Chiamatelo pure vintage. A me piace tornare a usare oggetti del passato, ci ho pure scritto il breve romanzo “Tempo che torna”, presentato lo scorso settembre, con in copertina il bel dipinto intitolato “Sguardo antico”, del mio amico Noè Zardo. Ho recuperato un piccolo registratore usato per le mie interviste da corrispondente di zona del Gazzettino risalenti a vari decenni fa, con l’intenzione di servirmene per raccogliere testimonianze utili al romanzo che sto scrivendo. Scopro che l’oggetto non è in forma, qualcosa si è rotto. Contatto Manuel, prezioso factotum, che non si stupisce e si offre di aggiustarlo. Detto, fatto! Finalmente posso sentire quello che era stato registrato nella facciata A della micro cassetta: una lezione in classe di circa trent’anni fa, una interrogazione collettiva di Geografia, su Spagna, Portogallo, Cipro e Grecia rivolta a quattro miei studenti… suppongo ora padri o madri di famiglia, con figli alle medie in tempo di dad (didattica a distanza). Ammetto che è stato emozionante: mi sono sentita grintosa, a momenti anche spiritosa. Richiamo chi fa confusione dal posto e mi scappa spesso di dire OK, che riconosco mio intercalare. Nelle soffitte polverose e nelle cantine, come è capitato a me, possono nascondersi tesori, anche materiali talvolta. Nel mio caso, si tratta di un incontro col passato che mi consente di fare una riflessione ed un confronto costruttivo col mio vissuto, per ottimizzare il presente che si trasformerà in passato domani. Certo ci vuole la chiave giusta, per non farsi travolgere dalla nostalgia e neppure dal negazionismo di ciò che era considerato valore. La via di mezzo, insomma, così come l’avevano già identificata gli antichi Latini: uno sguardo antico sui tempi odierni.
Mese: agosto 2021
Bar e creatività
Sarà che mi piacciono le Ortensie, ma trovo attraente, anzi gustoso l’articolo a pag. XVII del Il Gazzettino di Treviso di oggi, intitolato “Ortensia Isola, il locale con i Green pass…sticcini”. Di cosa si tratta, è presto detto. La titolare del locale, di nome Ortensia (non poteva essere diversamente), unendo arte pasticcera e furbizia, ha creato quattro dolci accattivanti da proporre ai suoi clienti, tra cui la panna cotta alla menta che ordinerei per prima, dolce al cucchiaio dissetante in questa calda estate. Approfitto per dire, da cliente, che è assai piacevole essere “coccolati” dal gestore del bar frequentato. Ad esempio, a me stamattina è arrivato un cappuccino decorato così bene che mi è spiaciuto disfarlo: un grazioso orsetto mi guardava dalla schiuma nocciola e mi ha strappato un sorriso di tenerezza, forse riesumando giochi infantili di oltre mezzo secolo fa. Gabriella, gentile titolare del bar Mirò a Castelcucco non si risparmia e merita l’affezionata clientela che sosta fuori e dentro il piccolo locale, previo possesso del green pass, come è toccato alla sottoscritta. Insomma, sempre di arte si parla, dove conta il prodotto ma anche la sua forma. A ben pensare, il bar del piccolo paese assolve a una funzione sociale, perché consente l’incontro tra persone che solo salutandosi – meglio se dialogando – si sentono parte di una comunità non virtuale. Con buona pace dei social, che hanno pure dei meriti per attenuare le distanze, ma non è la stessa cosa. Così almeno la penso io.
