Mi sono arrivate delle foto da Nazareth, dove abita Paola, mia amica di liceo che ha immortalato dei bellissimi Anemoni rossi, blu e viola. Tra l’altro mi informa che ieri la temperatura in Israele era di venti gradi e che è già stata vaccinata contro il covid, una doppia bella notizia. Indago sul fiore, che viene chiamato anche “Fiore del Vento” per la fragilità delle sue corolle, dagli svariati colori. Simbolo di caducità e di vita effimera, è anche legato al concetto di attesa. Pertanto lo ritengo adatto a questo periodo liquido nel quale si vive come sospesi, in balìa delle raffiche della pandemia. In Veneto siamo messi male, temo che passeremo a breve in zona rossa, e la cosa mi disturba parecchio perché significa che il Dpcm di Natale non è bastato a migliorare la situazione sanitaria. Per essere chiari, è stato un provvedimento che molti non hanno rispettato, condividendo il virus con i piatti delle feste, laddove altri hanno pranzato da soli, come la sottoscritta. Ed è chiaro che la mancanza non riguarda il cibo, che succede anche di buttare. Adesso la situazione si è addirittura complicata e solo la vaccinazione di massa potrà restituirci un po’ di normalità, in tempi non brevissimi. Tornando all’argomento iniziale dei fiori fragili in Israele, la nazione sta vivendo composta il terzo lockdown, e vorrà significare qualcosa se ha provveduto a mettere velocemente al riparo i suoi nove milioni di abitanti, che come premio si godono temperature primaverili, mentre noi combattiamo con neve e gelo. Devo indagare con la mia amica sull’andamento climatico colà: se fosse costante tutto l’anno, non escludo di fare come le rondini in autunno (per tornare a primavera).
Mese: gennaio 2021
Come resistere?
– In questa gelida domenica di gennaio mi sono alzata col piede sbagliato, fuori è grigio, l’umore è nero. Certo le notizie non sono incoraggianti: Veneto maglia nera per covid e possibilità di passare a breve in fascia rossa. L’emergenza sanitaria può durare altri tre mesi, prorogabili a sei. Dopo quasi un anno di tira e molla, la stanchezza sta passando il testimone alla depressione. L’ancora di salvezza, allo stato attuale è la vaccinazione, che farò di corsa quando sarà il mio turno. Nel mentre, come resistere? In un articolo letto sul periodico gratuito del supermercato consigliano di praticare l’immaginazione: mi applico, e visualizzo il mare luccicante in una mattina di giugno, oppure il ristoro offerto dal mio glicine esuberante durante la calura di agosto. Dura pochi istanti, meglio di niente. Mentre rimugino su cosa scrivere nel post odierno, mi arriva un messaggio su Whatsapp di Anna, con la foto di una fragola rosata ai piedi di una pianta, tra sassi lisci e foglie gelate: come dice la mia amica, un bell’esempio di resilienza! Emetto un sospiro di ammirazione e penso a cos’altro può colorare il mio umore: vediamo, è domenica, bar e ristoranti chiusi. Ma è consentito l’asporto. L’ultima pizza risale a tre mesi fa, in compagnia di Lucia, il gentile consorte Gianni e il figlio Alessio. Conservo ancora lo scontrino, come ricordo di un momento felice e condiviso. Ecco, ho nostalgia di una bella pizza fumante che possa allentare il mio disagio e mi consenta di ricaricare le pile. Date le restrizioni, dovrò gustarmela in privato, in attesa di quella da condividere. Un colpo di telefono al Ristorante Pizzeria Montegrappa ed è fatta (il tono accogliente e gentile di Luca, il gestore, è un valore aggiunto).
Beata solitudo sola beatitudo (Beata solitudine sola beatitudine)
In coda ad un telegiornale, ieri ho sentito che in un paesino del padovano, Villa del Conte è stato istituito l’Assessorato alla Solitudine. Mi è sembrata un’ottima idea, su cui mi sono documentata stamattina. Scopro che non c’entra la solitudine esistenziale, quanto l’offerta di un servizio ai cittadini da parte di una persona in carne ed ossa, al posto di un robot: comunque una iniziativa apprezzabile, per umanizzare i servizi, tra l’altro neanche recentissima, perché risale a circa un anno fa. Comunque approfitto della notizia per riflettere sulla solitudine, “un’ottima cosa, se puoi parlarne con qualcuno”, come dice il mio amico Piero. Nel mio stato su Whatsapp ho inserito la frase “Beata solitudo, sola beatitudo”, attribuita a san Bernardo, persuasa della necessità di poter stare anche con se stessi, per una sorta di recupero della propria essenza, disturbata da tanti stimoli esterni. Pertanto non considero la solitudine un male, anzi un indispensabile ingrediente per praticare una qualsiasi forma d’arte. Però quando è troppo è troppo! Il distanziamento sociale favorisce l’isolamento e la solitudine scade in scoramento e profonda tristezza. Non vedrei male l’istituzione di un servizio d’ascolto, tipo telefono amico, destinato a curare le ferite da covid inferte allo spirito, subdole ma pericolose. Anch’io che apprezzo la solitudine, ho dei momenti di cedimento da cui mi rialzo indebolita. Mi impongo di essere ottimista, faccio qualche telefonata, incrocio le dita… confidando in un cambio di rotta, che dovrà pure arrivare!
