Mattinata piena. A mezzogiorno devo essere in ospedale, sala gessi per rimuovere la “sutura continua”, rinviando alla settimana prossima la rimozione dei punti staccati. Mio figlio prende la carrozzina e mi porta all’ingresso, spingendomi fino all’ambulatorio di ortopedia, credo uno dei più frequentati. È una bella sensazione essere spinta da un fusto che fa l’istruttore. Sembra quasi un gioco dove lui guida e io mi lascio scompigliare i capelli dall’energica spinta. Quando raggiungiamo il posto, l’atmosfera cambia. C’è da aspettare, qualcuno è impaziente ma l’infermiera non tergiversa. Sono introdotta dopo circa quaranta minuti di attesa e l’operazione è fastidiosa, ma non importa. Giusto una settimana fa ero sotto i ferri… e oggi cammino con le stampelle. Il ritorno avviene di corsa, perché Saul ha un buon rapporto col volante. Sono le tredici passate e inizio a sentire un certo languorino. Immagino che la consegna del pranzo sia già avvenuta. Avrò appena il tempo di pranzare e poi verrà a prendermi un volontario per portarmi dal fisioterapista. Potrei intitolare il post odierno “Di corsa, con le stampelle!”. La sorpresa sta dietro il cancelletto: nel cesto è stato inserito il pranzo: pasta e fagioli, brasato, purè, pane e budino al cioccolato. Una vera soddisfazione per me che non amo stare ai fornelli. Col sole che mi segue e Astro che gironzola tra sala e cucina mi siedo a scoprire i miei piatti, uno più buono dell’altro. Anche se non li conosco, ringrazio chi lavora per fornire questo servizio, che nel mio caso rappresenta una variante gastronomica alla routine. Inoltre rivedo persone di ieri o ne conosco di nuove: effetti collaterali positivi dell’intervento. Per chi vede grigio, cui aggiungo una nota di giallo energetico.
Mese: novembre 2021
Casa dolce casa…
Incredibile ciò che è capitato al signor Ennio, 86 anni, tornato a casa dopo una degenza in ospedale: non è riuscito ad entrarci perché qualcuno l’aveva occupata, cambiando il tamburo della porta durante la sua assenza. “L’incubo degli occupanti abusivi”, come titola un servizio, non è purtroppo una novità. Perpetrato a danno di una persona fragile per motivi di salute mi sembra un obbrobrio. La lucidità mentale di Ennio e la sua cultura lo hanno spinto a fare denuncia del fatto e a coinvolgere le telecamere, cosicché il clamore mediatico gli ha consentito di rientrare – dopo un mese causa i tempi del dissequestro – nel suo appartamento, totalmente vandalizzato, che mi pare l’aspetto più abominevole. “Non riconoscevo più casa mia, che rabbia!” ha dichiarato Ennio, che si è trovato nel pattume fotografie e cassette di amati film, essendo un cinefilo, uomo di cultura, viaggiatore. Alla grande pietà per questo anziano violato nella sua privacy si unisce il disgusto per un’azione di inaudita violenza, tra l’altro in odore di replica, secondo le spavalde affermazioni di chi si è macchiato del reato. Mi auguro che il clamore sollevato dall’episodio, garantisca la protezione doverosa alla vittima e allerti le forze dell’ordine in via preventiva. Una settimana fa ero entrata in ospedale e ho concentrato tutte le mie forze, per uscirne il più presto possibile: pensavo alle mie cose, ai miei animali, ai miei scritti come prolungamenti di me, che è stato bellissimo rivedere e ritoccare. Non so come avrei reagito, se fosse toccato a me. Solidarietà totale al signor Ennio che si è fatto tanti amici nell’emergenza e disapprovazione senza fine per l’inaudito atto vandalico.
