Il Bacanal del Gnoco

Il Bacanal del Gnoco è il Carnevale di Verona di cui sento parlare per televisione. Pare il carnevale più antico d’Europa e affonda le sue radici nel tardo medioevo, quando il medico Tomaso Vico lasciò nel testamento l’obbligo di distribuire ogni anno alla popolazione di San Zeno viveri ed alimenti: pane, burro, formaggio e farina per preparare gli gnocchi nel giorno del venerdì grasso, l’ultimo venerdì prima della Quaresima, chiamato Venerdì Gnocolar. Nel 1531 vi fu una grave carestia che provocò l’aumento del prezzo della farina e conseguenti disordini, superati con la nomina di una commissione di cittadini facoltosi – tra cui il medico Tomaso Vico – che provvide all’acquisto e alla distribuzione di grano e farina. Una bella storia che unisce folclore a tradizione. Ogni anno la sfilata si apre con la maschera che rappresenta il quartiere di San Zeno (dove si trova l’omonima Basilica), il Papà del Gnoco, seguito da altre maschere come il Duca de la Pignata e il Duca de la Pearà, insieme con i carri allegorici. Ecco, io non sono attratta dalle feste in maschera, però trovo interessanti quelle che fanno riemergere belle storie, come quella che mi ha offerto l’argomento del post odierno. Tra l’altro, dato che mangiare bisogna, condirlo con un po’ di storia lo rende ancora più saporito. Gli gnocchi sono un primo piatto fantastico, specie se fatti in casa. Anni fa, ho avuto il piacere di vedere Gentile, una vicina all’opera – mamma di Marcella – a cui ho fatto anche un breve video. Con l’entusiasmo di una scolaretta, partecipai a una lezione culinaria d’alto livello e appresi anche il nome di parole dialettali che ignoravo, tipo panara, tavola di legno dove si impasta il composto di acqua e farina. Gentile mi offriva anche un ottimo caffè in una tazzina bianca e blu, non di rado accompagnato da una fetta di torta di mele (specialità questa del marito Carlo). Ecco, grazie al Bacanal del Gnoco ho recuperato un momento piacevole del passato, il che per me corrisponde a una festa.

Amico a quattro zampe

Il 17 febbraio è la Festa Nazionale del Gatto, nata nel 1990 e celebrata in vari paesi, per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’adozione dei gatti, animali tra i più diffusi al mondo, tanto che se ne contano 650 milioni circa tra randagi e di appartamento. In Italia superano i 7,5 milioni. La patrona dei gatti è Santa Gertrude di Nivelles, monaca benedettina del VII secolo che amava molto questi animali abili cacciatori di topi, ai tempi portatori di gravi infezioni, contro le quali veniva spesso invocata. Da gattofila qual sono, tratto volentieri questo argomento. La mia vita è andata di pari passo con quella dei felini che si sono alternati per casa, anche le prime foto in bianco e nero mi ritraggono mentre tiro la coda a un gattino: c’è stato subito un feeling, cresciuto nel tempo. Loro, gli amici a quattro zampe hanno accompagnato tutti i momenti salienti della mia vita e a loro va la mia gratitudine. Briciola, Sky, Puma, Micia… gli ultimi di una lunga schiera cui ho dedicato giustamente delle poesie. Come hanno fatto i poeti Umberto Saba, Charles Baudelaire e altri che consideravo a scuola quando insegnavo. Cosa ammiro nel gatto? Soprattutto lo spirito d’indipendenza, il voler essere libero. Poi l’eleganza e le movenze, l’elasticità e la pulizia, lo sguardo magnetico e il pelo morbido…una somma di qualità che protegge con denti e artigli quando serve perché, non dimentichiamolo, trattasi di un felino, una fiera in miniatura apprezzata anche da Leonardo Da Vinci che diceva: Il felino più piccolo è un capolavoro. Cercando nell’Aforismario, mi piace anche la frase di Fernand Méry: Dio ha creato il gatto per dare all’uomo il piacere di accarezzare la tigre, il che equivale a una terapia, considerato ciò che ne pensava Sigmund Freud: Il tempo trascorso con i gatti non è mai sprecato. Gli Egizi lo avevano elevato a divinità, ma durante il Medio Evo è stato visto come incarnazione del maligno. Una storia lunga e travagliata, che tuttora annovera denigratori e persecutori. Ma non la sottoscritta che tra le sue frequentazioni ha molte persone amanti dei gatti. Ringrazio entrambi, per essere un sostegno affettuoso delle mie giornate.

