Antidoto

Iniziare la settimana con la pioggia, per me non è il massimo perché significa rinunciare al mercato nel paese vicino e restare a casa, come se fossimo in zona rossa. Del resto la divisione in zone colorate credo procuri, non solo a me, disturbi di connessione psico-visiva. Tant’è, devo farmene una ragione e considerare che la terra aveva bisogno del nutrimento prezioso dell’acqua piovana. Perciò ben venga una rinfrescatina con adeguate precipitazioni, purché a metà settimana ritorni a splendere il sole, anch’esso benefico per la terra e per l’umore. Cerco motivi incoraggianti per non avvilirmi: oggi avrei dovuto prenotare la vaccinazione anti-covid nel portale della sanità… ma le operazioni sono a rilento per problemi vari, quindi solo mezzo sorriso. Temevo che il ciliegio giapponese, ormai in post fioritura lasciasse cadere i teneri fiori rosa sotto il peso della pioggia… ma non è ancora accaduto, perciò mezzo sorriso dall’altro lato della bocca. Se ricordo bene, in algebra meno più meno fa più, perciò devo accontentarmi e dispormi a sorridere… non proprio a bocca spalancata. Devo vedermela con il nervosismo della gatta che fa dentro e fuori casa, con il sonnecchiare prolungato del vecchio cane che si appisola ovunque, intralciando i miei passi. E anche con la mia inquietudine, che si allenta solo scrivendo. Sbircio il cielo dalla porta-finestra e mi pare di percepire un certo chiarore. Può darsi che il pomeriggio riservi delle piacevoli sorprese: potrebbe anche far capolino il sole… in tal caso potrò andare a salutare la mia amica Lucia e tornerà il buonumore!

Mare da amare

Avevo cinque anni la prima volta che vidi il mare… deve avermi fatto un grande effetto, perché è stato un crescendo di attrazione e di simpatia, una sorta di innamoramento ricambiato con la serenità che mi regalava il mare quando potevo starci anche poche ore. Viceversa la montagna mi incuteva soggezione e da grande l’ho evitata. Ma per questo ho una spiegazione: le scottature che prendevo da piccola sul tubo di scappamento della gilera, quando scendevo dal sellino posteriore, conclusa la gita che mio padre spericolato effettuava su percorsi montani accidentati. Dal mare ho percepito tutt’altro, un mondo in subbuglio, come un’anima che freme, a volte di passione, a volte di sentimenti sfumati. Per me è un luogo aperto come le pagine di un libro che non annoia. Racconta storie di emigrazione, di marinai, di pescatori, di sirene, di amori… Mi sovviene adesso la bellissima canzone “Una rotonda sul mare”, interpretata da Fred Bongusto, che da ragazza ha avuto il suo peso nel creare certe atmosfere romantiche. Ma anche vari testi recenti hanno per protagonista il mare, senza scordare la letteratura, dove i miei ricordi pescano la struggente poesia “Arrivederci fratello mare” di Nazim Hikmet. Una lunga introduzione per ricordare che oggi, 11 aprile si celebra la giornata nazionale del Mare (istituita con decreto legislativo 229/2017), con lo scopo di sensibilizzare i giovani e di sviluppare il concetto di “cittadinanza del mare”. Mi sembra molto opportuno, dato che l’Italia è una penisola protesa nel mar Mediterraneo… e che la vita viene dal mare. Se fossi ancora in servizio, ne avrei di racconti e di foto da proporre agli studenti al riguardo. Beato il mio caro collega Massimiliano che abita in Sardegna. Dalla sua isola mi invia foto paradisiache che fanno sognare. Col suo favore le posto, per condividerle con i visitatori del blog. Buon mare a tutti!

