lina, cui rinnovo gli auguri. Curioso che Rocco di Montpellier (1346/1350 – 1376/1379), pellegrino e taumaturgo francese, patrono di numerose città e paesi, di emarginati, ammalati, farmacisti, volontari… cani, sia pure protettore delle ginocchia e delle articolazioni: perciò fa anche al caso mio, in questo periodo afflitta dall’artrosi. Quando abitavo a Possagno, era bello il giorno di san Rocco salire sull’omonimo colle a fianco del Tempio, dove si riversava parte del paese, per stare in compagnia e assistere alle funzioni religiose in onore del santo. Per l’occasione, si poteva anche pranzare con piatti tradizionali elaborati sul posto, in un contesto di accogliente convivialità. Era l’occasione per conoscere o rivedere qualcuno, che sceglieva il colle di san Rocco per una giornata di festa. Ma anche in solitaria, era un posto ideale per stare in compagnia di se stessi, meditare, rilassarsi. Da oltre vent’anni abito a Castelcucco e, giocoforza ho adottato altre abitudini. Ignoro se lassù oggi si festeggi, indagherò. Comunque il colle è sempre là, anticipato dal profilo di cipressi che sottolineano la Via Crucis, per chi ha gambe e voglia di raggiungere a piedi il pianoro, che si raggiunge comodamente anche in macchina. Dato che la pandemia non è ancora risolta, credo che una raccomandazione al santo del giorno non sia fuori luogo. Magari inoltrata dopo aver fatto il proprio dovere di cittadini responsabili.
Autore: Ada Cusin
Il mio ferragosto
“In compagnia di noi stessi, in veranda o sotto la pergola… all’ombra” è il raffinato programma di un’amica che ama il bello, disseminato ovunque, a saperlo vedere. Mi è bastato questo pensiero per dare una svolta al mio giorno di festa, nel cuore dell’estate. Ho steso pochi panni sui tronchi orizzontali della pergola che mi fanno effetto gazebo; quasi distesa su due sedie di bianco metallo, provo a stendere due pensieri per il post odierno. Un moscone mi sfreccia sopra la testa, qualche foglia secca del ciliegio scricchiola al passeggio del cane. Per radio, un conduttore chiedeva agli ascoltatori se sia opportuno fare gli auguri di buon ferragosto, così equiparato a Natale e Pasqua… mi sembra una domanda stonata, nel senso che un sentito buongiorno, a mio dire può bastare. Il punto è un altro: cos’è veramente importante, da augurare che ci sommerga? Parlo per me, ovviamente: salute, serenità, sogni pochi e coltivati, tipo scrivere, amicizie selezionate, spazio dove muovermi liberamente. È quasi mezzogiorno, l’aria diffonde una nota di carne ai ferri… qualcuno si concede un pranzo coi fiocchi, probabilmente in lieta compagnia: anche questo è un piacere da considerare per il benessere fisico, quando rientra nelle abitudini. Ma prevale la serenità interiore, frutto di una ricerca paziente e complessa. Buon ferragosto a tutti!
Vigilia di ferragosto
Mi dà un po’ fastidio chi mi chiede cosa faccio a ferragosto…sembra obbligatorio fare chissà che o andare chissà dove, in tempo ancora di emergenza sanitaria. Senza contare che c’è chi lavora ed è sempre in prima linea, come le forze dell’ordine e gli ospedalieri. Per completezza, va considerato che il 15 agosto è anche la festa di Maria Assunta. Comunque non mi imbarazza rispondere: a casa, tappata dentro se la temperatura si mantiene hot, con sosta sotto la pergola di glicine, di mattina presto e dopo le venti. Niente grigliate o scampagnate, cui peraltro non sono abbonata. Per scelta e per necessità, le mie feste sono legate al recupero delle energie psico-fisiche. Se mi sostiene la vena, scrivo qualcosa, oppure leggo. Forse faccio un dolce, ma solo se ho tutti gli ingredienti sottomano. Di prima mattina faccio gli auguri di buon compleanno a Paola, a metà mattina vado a sorseggiare il caffè da Lucia, alle undici telefono a Martina… poi si vedrà. Mi mancano alcune persone che non ci sono più, aspetto di conoscerne altre. Il blog è come una piazza privata dove mi confesso e condivido emozioni. C’è chi entra e chi esce, in totale libertà. Se qualcuno vuole farmi compagnia, prego si accomodi e dica la sua: non si vince niente, ma si può scoprire che è bello condividere. Intanto anticipo buon ferragosto, secondo i propri desideri.