Ci sono giovani e giovani
Certo ci vuole coraggio, in tempo ancora di pandemia, per partecipare a un rave party, col rischio alto di beccarsi qualcosa. Ma è più opportuno parlare di incoscienza. È ciò che è accaduto nel viterbese, in una zona isolata, presa d’assalto da migliaia di giovani, provenienti da tutta Europa, in cerca di… sballo, suppongo, visto come è andata: una decina di ricoverati per coma etilico, un ragazzo annegato, due stupri denunciati… Fortuna che il raduno, dopo sei giorni di assembramento abusivo in un’area naturale trasformata in mega discarica si è concluso, con l’intervento delle forze dell’ordine e 2000 persone identificate. Detto ciò, mi interrogo sui motivi che hanno fatto incontrare una moltitudine di giovani, in assoluto dispregio del pericolo. Senso di onnipotenza, sottovalutazione del pericolo, mancanza di senso civico… cos’altro? Meno male che mio figlio ha compiuto 33 anni (che non sono una garanzia) e spero abbia superato il disturbo esistenziale dell’adolescenza (per quanto l’età anagrafica sia talvolta contraddetta dai fatti). Sono anche lieta di essere in pensione, sollevata dal servizio in tempo di probabile dad… ma il dispiacere di sentirmi disorientata rimane e anche di essere, eventualmente, inadeguata ad affrontare uno scontro generazionale. Eppure ci sono i bravi ragazzi, ne conosco di persona, non si può generalizzare. Ecco, magari un party tra giovani impegnati e altri disimpegnati lo vedrei bene. Con sottofondo di musica soft, per sentire, valutare ed apprezzare proposte utili a vivere meglio.
Al volante
Stamattina non esco, perché aspetto una visita. Le notizie mi giungono comunque dalla tivù e devo dire che c’è solo l’imbarazzo della scelta tra: medioevo afgano, terremoto ad Haiti, vittime sul lavoro o di un vicino alterato dal caldo. Preferisco riflettere su un dato che non è ancora da cronaca nera, ma potrebbe diventarlo: gli automobilisti sono diventati più pericolosi al volante, dopo il lockdown, e vengono sanzionati per distrazione, eccesso di velocità, uso del cellulare, dismissione delle cinture di sicurezza. Sembra vogliano candidarsi al suicidio o all’omicidio. Premetto che non mi piace stare al volante: sono parecchio miope e mi altero se mi strombazzano dietro. Preferisco di gran lunga camminare, a passo svelto, se devo coprire brevi distanze (il periodo attuale non fa testo, perché l’artrosi mi ha messa k. O.). Comunque mi ero accorta dell’aumento dell’indisciplina sulla strada, ragion per cui evito di infilarmi in viaggi medio-lunghi e uso con parsimonia l’auto. Anziché tirar fuori la mia dal garage, preferisco sentir rombare quella di Manuel, quando viene a sistemarmi varie cosette al pc, annessi e connessi. È un’ originale auto quasi d’epoca, bianca e azzurra, adatta a un tipo originale e multitasking come lui. Anche sulla mia vecchia panda color pavone non posso sciorinare lamentele: dopo oltre 25 anni di onorato servizio, parte ancora al primo colpo. Sento nostalgia per queste vecchie signore che hanno condiviso con i proprietari viaggi e viaggetti di varia natura e sono contenta che abbiano evitato lo sfasciacarrozze. So che arriverà anche per loro il momento del congedo definitivo. Ma per ora sono un simbolo di tenacia e di resistenza. Chi vuole intendere, intenda.
Evviva il gatto nero!
Il 17 agosto si festeggia la giornata della valorizzazione del gatto nero, contro le sciocche superstizioni. Per dirla in inglese, che fa più internazionale, è il Black Cat Appreciation Day. Bene, lunga vita a: Nerina, che fa buona compagnia a Vilma, Camilla, la micetta di Lisa, Minnie, Kela e Ninnone di Erica, una gatta nera di cui non so il nome che mi viene incontro quando vado a trovare Lucia… tutti felini dotati di un bel manto di questo colore che considero distributori di amicizia e serenità, alla faccia di chi li associava al diavolo e alle streghe. Negli ultimi anni ho avuto due gattine nere, cui ho assegnato lo stesso nome, Puma: la prima è vissuta poco, vittima della strada; la seconda, del 2010, mi ha fatto compagnia fino allo scorso gennaio, e ne provo nostalgia. Tra di noi c’era autentico feeling e ci scambiavamo segni d’affetto, senza invadere i rispettivi campi d’azione. Le piacevano i gamberetti, che comperavo per entrambe e di notte si intrufolava sotto le coperte, posizionandosi sul fianco sinistro, all’altezza dell’anca affetta da artrosi: una terapia efficace quanto la magnetoterapia (almeno a livello psicologico). Sempre preferito il gatto nero a quello bianco, leggo con favore che in Australia, Scozia e Inghilterra, il gatto nero è considerato un porta fortuna e chi lo incontra per strada avrà una giornata super. La mia vita è stata popolata di gatti di vari colori, cui ho dedicato anche delle poesie. In tempo di riscatto di superstizioni medioevali che li associavano agli inferi, mi sta bene rivalutare il felino dal manto nero, protagonista della celebre canzone: “Volevo un gatto nero”, autentico successo, anche internazionale, allo Zecchino d’Oro, nel lontano 1969. I tempi cambiano ma, per fortuna, siamo in molti ad apprezzare la compagnia di questo animale affascinante e misterioso, amante della libertà, definito da Ernest Hemingway “il miglior anarchico”.