Serena convalescenza
Essere in convalescenza, stando nel complesso bene devo dire che non è affatto male. Mi sono svegliata con la pioggia e con molta cautela ho aperto gli scuri. Le ipomee azzurre abbarbicate sulla rete mi hanno sorriso e io ho sorriso alla rossa melagrana che dietro di loro si sta ingrossando ogni giorno di più. Devo anzi staccarla dalla pianta, prima che si spacchi. Appena mi vede, Grey scansa timorosa la stampella ma mi conduce al posto dove mangia, in attesa della sua croccante colazione. Astro è più paziente e sa che prima devo farmi il caffè. Per svegliare i sette canarini, gli accendo la radio e funziona: uno stende un’ala e un altro emette un pigolio di saluto: tra poco arrivano le vettovaglie, sotto forma di semini e un pezzo di mela. La mattina procede lineare tra telefonate, messaggi e appunti sulle cose da fare, compresi gli esercizi – tredici – che il reparto di Ortopedia del San Bassiano mi ha invitato a fare, al momento della dimissione. Mi applico, tanto non faccio da mangiare: il pranzo mi arriva dal Servizio Sociale del Grappa ed è una novità interessante, per me di grande sollievo. Oltretutto me lo consegna una gentile signora coi capelli rossi, che circa vent’anni fa mi serviva il cappuccino all’Azzurra di Crespano, dove allora insegnavo. Bello rivedersi in un altro contesto, in salute, sebbene con un carico d’anni e di vicissitudini passate. La rivedrò lunedì prossimo e durante la consegna dei piatti le dirò qualcosa di me. Affronto le pietanze con un certa curiosità: pasta gorgonzola e noci, frittata e carciofi, due susine, pane. Ne ho anche per stasera, posso dedicarmi a scrivere tranquillamente. Le conseguenze dell’operazione sono tutte in positivo: mi tratto bene e gli altri mi trattano bene. Mi resta da scrivere al chirurgo che mi ha operato, dottor Giovanni Grano, per ringraziarlo dell’ottimo lavoro. Con preghiera di estendere il complimento anche al robot Mako.
Il piacere della normalità
Prima domenica di novembre e compleanno di Marcella. Per me coincide con la ripresa della normalità dopo il soggiorno in ospedale e l’artoprotesi all’anca. Sono stupefatta di non provare dolore… merito dell’equipe operatoria e pure del robot Mako che ci ha messo le “mani”, nel senso che ha posizionato la protesi nel posto giusto. Nadia dice che sono stata una brava paziente e questo complimento fatto da un medico mi lusinga. Mi spiace per le mie compagne di camera che sono ancora ricoverate, cui auguro un completo ristabilimento. Mentre ero in ospedale pensavo ai miei animali, fedeli amici e mi interrogavo come avrebbero accettato la mia assenza, soprattutto Astro, il cane che viaggia verso i 18 anni. Ho delegato Marcella a sostituirmi nel pomeriggio, mentre al mattino se ne sarebbe occupato mio figlio. Così è andata e stanno benone. Marcella è un’amica insostituibile, cui devo tanto. Si meritava di ricevere in omaggio i muffin con mandorle e carote che ho volentieri rifatto apposta per lei. Tornando ai pets, credo che Astro sia stato disorientato dalle stampelle, ma se n’è già fatto una ragione. La gatta sta studiando la novità, ma golosa com’è affoga i dubbi negli adorati croccantini. I canarini mi hanno riconosciuta (dalla voce credo) e hanno emesso un incipit canoro. Devo dire che è bello godersi la normalità del vivere quotidiano, fatto di abitudini consolidate e sicuri affetti. Quando si affrontano imprevisti che distraggono dal bene assicurato, si perde il metro della valutazione e si disperdono energie nella ricerca di ciò che abbiamo già, senza rendersene conto. Sono grata perfino all’artrosi se sono diventata più saggia. Ma soprattutto ai miei cari contatti, dentro e fuori il blog, che mi hanno sostenuto e dato la forza di reagire bene. Un prosit in più oggi per Marcella, che festeggia il compleanno!
