Stasera, assegnazione dei David di Donatello

Saranno assegnati questa sera i David di Donatello, come dire serata destinata al grande cinema, che per fortuna sta per ripartire. Uno dei film in concorso è Volevo nascondermi, con il grande Elio Germano che interpreta Ligabue. È stato l’ultimo film visto l’estate scorsa, prima dello stop causa riemersione della pandemia. Conoscevo abbastanza la vicenda umana del pittore naif Antonio Ligabue (Zurigo, 18.12.1899 – Gualtieri, 27.05.1965), la cui madre, Elisabetta Costa, era originaria di Cencenighe Agordino (BL), il che lo rende un po’ veneto. Affidato dalla madre a una coppia di svizzero-tedeschi, rimarrà con loro fino ai vent’anni e questa “permanenza” lo segnò profondamente. Grazie all’incontro con Renato Marino Mazzacurati apprende l’uso dei colori a olio, dedicandosi quindi alla pittura e alla scultura. La vita da manovale o bracciante sulle rive del Po comincia a farsi meno errabonda, ma deve combattere con ricoveri in ospedale per problemi fisici e psichici. La solitudine e il dolore sono il nutrimento della sua arte, dove prevalgono gli animali, sia domestici che esotici, in stato di quiete o di tensione, rappresentati anche in scultura. La sua vicenda umana e artistica ricorda quella di Van Gogh, che però fu sempre sostenuto dal fratello Theo. Stasera in diretta su Rai1 dalle 21.25 Carlo Conti conduce la 66esima edizione del Premio. Tra i 23 film italiani in concorso c’è Volevo nascondermi, con 15 nomination: a mio modesto avviso, le merita tutte!

Il primo magistrato Beato

In camera, tra foto di fiori e gatti ho un poster dei giudici Falcone e Borsellino che mi ero procurato dopo la strage di Capaci. Avevo fatto stampare la foto dei due servitori dello stato su due t-shirt, una per me e una per mio figlio che allora aveva quattro anni. A farmi compagnia, sul comodino di frassino c’è una sottile madonnina di legno e diversi settimanali sulle stragi di Palermo che non ho avuto il coraggio di togliere. La simpatia e la pietà per le vittime delle mafia era e rimane viva. Oggi si accresce con la figura del giudice Rosario Livatino, alias giudice ragazzino, assassinato ad Agrigento il 21 settembre 1990, a 37 anni. Questa domenica (ieri) la chiesa lo proclama Beato. Essendo nato nel 1952, se fosse vivo, sarebbe ancora in servizio e chissà quante situazioni avrebbe sbrogliato, quanti malavitosi avrebbe consegnato alla giustizia, quanti pericoli avrebbe scampato. Però un miracolo l’ha compiuto – ovviamente parlo da laica – se uno dei suoi assassini ha testimoniato a suo favore. Non conosco l’iter che la Chiesa segue per elevare agli altari persone di merito, ma sono sicura che non si tratta di una passeggiata e il giudice Rosario Livatino aveva la mia stima da prima, legata anche al film che era stato realizzato sulla sua vicenda. Mi piace riportare una frase che gli era cara e che la dice lunga sulla sua profonda spiritualità: “Quando moriremo nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili”.

9 maggio 2021

Seconda domenica di maggio: festa della mamma e compleanno della mia amica Nadia. A tutte le mamme un abbraccio ideale, soprattutto a quelle che non ci sono più e a quelle che, colpite dalla sventura sono rimaste da sole. Alla mia amica di gioventù, oggi affermata odontoiatra in quel di Bassano voglio fare una sorpresa, condita di riflessione. Sto osservando la foto di noi due una quarantina d’anni fa: capelli e sorrisi, frange e mani curate, fiori nei vestiti perché era anche il periodo dei figli dei fiori, se non ricordo male. Chissà cosa ci spinse a posare in uno studio fotografico, dato che la foto è rimasta privata, chiusa in una cartellina con l’elastico per tanto tempo. Ora che mi è tornata tra le mani, mi interrogo sulla giovinezza, su ciò che eravamo… su ciò che è rimasto e chi siamo oggi. Premetto che sto alla larga dalla nostalgia, per me il meglio deve sempre arrivare… al massimo mi prende un po’ di malinconia, se penso che certe situazioni sentimentali avrebbero potuto andare diversamente. Ad esempio noi, io e Nadia, ci scriviamo, ci sentiamo, ma ci frequentiamo raramente. Il che mi lascia stupita, se penso alle premesse della nostra intensa amicizia, iniziata sui banchi del liceo classico. Nel mentre, ognuna ha costruito il suo percorso, con le barriere di protezione e le ancore di salvezza. Io sono diventata insegnante, com’era palese e madre single, come non era scontato. Oggi perciò è anche un po’ la mia festa, oltre che il tuo compleanno, Nadia: un elemento che ci unisce, oltre le distanze. Nella lieta Firenze farai un pieno di Arte che arricchisce la vita e ci rende belle dentro. Comunque, osservando la foto in bianco e nero, i miei capelli sono rimasti ed anche il tuo sorriso!

