Essere in convalescenza, stando nel complesso bene devo dire che non è affatto male. Mi sono svegliata con la pioggia e con molta cautela ho aperto gli scuri. Le ipomee azzurre abbarbicate sulla rete mi hanno sorriso e io ho sorriso alla rossa melagrana che dietro di loro si sta ingrossando ogni giorno di più. Devo anzi staccarla dalla pianta, prima che si spacchi. Appena mi vede, Grey scansa timorosa la stampella ma mi conduce al posto dove mangia, in attesa della sua croccante colazione. Astro è più paziente e sa che prima devo farmi il caffè. Per svegliare i sette canarini, gli accendo la radio e funziona: uno stende un’ala e un altro emette un pigolio di saluto: tra poco arrivano le vettovaglie, sotto forma di semini e un pezzo di mela. La mattina procede lineare tra telefonate, messaggi e appunti sulle cose da fare, compresi gli esercizi – tredici – che il reparto di Ortopedia del San Bassiano mi ha invitato a fare, al momento della dimissione. Mi applico, tanto non faccio da mangiare: il pranzo mi arriva dal Servizio Sociale del Grappa ed è una novità interessante, per me di grande sollievo. Oltretutto me lo consegna una gentile signora coi capelli rossi, che circa vent’anni fa mi serviva il cappuccino all’Azzurra di Crespano, dove allora insegnavo. Bello rivedersi in un altro contesto, in salute, sebbene con un carico d’anni e di vicissitudini passate. La rivedrò lunedì prossimo e durante la consegna dei piatti le dirò qualcosa di me. Affronto le pietanze con un certa curiosità: pasta gorgonzola e noci, frittata e carciofi, due susine, pane. Ne ho anche per stasera, posso dedicarmi a scrivere tranquillamente. Le conseguenze dell’operazione sono tutte in positivo: mi tratto bene e gli altri mi trattano bene. Mi resta da scrivere al chirurgo che mi ha operato, dottor Giovanni Grano, per ringraziarlo dell’ottimo lavoro. Con preghiera di estendere il complimento anche al robot Mako.
Categoria: Emozioni e pensieri
Il piacere della normalità
Prima domenica di novembre e compleanno di Marcella. Per me coincide con la ripresa della normalità dopo il soggiorno in ospedale e l’artoprotesi all’anca. Sono stupefatta di non provare dolore… merito dell’equipe operatoria e pure del robot Mako che ci ha messo le “mani”, nel senso che ha posizionato la protesi nel posto giusto. Nadia dice che sono stata una brava paziente e questo complimento fatto da un medico mi lusinga. Mi spiace per le mie compagne di camera che sono ancora ricoverate, cui auguro un completo ristabilimento. Mentre ero in ospedale pensavo ai miei animali, fedeli amici e mi interrogavo come avrebbero accettato la mia assenza, soprattutto Astro, il cane che viaggia verso i 18 anni. Ho delegato Marcella a sostituirmi nel pomeriggio, mentre al mattino se ne sarebbe occupato mio figlio. Così è andata e stanno benone. Marcella è un’amica insostituibile, cui devo tanto. Si meritava di ricevere in omaggio i muffin con mandorle e carote che ho volentieri rifatto apposta per lei. Tornando ai pets, credo che Astro sia stato disorientato dalle stampelle, ma se n’è già fatto una ragione. La gatta sta studiando la novità, ma golosa com’è affoga i dubbi negli adorati croccantini. I canarini mi hanno riconosciuta (dalla voce credo) e hanno emesso un incipit canoro. Devo dire che è bello godersi la normalità del vivere quotidiano, fatto di abitudini consolidate e sicuri affetti. Quando si affrontano imprevisti che distraggono dal bene assicurato, si perde il metro della valutazione e si disperdono energie nella ricerca di ciò che abbiamo già, senza rendersene conto. Sono grata perfino all’artrosi se sono diventata più saggia. Ma soprattutto ai miei cari contatti, dentro e fuori il blog, che mi hanno sostenuto e dato la forza di reagire bene. Un prosit in più oggi per Marcella, che festeggia il compleanno!