Ritorno a casa
Ultimo giorno di degenza in ospedale, sarò dimessa con la protesi d’anca, una pallina rosa di titanio su uno stelo grigio che sembra un fiore innestato nell’osso, tanto per restare in ambito floreale. Qui è tutto accelerato, compresa la fisioterapia che continuerò comodamente da casa. Dicono che sono una brava allieva: complimento che mi ricollega alla professione, dove è positivo ci sia lo scambio di ruoli. Ieri in camera, una vicina di letto ha detto: “Si vede che facevi la professoressa”, mentre con la matita segnavo gli esercizi da fare. Mah, forse col tempo si è interiorizzato il ruolo e scatta la deformazione professionale. Comunque non mi dispiace, ho esercitato con coscienza, se non proprio con piacere, e adesso raccolgo i frutti. Anche qui in ospedale, non tutti lavorano con trasporto: c’è chi è gentile e disponibile e chi è scorbutico e frettoloso. Ho dovuto segnalare che durante una nottata, tra le tre e le quattro di mattina c’era un inopportuno chiacchiericcio in corridoio, non certo provocato da un degente. Mi auguro che sia stato un caso isolato, ma l’ambiente e l’ora esigono rispetto. Anzi, diciamola tutta: gli ammalati vanno considerati con il massimo riguardo, non solo professionale – garantito – ma anche umano. Se no sono nel posto sbagliato. Quanto all’equipe medica, mi pare che gli operatori lavorino come in una catena di montaggio: si vedono poco e per breve tempo. Temo che anche qui, come in altri ambiti, ci siano pochi incentivi a rimanere in servizio e tante fughe. Chissà che l’evoluzione della pandemia non torni a sovraccaricare i reparti e le terapie intensive. Da parte mia ringrazio il Padreterno di essere viva e di riprendere a camminare, sebbene per ora con le stampelle per godere ancora un po’ dei piaceri della vita, in primis quello della Salute e della Libertà, insieme con i numerosi amici che mi sono stati vicini e che ringrazio di ❤️
Mare e infinito
Stamattina Paola mi ha mandato una suggestiva foto dal mare: lei da ragazza abitava a Bassano dove io sono ricoverata. Poi per amore è approdata in Israele. Eravamo compagne di classe al Liceo Classico G.B. Brocchi, negli Anni Settanta. Per gli incroci della vita, adesso siamo diventate amiche, anche di penna (digitale). La foto è stata scattata a 30 km da Nazaret dove lei abita: fa vedere un presumibile gabbiano in primo piano che guarda il mare nostrum, ovverosia il Mediterraneo. Come ambientazione assomiglia alla mia, fatta a Rimini, con una bicicletta parcheggiata sull’Adriatico: foto introspettive, che fanno pensare all’immensità e al rapporto che abbiamo con l’assoluto. Non casuale che a rappresentare l’interiorità siano un oggetto e un uccello, per mediare il rapporto tra terra e cielo. Non voglio allargarmi troppo, ma a me torna in mente il Cantico delle Creature o di Frate Sole di San Francesco. Senza pretesa di fare un commento filosofico, butto là qualche impressione: dobbiamo diventare semplici come gli animali per connetterci col Padreterno ed essenziali come gli utensili di uso domestico per comprendere il nostro percorso. Anche il colore blu predispone in questo senso: oltre ad essere il mio colore preferito, è quello del cielo, del manto della Madonna…delle stelle sullo stemma dell’Europa, dove le stelle gialle (l’altro mio colore preferito) rappresentano gli ideali di unità, solidarietà e armonia dei popoli d’Europa. Per spaziare, menziono gli Azzurri nello sport. L’ elenco potrebbe allungarsi all’infinito, “Nel blu, dipinto di blu”(Volare). Beh, sono curiosa di sapere cosa ne pensate voi al riguardo, amici lettori. Per rilassarmi e meditare, oggi farò come il gabbiano o la bicicletta al cospetto del mare.