Lavori in prima linea

Oggi 10 aprile 2021, si celebra il 169esimo anniversario della Polizia di Stato. “Esserci sempre” sintetizza lo spirito di quanti operano con abnegazione ogni giorno, per la sicurezza delle persone, sapendo a che ora inizia il servizio che può dilatarsi a oltranza, a seconda delle emergenze. Lo dico con cognizione di causa, perché ho un amico carabiniere sempre in prima linea, subissato da molteplici impegni lavorativi, cui va tutta la mia stima. Dal 2000 possono arruolarsi nell’Arma anche le donne – 14.580, di cui 1.697 Ufficiali e 2.046 Sottufficiali – un lavoro che ritengo estremamente moderno ed interessante anche in abiti femminili. Infatti è passato il tempo in cui si destinavano le donne quasi esclusivamente alla didattica, dove peraltro scarseggiano i maschi. Ho visto il breve video postato su Internet dalla Polizia di Stato, dove giovani donne affermano di conciliare lavoro, casa e famiglia con invidiabile disinvoltura, arte del saper fare tante cose insieme, esercitata dalle donne da tempi immemorabili. Ricordo la battuta di mia zia, quando tornava dai campi stremata: “Beati i morti, loro sì che si riposano!”. Allora mi sembrava spropositata e fuori luogo – Primina era una bella friulana in carne – ma col senno di poi, oltre all’ironia la battuta mantiene una carica di veridicità. Ritengo che sia stata opportunamente archiviata la credenza che le donne rappresentino il sesso debole. Senza farne però una questione di genere, personalmente apprezzo molto chi è impegnato in ruoli sociali, soprattutto con il pandemonio dell’emergenza sanitaria che ha sparigliato abitudini e convinzioni. Pertanto, buon lavoro a tutti… ma soprattutto a chi mette a repentaglio la propria vita per il bene comune.

Addio a Filippo di Edimburgo

È morto Filippo di Edimburgo, 99 anni, il principe consorte della regina Elisabetta II, che con lui ha condiviso 73 anni di vita coniugale. Il 10 giugno prossimo ne avrebbe fatti 100, e già questo è un segno di eccellenza concesso a pochi. Immagino lo stato d’animo della regina, sostenuta dal cordoglio dei sudditi, lei donna eccezionale, (in carica dal 6.02.1952 e incoronata il 2.06.1953) sul trono da oltre sessant’anni, tuttora amata e benvoluta. Ma stavolta dedico una pagina di riguardo a lui, che ha saputo starle accanto, sempre un passo indietro. Ovviamente, quello che so l’ho appreso dai media e l’idea che me ne sono fatta è del tutto opinabile. Mi risulta che in generale gli uomini tendano a prevaricare e sono molto pochi quelli disposti a riconoscere le qualità femminili esercitate in ambiti maschili, prova ne sono certe professioni che stentano ad adottare la parola femminile corrispondente ad avvocato, architetto, eccetera. Senza farne una questione linguistica, credo che il temperamento bizzarro e spiritoso del principe Filippo lo abbia aiutato a barcamenarsi alla grande nei meandri spesso spinosi della vita di palazzo. Mi ha strappato un sorriso quando ho sentito che guidava, se pure incautamente a 90 anni, dimostrando un coraggio notevole, paragonato alle chiusure e alle ansie di molti suoi coetanei, invecchiati tristemente. Certo la genetica l’ha aiutati. Forse la realtà è stata edulcorata, dato il prestigioso ruolo di corte, ma mi piace assai l’immagine di una persona invecchiata senza rinunciare a gioire della vita, anche combinando qualche sciocchezza… giusto come i ragazzini! La pascoliana teoria del fanciullino insegna. Mi manca la figura del nonno, specie quella del nonno vulcanico, capace di emozionare e stupire nonostante la sua longevità. O meglio, grazie ad essa!

Giornata internazionale del popolo Rom

A carnevale, da bambina ho indossato un paio di volte il costume da fatina – con tanto di bacchetta magica – che detestavo. Evidentemente mia madre si compiaceva di tulle e brillantini, che a me facevano l’effetto contrario. Mi attraeva molto il vestito della zingara, a tinte forti e il carattere volitivo della persona che lo indossava. Ne ricordo una, truccatissima che leggeva la mano alle sagre, piena di bracciali tintinnanti. Anche la canzone “Zingara”, interpretata da Iva Zanicchi ha accentuato la simpatia per il popolo nomade. Da grande, ho associato l’abito zingaresco a quello delle ballerine di flamenco o di tango e qui mi sono tolta un sassolino dalla scarpa, perché ho indossato diversi abiti con balze e volant durante le mie danze giovanili sulle piste da ballo. Conservo gelosamente una mini foto zingaresca, scattata in Romagna una quarantina d’anni fa. La premessa, per introdurre l’argomento serio dell’odierna Giornata internazionale del popolo Rom, oggetto di tremende discriminazioni durante l’Olocausto, a tutt’oggi ancora emarginato. A scuola ne parlavo. Capitava di ospitare, di tanto in tanto, alunni nomadi i cui genitori artisti montavano il tendone in paese, a ridosso della festa del patrono. Ho sempre sentito attrazione per il diverso, curiosa di scoprire altri costumi e modi di vivere: credo che il mio spirito d’indipendenza sia molto simile a quello degli zingari, di cui ammiro anche la capacità di vivere in una grande famiglia allargata, itinerante e collaborativa. Purtroppo anche i loro spettacoli all’aperto si sono rarefatti, meglio dire azzerati. Gli viene dedicata la giornata odierna, che ricorda le traversie subite e ciò che rappresentano sia in ambito privato che pubblico.