Ritorno a casa
Ultimo giorno di degenza in ospedale, sarò dimessa con la protesi d’anca, una pallina rosa di titanio su uno stelo grigio che sembra un fiore innestato nell’osso, tanto per restare in ambito floreale. Qui è tutto accelerato, compresa la fisioterapia che continuerò comodamente da casa. Dicono che sono una brava allieva: complimento che mi ricollega alla professione, dove è positivo ci sia lo scambio di ruoli. Ieri in camera, una vicina di letto ha detto: “Si vede che facevi la professoressa”, mentre con la matita segnavo gli esercizi da fare. Mah, forse col tempo si è interiorizzato il ruolo e scatta la deformazione professionale. Comunque non mi dispiace, ho esercitato con coscienza, se non proprio con piacere, e adesso raccolgo i frutti. Anche qui in ospedale, non tutti lavorano con trasporto: c’è chi è gentile e disponibile e chi è scorbutico e frettoloso. Ho dovuto segnalare che durante una nottata, tra le tre e le quattro di mattina c’era un inopportuno chiacchiericcio in corridoio, non certo provocato da un degente. Mi auguro che sia stato un caso isolato, ma l’ambiente e l’ora esigono rispetto. Anzi, diciamola tutta: gli ammalati vanno considerati con il massimo riguardo, non solo professionale – garantito – ma anche umano. Se no sono nel posto sbagliato. Quanto all’equipe medica, mi pare che gli operatori lavorino come in una catena di montaggio: si vedono poco e per breve tempo. Temo che anche qui, come in altri ambiti, ci siano pochi incentivi a rimanere in servizio e tante fughe. Chissà che l’evoluzione della pandemia non torni a sovraccaricare i reparti e le terapie intensive. Da parte mia ringrazio il Padreterno di essere viva e di riprendere a camminare, sebbene per ora con le stampelle per godere ancora un po’ dei piaceri della vita, in primis quello della Salute e della Libertà, insieme con i numerosi amici che mi sono stati vicini e che ringrazio di ❤️
Insolita postazione
Dalla mia stanza al settimo piano dove sono ricoverata vedo il cielo azzurro decorato di lunghe nubi bianche che sembrano sostare sulle cime ridenti dei monti. Vorrei fotografarle ma non posso ancora scendere dal letto, finché non passa l’ortopedico, previsto a breve. Nel mentre, provo a fare la cronaca della giornata di ieri, sicuramente la più importante dal punto di vista sanitario. Volevo conoscere il robot ma mi sono assopita prima: anestesia spinale con leggera sedazione, poi chiedo dettagli al chirurgo. La cosa importante è che non ho sentito dolore e stamattina va anche meglio, perché ho smaltito alle 21gli esiti della sedazione che mi aveva congelato il piede. Ricordo un sacco di persone entro e fuori la sala operatoria, ovviamente con mascherina e abiti da lavoro verde scuro, in maggioranza uomini. Le donne sono più concentrate nei reparti. In quello di ortopedia sono ricoverati 30 pazienti, tra cui la sottoscritta. Ho memorizzato qualche nome (anche se li confondo): Beatrice, Tamara, Marina, Marialuisa… Sergio, Roberto, Diego, Raffaele…i fisioterapisti Renzo e Flavio. Mi spiace non aver incontrato l’anestesista Giacomo, mio ex valido allievo in quel di Crespano, oltre vent’anni fa. Ma succederà, prima della dimissione. Dei primi due giorni, il più frustrante è stato quello del ricovero, perché dominano l’ansia e l’incertezza sul da farsi. L’ambiente è un porto di mare ed è naturale sentirsi un pesce fiori dell’acqua. Ma è giocoforza adattarsi, sapendo che poi si tornerà a casa più contenti e risanati. L’umore è ondivago, perché il corpo in difficoltà ha le sue ragioni che mi richiama la frase di Biagio Pascal “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Adesso devo lasciarvi perché sono venuti a mettermi a nanna. Ciao amici lettori, grazie di farmi compagnia.
Quasi un congedo
QUASI UN CONGEDO Se non potessi più risvegliarmi sarebbe un vero peccato non aver abbastanza amato. Sento di aver privilegiato fiori gatti e cani che hanno alleggerito la mia vita arricchita di sogni ad occhi aperti, in parte realizzati altri sfumati. Nel campo della letteratura qualcosa ho seminato, tra racconti romanzi foto e poesie, piccole manie dal sapore antico. Gli amici benedico che mi hanno fatto compagnia e chi mi ha sopportato con allegria.