La pazienza del giacinto
Mi piace la fioritura lenta dei bulbi in acqua. Da un paio di mesi ho acquistato dei bulbi di giacinto che ho messo a radicare in acqua, processo che avviene in tempi non rapidi e per step: prima le radici, poi la gemma e infine il fiore, che è un raggruppamento di minuti fiori profumati, di varie tonalità. Io prediligo quelli blu, ma ne ho di diversi colori. Gli devo la soddisfazione letteraria procurata da una mia poesia intitolata GIACINTO BLU, che riporto sotto, con protagonista appunto lui. La cosa curiosa è che ritengo la motivazione della poesia esemplare, perché ha colto in pieno lo stupore nell’osservare, passo dopo passo, il manifestarsi della natura in tutto il suo fulgore. Quindi il riconoscimento è andato anche alla capacità di attendere il compiersi dell’evento. Il che mi induce a considerare la pazienza un ingrediente del successo, concetto sintetizzato anche nel proverbio “Chi va piano va sano e va lontano”. Beh, di questi tempi gravati dalla pandemia, ce ne vuole davvero tanta, per non lasciarsi vincere dallo sconforto. In attesa che si compia il miracolo del ritorno alla normalità, in tempi non biblici. GIACINTO BLU Nella boccia di vetro/ho spiato/le radici avvolgenti/distendersi/come velo da sposa./La gemma tenace/ha nutrito/per lungo tempo/la mia voglia/di meraviglia./Il primo fiore/s’è infilato incerto/tra le foglie,/incalzato/da una costellazione blu./Tra colori e radici/si sono sciolte/le ansie quotidiane,/come sulla rena/la spuma del mare.//
O tempora, o mores! (Oh tempi, oh costumi… ) Cicerone
Edizione straordinaria ieri sera alle 22.30 circa, per quanto successo in America, a Washington, nella sede del Parlamento della più grande democrazia del mondo: un assalto al Campidoglio, da parte dei sostenitori di Donald Trump, con feriti, una vittima (salite stamattina a quattro) e conseguente coprifuoco. Incredibile! Stavo in poltrona, con la gatta che ronfava sulle gambe; un occhio al programma su Rai uno e l’altro sul tablet, a curiosare tra gli ultimi messaggi. Incredula, sono sobbalzata! Mi è venuto in mente il detto “Tutto il mondo è paese”, subito archiviato perché in Italia abbiamo già i nostri problemi. Una ventilata crisi di governo fa già paura, figuriamoci oltre! Istintivamente ammiro gli Stati Uniti, ma devo dire che l’appeal non è più lo stesso da un bel po’. Trascorsi i bei tempi del “Yes, we can”, di Barack Obama sono emerse negli anni successivi delle negatività imbarazzanti in politica, come nella società. Mi spiace che il neo presidente eletto Joe Biden, di cui proprio ieri si ratificava l’elezione, debba affrontare una tale gatta da pelare, con tutto il rispetto per i felini, creature flessuose ed eleganti. Certo governare non è un esercizio da poco. Mi sovviene il detto che riguarda le tre attività più difficili al mondo: educare, sanare, governare. Che meraviglia, se potessero intersecarsi a beneficio della comunità nazionale e mondiale! Mi auguro che la crisi venga prontamente superata, come pare da segnali incoraggianti e auguro al Presidente Joe Biden di tenere testa alle drammatiche provocazioni. Al popolo americano, di fare autocritica.
