Oggi, letteratura

Ieri era il bicentenario della morte di Napoleone Bonaparte. La notizia della sua fine in solitudine, dopo tanta gloria, suggerì al Manzoni l’ode Il cinque maggio, che ebbe un successo grandissimo. Arcinoto il romanzo I promessi sposi, ambientato in Lombardia tra il 1628 e il 1630, preferisco considerare Ermengarda, un personaggio della tragedia Adelchi, che a mio dire offre spunti di attualità, pur in contesto storico differente. Figlia del re dei Longobardi Desiderio, viene ripudiata come sposa da Carlo Magno nel 771, entrato in guerra contro i Longobardi, col pretesto che non riusciva a dargli un erede. In estrema sintesi, si tratta della vicenda umana della principessa longobarda, sorella di Adelchi, durante la caduta del regno longobardo in Italia, a opera dei Franchi, nell’VIII secolo. Da donna, mi sono interessata alla figura di Ermengarda, disperata per essere stata ripudiata dall’amato sposo “per ragioni di stato”. Merito certo di come me ne aveva parlato al liceo il mio compianto professore di Italiano Armando Contro. I versi del coro “Sparsa le trecce morbide/su l’affannoso petto,/lenta le palme, e rorida/di morte il bianco aspetto,/giace la pia, col tremolo/sguardo cercando il ciel”, si sono impressi nella mia mente – e non solo – restituendomi l’immagine di una eroina, sacrificata per logiche politiche. Facendo due calcoli, considerato che Ermengarda muore 22enne nel 776, ha patito cinque anni d’inferno nel monastero della sorella, fondato a Brescia per volontà del padre Desiderio. Il Manzoni paragona la morte della donna al sole che tramonta, colorando di rosso il cielo, simbolo di buon auspicio. Non proprio un femminicidio, ma quasi, dato che Ermengarda per il rifiuto del coniuge muore: un dramma d’amore d’altri tempi, con la dimensione autodistruttiva della passione. Non per niente l’opera che ne parla, rappresentata in prima assoluta a Torino nel 1843 è una tragedia. Grande il Manzoni che ha spaziato tra vari generi e che riesce ancora a emozionarci.

Oggi, ballo!

Promossa dall’Unesco, la Giornata internazionale della Danza è stata istituita nel 1982. La data commemora la nascita di Jean-Georges Noverre (1727 – 1810), il creatore del balletto moderno. Secondo uno studio svedese, la danza è uno strumento utile contro lo stress e la depressione negli adolescenti (e negli adulti, aggiungo io). È opinione diffusa che il ballo ha il potete di rafforzare i pensieri positivi e l’autostima. A me ha fatto questo effetto per tutto il tempo che l’ho praticato, in età giovanile, per circa quindici anni. Grazie ad un bravo maestro, sono diventata esperta ballerina di liscio, vincendo anche alcune gare di ballo. Niente di straordinario, però volteggiare a passo soprattutto di tango e di beguine mi piaceva molto. Curavo l’abbigliamento che prevedeva boleri e volant, mentre per l’acconciatura optavo per i capelli sciolti oppure per lo chignon con fiore appuntato. Faceva parte del rito che precedeva la pratica sulla pista e che conferiva una nota speciale alla serata del sabato sera. Tempi passati che ricordo con dolce malinconia. La stagione delle danze è archiviata ma seguo volentieri gli spettacoli che la. riguardano. Ogni tanto accenno qualche passo da sola. Ho scritto un racconto intitolato DANCE THERAPY… tanto per dare l’idea! Da piccola, cinque/sei anni avrei voluto fare la ballerina: è andata diversamente. Ma continuo ad apprezzare la danza come una delle sette (o nove) arti per raggiungere il proprio benessere psico-fisico. Provare per credere.

Finalmente, al cinema!

