Gli esami non finiscono mai

Maturità in presenza, dopo due anni di variante causa pandemia, per oltre 500.000 studenti italiani, comprese le ultime mie allieve, tra cui Arianna e Martina, già brave al tempo delle Scuole Medie. Quando io sono andata in pensione, loro erano in prima media ed ora stanno per lasciare le superiori, che sono anni duri di formazione. Per quanto mi riguarda, al penultimo anno del Liceo Classico, in seconda superiore ebbi una crisi: mi sentivo oppressa da versioni di greco, latino…mi attraeva la letteratura, affrontavo con piacere il compito di Italiano, ma la mole di studio era notevole. Mi piaceva fare bene, non mi interessava emergere. Il tempo non ha cambiato i miei gusti, cui ho aggiunto l’attrazione per il bello e l’arte. Credo di sfruttare oggi ciò che ho seminato, perché il piacere di scrivere colora le mie giornate ed è l’attività che più mi rappresenta. Mi piace occuparmi anche di gatti e di fiori, ma è quando scrivo che mi libero e sono felice di condividere il mio articolo quotidiano sul blog. Dopodomani presento il mio ultimo lavoro di narrativa, dedicato al mio maestro di quinta elementare Enrico Cunial, DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI, con la speranza che la comunità risponda. Sto pensando al prossimo impegno, il tredicesimo, un numero che mi attrae; chissà che mi porti bene, magari nella veste di un editore. Quanto alla ‘maturità’, vorrei confortare gli studenti e dire che ce ne vuole a iosa…per affrontare gli incerti della vita. Ma se la semina è fatta col cuore, prima o dopo qualcosa si raccoglie. Come capita a me. Urgono però pazienza e un pizzico di fortuna, ricordando ciò che diceva Eduardo De Filippo, nella commedia “Gli esami non finiscono mai”. In bocca al lupo e sorridete al futuro!

Disgrazia estiva

Da ragazza sono stata qualche volta al Piave, per prendere il sole, ma sono sempre stata piuttosto recalcitrante ad entrare in acqua, fredda e corrente. Un volta mia sorella ci gettò il cane, un cocker fulvo perché si rinfrescasse: si buscò mezza polmonite, curata con gli antibiotici. Sul pietrame dov’ero distesa, mi ‘visitò’ un insetto che mi punse, lasciandomi una cicatrice sul braccio, rimasta per molto tempo. Piccoli incidenti che mi hanno allontanata dal greto del fiume. Da allora preferisco la piscina, se non posso andare al mare. Anzi, la spa delle Terme, per precisione, benessere sicuro e garantito. Sto contando i giorni per tornarci, in compagnia di Adriana e Lucia. La premessa, per introdurre la disgrazia successa ai fratelli Fallou e Bassirou Bop, 14 e 18 anni morti annegati nel Piave, a Fagarè di San Biagio di Callalta. Il più grande, soccorrendo il più giovane in difficoltà, ci ha rimesso la vita. Una nobile azione, una tragedia. Già ai miei tempi, la ‘spiaggia” sul Piave era considerata un’alternativa a quella di sabbia di Jesolo, Caorle o Bibione. Nel mentre, arrivati gli immigrati, si è estesa anche al loro godimento. I due fratelli senegalesi hanno raggiunto il posto in bicicletta, insieme con un fratello 13enne e a degli amici che hanno assistito impotenti alla duplice disgrazia. Non dovrebbero succedere queste cose e si dovrebbero rispettare i divieti di balneazione. Il fiume è infido, anche se pare in secca per la grande siccità. L’estate scorsa era successo un delitto a danno di una ignara ragazza, una barista che prendeva il sole. Pare che non ci sia zona sicura, nemmeno nelle spiagge dei nullatenenti in cerca di un angolo di frescura. Troppo caro il costo di una sbadataggine. Mi spiace tanto per le due giovanissime vittime, ma anche per il loro padre/madre, in Italia da tanto tempo dove hanno trovato casa e lavoro. Ma hanno perso in un sol colpo due dei cinque figli.