Addio a Gino Strada
A caccia di notizie sul web, incappo nella seguente: È morto Gino Strada. Il fondatore di Emergency aveva 73 anni. Laureato in Medicina e Chirurgia, specializzato in Chirurgia d’Urgenza, nel 1988 si indirizza verso la cura delle vittime di guerra. Tra il 1989 -1994 lavora con il Comitato internazionale della Croce Rossa in varie zone di conflitto: da questa esperienza nasce l’ONG Emergency, fondata insieme alla moglie Teresa Sarti e a un gruppo di colleghi. Dalla sua fondazione alla fine del 2013, ha fornito assistenza gratuita a oltre 6 milioni di pazienti in 16 paesi del mondo. Che dire? Le cifre parlano da sole. Mi spiace che sia mancato un uomo speciale, un’icona del volontariato. Abituata a vederlo in tivù gli anni passati, ho più volte dato il mio obolo per la causa a favore delle vittime di guerra, molti bambini. A scuola, nell’antologia c’era una sezione riservata a questo argomento, che non lasciava indifferenti i ragazzi. A Bassano abbiamo anche visto una mostra fotografica sul tema, efficace anche più delle parole. “Lascia un vuoto enorme, che non si potrà colmare. Salutiamo un uomo che si è battuto senza sosta per i diritti e la giustizia, in tutto il mondo”, è il messaggio del quotidiano il manifesto che condivido. Leggo che era in vacanza in Normandia, il che mi fa pensare che non fosse ammalato: una dipartita improvvisa per un viaggio verso l’infinito.
Fatalità o negligenza
Nella Cronaca del Corriere del Veneto mi colpisce la morte in piscina comunale a San Pietro in Gu di Christian Menin, che avrebbe compiuto sette anni il prossimo Natale. L’ipotesi di reato è omicidio colposo per omessa vigilanza del minore. Il pubblico ministero si pone una domanda che mi pongo anch’io: Fino a che punto deve arrivare lo sguardo vigile di un bagnino – in questo caso una ragazza 22enne – e fino a che punto quello dei genitori? Il piccolo Christian non indossava i braccioli e neanche il salvagente e si era allontanato per giocare con un bambino più grande di lui. Quando facevo l’insegnante, erano perfino ossessivi gli inviti a vigilare i ragazzi durante la ricreazione, pena “multa in vigilando” e mi riferisco ad adolescenti tra gli 11 e i 14 anni, in grado di badare a se stessi (quasi). Nel caso di bambini di età prescolare o giù di lì, non ho esperienza diretta, ma ho già confidato in un precedente post di aver perso mio figlio al mare, per un paio d’ore, quando aveva circa l’età di Christian: un’esperienza terribile, per fortuna conclusasi bene. Dovetti ricredermi sulla certezza che non si sarebbe allontanato da dove l’avevo lasciato per pochi minuti. Invece accadde. Da allora non mi sono più fidata e gli sono stata col fiato sul collo, senza delegare ad altri la sua incolumità. Per dire quanto sia totalizzante il ruolo del genitore e quanto sia facile delegarne ad altri la responsabilità, quando accade una disgrazia. Mi ricordo uno scioglilingua di mia madre, in dialetto, il cui significato era: chi li ha fatti se li tiene. Qualcuno potrebbe obiettare che, così facendo, si crescono creature ansiose e tristi. Può darsi, ma su quelle vive si può sempre intervenire, se la disgrazia, per fatalità o negligenza, non ci mette lo zampino.