Serapia mi informa che da domani riprendono le proiezioni al Metropolis di Bassano del Grappa, un evento tanto desiderato. Non proprio a portata di mano, perché Bassano dista circa una ventina di chilometri da Castelcucco e bisogna calcolare bene i tempi… per rientrare in tempo (mi si perdoni il gioco di parole) prima del coprifuoco. Orologio alla mano, supereremo questo scoglio. Del resto un cinefilo è disposto a sopportare ben altro, come testimoniano i tanti Milanesi che ieri si sono messi in fila per godere lo spettacolo sul grande schermo alle sei di mattina: encomiabili! Ho condiviso i commenti di alcuni intervistati, felici di godere dell’evento. In effetti, il cinema è considerato la settima arte. In realtà le arti conclamate sono nove: Musica, Poesia, Pittura, Scultura, Danza, Teatro, Architettura, le più antiche, cui si aggiungono Cinema e Fumetto nel XX secolo. Tralasciando le graduatorie, ogni forma espressiva è un piacere sensoriale e un godimento dell’anima. Ognuno sceglie quella che gli corrisponde di più e se ne ciba. Mi torna in mente, a riguardo, la battuta di Mario Ruoppolo (Massimo Troisi) al poeta Neruda nel bellissimo film IL POSTINO (1994; Oscar alla migliore colonna sonora e al miglior film non in lingua inglese): “L’arte è di chi gli serve”. È consolante riferirla alla richiesta di cultura delle tante persone messesi in fila di prima mattina per vedere (e rivedere) CARO DIARIO (1993, David di Donatello) di Nanni Moretti, e altri selezionati film in cartellone. La riapertura, sebbene limitata delle sale cinematografiche coincide anche con la recentissima assegnazione degli Oscar, cui l’Italia ha dignitosamente partecipato, sia pure senza vincere. Mi auguro di sedermi presto in poltrona, per assistere alla proiezione sul grande schermo di un ottimo prodotto. Di qualunque provenienza esso sia.

Romanzo IL FARO E LA LUCE

Novità letteraria: ieri sera è entrato in casa l’ultimo mio impegno, il romanzo biografico IL FARO E LA LUCE. Stipate in tre scatoloni, duecento copie dell’opera mi fanno gradevole compagnia ed ammetto che è una bella soddisfazione immaginarmi nel paesaggio marino della copertina, dove il faro, simbolo di stabilità, diffonde la luce sulla sirena allungata sulla scogliera, in cerca di stelle marine e di coralli. È un’immagine simbolica del contenuto, che sintetizzo in una storia d’amicizia allargata dove la luce dell’intelletto diffonde benessere in chi la riceve. Altro dirò in successivi post. La mia speranza è poterlo presentare in pubblico, appena sarà possibile. Sto anche considerando una finestra adeguata sul web: per ora posso dire che l’opera è acquistabile sul mio sito verbameaada.com nella sezione “il mio negozietto”. I prossimi giorni valuterò come promuoverlo, visto che trattasi di prodotto… autoprodotto (mi si perdoni il gioco di parole). Giancarlo dice che i figli se ne vanno, ma i libri restano: mi consola questa fedeltà dell’opera creata, che non verrà mai meno, mi fa compagnia e mi consente di tenere i legami con le persone che ci ruotano attorno. Approfitto per ringraziare chi ha fornito testimonianze utili a sostanziare la trama del mio romanzo: Lidia, Massimo, Alberto… e chi ha abbellito il mio lavoro con la sua arte o la sua competenza: Noè, Francesco, Gigliola, Angelo, Manuel… le mie amiche Lucia, Adriana, Pia, Serapia, Marcella, Martina, Paola, Lisa, Rossella, e mi perdonino quelle che al momento mi sfuggono. Alle soglie della sera, sono contenta di sentirmi letta e in compagnia con i visitatori del blog, maglie importanti della rete dell’anima.