Sulla gentilezza

A inizio settimana è bello leggere qualcosa di incoraggiante, come mi capita imbattendomi in una pagina dedicata alla gentilezza. La trovo sul Corriere, a pag. 19, col titolo “5 odi alla gentilezza” che per un attimo mi disorienta per la parola ‘odi” ma mi riprendo subito, capendo di cosa si tratta: Festival delle relazioni pubbliche, organizzato a Venezia dall’ Inspiring PR. Sono riportati cinque punti di vista sulla convenienza dei bei modi, sintetizzati dai titoli che equivalgono ad altrettanti consigli. Vale la pena riportarli: “Antidoto alla sofferenza” (Giovanni Albano), “Imparate a dire dei no empatici” (Annamaria Anelli), “Anche le città siano più gentili” (Daniel Lumera), “È una forma d’arte che salva il mondo” (Giorgia Madonno), “Un punto di forza su cui lavorare” (Emma Ursich). Mi concentro sul primo articolo e dico che la gentilezza è un antidoto alla maleducazione piuttosto galoppante, in buona compagnia di arroganza e talora di prepotenza. Con l’età sono diventata più selettiva e cerco di frequentare negozi, bar, farmacie…dove il personale è gentile per natura, non per dovere. Mi rammarica vedere talvolta persone scorbutiche a contatto col pubblico. Ritengo di non essere maleducata, ma confesso che in certe situazioni, quando conviene indignarsi mi riesce difficile essere gentile. Non sono per il formalismo di facciata e bado alla sostanza dei comportamenti. Tornare a recuperare qualcosa degli anni passati – intendo Cinquanta/Sessanta – non sarebbe male. Consumati cappuccino e croissant, esco dal bar dubbiosa su cosa scrivere nel post. Una donna, presumo musulmana per il velo, l’abito lungo e nero incrocia il mio sguardo e mi sorride. Ecco, un atto di gentilezza gratuita sul mio percorso. Dovrò replicarlo.

Provando e riprovando

Per un errore di digitazione, è partito un avviso non destinato al blog, di cui comunque approfitto per raccontare un po’ il dietro le quinte di un’opera letteraria. Ragione aveva l’editore che diceva, al fine di promuoverla, di mettere in preventivo almeno altrettanto tempo servito per produrla. Confermo in pieno. Ho iniziato la primavera scorsa a buttar giù le prime pagine del lavoro concluso a marzo, per quel che riguarda la stampa e l’uscita dell’opera…ma ben prima mi ero attivata per fare le domande di patrocinio per presentarlo ai tre Comuni coinvolti di Castelcucco (dove abito), di Cavaso e Possagno (dove ho abitato) in un periodo ancora assillato dal covid. Ammetto che non è stata una passeggiata, anche in relazione ai dubbi su come si sarebbe…defilata la pandemia. Inoltre la tipografia ha ritardato la consegna delle copie, per mancanza di carta, effetto collaterale – vero o presunto – della guerra russo-ucraina scoppiata a febbraio. Non tutte le Amministrazioni sono sollecite nel rispondere alla richiesta di un incontro con l’autore, talvolta ho dovuto ripetermi, concretizzando il motto dell’Accademia del Cimento “Provando e riprovando”. La fase finale, con la distribuzione del materiale promozionale è eccitante all’inizio, stressante durante, debilitante alla fine. Perciò avrei bisogno di un agente letterario che si adoperasse al posto mio, se non troverò’ l’editore giusto, nel senso che dovremmo piacerci a vicenda. Scrivere è il mio impegno quotidiano e la mia cura. Non credo che smetterò a breve, perché è un’attività per me salutare. Ufficialmente mi sto esercitando dal 2008, quando diedi alle stampe ‘C’era una volta l’ostetrica condotta’, dedicato a mia madre. Sto pensando al prossimo, numero 13, che sarà un romanzo. Per oggi mi fermo qui. Buon pomeriggio a tutti! 🌻

Incontro con l’autore

Gentili lettori ed ex alunni del maestro Enrico Cunial, soprattutto quelli nati nel 1962 (come da foto di classe che farò vedere) Venerdì prossimo 24 giugno presenterò il mio ultimo lavoro letterario DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI, nella Casa delle Associazioni, ex Scuole Elementari di Possagno, ore 20.30. Spero che si attenui il caldo di questi giorni e che possiamo trovarci per trascorrere una serata in buona compagnia, ricordando gli Anni Sessanta/Settanta, quando il maestro Enrico Cunial, alias Rico Croda insegnava alle Scuole Elementari, lasciando l’impronta di una didattica severa ma umana. Io lo ebbi come maestro soltanto in quinta elementare, a Cavaso-Pieve, ma è stato il pigmalione che ha fatto emergere la mia attitudine a scrivere. Perciò si meritava che gli dedicassi un’opera, anche se lui è stato importante per Possagno, avendo rivestito vari ruoli. Nel libro sono riportate testimonianze di ex alunni, foto, documenti professionali e militari di quando fu soldato in Albania. Il tutto si legge facilmente in un paio d’ore. Vi aspetto numerosi, Arrivederci! Ada

