Spazio all’arte

Bella giornata di sole, posso muovermi fino in piazza, ovviamente con le stampelle. Sosta breve in cartoleria e poi al bar, dove cerco sul quotidiano una notizia che mi ispiri il post di oggi: niente da fare, attualità e cronaca nera si ripetono. Ho bisogno di qualcosa che mi carichi, chissà che succeda qualcosa di piacevole, tornando a casa. Di strada, mi fermo a salutare Lucia che mi allunga le stampelle, perché non assuma la posizione “ingobbita”. Lei ha fatto l’intervento prima di me e mi fa da maestra. Rientro a casa, con la sensazione di aver impegnato un bel po’ di energie, perché camminare con le stampelle affatica. Per fortuna non devo occuparmi del pranzo che mi arriva dai volontari del Servizio Sociale del Grappa, caldo e buono. Ieri ho rivisto volentieri Mary, che si premura di consegnarmi i vari piatti sigillati fin davanti la porta, per evitare che scivoli, causa la pioggia. Benedetti volontari e Servizio Ristorazione Aita di Crespano del Grappa! Tornando a oggi, la sorpresa energizzante mi arriva tramite un corriere SDA che mi consegna un pacco, contenente materiale fotografico, in arrivo da Riccione (la località marina mi mette già di buonumore): si tratta di un cuscino artistico che ho ordinato, per l’imminente compleanno dell’amico pittore Noè Zardo, autore del dipinto a pastelli Il Faro e La Luce, in copertina all’omonimo mio romanzo, uscito a primavera e ora stampato sul cuscino. Lui non lo sa ancora, ma spero di fargli una gradita sorpresa. Inoltre ritengo che sia buona cosa far circolare l’arte, affinché sollevi lo spirito e consenta di riconciliarsi con la bellezza, in qualunque forma si esprima. Specie in un periodo inquieto e inquietante come l’attuale. Il Faro e La Luce ci illuminino!

Suoni discordanti

Mentre apro il portoncino stamattina, verso le sette e trenta, vengo colta da due suoni differenti: quello allegro delle campane e quello secco del fucile, una combinazione disarmonica che mi solleva e mi inquieta nello stesso tempo. Premetto che mio padre era cacciatore, ma non ha forzato la mia indole data la mia natura femminile. Se fossi nata maschio, temo che avrei dovuto combattere parecchio, per dissociarmi da eventuali tentativi di indottrinamento. È chiaro che sono contro la caccia, che ritengo “sport” assolutamente non indispensabile per la sopravvivenza, viceversa dal suo esordio. Le campane sono attraenti perché le collego a qualcosa di buono e familiare, avendo vissuto da bambina in piazza Pieve a Cavaso del Tomba dove la chiesa parrocchiale è ancora centrale. Può essere che si sia sedimentato nella mia memoria il ricordo dello scampanio in coincidenza delle messe mattutine o festive. Si tratta di un piacere uditivo che mi distende ancora, sebbene non sia una praticante. La campana di per sé è un manufatto…che ha fatto la storia dei popoli passati, oggi superata dalla tecnologia, e bisogna adattarsi. Però è rimasto il simbolo, che ritorna ad esempio in occasione della Pasqua, nella versione delle campane di cioccolato, oppure a Natale in quelle luminose appese sull’albero. Tutta un’altra storia per i fucili, purtroppo presenti e invadenti in certa cronaca nera nazionale e mondiale, specie in America dove vige il grilletto facile. Con buona pace del cacciatore “naturalista” che non intente fare violenza…salvo ai pennuti di passaggio.

