Frutti sì, frutti no

In questa strana estate noto che la pergola di uva fragola, gli anni scorsi generosa di grappoli profumatissimi, risulta pressoché priva di uva. Un’altra assenza per cui mi rammarico. In compenso il piccolo melograno si sta addobbando di frutti tondi e lucidi; se il maltempo non ci mette lo zampino, tra qualche mese giungeranno a maturazione. Una volta spaccata la mela, lo spettacolo dei grani rossi, pare oltre 600, mi rallegrerà la vista e pure il palato, se metterò a frutto qualche ricetta. Per ora mi soddisfa il significato di questo frutto, che abbraccia le parole abbondanza, fecondità, energia vitale e addirittura coesione tra i popoli, per via degli arilli stretti insieme a fare comunità. Di questi tempi, c’è bisogno di simboli positivi per ricaricarsi e superare il distanziamento psicologico. In attesa di tornare a sentirsi parte di un tutto rigenerato.

Pace e Peonie

Tra i molti fiori del mio giardino, coltivo anche una peonia rosata. Ci ho messo un po’ di tempo per conoscerla ed apprezzarla, incentivata dallo spettacolo offerto dal cespuglio di peonie di una mia amica. Oltre che bella, è anche profumatissima, di una fragranza non invasiva. Se piove a dirotto, purtroppo i fiori si piegano e sgualciscono presto. Viceversa, sopravvivono vari giorni in vaso. Chiamata anche rosa senza spine, nel linguaggio dei fiori ha vari significati, a seconda del colore. Io mi approprio di quello attribuitole quando è in fioritura: pace, parola bellissima! Se bastasse circondarsi di peonie, per allontanare gli effetti devastanti delle male azioni dell’uomo, il pianeta sarebbe un giardino incantato di peonie multicolori. Mi rammarica sentire l’aggiornamento delle disgrazie provocate, coscientemente o meno dall’uomo, dentro e fuori casa nostra, la nostra terra accogliente trasformata in discarica. La pandemia ci aveva messo sul chi va là, speravo che l’estate si portasse appresso il buon senso della prudenza e della vigilanza che taluni hanno mandato in ferie, per restare in tema vacanziero. Personalmente sono turbata e ritengo la pace personale legata a stretto giro con quella altrui. Mi auguro che anche nelle stanze del potere si mantenga una visione allargata sulle problematiche mondiali. Magari con un bel bouquet di peonie sul tavolo.

Ogni frutto ha la sua stagione

Non sapevo che la Portulaca fosse una pianta commestibile. Circa un mese fa, ho comprato al mercato sei vasetti di Portulaca, detta anche porcellana, tre bianchi e tre rosati, che ho interrato in una fioriera in pieno sole, perché non hanno bisogno di acqua e resistono alle alte temperature. I fiori sono piccoli e si chiudono di sera, un po’ come le Ipomee. Curiosando nel web, scopro che le foglie della Portulaca sono ottime se aggiunte alle insalate e alle frittate… quindi so già cosa mangerò stasera! È già successo con gli aghi dell’abete divenuti ingrediente del risotto. Per non parlare delle bacche della rosa canina, trasformate in liquore, con tanto di foto sulla bottiglia. Adesso che ci penso, anche se nego di essere una brava cuoca, ammetto che ho fatto volentieri qualche esperimento culinario in cucina. Il top però rimangono le marmellate, o meglio confetture realizzate con la frutta prodotta dalle mie poche e generose piante. Giusto poche ore fa mi sono dedicata alla trasformazione delle prugne cadute dall’albero in sette vasetti di confettura violetta. Con il cambio di stagione faranno da copertura alle future crostate. Sono d’accordo con chi sostiene che l’ideale è consumare il prodotto fresco, e lo faccio. Ma è un peccato lasciar marcire nell’erba quello che cade per svariati motivi. Ho sperimentato che procura una grande soddisfazione nutrirsi a metro zero con i propri prodotti; nel mio caso, spulciando la mattina tra i lamponi e le fragole. Se la pianta si è stabilita in casa da sola, come il susino goccia d’oro, la soddisfazione è doppia. Quando abitavo in condominio, ignoravo il piacere della raccolta diretta dei fiori e dei frutti. D’altronde dovevo occuparmi di altro, non meno importante! Però adesso mi godo quello che ho, accordandomi col proverbio “Ogni frutto ha la sua stagione”!