Tragedia evitata… per un capello!

Come di consueto, il sabato mattina vado dalla parrucchiera che si prende cura della mia chioma. Credo di essere la cliente in età non più evergreen con i capelli lunghi, raccolti però sulla nuca come si conviene a una signora della mia età ed anche perché così più facili da “gestire”. Da ragazza li tenevo sciolti sulle spalle, il che mi dava un senso di libertà, che provo tuttora quando in privato li libero dall’elastico. Mi piacciono le onde, come ben sa Lara, mentre rifuggo dai ricci. Il tema può sembrare frivolo, ma stamattina è legato al drammatico caso di cronaca, capitato pochi giorni fa ad una operaia 34enne, in un calzaturificio di Casella d’Asolo: impigliata per i capelli nel rullo di un macchinario che le ha strappato il cuoio capelluto, è tuttora ricoverata in gravi condizioni ma non in pericolo di vita. Poteva essere un altro caso di morte sul lavoro, come troppi se ne sentono, fortunatamente scongiurato per il pronto intervento dei colleghi, accorsi alle urla. Sono in corso gli accertamenti del caso. Non sono in grado di esprimere giudizi. Mi conforta che la tragedia sia stata evitata. Penso che i capelli, dotazione di una persona, di solito usati per abbellire la propria immagine, nel caso odierno hanno procurato alla malcapitata dolore e un danno esteticamente rilevante. Anche se “A tutto c’è rimedio, fuorché all’osso del collo”.

Sulla proprietà intellettuale

Sulla proprietà intellettuale non ho le idee chiare. Penso sia paragonabile a una specie di diritto d’autore per chi scrive e pubblica, ma molto più ampio. Comunque sia, mi sembra una buona cosa che il presidente americano Joe Biden prometta l’accesso libero ai brevetti di Pfizer, Moderna, Johnson e Johnson, anche se questa liberalità va contro gli interessi delle industrie farmaceutiche. Quand’anche si realizzasse l’accesso libero ai vaccini su scala mondiale, per fabbricare vaccini su vasta scala servono macchinari, manodopera qualificata, accesso agli ingredienti di base, know how… perché “Il vaccino non è come la torta della nonna”, dice Guido Rasi, ex direttore dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema). Nell’intervista pubblicata su la Repubblica di oggi, mi colpisce molto quest’altra sua affermazione: “Al momento somministrare il vaccino costa il doppio rispetto a produrlo” e penso alle persone che disertano gli hub, come dai titoli a pag. 7 dello stesso quotidiano. Lungi da me puntare il dito, però sono evidenti le contraddizioni che accompagnano la campagna vaccinale, che ci mette a disposizione un vaccino anti-covid, realizzato in tempi record: la zattera su cui salire per allontanarci dalla pandemia. Come precisato in un post precedente, tre giorni fa mi è stata iniettata la prima dose di AstraZeneca, con richiamo a fine luglio. Non ho registrato alcun effetto collaterale negativo… anzi mi sono alleggerita del peso di essere un inconsapevole untore. Tra una decina di giorni mi muoverò con più autonomia, senza smettere i raccomandati presidi di salvaguardia. Le ferie estive appartengono a qualche momento del passato. La mia vera vacanza sarà godere del bene incommensurabile della Salute, da condividere con gli altri.