Arte, dimensione del bello

Ieri era la Giornata Mondiale dell’Arte, scelta non a caso il 15 aprile, giorno in cui nacque il genio Da Vinci. Me ne occupo oggi, perché ieri ho scritto di rondini, che rendono comunque artistici i nostri cieli e sottotetti. Venendo al World Art Day, proclamato nel 2012 dall’Associazione Internazionale dell’arte, partner ufficiale dell’UNESCO, trovo opportuno dedicare una giornata all’Arte, in tutte le sue espressioni, dato che l’Italia detiene un gran numero di siti delle meraviglie, paesaggistiche ed artistiche. Anzi, ancora scarsa è la cultura per le bellezze che abbondano nel nostro Belpaese, spesso apprezzate più dagli stranieri che da noi Italiani. Comunque, evitando discorsi accademici che lascio ai professionisti, provo a dire cosa rappresenta l’arte per me e quale forma espressiva mi rappresenti. Per dare un’idea, mi elettrizzava l’ora di arte al ginnasio con il manuale verde scuro di Storia dell’arte G.C. Argan, tre volumi, poi sacrificata al liceo per fare spazio ad altre discipline. Se non avessi fatto il classico, per una spiccata attrazione verso la lingua in generale, credo mi sarei sentita bene in un liceo artistico, senza disdegnare quello musicale. L’arte per me è la dimensione del bello, in tutte le sue accezioni, sia quella creata dall’uomo con il suo ingegno, sia quella esistente in natura, spesso solo sfiorata dal nostro sguardo. Visto che io sono portata ad esprimermi con la parola, Adriana mi lusinga quando dice che scrivo pennellate, perché mi illudo di avere acquisito un po’ l’arte del pittore, che non è proprio il mio campo. Ma sono onorata di condividerlo con l’amico Noè Zardo, autore del dipinto riprodotto in copertina del mio ultimo romanzo, IL FARO E LA LUCE, che sta per… vedere la luce. Pochi giorni ancora e poi dalla tipografia passerà a casa mia. Con la speranza di poterlo in qualche modo presentare e condividere con i lettori!

Protagonista, il gatto!

Di prima mattina, mentre sorseggio il cappuccino con un occhio al piccolo schermo, vedo passare in sovrimpressione la scritta “I GATTI, SIMBOLO D’INDIPENDENZA” e subito mi concentro. Sabina Guzzanti, ospite della trasmissione, ne parla con trasporto, elogiando le caratteristiche del flessuoso animale, che tanto mi è caro. Non so se il libro di cui è autrice, La disfatta dei Sapiens (titolo accattivante) c’entri con il felino, ma suppongo di sì. Associo la notizia con la foto che ieri mi ha girato Erica… e ne ricavo l’argomento del post di oggi. Sissi, la splendida gatta della compianta maestra Silvia Ferracin, guarda il cielo con un atteggiamento di stupìta ammirazione, quello che spesso manca a noi umani. Lasciando perdere altre considerazioni sulla bellezza della foto – e del soggetto – ciò che mi colpisce è proprio la meraviglia dell’incanto che emerge dall’atteggiamento. Quando è successo a noi, di meravigliarci altrettanto? Forse mi è capitato nell’infanzia… devo sforzarmi parecchio per risalire tanto indietro. Di gatti ne ho avuti parecchi, ognuno col proprio nome e di temperamento diverso. Da adulta, mi sono affezionata in particolare a due maschi, Briciola e Sky, entrambi tigrati, entrambi dolcissimi. Con le femmine ho stabilito rapporti di complicità e “sorellanza”, per così dire. Tutti i miei mici hanno condiviso il tetto con dei cani e svariati uccellini, che nell’insieme sono i componenti creativi della mia esigua famiglia. È nota la mia simpatia per gli animali e la mia predilezione per i felini, che mi garantisce libri sull’argomento a ogni compleanno. L’ultimo è un simpatico manuale intitolato LA FELICITÀ È UN GATTO, con tanto di test in fondo per “calcolare il vostro Quoziente Gatto (QG)”. Il risultato del test non mi ha stupito: Sono un gatto! Pardon, una gatta…