Metà febbraio

METÀ FEBBRAIO Merenda sotto il portico, in compagnia dei canarini che cantano al tiepido sole. Temperatura gentile di quindici gradi. Un gatto dorme sulla poltroncina di vimini, l’altro si guarda in giro. Dopo tanto mi concedo di mangiare uno yogurt fuori, con indosso la giacca. Unica nota stonata: uno sgradevole odore di liquami versati nei campi vicini. Ogni tanto transita un’auto e poche persone dirette al vicino camposanto. Credo che l’inverno sia alle spalle, me lo conferma la luce che allunga la giornata e dispone a pensare positivo. Manca però sorella acqua, per dirla come la chiama il poverello di Assisi nel suo Cantico delle creature, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura. Dovremo abituarci a risparmiarla e magari a pensare a un nuovo tipo di agricoltura, privilegiando colture che ne esigano meno. Giusto stamattina è venuto a darmi una mano Reginaldo che ha dissodato un angolo dell’ex orto, per metterci a dimora tra un po’ delle piante di zucchine, di cui apprezzo i fiori gialli e gli ortaggi verdi a barchetta che consumo in svariati modi. A tempo debito, metterò erbe aromatiche e pomodori datterini in vaso, nella zona del garage a sud-est dove riceveranno il sole del mattino. Non ho la presunzione di avviarmi in attività per me nuove, ma sono disposta a imparare da chi mi può sostenere e contemporaneamente godermi la parte verde della casa. La mia dedizione prioritaria va ai gatti e ai fiori, sperando che i micetti non mi sotterrino i bulbi, come ho visto fare. Devo avere un sacco di attenzioni perché gli amici a quattro zampe non vanifichino il mio impegno verso le future piantine. Una casa senza fiori per me è impensabile. Adesso è il momento di progettare le future aiuole, distribuire i colori, diversificare le specie, un’attività che mi instilla il buonumore. Faccio mio il pensiero di Vincent Van Gogh: E poi, ho la natura, e l’arte e la poesia, e se questo non è sufficiente, cosa posso volere di più?

Il principe De Curtis, in arte Totò

Quel mattatore di Fiorello che mi fa compagnia ogni mattina su VIVA RAI2! mi ricorda che oggi sarebbe il compleanno di Totò a cui destino il mio post odierno. Ho un debito nei confronti di questo personaggio che da giovane non mi piaceva, perché lo trovavo troppo costruito. Ci è voluta la maturità a farmelo apprezzare, come merita. Totò è pseudonimo di Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio – respiro – nato a Stella (Rione Sanità) Napoli, il 15 febbraio 1898 e morto a Roma il 15 aprile 1967. Famosissimo attore, è stato anche commediografo, poeta, paroliere, sceneggiatore e filantropo. Pubblica l’autobiografia “Siamo uomini o caporali?” e la raccolta di poesie “A livella”. Ritenuto il simbolo della comicità napoletana, era chiamato principe perché il padre naturale – che lo riconobbe da adulto – era il marchese De Curtis, titolo cui lui aggiunse quello di principe De Curtis dopo essersi fatto adottare da un vecchio principe in miseria. Fu cresciuto dalla madre in povertà e concluse a fatica gli studi liceali. E già con questi elementi si intuisce un dietro le quinte di molti sacrifici. È stato tra i più famosi e amati attori italiani del Novecento, sia sul palcoscenico sia nei film. A me piace ricordarlo anche come autore di poesie, A livella una per tutte e di canzoni dialettali, come Malafemmina. Non sapevo che stravedesse per i cani, tanto da aver fatto costruire un canile vicino a casa, dove andava a trovare i trovatelli. Sembra che ne mantenesse centinaia. Alla grande Oriana Fallaci, in un’intervista pubblicata sulle pagine de L’Europeo nel 1963 confidava: “la vita costa, io mantengo 25 persone, 220 cani…i cani costano…”. Alla domanda di cosa se ne facesse di 220 cani rispondeva: “Me ne faccio, signorina mia, che un cane val più di un cristiano…Il cane è nu signore, tutto il contrario dell’uomo”. Molto interessante l’intervista che consiglio di cercare e leggere. Un uomo anche di grande cuore che di sé diceva: “Io, singorina mia, sono afflitto da un brutto complesso: il complesso di inferiorità. Inferiorità fisica, inferiorità intellettuale, inferiorità culturale”. Incredibile! Credo che Totò fosse principe nell’animo.