Oggi, letteratura

Ieri era il bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte. La notizia della sua fine in solitudine, dopo tanta gloria, suggerì al Manzoni l’ode Il cinque maggio, che ebbe un successo grandissimo. Arcinoto il romanzo I promessi sposi, ambientato in Lombardia tra il 1628 e il 1630, preferisco considerare Ermengarda, un personaggio della tragedia Adelchi, che a mio dire offre spunti di attualità, pur in contesto storico differente. Figlia del re dei Longobardi Desiderio, viene ripudiata come sposa da Carlo Magno nel 771, entrato in guerra contro i Longobardi, col pretesto che non riusciva a dargli un erede. In estrema sintesi, si tratta della vicenda umana della principessa longobarda, sorella di Adelchi, durante la caduta del regno longobardo in Italia, a opera dei Franchi, nell’VIII secolo. Da donna, mi sono interessata alla figura di Ermengarda, disperata per essere stata ripudiata dall’amato sposo “per ragioni di stato”. Merito certo di come me ne aveva parlato al liceo il mio compianto professore di Italiano Armando Contro. I versi del coro “Sparsa le trecce morbide/su l’affannoso petto,/lenta le palme, e rorida/di morte il bianco aspetto,/giace la pia, col tremolo/sguardo cercando il ciel”, si sono impressi nella mia mente – e non solo – restituendomi l’immagine di una eroina, sacrificata per logiche politiche. Facendo due calcoli, considerato che Ermengarda muore 22enne nel 776, ha patito cinque anni d’inferno nel monastero della sorella, fondato a Brescia per volontà del padre Desiderio. Il Manzoni paragona la morte della donna al sole che tramonta, colorando di rosso il cielo, simbolo di buon auspicio. Non proprio un femminicidio, ma quasi, dato che Ermengarda per il rifiuto del coniuge muore: un dramma d’amore d’altri tempi, con la dimensione autodistruttiva della passione. Non per niente l’opera che ne parla, rappresentata in prima assoluta a Torino nel 1843 è una tragedia. Grande il Manzoni che ha spaziato tra vari generi e che riesce ancora a emozionarci.

India, il buco nero dei vaccini

Durante il mio servizio scolastico, ho avuto degli alunni stranieri, com’è normale che sia, alcuni nati in Italia ed altri giunti da altri continenti. Quelli che mi hanno lasciato un bel ricordo per voglia di apprendere e gentilezza sono indiani. Tant’è che con Annu, ora sposata e residente in Canada, sono tuttora in contatto. L’anno scorso mi ha mandato il bellissimo video delle sue nozze, e attendo che a breve si laurei: era previsto in Italia, ma causa pandemia il percorso di studi si completerà laggiù online. Annu aveva lasciato il segno anche in sede d’esame di terza media, parlandoci con eleganza della cultura indiana ed esibendo un coloratissimo sari. Sentire per televisione che in India la situazione pandemica è grave, mi rattrista molto: non solo per la simpatia che nutro verso il popolo indiano, ma anche per l’assurdità di sapere che l’immensa nazione (settimo stato al mondo per superficie e secondo per abitanti, circa 1 miliardo e 400 milioni) produce una gran quantità di vaccini… e non ha i mezzi per contrastare la drammatica situazione sanitaria, che falcia vittime anche tra i più giovani. Vedere certe immagini, come quella delle pire in serie che bruciano cadaveri in piazza, non necessita di commenti. Mi fa pensare anche alla situazione economica di altri stati, che hanno materie prime di cui non possono godere, perché sfruttate da altre nazioni. Come dire: “Chi ha il pane non ha i denti e viceversa”. Conosco i genitori di Annu, brave persone, integratisi da tempo nella comunità locale. Annu è trasvolata in Canada perché il marito, indiano, viveva là. Sarebbe fantastico che fosse l’amore il motore degli spostamenti. E non l’urgenza economica o altre tragedie.

Art. 32 della Costituzione Italiana

Con una certa ansia, stamattina mi sono sottoposta al vaccino anti-covid, per me l’Astra Zeneca, da richiamare il 27 luglio. Incrocio le dita e spero di non dover combattere con paventati effetti collaterali, persuasa che saranno in ogni caso gestibili. Del resto una decina di giorni fa ho prenotato la vaccinazione, per scongiurare di essere contagiata e per non fare io da untore. Ho scelto di riferirmi al Centro Polifunzionale di Vidor, molto ampio ed organizzato. Mi sono trovata in compagnia di un centinaio di persone della mia fascia d’età, alcune di aspetto più giovane e altre più male in arnese, distribuite su 115 sedie ben distanziate. Ogni quarto d’ora circa, un volontario con megafono introduceva i gruppi di vaccinandi in base all’orario di convocazione in un’altra sala dove una decina di medici procedeva al colloquio, per stabilire il vaccino più opportuno. A me è toccata la dottoressa Claudia, una bella ragazza dai tratti mediterranei, molto professionale e anche cordiale. Le ho pure chiesto a chi girare eventualmente il mio post sull’esperienza e lei mi ha ragguagliata. Quindi ho lasciato il posto a un’altra persona e mi sono avvicinata alla postazione per fare l’iniezione, pressoché indolore e rapida. Ho atteso di più per la restituzione delle “carte”, per un momentaneo inghippo della stampante. Infine ho atteso quindici minuti sulle sedie celesti, di fronte all’uscita e poi… via a recuperare la mia Panda azzurra nell’enorme parcheggio. Persuasa di aver fatto la cosa giusta, al netto di qualche dubbio, riconosco che l’organizzazione merita un plauso e gli operatori coinvolti complimenti sinceri. Ma ciò che mi ha rincuorato, è stato essere insieme a tante persone, più o meno coetanee, preoccupate della loro salute e quindi anche di quella degli altri. Perché la Salute – parola che si merita la esse maiuscola – è un bene individuale e collettivo, come recita l’Art. 32 della Costituzione Italiana.