Sono in attesa del mio prossimo romanzo

Stamattina sono stata in tipografia a prendere la bozza definitiva del mio ultimo impegno letterario, intitolato IL FARO E LA LUCE, deviando tra i campi perché sono in corso lavori importanti, lungo il tragitto verso Loria. Per rendere l’idea, provavo una sottile agitazione, come alla vigilia di un esame (ne ho sostenuti diversi in vita mia). E non sono neanche nuova alla prova, che si è rinnovata diverse volte negli ultimi dieci anni. Ricordo la forte emozione provata, quando sono tornata dalla tipografia la prima volta, con lo scatolone dei libri sul posto del passeggero: avevano in copertina la foto di mia madre e me pargoletta quattrenne sul sedile posteriore della Lambretta! Percepivo quella compagnia di carta profumata, come se avessi trasbordato una creatura! Adesso mi sono un po’ fatta le ossa, ma l’emozione di maneggiare una propria opera è sempre intensa. In questo caso, moltiplicata dal fatto che ci hanno collaborato più persone, offertesi generosamente per rendere omaggio alla memoria del mio stimato e amato professore di Liceo Classico, Armando Contro. Intendo ringraziare pubblicamente e a gran voce: Massimo (il volontario), Alberto (il giornalista), Lidia (la professoressa), Francesco e Gigliola (compagni di liceo), Angelo (il fotografo), Noè (nella doppia veste di pittore e poeta)… oltre le care persone che mi hanno sostenuto durante la elaborazione del progetto, che all’inizio ritenevo al di sopra delle mie capacità. Nei momenti difficili ho pensato a Liana, moglie del professore a cui lo dedico, e le barriere sono crollate. Lei si meriterebbe un romanzo a parte, per tenacia e resilienza. Sul titolo, per ora dico solo che allude alla luce della mente e a chi la diffonde. Il resto al prossimo blog. Buona visione della copertina!

Spettacoli e spettacoli

Non mi sarebbe dispiaciuto recitare in una compagnia teatrale. Ne conosco un paio, di validi artisti non professionisti, che si sono esibite gli anni scorsi nei paesi vicini, con ampio consenso di pubblico. Spettacoli spesso in dialetto, cuciti addosso a persone comuni, dotate di grande comunicativa ed espressività. Purtroppo costrette al silenzio, come tanta gente del mondo dello spettacolo, compreso quello itinerante. Speravo tanto si potesse, come ipotizzato tornare al cinema da oggi e invece niente: sono costretta ad accontentarmi del cinguettio degli uccelli, in un sabato pomeriggio di costrizione. Si parlano da un noce all’altro, in via dei tigli dove abito, in prossimità del cimitero e danno spettacolo, a loro insaputa… io calcai il palco del teatro parrocchiale una sola volta, a cinque anni, danzando per aprire la rappresentazione. Ricordo il buio della sala quando spensero le luci e lo sguardo incoraggiante del maestro di musica dietro le tende. Ecco, è come se quel buio improvviso fosse tornato e si fosse riversato sul mondo intero, in attesa di uno sguardo benevolo, esterno da noi che ci salverà dalla desolazione. Non sono una fanatica delle grigliate e nemmeno una frequentatrice di sagre: apprezzo il silenzio e so stare da sola. Mi manca lo scambio culturale, la condivisione di un buon film, di un concerto, di una mostra, di una qualsivoglia opera d’arte, anche del teatro dialettale, tanto ridanciano e sagace. Dai media viene qualche apprezzabile proposta, ma non c’è paragone con uno spettacolo dal vivo. Il cane del vicino abbaia, cantano i canarini ma si tacciono gli abitanti degli alberi, forse per un moto di empatia. Alzo lo sguardo al cielo e continuo a sperare.

Buona torta a tutti!