Il blog aiuta

Mattinata piovosa ma radiosa per la soddisfazione provata nell’incontrare un’amica di penna. Dopo parecchi mesi di corrispondenza sul blog, telefonate e un paio di foto, finalmente ci siamo date appuntamento a mezza strada, abbiamo potuto vederci e scambiarci alcune informazioni. Marta all’anagrafe o Martina per gli amici è una grande camminatrice e amante della natura. Attraverso i suoi commenti, deduco che ami la letteratura e l’arte in generale, giusto come succede a me e a Lucia, mia fedele spalla e amica. So anche dei suoi gusti alimentari, perché me ne ha accennato durante le cordiali comunicazioni telefoniche. Mi piace pensarla in cucina, con il dizionario a portata di pensile, tra paste e conserve perché la lingua italiana si nutre delle nostre attenzioni. Mentre stiamo conversando sul divanetto rosso della gelateria (peccato aver rinunciato al gelato, ma l’orario e la temperatura lo escludevano), si avvicina una collega di Musica degli anni passati: elegante, ringiovanita, cordiale, con un fiore appuntato sulla giacca che mi riconosce e si trattiene a discorrere un po’. Le lascio un biglietto da visita, invitandola a vedere il blog. Piacevolmente sorpresa dal doppio incontro, mi chiedo se il pensionamento migliori le persone – almeno quelle che conosco – e la risposta è sì. Io sono del gruppo e dovrei appellarmi al giudizio altrui… però, al netto dell’artrosi, posso affermare di sentirmi più rilassata e quasi serena (il quasi è d’obbligo per non provocare invidie), lieta di coltivare amicizie vecchie e nuove. Anche grazie al diario digitale che mi fa compagnia e mi consente di “essere a casa ovunque si sta bene” secondo la bella frase sul profilo della affezionata Pia.

Ogni libro, un nato

In tarda mattinata sono andata in tipografia a ritirare la bozza della mia prossima creatura letteraria, una rilettura dei 12 mesi a cavallo della pandemia, dal titolo POST PER UN ANNO, con sottotitolo Ieri è storia, domani è mistero, oggi è un dono. È sempre un’emozione, anche se non è la prima volta. Ormai scrivo e mi autopubblico da tredici anni, sono quasi una recidiva. Mi auguro che un editore mi soccorra, perché non mi sono ancora stancata e sto riempiendo la casa di copie invendute. Questo prodotto nasce per opera di Pia, che mi ha spronato a raccogliere i primi 365 post pubblicati sul mio blog verbameaada.com. Secondo lei sarà un successo, perché è una somma di considerazioni su vari argomenti, più o meno leggeri in periodo di pandemia, che consente di rivedere il recente passato, da cui prendere infine le distanze. Beh, a lei è piaciuto e a me il pronostico non dispiace. Diciamo che lo considero un utile regalo di fine anno. Chi fosse interessato, mi contatti. La mia creatività persegue la strada della scrittura, perché quando scrivo mi sento libera e di liberarmi. Credo sia un po’ come fare ginnastica volentieri, solo che io la faccio da seduta, dando libero sfogo all’immaginazione, ognuno ha i suoi percorsi preferenziali per esprimersi. Mi giovo anche di un bel sostegno di lettori, con i quali interloquisco volentieri a distanza o in presenza: Lucia in testa, Pia, Martina, Marcella, Paola, Serapia, Antonietta, Adriana, Annamaria,Irene, Rossella, Anna, Lisa, Lara, Vilma, Giuliana, Manuel…il maschio più bravo è per ora defilato, ma spero che torni almeno a salutarci. Porte aperte a chi vuole entrare nel gruppo che non è una piazza indistinta, piuttosto una “confraternita” laica. Bene, anche oggi ho fornito il mio aggiornamento…adesso fatevi avanti voi, miei preziosi lettori.

Tra il serio e il faceto

Quando si dice la iella (i miei alunni userebbero un termine più moderno): un’amica mi invita a pranzo nel ristorante in paese… che è chiuso per ferie fino alla fine di settembre. Ne cerco un altro vicino, causa mio problema di deambulazione, e anche questo è chiuso per ferie. A questo punto l’incontro è rinviato a data da destinarsi. Nonostante la mia riluttanza ai fornelli, metto in pentola un pezzo di manzo con sedano e carota per fare il brodo, con cui preparerò un risottino, perché è domenica e devo trattarmi bene. Come commensali, Astro e Grey non mancano mai. Tra il serio e il faceto, penso che è una bella dote fare da mangiare per sé e per gli altri, che la natura non mi ha riservato, limitandomi i piaceri del convivio. Deve essere una cosa di famiglia, perché anche mia madre non era felice nei panni di cuoca. Diciamo che sono potenzialmente una cliente interessante per bar, ristoranti, pizzerie… aperti. Prima del covid anche di feste e sagre con annesso ristoro. Qualcosa ho imparato dai vari programmi di cucina, ed anche consultando il web. Perfino il mio cognome Cusin si presta a ironici riferimenti culinari. A Caorle, in prossimità del Duomo, c’è perfino una calle Cusin, a suo tempo abitata da pescatori, che può essere un tramite per la cucina. Come si vede, cerco delle motivazioni, ma il mio disimpegno in cucina rimane. Tuttavia devo mangiare e cerco di farlo anche buono. Suona mezzogiorno, il brodo di carne è pronto e procedo con il risotto. Con il lesso realizzerò stasera le polpette, che piacciono tanto a mia nipote Cristina. Buon pranzo a tutti!