San Rocco
Oggi san Rocco. Non potevo dimenticare questa data, perché era il compleanno di mio padre e perché oggi compie gli anni Lina, cui rinnovo gli auguri. Curioso che Rocco di Montpellier (1346/1350 – 1376/1379), pellegrino e taumaturgo francese, patrono di numerose città e paesi, di emarginati, ammalati, farmacisti, volontari… cani, sia pure protettore delle ginocchia e delle articolazioni: perciò fa anche al caso mio, in questo periodo afflitta dall’artrosi. Quando abitavo a Possagno, era bello il giorno di san Rocco salire sull’omonimo colle a fianco del Tempio, dove si riversava parte del paese, per stare in compagnia e assistere alle funzioni religiose in onore del santo. Per l’occasione, si poteva anche pranzare con piatti tradizionali elaborati sul posto, in un contesto di accogliente convivialità. Era l’occasione per conoscere o rivedere qualcuno, che sceglieva il colle di san Rocco per una giornata di festa. Ma anche in solitaria, era un posto ideale per stare in compagnia di se stessi, meditare, rilassarsi. Da oltre vent’anni abito a Castelcucco e, giocoforza ho adottato altre abitudini. Ignoro se lassù oggi si festeggi, indagherò. Comunque il colle è sempre là, anticipato dal profilo di cipressi che sottolineano la Via Crucis, per chi ha gambe e voglia di raggiungere a piedi il pianoro, che si raggiunge comodamente anche in macchina. Dato che la pandemia non è ancora risolta, credo che una raccomandazione al santo del giorno non sia fuori luogo. Magari inoltrata dopo aver fatto il proprio dovere di cittadini responsabili.
Il mio ferragosto
“In compagnia di noi stessi, in veranda o sotto la pergola… all’ombra” è il raffinato programma di un’amica che ama il bello, disseminato ovunque, a saperlo vedere. Mi è bastato questo pensiero per dare una svolta al mio giorno di festa, nel cuore dell’estate. Ho steso pochi panni sui tronchi orizzontali della pergola che mi fanno effetto gazebo; quasi distesa su due sedie di bianco metallo, provo a stendere due pensieri per il post odierno. Un moscone mi sfreccia sopra la testa, qualche foglia secca del ciliegio scricchiola al passeggio del cane. Per radio, un conduttore chiedeva agli ascoltatori se sia opportuno fare gli auguri di buon ferragosto, così equiparato a Natale e Pasqua… mi sembra una domanda stonata, nel senso che un sentito buongiorno, a mio dire può bastare. Il punto è un altro: cos’è veramente importante, da augurare che ci sommerga? Parlo per me, ovviamente: salute, serenità, sogni pochi e coltivati, tipo scrivere, amicizie selezionate, spazio dove muovermi liberamente. È quasi mezzogiorno, l’aria diffonde una nota di carne ai ferri… qualcuno si concede un pranzo coi fiocchi, probabilmente in lieta compagnia: anche questo è un piacere da considerare per il benessere fisico, quando rientra nelle abitudini. Ma prevale la serenità interiore, frutto di una ricerca paziente e complessa. Buon ferragosto a tutti!