FATALITÀ

Dopo pioggia e vento di ieri, oggi la settimana inizia con il sole che è sempre benvenuto, per le attività e per l’umore. Un paio di commissioni a Fonte, dove è in corso il mercato. Però prima sosta al bar, rigorosamente all’esterno dove è piacevole sostare seduta ad un tavolino rotondo, con la schiena al sole. Mentre attendo pazientemente la consumazione, sfoglio il quotidiano, sbirciando un bambino che mi guarda dal passeggino. Mi fermo su una pagina di cronaca che cattura la mia attenzione: “Il chirurgo ucciso da un’auto. Aveva operato, tornava a casa”. La vittima dell’incidente è il primario di Neurochirurgia dell’ospedale San Camillo, il 46enne Agazio Meviniti, che un paio di anni fa aveva salvato Manuel Bortuzzo, il nuotatore azzurro ferito a Roma il febbraio 2019 e rimasto paralizzato. Quando si dice la fatalità. Lo scooter del chirurgo viene tamponato sul Raccordo anulare, lui cade e si rialza, ma in questo frangente viene investito mortalmente. Leggo che a casa lo aspettano i due figli per fare i compiti: routine familiare sconvolta e traumatico cambio di abitudini. Chissà quante altre vite dolenti il dottor Agazio avrebbe potuto rimettere in sesto nei prossimi vent’anni! La sua morte sulla strada mi fa pensare a quella occorsa alla mia amica Zulay, colpita in pieno da un’auto fuori controllo, in sella allo scooter, mentre tornava a casa diligentemente sulla destra. Ha lasciato diverse sorelle sparse per l’Europa e un padre di origini indie in Ecuador. Era una mia allieva del corso serale ed eravamo diventate amiche. Le ho dedicato il romanzo MIGRANTE NUDA, che mi ha aiutato a metabolizzare la sua perdita. Sono trascorsi diversi anni da allora. Il senso di precarietà della vita che mi ha trasmesso la sua morte improvvisa e violenta si rinnova ogni volta che si allunga l’elenco delle vittima della strada. Un elenco esageratamente lungo.

In memoria di Gianna

Annamaria mi offre su un piatto d’argento l’argomento del post odierno: Gianna, la nostra cara e stimata collega di Italiano, mancata all’improvviso la notte di sette anni fa, a poche settimane dagli esami e dalla sospirata pensione. Per dire com’era Gianna ci vorrebbe un post a parte, perciò sintetizzo: preparata, spiritosa, disponibile, con una grande capacità di mediazione nelle situazioni conflittuali, sia in classe che nelle riunioni collegiali. Più di me potrebbero dire i suoi studenti, da cui riusciva a estrapolare il meglio. Io le ero coetanea e collega in una classe parallela. Conosceva la mia attitudine a scrivere e mi sosteneva, intervenendo alle mie presentazioni col seguito di allievi che preparava a puntino. Doveva succedere anche la prima domenica di maggio 2014 quando, purtroppo, due giorni prima un infarto bloccò la sua vitalità, lasciando allibita e incredula tutta la comunità scolastica, i figli Davide e Daniele, sorelle fratello e familiari tutti compresi. Gianna era anche molto attiva nel volontariato; in parrocchia era una colonna portante. Che fosse speciale lo dimostra il desiderio di dedicarle la scuola di Castelcucco, dove ha insegnato ininterrottamente per oltre trent’anni, ventilato all’indomani della sua scomparsa e ora riemerso attraverso la voce di Adriana, una comune collega. Io sono in pensione, come lo sarebbe Gianna, dato che eravamo coetanee, ma sottoscrivo volentieri la proposta. Non conosco l’iter burocratico perché il desiderio si realizzi. Mi limito a dire che Gianna se lo meriterebbe! Non solo per come insegnava, catturando l’attenzione anche dei più svogliati, ma per come si preparava: snobbando gli esercizi sul testo, elaborava verifiche di storia e di geografia, per “pilotare” le interrogazioni a buon esito, e si alzava nel cuore della notte per correggere i compiti. Per fare ciò, un insegnante “normale” si prende almeno una settimana; in condizioni ideali, io impiegavo circa un quarto d’ora per compito, per 20/25 allievi. Lei si affrettava, perché sapeva che gli alunni masticavano ansia fino alla consegna. Non conosco nessuno che abbia fatto di meglio. Perciò, cara Gianna, stai sicura: noi non ti dimentichiamo. Con o senza dedica.