Il conforto del ciliegio

Avevo già riposto il giaccone invernale nell’armadio e messo in terra una rigogliosa azalea, regalatami per il mio compleanno due settimane fa. Tutto da rifare: ho dovuto espiantare l’azalea, rimetterla in vaso e ripararla in zona protetta sotto il portico; dall’armadio è tornato in servizio il giaccone e di sera riattivo la stufa con gli ultimi tronchetti di legna. La pioggia, tanto urgente per l’agricoltura e le colture si fa attendere… il tempo bizzoso scombussola assai. La mia mente peregrina cerca sul calendario giorni importanti: quando la vaccinazione anti-covid? Quando la prima puntata al mare? Quando una rimpatriata con le amiche in pizzeria? Non vorrei abituarmi a questa prolungata condizione di rinuncia alla comunicazione diretta con le persone, al piacere di un abbraccio, al conforto di una stretta di mano. Invidio cordialmente Paola che abita a Nazareth ed è stata messa in sicurezza da un po’. Quando tornerà a Bassano, ce ne racconteremo delle belle… Per distrarmi da pensieri grigi, fotografo in continuazione il mio ciliegio giapponese in fiore, un vero spettacolo della natura: una “pioggia” di piccoli fiori rosa, anche leggermente profumati. Non dureranno a lungo, ma rimedierò alla loro assenza con le foto. Ancora una volta, trovo conforto nella natura, specialmente nei fiori, compagni di ogni evento umano, nella buona e nella cattiva sorte, dalla nascita all’uscita terrena. Una delle tre cose rimasteci del paradiso, di cui possiamo ancora godere.

Denise, dove sei finita?

Ci sono dei fatti di cronaca irrisolti, come quello che riguarda la piccola Denise Pipitone, sparita ben 17 anni fa a Mazara del Vallo, mentre giocava. Piera Maggio, la madre, non si è mai rassegnata e vive nella speranza di riabbracciare la figlia che oggi dovrebbe avere 21 anni. Ogni tanto spunta un avvistamento che fa presagire la risoluzione del caso. Di recente in Russia, una ragazza con tratti fisiognomici sovrapponibili a quelli della ipotetica madre siciliana, si è rivolta a un programma televisivo, dichiarando di essere stata rapita e di essere alla ricerca della madre. Sono in corso gli esami e le prove per risolvere il mistero, su cui i media intervengono molto, spesso per aumentare audience e angoscia. Non oso immaginare lo stato d’animo di mamma Piera, che da 17 anni convive con un macigno inimmaginabile. Mi è capitato a Lignano, al mare di “perdere di vista” per un paio d’ore mio figlio, allora di cinque anni. Lo avevo lasciato seduto fuori della gelateria, per comperare delle cartoline nel tabacchino di fronte. Uscita dopo pochi minuti non c’era più. Seppi più tardi… che aveva seguito una coppa di gelato e, disorientato, si era affidato a una sua ricerca personale di me nelle boutique dei paraggi dove andavamo insieme. Un incubo conclusosi abbastanza presto, con un mio pianto liberatorio e una sgridata del vigile al mio bambino, per non essere rimasto seduto in attesa del mio ritorno. Da quella brutta esperienza ho imparato che non bisogna fidarsi troppo delle raccomandazioni ai minori, che vanno osservati a vista. Anche Denise stava giocando, con tante persone attorno, familiari e conoscenti. Gira spesso il video di lei piccina che gioca… chissà che aspetto ha il mostro che l’ha rapita. Mi auguro, ovunque sia, che possa riabbracciare sua madre e dare una svolta in positivo alla sua vita. E che Piera possa porre fine alla pena straziante di non sapere che fine abbia fatto. Coraggio a entrambe, cui va tutta la mia solidarietà di donna e di madre.