Inossidabile Befana
Ho sempre preferito la Befana a Babbo Natale: rispetto a lui, in sovrappeso che viaggia con le renne, lei ossuta a cavallo della scopa, piuttosto sgradevole fisicamente, ma credibile, come tante donne che non hanno tempo di imbellettarsi, ma sono dotate di carattere. Anche saggia e giusta nel distribuire carbone ai bimbi cattivi e dolcetti a quelli buoni, senza donare a casaccio, perché i premi vanno meritati. Da un giro di confidenze con i miei coetanei, in età non più evergreen, da bambini noi non aspettavamo i doni né da Babbo Natale né da Gesù Bambino, ma dalla rassicurante Befana, una sorta di zia “madéga” (= nubile). E non mi si venga a raccontare che era la moglie di Babbo Natale, come ho sentito dire da qualche inventore di bufale. Nella mia infanzia, non ricordo molte calze appese alla cappa del camino… piuttosto i pacchi dono che la Ferrero, di cui mio padre era rappresentante, donava ai figli dei dipendenti: belli grossi, pieni di dolciumi e anche di libri. Deve essere partita da lì la mia curiosità per la carta stampata e per le storie, dolcezze per il cuore e per la mente. Anzi, già che ci sono rivolgo un appello alla inossidabile Signora: se dovremo convivere ancora a lungo con il distanziamento sociale, distribuisci anche a noi adulti tanti libri, possibilmente cartacei, senza scordare gli autori antichi che ci trasmettano il senso della misura e le virtù da esercitare nella pandemia… Adriano, Sant’Agostino, Seneca… e qualche raccolta di Poesie farebbero al caso mio. Grazie per l’attenzione e buon lavoro, inossidabile Signora! (Se non sono stata abbastanza buona, farò una capatina in biblioteca)
Calicanto, il fiore dell’inverno
Ieri, lunedì arancione, ne approfitto per fare un salto dalla sarta, ritirare un prodotto in farmacia e fare una visita veloce a Lina, perché poi devo fare la spesa e non voglio trovarmi inguaiata tra carrelli e persone (infatti quando arrivo al supermercato, il parcheggio è pressoché al completo). Lina dispone di un giardino spazioso che sconfina nell’orto, curato da lei personalmente e in una zona a frutteto. In passato siamo state insegnanti di Lettere nella stessa scuola, ma abbiamo trovato affinità di sentire nella vita quotidiana. Come me, ama i gatti e i fiori. Il marito Luigi è un avvincente raccontatore di storie e mi chiede sempre “Cosa mi racconti di bello?”, spiazzandomi quando sono a corto di leggerezza. Lina mi regala spesso dei fiori del suo giardino, ora quasi del tutto a riposo, meno che per una vigorosa pianta di Calicanto, da cui taglia due lunghi rami per me. Deposti con riguardo in auto, la inondano di una fragranza intensa. A casa ne ricavo un paio di bouquet che distribuisco in diverse stanze. E mi documento su questo fiore che sboccia d’inverno. Originario della Cina, il suo nome deriva dal greco e significa “fiore dell’inverno”. Nel linguaggio dei fiori, simboleggia “protezione e affetto”, aiuta a superare i momenti difficili e protegge dalla negatività. Secondo una leggenda, accolse un pettirosso infreddolito in cerca di rifugio, che era stato rifiutato da altri arbusti. In cambio ricevette dal Cielo una pioggia di stelle, trasformate nei profumatissimi fiori gialli dal cuore purpureo, che sbocciano direttamente dal legno. Sia come sia, la natura non smentisce la sua generosità, donandoci una fioritura straordinaria in tempo avverso. A ben considerare, un bell’esempio di resilienza!
Oggi, musica!
Almeno una volta al giorno ascolto un cd di musica moderna, che mi fa compagnia mentre scrivo al computer, preferibilmente di tardo pomeriggio quando ho sbrigato le faccende domestiche. Tra gli interpreti preferiti annovero Aznavour, Mia Martini, Cocciante, Lucio Dalla. Ultimamente però ascolto in maniera quasi ossessiva Cesaria Evora (27.08.1941 – 17.12.2011), cantante capoverdiana dallo stile inconfondibile, un mix di tanti generi, una miscela armoniosa di sodade (=nostalgia) con sonorità africane e cubane. L’antologia dei suoi brani musicali probabilmente è entrata a casa mia per ragioni scolastiche: ricordo che mi ero documentata sul fado (musica popolare portoghese, dal 2011 riconosciuta dall’Unesco patrimonio intangibile dell’umanità) per introdurre la lezione di Geografia sul Portogallo ai ragazzi di seconda media e da lì il passo è stato breve. Infatti il Portogallo ha colonizzato per 500 anni l’isola di Capo Verde, nell’oceano Atlantico, al largo del Senegal. I due brani che ascolto, senza stancarmi si chiamano SODADE e MAR AZUL, che hanno reso famosa Cesaria in età adulta, dopo una vita da romanzo. Rimasta orfana di padre a sette anni, vive per un po’ in orfanotrofio, perché la madre deve occuparsi dei numerosi fratelli maschi. Da adolescente, Cesaria inizia a cantare nelle taverne di Mindelo e nelle barche attraccate al porto, ricevendo come compenso bibite alcoliche che le mineranno il fisico. Da adulta, per dieci anni combatte con l’alcolismo ed esce di casa solo per vedere il mare. La sua carriera di cantante professionista inizia verso i cinquant’anni e da lì sarà tutta in salita, fino a meritare negli Stati Uniti il prestigioso Grammy nel 2004. Una carriera tormentata almeno quanto la vita piena di turbolenze, da cui si è sempre ripresa. Lasciandoci in eredità una voce straordinaria e delle canzoni struggenti.