Giornata mondiale dell’amicizia

EVVIVA L’AMICIZIA – In Italia oggi 14 Febbraio si celebra la festa degli innamorati, mentre in Finlandia si festeggia la giornata dell’amico. Considerato che la Finlandia è in Europa (Paese membro della Ue dal 1°gennaio 1995), sono europea e più vicina al tema dell’amicizia che a quello dell’amore mieloso (fatto di fiori e cuori, per intenderci) – con tutto il rispetto per quell’altro – mi trattengo volentieri a esporre due pensieri al riguardo della giornata, doppiamente intesa. Non vorrei aggiungere banalità a banalità, ma riconfermo il concetto che l’amore è un sentimento ampio e complesso che si espande ben oltre il legame di coppia. Quando insegnavo, in questa giornata era tutto un girare di cuoricini che approdavano perfino sulla cattedra! Non mi ricordo di avere mai festeggiato la giornata, né in pubblico e nemmeno in privato. E non me ne dolgo; ho sottomano le creature che mi trasmettono affetto e benessere, soprattutto i gattini (che stanno diventando gattoni) i quali spesso si leccano reciprocamente sulla testa e le orecchie in una operazione che non è solo di pulizia. Col tempo, ho allargato la cerchia delle mie amicizie e questo è un conforto che connota la mia giornata dalla mattina alla sera, quando ricevo i primi saluti e quando raccolgo la buonanotte: piccoli segni, però di condivisione e scambio di pensieri ed emozioni che le persone più vicine rafforzano col telefono e la visita. Se facessi l’elenco, potrei contarne una decina – perché qualcuna passa oltre – anzi le nomino: le mie cugine Luisa, Morena, Lucia, Vilma, Pia, Marta, Lucia, Lisa, Marta, Marcella, Rossella… Giancarlo, Ivano, Manuel (gli uomini scarseggiano sempre, sarà che siamo di più!), cui si aggiungono altre persone meno presenti di fatto, ma vicine al mio sentire. Grazie Amiche/Amici di esserci, brindo idealmente alla Salute del nobile sentimento che ci lega! 🥂

Il bosco del gigante

Sentiero naturalistico. Dico la verità, ignoravo l’esistenza di un posto tanto bello in paese, a quattro passi da casa. Ci voleva la pensione…e la guida di mio figlio che ripercorre con me i sentieri naturalistici che abbelliscono il territorio. Bosco del Gigante a Castelcucco è un percorso che si sviluppa in un angolo appartato del paese, peraltro raggiungibile in pochi minuti da Via Vallorgana. Deve il nome al profilo di un anziano sulla roccia che sovrasta il laghetto sottostante. Dei cartelli installati nel 2019 dall’associazione “Il Fronte” accompagnano i visitatori lungo il sentiero, fornendo indicazioni anche sulla flora e la fauna. Ma io non ci ho badato tanto, conquistata piuttosto dal rumore dell’acqua e dai fiori che tappezzano i fianchi della zona: tanti bucaneve ma anche dei bellissimi fiori blu che si chiamano ‘scilla’ (lo dice un’applicazione del telefonino). Tra un mese, a ridosso della primavera qua deve essere uno spettacolo! Ma anche così è molto attraente, sembra di essere in un regno degli elfi abitato dalle creature del bosco e del lago, uno spazio aperto dove il silenzio è ravvivato dal canto di qualche uccellino e dall’acqua canterina che gorgoglia prima di precipitare in una cascatella. Era da un po’ che non godevo di una ‘ricreazione’ tanto salutare. Certo gli ultimi anni l’artrosi mi aveva parecchio limitata. Grazie a Dio, adesso godo di una fase di recupero e mi propongo di conoscere altre bellezze locali. Come diceva il popolare programma televisivo del 1960, condotto da Alberto Manzi Non è mai troppo tardi, sono bendisposta a conoscere quanto l’ambiente ha da offrire. Persuasa che spesso abbiamo meraviglie a portata di mano, senza che ce ne rendiamo conto. Ma se la ruota gira, godiamoci lo spettacolo!