Giardinaggio
Stamattina, pulizia del giardino: sfoltimento glicine, rametti basali del nocciolo, cimatura ortensie cresciute a dismisura, erbe infestanti, tappeto erboso di oltre un mese… un lavoraccio che io ho solo preventivato e commissionato a Reginaldo, un altro mio compagno di scuola. Abituato ai lavori in campagna, di poche parole e pieno di energia, solo lui riesce a mettere in moto la vecchia tosaerba che lavora ancora bene, meglio di quella a rapida accensione che ho comperato per aggirare il problema. Avere un giardino conforta ma richiede anche dispendio di tempo ed energie: non mi lamento, anzi preferisco lo scoperto alle mura di casa. Tuttavia non nego che mantenerlo in ordine è un impegno non da poco. In tarda mattinata, quando Reginaldo ha raccolto lo sfalcio, annessi e connessi in un enorme sacco, ha faticato ad inserirlo nel bagagliaio della sua auto da battaglia, per portarlo nell’oasi ecologica oggi aperta. Tre ore abbondanti di duro lavoro hanno trasformato la zona verde da quasi campo a tappeto erboso rasato e profumato, dove il vecchio cane può rotolarsi contento. Tra un mese l’operazione andrà ripetuta. Finché durerà la canicola, potrò godere del giardino all’alba e dopo il tramonto. Nell’aiuola di metallo bronzato, tra gli steli degli iris è sbocciato un gladiolo rosso che sembra un inno all’estate. Vorrei portarlo in casa, ma è l’unica nota colorata di questi giorni assolati. Perciò lo fotografo e lo lascio dov’è nato, come regalo della natura generosa anche in tempi “di fuoco”.
Tra le righe oltre le rughe
Metti tre giovani anziane in un caldo pomeriggio d’agosto: potrebbe essere l’inizio di un racconto, con trama da definire strada facendo. Invece è la realtà: trascorrere due ore in piacevoli conversari con due compagne del liceo diventate amiche mi sembra un esordio interessante. Il tempo è un galantuomo e restituisce frutti insperati. Da studentesse non c’era competizione tra noi, ognuna presa dall’impegno scolastico, ma nemmeno un grande afflato. Credo non ci fosse neanche il tempo di frequentarci, dopo la scuola, tempi duri al liceo classico. Poi le scelte di vita, con investimenti affettivi e professionali. Ora finalmente la pensione, con spazi da riempire a discrezione e a piacere, tempo da dedicare anche al recupero delle frequentazioni passate e scoprire che è bello stare insieme, a parlare di tutto e di niente. Attenzione, non siamo fuori di testa, anzi alla testa anteponiamo il cuore e la rete affettiva si fa più solida. Due ore passano veloci. Fuori è caldo ma in salotto si sta bene, con acqua fresca e gelato ricoperto. Ho messo i baci di dama portati in dono in frigorifero perché la cioccolata non si coli… ma sono presa dalla conversazione e mi dimentico di tirarli fuori. Prima del congedo, conduco le mie amiche in giardino che non è al top, causa troppo caldo. Però la pergola del glicine ci accoglie per uno scatto dove leggo tra le righe e oltre le rughe, quant’è bella l’amicizia!
National Women’s Day
A proposito di feste e ricorrenze cui attingo in internet, per scegliere l’argomento oggetto del mio post odierno, oggi è il National Women’s Day, la giornata nazionale della donna in Sudafrica. Fu istituita nel 1994, per commemorare una marcia di protesta di donne, tenutasi nel 1956. Tra l’altro coincide con la Giornata mondiale dei popoli indigeni (di proposito evito di parlare della bomba atomica su Nagasaki), il che mi consente di fare una considerazione generale sul contributo delle donne di qualunque parte della terra alle Olimpiadi appena concluse: 10 ori, 10 argenti e 20 bronzi autorizzano ad almanaccare sul 2020 della XXXII Olimpiade di Tokyo che ho seguito in parte sullo schermo. Leggiadre le Farfalle della ginnastica ritmica, una libellula Vanessa Ferrari nel corpo libero… ma Irma Testa mi ha veramente impressionato: sia per la specialità, pugilato femminile, oro mai conquistato prima, sia per la provenienza: Torre Annunziata, dove a 14 anni è uscita di casa, masticando poco italiano per sua stessa ammissione. Tra l’altro una bella ragazza, come potrebbe esserlo la vicina della porta accanto, capelli lunghi neri, sguardo espressivo, quando nell’immaginario collettivo si potrebbe ipotizzare un donnone forzuto. Ho letto qualcosa sulla vita di questa giovane atleta che deve aver mandato giù diversi rospi, per cui mi fa particolare simpatia e condivido l’entusiasmo che le viene tributato. È un esempio della tenacia e dello spirito di sacrificio delle donne, se mai ce ne fosse bisogno. Anche fuori delle competizioni sportive, le donne hanno coperto chilometri di fatiche e hanno saputo rialzarsi dopo traumatiche cadute. Mi basta pensare a certe vedove di guerra che hanno allevato da sole parecchi figli, costrette a caricarsi di pesi destinati ai compagni. Qui mi fermo per non diventare patetica, ma ammiro molto la forza delle donne, costrette nel passato a esprimersi solo entro le mura di casa. La mia non è una posizione da femminista (esistono ancora?) ma da osservatrice della realtà circostante, che risulta molto piacevole quando maschi e femmine interagiscono allo stesso livello. Riconoscendo il dovuto a chi, per tanto tempo è stato sottovalutato.