17 Marzo: Giornata Mondiale della Torta Proclamata nel 2015, la “World Baking Day”, è la più dolce delle giornate mondiali. Durante questa lunga quarantena, molti si saranno scoperti pasticceri. Circa un anno fa, la farina doppio zero era quasi introvabile, adesso temo che sia venuta meno la voglia di avere “le mani in pasta”, però mi piace (dovrei dire mi gusta) che, tra tante giornate internazionali, ci sia il posto per quella che stuzzica il palato. Tra storia, mito e leggenda scopro che le 10 torte più famose al mondo sono: Pavlova, Charlotte, Saint Honoré, Red Velvet, Sachertorte, Carrot Cake, Cheesecake, Millefoglie, Cassata, Torta di mele, ultima ma dolce per eccellenza della tradizione casalinga. La mia preferita. Come per molte altre preparazioni, nasce per un errore: nel Trecento, un cuoco francese aggiunse delle mele a una torta con cipolle rosse, per renderla più dolce. Gli Americani la chiamano American Pie. Comunque sia andata, non sorprende che la cucina diventi un laboratorio di creatività e di sperimentazione, molto gradito anche ai ragazzi e ai bambini. Anni fa, quando non c’erano i problemi sopravvenuti, delle colleghe di Scienze gestivano dei laboratori per realizzare dolci e salamoia, con grande soddisfazione dei giovani utenti. Io realizzo una versione ridotta della torta di mele, nel senso che produco ogni settimana i muffin con le mele, graditi anche alle mie amiche, talvolta con la composta fatta con i frutti del mio alberello. Prima di deliziare il palato, profumo la casa di un gradevole profumo di mele e cannella che non ha paragone con i deodoranti per ambiente. Per variare ricetta, ieri mi sono dedicata al tiramisù, non in lista tra i primi dieci dolci gettonati… ma un concentrato di piacevolezza, da gustare al cucchiaio, anticipatore della bella stagione. Bene, io sono a posto. Buona torta a tutti!

Musica e gabbiani: un respiro di libertà!

Mi è giunto un gradito video che unisce danza sul ghiaccio con musica di Ennio Morricone: Le vent, le cri (Il grido del vento). Definirlo straordinario è poco, più appropriato sublime! Conoscevo abbastanza il Maestro di tante colonne sonore, ma non questo brano, che sottolinea alla perfezione l’armonia dei flessuosi corpi in movimento. Ad aumentare il godimento degli occhi, anche il video cercato nel web che accompagna l’esecuzione del pezzo, con ambientazione marina: delfini e gabbiani padroni di cielo e mare evocano la libertà agognata. Da cosa? Dallo stress, dagli impegni, dalle limitazioni, dalla paura, dalla sofferenza. Cerco una copertina dell’opera citata e la scarico: protagonisti il mare, un gabbiano e lo spartito del Maestro, mancato da poco ma così vivo e palpitante nelle sue note. In questo periodo di rinnovata pandemia, quando ci aspettavamo di poter muoverci con relativa disinvoltura, la buona musica può essere d’aiuto, così come le immagini di creature in libertà possono lenire la nostra frustrazione di esseri sociali confinati alla clausura. Non intendo indorare la pillola, so che molta gente soffre a causa di questo terribile virus, che la situazione degli ospedali è allo stremo… ma anche chi è in salute fisicamente non sta poi così bene da soli. Mi considero una persona piuttosto riservata e indipendente, tuttavia sento la mancanza, o la drastica riduzione dei rapporti umani. Il lunedì era il mio giorno preferito perché andavo al mercato, che da oggi fino a dopo pasqua sarà blindato, meno che per i generi alimentari e i fiori. Tra una settimana sarà il mio compleanno, che per la seconda volta non potrò trascorrere in compagnia. Speriamo che non si realizzi il proverbio “Non c’è due senza tre”! Ovvio che le lancette del tempo corrono lo stesso, senza baci abbracci, fetta di torta e bicchiere di spumante. Mi consolerò con la musica e le belle immagini, confidando in futuri compleanni festosi, a Dio piacendo. Consapevole che il tempo non si ferma, e ciò che è andato perso non ritorna.