Ricordo e Monito

Ricordo e Monito – Partecipo all’incontro organizzato dal Comune di Cavaso del Tomba con il Patrocinio della Regione Veneto e la partecipazione del Comitato Dieci Febbraio, dedicato alla Giornata del Ricordo. L’incontro avviene nel nuovo Auditorium Scuola Primaria – Piazza Pieve, posto che mi tocca da vicino perché nei locali attigui frequentai la quinta elementare quando ebbi per maestro Enrico Cunial, cui dedico la mia ultima opera Dove i Germogli diventano Fiori. Mi auguro che la struttura, moderna e accogliente diventi un forte collante culturale, come merita. Come da locandina, l’autrice Cristina Sala presenta il libro CUORE DI BAMBINA, opera nata da un carteggio fortunosamente recuperato e tradotto dal tedesco. La protagonista è una ragazzina di dieci anni che si prende a cuore la sorte di un soldato tedesco, addetto ai lavori forzati di scavo nel percorso che lei fa per andare a scuola, dandogli in dono parte della sua merenda. Il tutto avviene nella travagliata parte orientale dell’Italia, sottoposta a vessazioni dai partigiani di Tito dopo l’8 settembre 1943 e all’esodo dopo il 1947 di migliaia di istriano giuliano dalmati. Durante l’incontro si alternano in toccanti testimonianze Federica Haglich e Andrea Patelli, classe 1936: declina lui la data di nascita avvenuta a Visinada, a ca. 60 km da Pola. Di questo testimone ammiro in modo particolare la disinvoltura verbale e lo ‘sprint’, a dispetto dell’età. Il sindaco Gino Rugolo e l’assessore Michele Cortesia introducono egregiamente il tema, doloroso ma finalmente portato allo scoperto, delle foibe e del successivo esodo “Anche nelle zone vicine a noi”, come asserisce il moderatore Andrea Berton. Incoraggiante la presenza del Consiglio Comunale dei Ragazzi, cui è rivolta la speranza di costruire un futuro di pace, affinché la Storia diventi davvero maestra di vita e possa contare su attenti interlocutori.

Poveri Fiori

Poveri Fiori Non volevo parlare del festival di Sanremo, perché non ne ho la competenza e perché l’ho seguito a frammenti. Ho risentito con piacere Massimo Ranieri, che considero un artista a tutto tondo. Buona la conduzione, ma l’impressione è che quest’anno sia un po’ una salsa di troppe cose…che comunque non impedisce di cambiare canale, come ho fatto io. Ritorno sull’argomento, per il fatto disdicevole successo la prima serata sul palco, da parte di Blanco, ragazzetto ventenne dai nervi fragili: è noto che si è abbandonato a una sfuriata, perché non sentiva il ritorno della voce in cuffia. Comunque mi sono divertito, ha postillato ‘candidamente’ a caldo. Pare che non fosse estraneo a eccessi di questo tipo. Però non di lui intendo parlare, ma della lettera che un insegnante ha scritto, a commento della incivile piazzata. Mi arriva sul tablet e la leggo – non leggo tutto ciò che mi arriva – perché è di un collega di Lettere che insegna, si sforza di insegnare Educazione Civica, materia considerata cenerentola tra le discipline. E si vede, dai risultati di maleducazione che pullulano un po’ ovunque, anche dalla televisione. Dal mondo della scuola arriva anche la risposta della Dirigente dell’Ite Tosi di Busto Arsizio, Amanda Ferrario che dice: Il gesto di Blanco si commenta da solo: maleducazione, vandalismo, delirio di onnipotenza. Fosse mio figlio, oggi avrebbe la faccia gonfia di schiaffoni. Forse no, li avrebbe avuti per tempo. Fosse un mio alunno e avesse fatto questo a scuola sarebbe stato denunciato ed espulso. Ridatemi i soldi del canone. Se la cosa fosse stata orchestrata, peggio ancora ma dubito, dato il ritorno di critiche. Forse sarebbe più appropriato riflettere sui pericoli del successo quando capita a rotta di collo, su un individuo ancora in costruzione. Blanco aveva vinto il festival l’anno scorso insieme con Mahmood con il brano ‘Brividi’ e rappresentato l’Italia all’Eurovision Song Contest. Beh, suppongo che ora avrà i mezzi per sottoporsi ad adeguate cure psicologiche. E di progettare un futuro all’insegna del rispetto suo e degli altri.