Prima domenica dell’anno
Che bella cosa, il sole! La neve è bella da vedere, ma il sole è energizzante, tira su come una tazza di caffè di prima mattina. All’inizio dell’anno pare un monito incoraggiante, per ricaricare le pile dell’umore ed affrontare la risalita della china. Siamo in zona rossa, domani tregua e poi torniamo in zona rossa fino all’Epifania (tra parentesi, mai piaciuto il colore rosso…). Sono ansiosa di vedere cosa succederà dopo, sperando in un calo dei contagi che in Veneto sono esorbitanti. Mi ero illusa che la seconda ondata sarebbe stata più soft della prima, invece sappiamo com’è andata. Ho modificato le mie abitudini in senso restrittivo: spesa una sola volta la settimana, uscite a piedi in piazza (200 metri) motivate, niente parrucchiera che esercita nel paese confinante, il cane fuori all’imbrunire, se non piove. Non essendo una brava donna di casa, non sono attratta dalle faccende domestiche. Potrei sostituire le passeggiate con il tapis roulant, ma mi manca l’entusiasmo per farlo e ho ridotto le sedute. In compenso ho ingoiato diverse praline di cioccolato fondente per la gioia di colesterolo e trigliceridi. Cosa faccio di piacevole? Scrivo, per me, per le amiche, per il blog. Se capita, fotografo, senza pretese s’intende. Ho avviato una storia realistica da dedicare a una persona cara scomparsa, che pensavo di aver concluso a questa data. L’umore al ribasso ha rallentato il ritmo espressivo. Vorrei fosse già primavera e respirare a pieni polmoni aria nuova. L’anno è appena iniziato, devo dargli tempo di crescere, convengo. Realisticamente mi concentro sulla giornata odierna, con il dono del sole. Il resto seguirà a ruota.
Tecnologia e Umanesimo
Ho seguito il discorso del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, che si è rivolto ai “cari concittadini e care concittadine” con tono paterno e parole chiare, invitando alla “ripartenza”. Eravamo in molti, circa 15 milioni, ad ascoltare il suo accorato messaggio. Capelli bianchi, abito blu, sguardo mite sembrava un importante membri di una allargata famiglia: credibile e rassicurante, pur ricordando le vittime e i danni perpetrati dalla pandemia nel corso del drammatico 2020. Ad un certo punto ha dichiarato che si vaccinerà, appena arriverà il suo turno. Esemplare. Riguardo alla ripartenza, sento il parere di diversi opinionisti, che prendo con le pinze. Oggi 2 gennaio 2021, durante il programma televisivo Unomattina ho selezionato due parole del pensiero di un qualificato ospite, che potrebbero diventare un’accoppiata vincente per la ripresa dell’economia nei prossimi mesi: Tecnologia e Umanesimo. Preciso che non sono affatto un’esperta, mi affido all’intuito più che altro, per definire la mia posizione. Avendo fatto studi classici e amando l’arte, che in Italia è di casa, vedo volentieri qualunque iniziativa volta a valorizzare il nostro immenso patrimonio. Quanto alla tecnologia, se bene utilizzata e non invasiva, perché no? Fa risparmiare un sacco di tempo e di code. La prima mail è stata inviata nell’ottobre del 1971 e da allora ne è passata di acqua sotto i ponti! Certo non si può semplificare: la didattica a distanza è un palliativo rispetto alla lezione in presenza. Me lo confermano le mie colleghe in servizio. Io da pensionata le sostengo con qualche verso… che devo alla mia cultura umanistica.