Insolita Pasquetta

Quando l’ortopedico mi ha dato l’appuntamento per l’infiltrazione di acido ialuronico all’anca per il giorno di Pasquetta, quasi ho gioito. Ho pensato:”Almeno faccio un giro per motivi di salute, in zona rossa!”. Detto, fatto. Copro i 33 km del percorso da Castelcucco a Feltre, sia all’andata che al ritorno, in quasi solitaria: strada libera, poche auto, tutte di corsa, il che mi fa supporre che nessuno sia al volante per un viaggio turistico. Anche l’ospedale sembra abbandonato, senza via vai di operatori sanitari e visite ai parenti. Il parcheggio pressoché libero. Mi precedono tre persone in sala d’attesa. Il dottor Guido Mazzocato, col solito rassicurante sorriso mi introduce in ambulatorio, dove mi trattengo il tempo necessario per la pratica, indolore e molto utile nel mio caso. La rigidità motoria rimane, ma non ho male. Posso convivere col problema ancora per un po’, tenendomi il “pezzo originale”, l’anca artrosica finché non peggiora. Quando esco dall’ospedale Santa Maria del Prato, individuo in uscita delle bellissime siepi di pesco selvatico (pirus) lungo il passeggio pedonale che congiunge i due ingressi: pane per i miei denti, devo fotografarle. Peccato che non possa riprodurre il laborioso lavorìo delle api, in solerte attività. Il colore dei fiori è un toccasana per la vista, un piacere che rilassa e distende i nervi, praticamente una cura extra a portata di mano. Salgo in macchina con l’umore in crescita. È stata una benedizione sottopormi alla cura conservativa nel giorno di questo silenzioso lunedì di Pasqua. Grazie all’ortopedico, il dottor Guido Mazzocato che ci ha visto giusto!

Emozionarsi, progettare, sperare: buona Pasqua!

Il mio ciliegio giapponese è uno schianto: quando apro il balcone dello studio, mi pare che i rami si tendano in un abbraccio di pensieri rosa apposta per me! La Natura segue il suo corso, indifferente alle restrizioni sanitarie, è già un messaggio di guardare oltre e disporsi a emozioni positive: emozionarsi, progettare, sperare… è l’augurio più opportuno in questa faticosa risalita della china verso il recupero della voglia di vivere e di condividere con gli altri. Condividere, anche a distanza è l’invito che ci offre uno spot televisivo, oltre a sorridere, essere gentili, allenare il corpo e imparare qualcosa di nuovo. Un sasso in uno stagno, ma è già qualcosa. Torna a fagiolo il mio blog, che in questo senso è diventato per me una benefica cura e un motivo per allacciare contatti: proprio ciò che mi serviva: grazie ai fedeli lettori, di farmi compagnia con l’attenzione e i commenti, ancora pochi ma buoni! Una carezza mattutina me la offrono i fedeli contatti di Whatsapp, che distendono le mie rughe e illuminano i miei occhi. Alle sette di stamattina erano già parecchi ad avermi preceduta nell’augurio pasquale. Sono uscita a raccogliere due giacinti blu e un tulipano rosso, da mettere davanti al quadro di mia madre. Poi mi posiziono davanti al ciliegio giapponese e lo fotografo da tutte le angolazioni, ne faccio quasi un reportage domestico. D’altronde la bellezza gratuita è pure una benedizione che rende più buoni, in tema con la Pasqua di Resurrezione. Serena Pasqua, piena delle bellezze a portata di mano!

… una cascata di capelli!

Oggi, argomento in apparenza futile: la piega in casa. Impossibile andare dal parrucchiere, centinaia di donne si devono arrangiare, me compresa. Premetto che ho i capelli molto lunghi, che considero un po’ il mio biglietto da visita. Tagliati un paio di volte nella vita, li tengo raccolti sulla nuca in una coda oppure a chignon. Trovo che siano più comodi da gestire, rispetto a un taglio medio, meno che per il tempo di asciugatura che oggi speravo di fare al sole, dato che i tre giorni precedenti la temperatura era pressoché estiva. Niente da fare, il caldo è rientrato, provvedo a mettermi una decina di bigodini davanti allo specchio, impresa che mi fa rimpiangere Lara, la mia amica parrucchiera. A metà dell’operazione, quando ormai non ne posso più, perché i beccucci stentano a infilarsi nel bigodino che penzola, decido di intrecciare le ultime ciocche… e ripenso a mia nonna Adelaide, che teneva l’acconciatura per una settimana: una lunga treccia arrotolata a crocchia sulla nuca, piena di forcine nere: stabile, ordinata, regale come quella delle ballerine di tango o di danza classica. Un’arte, quella di acconciare i capelli, che le donne praticavano in casa da sole o al massimo con l’aiuto di un’amica, compresa la tintura delle chiome ingrigite. La pandemia ha sparigliato diverse abitudini consolidate legate alla cura della persona e non solo… ma io vado dalla parrucchiera perché, nell’esercizio della sua professione è diventata mia amica che si occupa della mia testa, ma anche di quello che c’è dentro. Infatti evitiamo le chiacchiere pettegole e ci confidiamo i fatti nostri: praticamente è come se andassi dall’analista, ma costa assai meno ed è molto più piacevole! Ciao Lara, ci vediamo sabato!