Importanza dei buoni esempi

Ero stata in gita a San Marino tanti anni fa, in corriera insieme con Marcella. Giunge da San Marino una bella notizia, di quelle che tirano su il morale: un ragazzino 12enne tedesco scrive una lettera a mano di scuse al titolare di un negozio dove furtivamente aveva sottratto un ovetto Kinder. Allega dieci euro (in realtà la lettera viene scritta dal padre dalla Svizzera, come apprendo cercando la foto di riferimento. Ma questo aggiunge valore all’atto, perché indotto dal genitore). Il negoziante, sorpreso – e abituato alla sottrazione di patatine e dolciumi vari – rende nota la storia che dovrebbe fare da esempio. Per fortuna succedono ancora queste cose, che come un raggio di sole illuminano un panorama burrascoso. Col caldo che non lascia la morsa, l’aggressività cresce e le buone maniere sembrano relegate nel libro Cuore. Mi unisco anch’io al plauso per il ravvedimento del giovane ladruncolo che può contare su un buon genitore, cosa non scontata. Voglio sperare che anche tra i suoi coetanei, in visita nel Belpaese ci sia stato chi ha avuto il coraggio di dissociarsi e farlo ravvedere. Perché la civiltà è trasversale. Ce ne sono a bizzeffe esempi di buoni comportamenti, solo che sono quelli negativi a tenere banco, forsanche per una nostra predisposizione a piangerci addosso. Gradirei essere contraddetta! Del resto gli errori servono per migliorare. Se si comincia da giovani a chiedere scusa, ci sono buone possibilità di…raddrizzare le piantine, come dice il mio amico Gianpietro. Dopo la lunga pausa pandemica, ci sarà un grande lavoro da fare, per recuperare socialità e rapporti personali affievoliti. I buoni esempi sono un ottimo viatico.

È ora di fare luce

“Sono come una barca alla deriva nell’oceano”, parole toccanti di ‘Mario’, in realtà Federico Carboni, 44 anni, il primo caso di suicidio assistito in Italia. Ha lasciato una lettera per congedarsi prima di essere “finalmente libero di volare dove voglio”. Giuro che mi costa scrivere riguardo un argomento tanto doloroso come quello del fine vita, ma lo faccio da libera cittadina, augurandomi che i politici ne discutamo una volta per tutte, senza nascondersi dietro a un dito, come fatto finora. Da Eluana Englaro ne è passato di tempo, però manca la legge sull’argomento ed è addirittura stato inabissato il referendum al riguardo. Ovvio che parlare di morte non sia piacevole, ma nemmeno scaricare situazioni di indicibile e irresolvibile sofferenza. Esempi ce ne sono, purtroppo, senza contare che l’ultima vittima ha dovuto sborsare € 5000 per la macchina che gli ha somministrato il farmaco per andarsene…incredibile! Eppure l’uscita di scena non è un argomento nuovo, ne parlavano addirittura gli antichi. Vado a braccio e cito il De Senectude (Sulla vecchiaia) di Seneca, di cui riporto una frase, curiosamente stampata su una tovaglietta del ristorante Santo Stefano a Bibione dove soggiornai anni fa: “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Ecco, il punto dolente è la mancanza di consapevolezza, ignorare ciò che potrebbe accadere: magari comprensibile se si tratta di un giovane con tutta la vita davanti…ma non se coincide con la delega del legislatore (pagato da noi) che mette la testa sotto la sabbia, perché l’argomento scotta. Abbiamo tutti lo stesso destino, da percorrere su strade per alcuni comode, per altri accidentate. Il Faro che dovrebbe illuminarci nelle situazioni di emergenza è ostinatamente spento. È ora di fare luce.

Vecchiaia

Dopo le 23 (ieri sera) sto per andare a letto quando mi colpisce un messaggio lasciato in segreteria della trasmissione CHI L’HA VISTO? (in onda dal 30 aprile 1989) di Santina, 84 anni, ‘parcheggiata’ in un ospizio nel padovano dalla figlia che non sente ragioni di farla rientrare a casa: costerebbe troppo affiancarle delle badanti… inoltre l’anziana sarebbe una manipolatrice… L’accorato messaggio ha avuto un seguito e la trasmissione, condotta da decenni dalla garbata Federica Sciarelli invia un giornalista ad intervistare la signora, che risulta lucida e curata, sebbene in sedia a rotelle, compatibile con l’età. Viene anche sentito il fratello più anziano, che si offre come mediatore per la migliore risoluzione del caso. Il grande desiderio di Santina è di morire a casa sua e non in un luogo che paragona a un manicomio (riferito alle esternazioni di ‘ospiti’ con problemi di demenza). Si sa che la casa è il rifugio per eccellenza degli Italiani. Se sono soli, ancora di più. Non so quali dinamiche stiano sotto al rapporto madre-figlia che si intuisce non armonico. Penso a mia madre, che ha voluto starsene orgogliosamente da sola, meno che negli ultimi due mesi di vita, uno dei quali trascorsi a casa mia dove l’ho assistita. Una mia vicina, ancora autonoma ha preferito una struttura protetta piuttosto che stare da sola. Conosco diverse persone in là con gli anni, che rifiutano l’aiuto dei familiari e sono seguite con discrezione dai Servizi Sociali che non risolvono il problema ma almeno lo contengono. Suppongo che farsi carico di un anziano sia molto impegnativo, specie se affetto da patologie complesse. Siamo il popolo più longevo, in compagnia del Giappone; l’ultima fascia d’età merita particolari attenzioni sia dal privato cittadino che dalle istituzioni. Infine ritengo sia un diritto congedarsi dalla vita in maniera serena, secondo i propri desideri.