Film Rosso ISTRIA (Red Land)

ROSSO ISTRIA Ci sono dei film che andrebbero visti, a prescindere dal valore artistico, per la capacità di raccontare i fatti, specie se sottaciuti per decenni. È quello che si propone RED LAND (ROSSO ISTRIA), in onda su Rai 3, giovedì 9 febbraio, alla vigilia della Giornata del Ricordo. Premetto che non ero intenzionata a vederlo, perché immaginavo sarebbe stato come ricevere un pugno nello stomaco; poi il mio senso civico e la deformazione professionale di insegnante mi hanno convinta a sintonizzarmi sulla terza rete. Come previsto, non è stato un godimento, ma due ore e mezza di dolorosa rivisitazione di quanto successo in Istria, dopo l’armistizio dell’ 8 settembre 1943: fascisti, comunisti, partigiani, titini… l’un contro l’altro armati, con vittime ignare della malvagità serpeggiante, come la studentessa Norma Cossetto, figlia di un funzionario fascista, attorno alla quale si muovono i fatti e le persone che finirà scaraventata in una foiba, come migliaia di altri sventurati. Una sorta di Anna Frank italiana, persuasa che il bene avrebbe prevalso. Come purtroppo non fu. Molte le scene indimenticabili, rese senza sbavature. Ho molto apprezzato la parte del professore, poi suicidatosi per non cadere nelle mani dei titini interpretata dal gigante Franco Nero. Di grande espressività Geraldine Chaplin nei panni della nonna che racconta. Se fossi ancora in servizio, sostituirei un paio di lezioni di storia – anche tre – con la visione di questo coraggioso prodotto italiano del 2018, diretto dall’italo-argentino Maximiliano Hernando Bruno, interpretato alla grande dai protagonisti delle amare vicende, regista compreso. Sulle foibe ho avuto l’opportunità di parlare a scuola; con gli studenti delle terze andammo anche a Basovizza, nel comune di Trieste, per rendere omaggio al pozzo minerario – monumento nazionale dal 1992 – divenuto luogo di esecuzioni sommarie di prigionieri da parte dei partigiani comunisti jugoslavi. In quell’occasione conobbi la struggente canzone contro la guerra 1947 di Sergio Endrigo che esprime tutto l’amore per la propria città abbandonata, a seguito dell’esodo giuliano dalmata, fenomeno seguente ai massacri delle foibe. Consiglio di sentirla, perché merita.

La vita tra le macerie

La vita tra le macerie Tra le tante immagini drammatiche che giungono dalla Turchia e dalla Siria devastate dal terremoto, una le sovrasta: quella della neonata salvata dai soccorritori, ancora attaccata tramite il cordone ombelicale alla madre morta, insieme coi suoi quattro fratelli: fortunata? Non saprei dire, dato che è venuta al mondo ed è rimasta subito sola. Un’immagine straziante che toccherà il cuore di molte persone. Può darsi che l’ingresso nel mondo tanto drammatico consenta alla piccina di essere attenzionata e doppiamente amata. Dalla morte nasce la vita non è testimoniato solo dal seme che muore per germogliare, come succede al bruco per diventare farfalla: in questo caso la madre passa la vita all’ultima sua creatura che ne raccoglie il testimone… però che pena sapere che il passaggio sia avvenuto in modo apocalittico e irrevocabile. La foto della piccina estratta viva dopo 40 ore dalle macerie dell’edificio crollato in Siria ha già fatto il giro del mondo e chissà quanti altri bambini orfani dovremo piangere. Il bilancio provvisorio del terremoto in Turchia e Siria si aggira sui 15.000 morti, una cifra impressionante. Qualcuno viene estratto vivo dalle macerie dopo 72 ore dal sisma, mentre montano le critiche per il ritardo nei soccorsi e la mancata manutenzione degli edifici, alcuni sgretolatosi miseramente: storia vecchia, la prevenzione non è una priorità neanche da noi, che potremmo imparare qualcosa dai giapponesi riguardo la messa in sicurezza degli edifici. Tornando alla neonata siriana sopravvissuta alla madre che l’ha messa al mondo mentre moriva, non so come la chiameranno. Le starebbe bene il nome Speranza, con l’augurio che possa crescere in un mondo pacificato, liberato almeno dalla guerra se non si possono evitare i terremoti (la guerra civile in Siria è in corso dal 15 marzo 2011)