Giornata Internazionale del Gatto
Oggi giornata internazionale del gatto, anche se non coincide con altra data – il 17 febbraio – proposta da altri siti. Parlo volentieri del mio animale preferito, di cui ammiro molti aspetti: il carattere indipendente, la flessuosità dei movimenti, l’agilità, lo sguardo… sì, confesso ne sono “innamorata”, ritengo che sia anche un animale fedele, se è lui che ti conquista. Nella mia vita ho avuto molti gatti e la mia simpatia felina parte da lontano, documentata da una foto che mi ritrae di pochi mesi mentre tiro la goda a un micetto. Poi è stato un crescendo di ammirazione e di relazione, estese anche a cani e canarini che hanno vivacizzato la vita familiare. Da adulta non è venuto meno il feeling felino, che perdura tuttora. Ricordo con particolare affetto Briciola e Sky, soriani tigrati di grande conforto, la tenera Puma mancata a gennaio, la persiana Micia, vissuta con mia madre e poi con me, Minù, Ciuffetto d’oro, Bianchino, Grillo… l’elenco è lungo, come la gratitudine che meritano. Attualmente mi fa le fusa, quando crede, Grey, tigrata, cinque anni, mai sazia, molto intelligente, spirito libero. Di media ne avevo tre che si strusciavano sulle gambe, e intendo ripristinare il numero, attingendo alle prossime cucciolate. Per fortuna, non sono sola a coltivare l’attenzione per i gatti e diverse mie conoscenti sono gattofile: il che rappresenta un valore aggiunto alla nostra amicizia. Grazie a loro e grazie ai gatti la vita mi è più gradita.
Siamo anche speciali
Noi Italiani siamo speciali nelle situazioni eccezionali. Gli Inglesi ci sottovalutano ma questo per noi è un vantaggio. Dovremmo diventare normali…. questo in sintesi è il pensiero di Beppe Severgnini che commenta la sconfitta degli Inglesi a Wembley contro l’Italia poche settimane fa. Per ritorsione, pare che da allora siano crollate le prenotazioni nei locali che forniscono pietanze del Belpaese, crollate di quasi il 60 %, pizza compresa., diventate indigeste come la rete di Leonardo Bonucci e le prodezze del portiere. Mi ero fatta un’idea diversa degli Inglesi, ma se è andata davvero così, mangino pure “fish and chips”, pesce e patatine. Mi spiace che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non sia stato adeguatamente omaggiato dal principe William… da signore qual è avrà fatto buon viso a cattiva sorte, perché “Se l’invidia fosse febbre, tutto il mondo l’avrebbe”, diceva mia nonna. All’evento sportivo di sopra, si aggiunge ora l’oro azzurro nella 4 x 100 a Tokyo 2020, che produce l’esclamazione “Not Italy again!”. Se il successo azzurro fa rumore, mi fa un certo effetto riflettere sulla frase di Severgnini, che siamo speciali nelle situazioni eccezionali, perché credo contenga molto di vero. Basta pensare a quanto successo durante il terremoto, oppure durante altre calamità, piuttosto frequenti a casa nostra. Ma anche altrove, a ben vedere: incendi, alluvioni, crolli… ce n’è per tutti! Sarebbe un gran bene che la risposta eccezionale diventasse normale. Sembra un gioco di parole, invece contiene un suggerimento operativo salutare, che per risposta ha la sicurezza, nostra e altrui. A buon intenditor poche parole.