Insolita postazione
Dalla mia stanza al settimo piano dove sono ricoverata vedo il cielo azzurro decorato di lunghe nubi bianche che sembrano sostare sulle cime ridenti dei monti. Vorrei fotografarle ma non posso ancora scendere dal letto, finché non passa l’ortopedico, previsto a breve. Nel mentre, provo a fare la cronaca della giornata di ieri, sicuramente la più importante dal punto di vista sanitario. Volevo conoscere il robot ma mi sono assopita prima: anestesia spinale con leggera sedazione, poi chiedo dettagli al chirurgo. La cosa importante è che non ho sentito dolore e stamattina va anche meglio, perché ho smaltito alle 21gli esiti della sedazione che mi aveva congelato il piede. Ricordo un sacco di persone entro e fuori la sala operatoria, ovviamente con mascherina e abiti da lavoro verde scuro, in maggioranza uomini. Le donne sono più concentrate nei reparti. In quello di ortopedia sono ricoverati 30 pazienti, tra cui la sottoscritta. Ho memorizzato qualche nome (anche se li confondo): Beatrice, Tamara, Marina, Marialuisa… Sergio, Roberto, Diego, Raffaele…i fisioterapisti Renzo e Flavio. Mi spiace non aver incontrato l’anestesista Giacomo, mio ex valido allievo in quel di Crespano, oltre vent’anni fa. Ma succederà, prima della dimissione. Dei primi due giorni, il più frustrante è stato quello del ricovero, perché dominano l’ansia e l’incertezza sul da farsi. L’ambiente è un porto di mare ed è naturale sentirsi un pesce fiori dell’acqua. Ma è giocoforza adattarsi, sapendo che poi si tornerà a casa più contenti e risanati. L’umore è ondivago, perché il corpo in difficoltà ha le sue ragioni che mi richiama la frase di Biagio Pascal “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Adesso devo lasciarvi perché sono venuti a mettermi a nanna. Ciao amici lettori, grazie di farmi compagnia.
Quasi un congedo
QUASI UN CONGEDO Se non potessi più risvegliarmi sarebbe un vero peccato non aver abbastanza amato. Sento di aver privilegiato fiori gatti e cani che hanno alleggerito la mia vita arricchita di sogni ad occhi aperti, in parte realizzati altri sfumati. Nel campo della letteratura qualcosa ho seminato, tra racconti romanzi foto e poesie, piccole manie dal sapore antico. Gli amici benedico che mi hanno fatto compagnia e chi mi ha sopportato con allegria.
QUASI UN CONGEDO
Se non potessi
più risvegliarmi
sarebbe un vero
peccato
non aver abbastanza
amato.
Sento di aver
privilegiato
fiori gatti e cani
che hanno
alleggerito
la mia vita
arricchita
di sogni
ad occhi aperti,
in parte realizzati
altri sfumati.
Nel campo
della letteratura
qualcosa ho seminato,
tra racconti romanzi
foto e poesie,
piccole manie
dal sapore antico.
Gli amici benedico
che mi hanno fatto
compagnia e chi
mi ha sopportato
con allegria.
Santi e Defunti
Dalla stanza al settimo piano dell’ospedale San Bassiano dove sono ricoverata da stamattina si gode una bella vista che spazia dai monti all’Ossario, sotto un cielo di nuvole grigio-azzurre; si vedrà nel pomeriggio che piega prenderanno. Appezzamenti arati di fresco confermano la bontà dell’abbinamento cromatico azzurro e marrone. Dopo la giornataccia di ieri, la giornata è iniziata col piede giusto. Per il mio, sono fiduciosa. Marcella mi ha suggerito di immaginare un soggiorno in una spa: non è proprio la stessa cosa, ma nel mio pigiama a righe viola bianche e lilla, con qualche bottoncino a forma di fiore mi sento a mio agio. Indosso un braccialetto identificativo di carta che mi ricorda quello indossato al momento del parto. Ora come allora sono nelle mani dei sanitari, non si tratta di lieto evento ma di evento di fisiologica usura, come precisa Marcella. Non ho alternative e faccio quello che c’è da fare. Non voglio rinunciare al mio appuntamento col blog, che affido domani ad una poesia, confidando di ricevere qualche commento di conforto. Visto che ieri ricorreva la festività di Ognissanti e oggi si commemorano i Defunti, spero che il mio santo protettore vegli su di me e mi sostenga in questo periodo di prova che affronto per alleggerirmi la vita, non certo per complicarmela. Infine mi appello alla zia Ada, sorella di mamma, volata in cielo a 19 anni, per tifo, nel lontano 1937, preceduta dalla sorella 17enne Lina, per lo stesso motivo. Chi ci ha preceduto ci apre la strada e ci illumina durante il percorso, mai lineare ma sempre interessante.