Cronaca troppo nera

“Al peggio non c’è mai fine” è un proverbio che oggi introduce la mia riflessione sulla morte della piccola Elena – nome portato da molte regina, a partire da quella legata alla guerra di Troia – , tolta di mezzo dalla sciagurata madre che aveva inscenato un rapimento per la sua scomparsa. Sarebbe stato il male minore, nel senso che avrebbe potuto avere un esito diverso. Sono rimasta di stucco nel sentire che 500 minori sono stati soppressi dai genitori, spero si tratti di una bufala. Ma non siamo, noi adulti italiani considerati mammoni? Vero che la sventurata è giovanissima, 23enne ma l’amore materno dovrebbe sconfinare oltre l’immaginazione, sebbene ferito dal fallimento della relazione col padre della piccola. Una marea di alternative potevano essere seguite senza arrivare a un gesto contro natura, anche se in questo caso credo che abbiano lavorato tanti sentimenti negativi, compresa la gelosia nei confronti della nuova compagna del padre della piccola Elena, cinque anni di stupore e di bellezza. L’altro ieri ho parlato di un padre ammazzato dal figlio, oggi di una figlia uccisa dalla madre: sono desolata! Temo che l’istituto familiare, in crisi di suo abbia bisogno di energici sostegni per non sbriciolarsi alla luce di questi drammatici fatti. Non oso immaginare come si sentano il padre, la compagna, i nonni…perfino la maestra d’asilo che ha consegnato la bambina ignara e felice alle braccia della madre, che pare avesse pianificato quello che poi è successo. Uno dei peggiori fatti di cronaca nera. Non ho altro da aggiungere. La mestizia è immensa.

Basta clausura

Sul Corriere odierno leggo a pag. 26 l’articolo: “Basta clausura” E le suore di Leopoli aprono ai profughi. Quanto narrato mi riporta a un paio di uscite didattiche effettuate anni addietro con gli studenti della scuola media di Castelcucco, rispettivamente all’Abbazia di Praglia a Teolo (PD) e al Santuario dei Santi Vittore e Corona ad Anzù (Feltre), luoghi dell’anima non distaccati dal mondo. Promotrice Roberta, la solerte collega di Religione. Ricordo che ero un po’ sulle spine all’idea di visitare un luogo destinato essenzialmente alla preghiera e al silenzio, ma mi ricredetti in fretta, apprezzando sul campo la laboriosità dei confratelli. Succede anche nell’antico convento benedettino di Leopoli dove 30 sorelle dai 24 ai 92 anni distribuiscono la giornata tra 8 ore di preghiera, 8 ore di lavoro e 8 ore di riposo. Molte ricamano, alcune dipingono icone. Lo afferma la madre superiora Suor Serafina, precisando che: “Abbiamo smesso di ricamare e ci siamo dedicate alle conserve”, dopo che hanno messo a disposizione dei pellegrini – ma sarebbe più opportuno chiamarli profughi – la cripta e i sotterranei come rifugio antiaereo durante la guerra russo-ucraina in corso, allestendo letti ovunque, nei corridoi e in refettorio. È commovente la sollecitudine di queste suore che hanno accantonato il voto di solitudine per aiutare i bisognosi, nella convinzione che: “Quando l’umanità piange, noi dobbiamo agire”, persuase che anche Papa Francesco approverebbe. Queste suore mi piacciono proprio: umane, altruiste, generose…in grado di reinventarsi, senza farsi prendere dal dubbio di contraddire la regola. Le immagino come sorelle combattenti, molto vicine allo spirito di quel grande rivoluzionario che è stato San Francesco d’Assisi. Nella migliore tradizione del Vangelo.