Evviva il gatto nero!

Il 17 agosto si festeggia la giornata della valorizzazione del gatto nero, contro le sciocche superstizioni. Per dirla in inglese, che fa più internazionale, è il Black Cat Appreciation Day. Bene, lunga vita a: Nerina, che fa buona compagnia a Vilma, Camilla, la micetta di Lisa, Minnie, Kela e Ninnone di Erica, una gatta nera di cui non so il nome che mi viene incontro quando vado a trovare Lucia… tutti felini dotati di un bel manto di questo colore che considero distributori di amicizia e serenità, alla faccia di chi li associava al diavolo e alle streghe. Negli ultimi anni ho avuto due gattine nere, cui ho assegnato lo stesso nome, Puma: la prima è vissuta poco, vittima della strada; la seconda, del 2010, mi ha fatto compagnia fino allo scorso gennaio, e ne provo nostalgia. Tra di noi c’era autentico feeling e ci scambiavamo segni d’affetto, senza invadere i rispettivi campi d’azione. Le piacevano i gamberetti, che comperavo per entrambe e di notte si intrufolava sotto le coperte, posizionandosi sul fianco sinistro, all’altezza dell’anca affetta da artrosi: una terapia efficace quanto la magnetoterapia (almeno a livello psicologico). Sempre preferito il gatto nero a quello bianco, leggo con favore che in Australia, Scozia e Inghilterra, il gatto nero è considerato un porta fortuna e chi lo incontra per strada avrà una giornata super. La mia vita è stata popolata di gatti di vari colori, cui ho dedicato anche delle poesie. In tempo di riscatto di superstizioni medioevali che li associavano agli inferi, mi sta bene rivalutare il felino dal manto nero, protagonista della celebre canzone: “Volevo un gatto nero”, autentico successo, anche internazionale, allo Zecchino d’Oro, nel lontano 1969. I tempi cambiano ma, per fortuna, siamo in molti ad apprezzare la compagnia di questo animale affascinante e misterioso, amante della libertà, definito da Ernest Hemingway “il miglior anarchico”.

Giardinaggio

Stamattina, pulizia del giardino: sfoltimento glicine, rametti basali del nocciolo, cimatura ortensie cresciute a dismisura, erbe infestanti, tappeto erboso di oltre un mese… un lavoraccio che io ho solo preventivato e commissionato a Reginaldo, un altro mio compagno di scuola. Abituato ai lavori in campagna, di poche parole e pieno di energia, solo lui riesce a mettere in moto la vecchia tosaerba che lavora ancora bene, meglio di quella a rapida accensione che ho comperato per aggirare il problema. Avere un giardino conforta ma richiede anche dispendio di tempo ed energie: non mi lamento, anzi preferisco lo scoperto alle mura di casa. Tuttavia non nego che mantenerlo in ordine è un impegno non da poco. In tarda mattinata, quando Reginaldo ha raccolto lo sfalcio, annessi e connessi in un enorme sacco, ha faticato ad inserirlo nel bagagliaio della sua auto da battaglia, per portarlo nell’oasi ecologica oggi aperta. Tre ore abbondanti di duro lavoro hanno trasformato la zona verde da quasi campo a tappeto erboso rasato e profumato, dove il vecchio cane può rotolarsi contento. Tra un mese l’operazione andrà ripetuta. Finché durerà la canicola, potrò godere del giardino all’alba e dopo il tramonto. Nell’aiuola di metallo bronzato, tra gli steli degli iris è sbocciato un gladiolo rosso che sembra un inno all’estate. Vorrei portarlo in casa, ma è l’unica nota colorata di questi giorni assolati. Perciò lo fotografo e lo lascio dov’è nato, come regalo della natura generosa anche in tempi “di fuoco”.