Papaveri e tango

I papaveri mi sono simpatici, pur essendo rossi – e il rosso non è il mio colore preferito – perché sprigionano vitalità e allegria, alquanto scarse di questi tempi. Abitando in prossimità dei campi, d’estate mi gusto l’occhio parecchio. Ho scritto una poesia, intitolata Palcoscenico, per analogia con le ballerine di tango che spesso indossano svolazzanti gonne rosse. Pure io sono stata una tanghera, in tempi non sospetti e ho pure vinto un paio di coppe in occasione di gare di ballo liscio. Ogni tanto mi interrogo su cosa è rimasto del mio spirito “brioso e spumeggiante”, come lo definiva il mio caro professore di liceo. Secondo me, l’età matura ha steso una nota malinconica sull’insieme ancora vivace. Non ballo più il tango, ma ne ascolto volentieri la musica energizzante. Ho perfino soffiato la fisarmonica a mio figlio, per impratichirmi col mantice, con risultati assai modesti. Però ho avviato un racconto, su base musicale, intitolato Flamenco Therapy, che potrebbe diventare un romanzo. La protagonista combatte una malattia, iscrivendosi a un corso di ballo simile al tango. A parte le chiacchiere, non c’è dubbio che anche ballare sia terapeutico, insieme con le altre arti espressive. Mentre fantastico, penso alla danza caliente dei papaveri nel prato, diventato palcoscenico (e alla poesia Palcoscenico, leggibile nella mia pagina Instagram di oggi)

Frutta gratis

Col caldo i fiori soffrono. In compenso avanza la frutta di stagione. Ottima quella che matura sulla pianta e che si può gustare a metro zero. È il caso del susino cresciuto spontaneamente in giardino, tra il pesco selvatico e le lagerstroemie. Me ne sono accorta tardi, quando la pianta era già troppo cresciuta, per estirparla. E meno male! Adesso è una meraviglia, con tutte quelle gustosissime palline gialle che pendono dal ramo reclinato sul mio giardino. Susine della varietà “Gocce d’oro”, mi ricordano quelle, squisite, che mangiavo quand’ero bambina dalla zia in Friuli. Può essere che il passato ci metta qualcosa di suo per addolcire il presente, ma anche al netto della nostalgia questi piccoli frutti cresciuti dentro casa sono una vera delizia. E non sono i soli: si sono accomodati, in angoli differenti, un fico, un ciliegio, un sambuco che fanno buona compagnia alle piante da fiore. Con gli anni, lo spazio verde si è molto popolato, grazie anche ai contributi esterni della Natura. Che ovviamente ringrazio!

More per dessert

Giornata perturbata: stamattina (ieri) molto caldo, al pomeriggio afoso, verso sera nuvoloso. Prima che piova vado nell’orto dei semplici – ne ho parlato in un altro post – a raccogliere le more: grosse, nere, invitanti che si staccano facilmente dalla pianta e si sciolgono in bocca. Trattasi di more di rovo coltivate, per nulla esigenti e diventate nel tempo una bordura rustica dello spazio dedicato. Mentre mi sposto con cautela tra aromatiche ed erbe varie, mi avvolge un profumo di menta che sale dal basso: un giorno o l’altro verrò a raccoglierne le foglie per prepararmi un mojito. Un pomodorino ciliegino è giunto a maturazione e mi sembra un ottimo ingrediente da aggiungere al mio pasto frugale. Per oggi, il pezzo forte sono le more, in compagnia di qualche prugna che raccolgo in fase di rientro in cucina. Osservando il mio paniere, trovo Il viola delle prugne rasserenante, il nero delle more energizzante, mentre il pomodoro rosso dà un tocco di colore che vivacizza l’insieme. Un godimento per gli occhi e per il palato. Un dono di madre natura.

Skyline domestico

Circa tre mesi fa avevo interrato dei semi di girasole, pianta che già mi aveva dato soddisfazioni. Per evitare l’interesse delle lumache, imperterrite scalatrici, avevo sistemato il vaso a rispettabile altezza da terra, sopra un bidone blu capovolto. La cautela non è bastata perché le piantine nate sono state divorate comunque dalle chiocciole. Salvo una, quella nata al centro del vaso che è cresciuta in maniera incredibile, infilandosi tra i fili di ferro che sostengono i tralci della vite americana e sembra voler scalare il cielo. Per fotografare il girasole che spazia dall’alto sul tetto dei vicini sono salita sulla sedia, provando ammirazione per la sua crescita. Una sorta di skyline domestico che immette energia e buonumore. La competizione esiste anche in natura, dove la sopravvivenza può essere dovuta al caso, oppure alla messa in opera di strategie impegnative tanto quanto quelle umane. Il gigante giallo che occhieggia tra i camini del vicino, voglio sperare che guardi con benevolenza anche dentro casa mia. Se poi ci mettiamo che nel linguaggio dei fiori è segno di felicità e dedizione e in Cina simboleggia longevità e fortuna…