Vigilia di ferragosto
Mi dà un po’ fastidio chi mi chiede cosa faccio a ferragosto…sembra obbligatorio fare chissà che o andare chissà dove, in tempo ancora di emergenza sanitaria. Senza contare che c’è chi lavora ed è sempre in prima linea, come le forze dell’ordine e gli ospedalieri. Per completezza, va considerato che il 15 agosto è anche la festa di Maria Assunta. Comunque non mi imbarazza rispondere: a casa, tappata dentro se la temperatura si mantiene hot, con sosta sotto la pergola di glicine, di mattina presto e dopo le venti. Niente grigliate o scampagnate, cui peraltro non sono abbonata. Per scelta e per necessità, le mie feste sono legate al recupero delle energie psico-fisiche. Se mi sostiene la vena, scrivo qualcosa, oppure leggo. Forse faccio un dolce, ma solo se ho tutti gli ingredienti sottomano. Di prima mattina faccio gli auguri di buon compleanno a Paola, a metà mattina vado a sorseggiare il caffè da Lucia, alle undici telefono a Martina… poi si vedrà. Mi mancano alcune persone che non ci sono più, aspetto di conoscerne altre. Il blog è come una piazza privata dove mi confesso e condivido emozioni. C’è chi entra e chi esce, in totale libertà. Se qualcuno vuole farmi compagnia, prego si accomodi e dica la sua: non si vince niente, ma si può scoprire che è bello condividere. Intanto anticipo buon ferragosto, secondo i propri desideri.
Addio a Gino Strada
A caccia di notizie sul web, incappo nella seguente: È morto Gino Strada. Il fondatore di Emergency aveva 73 anni. Laureato in Medicina e Chirurgia, specializzato in Chirurgia d’Urgenza, nel 1988 si indirizza verso la cura delle vittime di guerra. Tra il 1989 -1994 lavora con il Comitato internazionale della Croce Rossa in varie zone di conflitto: da questa esperienza nasce l’ONG Emergency, fondata insieme alla moglie Teresa Sarti e a un gruppo di colleghi. Dalla sua fondazione alla fine del 2013, ha fornito assistenza gratuita a oltre 6 milioni di pazienti in 16 paesi del mondo. Che dire? Le cifre parlano da sole. Mi spiace che sia mancato un uomo speciale, un’icona del volontariato. Abituata a vederlo in tivù gli anni passati, ho più volte dato il mio obolo per la causa a favore delle vittime di guerra, molti bambini. A scuola, nell’antologia c’era una sezione riservata a questo argomento, che non lasciava indifferenti i ragazzi. A Bassano abbiamo anche visto una mostra fotografica sul tema, efficace anche più delle parole. “Lascia un vuoto enorme, che non si potrà colmare. Salutiamo un uomo che si è battuto senza sosta per i diritti e la giustizia, in tutto il mondo”, è il messaggio del quotidiano il manifesto che condivido. Leggo che era in vacanza in Normandia, il che mi fa pensare che non fosse ammalato: una dipartita improvvisa per un viaggio verso l’infinito.
Fatalità o negligenza
Nella Cronaca del Corriere del Veneto mi colpisce la morte in piscina comunale a San Pietro in Gu di Christian Menin, che avrebbe compiuto sette anni il prossimo Natale. L’ipotesi di reato è omicidio colposo per omessa vigilanza del minore. Il pubblico ministero si pone una domanda che mi pongo anch’io: Fino a che punto deve arrivare lo sguardo vigile di un bagnino – in questo caso una ragazza 22enne – e fino a che punto quello dei genitori? Il piccolo Christian non indossava i braccioli e neanche il salvagente e si era allontanato per giocare con un bambino più grande di lui. Quando facevo l’insegnante, erano perfino ossessivi gli inviti a vigilare i ragazzi durante la ricreazione, pena “multa in vigilando” e mi riferisco ad adolescenti tra gli 11 e i 14 anni, in grado di badare a se stessi (quasi). Nel caso di bambini di età prescolare o giù di lì, non ho esperienza diretta, ma ho già confidato in un precedente post di aver perso mio figlio al mare, per un paio d’ore, quando aveva circa l’età di Christian: un’esperienza terribile, per fortuna conclusasi bene. Dovetti ricredermi sulla certezza che non si sarebbe allontanato da dove l’avevo lasciato per pochi minuti. Invece accadde. Da allora non mi sono più fidata e gli sono stata col fiato sul collo, senza delegare ad altri la sua incolumità. Per dire quanto sia totalizzante il ruolo del genitore e quanto sia facile delegarne ad altri la responsabilità, quando accade una disgrazia. Mi ricordo uno scioglilingua di mia madre, in dialetto, il cui significato era: chi li ha fatti se li tiene. Qualcuno potrebbe obiettare che, così facendo, si crescono creature ansiose e tristi. Può darsi, ma su quelle vive si può sempre intervenire, se la disgrazia, per fatalità o negligenza, non ci mette lo zampino.