Giornata Internazionale del Gatto

Oggi giornata internazionale del gatto, anche se non coincide con altra data – il 17 febbraio – proposta da altri siti. Parlo volentieri del mio animale preferito, di cui ammiro molti aspetti: il carattere indipendente, la flessuosità dei movimenti, l’agilità, lo sguardo… sì, confesso ne sono “innamorata”, ritengo che sia anche un animale fedele, se è lui che ti conquista. Nella mia vita ho avuto molti gatti e la mia simpatia felina parte da lontano, documentata da una foto che mi ritrae di pochi mesi mentre tiro la goda a un micetto. Poi è stato un crescendo di ammirazione e di relazione, estese anche a cani e canarini che hanno vivacizzato la vita familiare. Da adulta non è venuto meno il feeling felino, che perdura tuttora. Ricordo con particolare affetto Briciola e Sky, soriani tigrati di grande conforto, la tenera Puma mancata a gennaio, la persiana Micia, vissuta con mia madre e poi con me, Minù, Ciuffetto d’oro, Bianchino, Grillo… l’elenco è lungo, come la gratitudine che meritano. Attualmente mi fa le fusa, quando crede, Grey, tigrata, cinque anni, mai sazia, molto intelligente, spirito libero. Di media ne avevo tre che si strusciavano sulle gambe, e intendo ripristinare il numero, attingendo alle prossime cucciolate. Per fortuna, non sono sola a coltivare l’attenzione per i gatti e diverse mie conoscenti sono gattofile: il che rappresenta un valore aggiunto alla nostra amicizia. Grazie a loro e grazie ai gatti la vita mi è più gradita.

Sulla Poesia

Paola ha apprezzato il mio post sulla poesia di ieri, argomento che ripropongo anche oggi, in quanto la materia mi è congeniale. Inoltre mi sento psicologicamente in ferie, perciò considero il blog una sorta di salotto virtuale dove chi vuole può accomodarsi per interloquire con me, in maniera anche dissonante. Rispondo alle domande che in altre occasioni mi sono state rivolte: perché scrivo, da quanto scrivo, cosa scrivo… e via discorrendo. Posto che non ho una patente di poeta, scrivo per liberare le emozioni, come il pittore stende l’opera sulla tela; scrivo in prosa praticamente da sempre, ma in versi da non moltissimo, diciamo da adulta. L’argomento mi è suggerito dal caso, dalle associazioni che si creano tra la natura e le persone, dall’attualità… e dal cuore. Spesso parto dalla descrizione di un soggetto, per esempio il tramonto, e poi vado per eliminazione delle parole superflue, fino ad arrivare al testo più essenziale possibile, con scarsa considerazione della punteggiatura, usando se possibile la rima. Tendenzialmente divido il tutto in tre unità, di pari lunghezza. Se il prodotto mi sembra decente, lo giro a un paio di affezionate lettrici che si esprimono al riguardo, concedendomi il loro benestare. A questo punto mi sento motivata a continuare a… poetare: per il mio benessere soprattutto, e per chi vuole condividere. Il mondo è grande e c’è posto per esprimersi, senza ricorrere per forza a concorsi e olimpiadi della parola. Questo almeno è il mio punto di vista. Attendo il vostro!

Oggi poesia

Oggi mi sento un po’… crepuscolare. Sono stata impegnata a raccogliere testimonianze per il mio prossimo libro e sono piuttosto sfasata, perciò mi butto sulla poesia, che mi solleva da terra. Pesco nel mio repertorio recente e sottopongo alla vostra attenzione una delle ultime, che riporto, intitolata: COME INTRICATE LIANE La poesia è una melodia che distende le pieghe dell’anima aggrovigliate come intricate liane permalose. In versi brevi oppure lunghi le parole si appoggiano l’un l’altra disciplinate quali fanciulle affiatate per donare alla mente provata una boccata d’ossigeno.