Fiore di loto

Il fiore protagonista oggi non appartiene al mio giardino, ma al laghetto artificiale che delimita diversi servizi all’interno della Confartigianato di Asolo, distante una manciata di chilometri da casa mia. In fioritura già dalla primavera, in un contesto accogliente, il fiore di loto è ora nella sua massima espressione di giorno, mentre di notte si chiude. Questo suo dualismo pare simboleggi da chiuso le infinite possibilità dell’uomo, da aperto la creazione dell’universo. Insomma, una metafora del percorso individuale umano nella ricerca dell’equilibrio interiore e dell’armonia, parola a me molto cara. Comparso sulla terra 80 milioni di anni fa, dicono sia il “fiore più antico del mondo”, sacro per l’induismo e il buddismo. Sia come sia, è di grande effetto decorativo e pare che sia addirittura commestibile. Anche profumato, ma questa qualità non ho osato rilevarla, per non finire in acqua sporgendomi troppo. Una cosa che mi colpisce è che affondi le radici nell’acqua ferma, torbida e talvolta fangosa, riuscendo a generare fiori splendidi per forma circolare e colore, dal bianco al rosa carico: uno spettacolo! Ovviamente gratuito e alla portata di tutti, con o senza macchina fotografica. Al netto del simbolismo, ammetto di sentirmi contenta quando salgo in macchina con la mia galleria di fiori di loto fotografati in tutte le salse. Anche da casa continueranno ad incrementare il mio benessere.

Rosso velluto

Lo ammetto, i fiori mi fanno buona compagnia. Sono colorati: il che mette allegria; talvolta profumati e questo inebria; sono belli e l’occhio vuole la sua parte. Soprattutto sono ospiti silenziosi del mio giardino. Ciò non significa che manchi il dialogo tra di noi: la corrispondenza avviene su un altro livello, di tipo sensoriale. Quando sfioro i petali del rosso gladiolo mi pare di accarezzare un ritaglio di velluto, le ortensie sono inodori ma vivaci negli svariati colori, le rose con o senza spine rappresentano un altro affascinante capitolo, mentre i gerani coniugano la costanza con la bellezza. Insomma, un pieno di qualità cui attingere gratis, per caricarsi di buonumore. In casa dimorano piante verdi, praticamente in ogni stanza e in salotto non manca mai un bouquet di fiori recisi. Non possiedo un vivaio, come dice una mia amica, ma sono sulla buona strada. Durante la fase uno dell’emergenza sanitaria, non potendo uscire mi sono buttata sui fiori e ho fatto una ventina di talee di gerani che hanno attecchito. Dopo tre mesi, ora ho i davanzali pieni di vasetti colorati che curo con attenzione, perché in realtà loro hanno curato il mio isolamento, impedendomi di angosciarmi. Madre natura non mi ha abbandonato, gliene sono grata.

Le Ortensie non profumano ma curano

Di recente ho ricevuto una telefonata, da una persona che si complimentava per il neonato blog: fa piacere a tutti, credo, avere un riscontro delle proprie iniziative, specie se digitali e avviate in età non più evergreen! Nel caso specifico, la soddisfazione è stata doppia, perché la mia amica ha dovuto assistere il marito durante un ricovero in ospedale, per fortuna concluso ed ora può dedicare del tempo a sfogliare i blog. Condividiamo la passione per i fiori, che lei coltiva in terra e in vaso, senza trascurare l’orto e nutrendo numerosi gatti di passaggio che col tempo diventano permanenti. L’ultima volta che ci siamo viste, mi ha portato sul retro della casa dove regnano benissimo delle maestose ortensie, che ho fotografato e recuperato per il post. Dove sta la chiave di lettura? Nella terapia a costo zero che consentono i fiori, sia quando uno sta bene ma soprattutto quando non gode di benessere, perché ammalato oppure oppresso da impegni gravosi. In altri termini, quella sventagliata di ortensie mi è sembrata rinvigorire Lina, mentre me le presentava, più di un toccasana. Di riflesso, ne ho beneficiato pure io che apprezzo particolarmente i fiori non profumati. Per una sorta di compensazione, offrono in colore forma e bellezza ciò che altri donano in fragranza. Anch’io coltivo le ortensie, tenaci ospiti del mio giardino. Quest’anno hanno messo tante foglie e pochi fiori, temo di aver commesso qualche errore al momento della potatura. Comunque loro esibiscono grandi foglie verdi, inframezzate da qualche capolino vivace e si conservano per la prossima fioritura!