QUASI UN CONGEDO
Se non potessi
più risvegliarmi
sarebbe un vero
peccato
non aver abbastanza
amato.
Sento di aver
privilegiato
fiori gatti e cani
che hanno
alleggerito
la mia vita
arricchita
di sogni
ad occhi aperti,
in parte realizzati
altri sfumati.
Nel campo
della letteratura
qualcosa ho seminato,
tra racconti romanzi
foto e poesie,
piccole manie
dal sapore antico.
Gli amici benedico
che mi hanno fatto
compagnia e chi
mi ha sopportato
con allegria.
Ave, Maria, gratia plena…
Oggi ultima domenica di ottobre. Siccome domani ricorre la festività dei Santi, mi pare un giorno prefestivo, con molta gente che visita il camposanto e si dedica alla sistemazione delle tombe. Io sono distratta dal mio prossimo intervento e cerco di sistemare cane gatto uccellini – i miei conviventi – affinché non abbiano a risentire della mia assenza, che mi auguro brevissima, non oltre i tre giorni. Quando rientro a casa, sono le 12 dell’ora solare ritornata stanotte ma il mio stomaco, ignaro del cambio segnala un certo appetito. Pertanto metto in microonde la crespella ai funghi porcini appena acquistata e accendo la televisione: papa Bergoglio recita l’Ave Maria in latino e poi impartisce la benedizione, che prendo anch’io prima di sedermi a tavola. Sentire recitare la popolarissima preghiera in latino mi procura una certa emozione, perché mi riporta al Corso di Latino che tenni molti anni fa, come integrazione scolastica agli studenti – in realtà quasi tutte ragazze – che frequentavano allora la seconda o terza media. Parlo di circa vent’anni fa. Ricordo che stampai io stessa l’attestato di frequenza e che mi servii della bellissima orazione, per seminare qualche nozione di lingua latina. Pare che la preghiera sia partita addirittura dall’Egitto, diffondendosi sia nella chiesa cristiana orientale sia in quella occidentale. La prima formulazione completa si trova nel libro di preghiere del beato Antonio da Stroncone (1368 – 1461), francescano umbro. Mi piace sottolineare che la lode iniziale “Ave” non è un semplice saluto, ma è un invito a gioire pari a “Rallegrati”. Anche il nome Maria è interessante perché ha due radici diverse: una egizia “Myr” che vuol dire amata e una ebraica “yam”, abbreviazione di Iahvè, che significa l’amata di Iahvè, la prediletta di Dio. Il resto del significato della preghiera lo lascio ai singoli lettori. In ogni caso sono lieta di essermi occupata di questo testo a poche ore dalla solennità di Ognissanti, per fugare i disturbi e le ombre dell’incombente Halloween!
Proposta culturale a Cavaso del Tomba
L’incontro con l’autore (la sottoscritta) è passato, non affollatissimo ma di qualità. Non lo dico io, ma il sindaco di Cavaso Gino Rugolo che non lesina complimenti e si rammarica per chi non c’è. Visto che sono parte in causa, raccolgo ciò che il pubblico in sala mi offre: attenzione, ascolto, partecipazione che sono il collante tra chi produce arte e chi la riceve. Il breve romanzo Il Faro e La Luce consente una circolarità di emozioni che toccano la poesia, la pittura, la narrativa, la recitazione. Il mio relatore, collega e amico Giancarlo Cunial valorizza la luce della conoscenza, che richiede impegno e prende forma da una primigenia impronta scura, bene rappresentata dall’amico pittore e poeta Noè Zardo nella figura femminile allungata sulla scogliera, tra il faro e la stella marina. Simbologia efficace, che tocca le corde giuste. A proposito di corde, assolutamente da premiare quelle vocali dell’ammirevole lettrice Lisa Frison che col timbro giusto comunica emozioni oltre il significato delle parole. La mia amica Lucia Zanchetta rende giusto omaggio a chi fa volontariato, compresa l’associazione Anteas promotrice della serata, col patrocinio dei Comuni di Possagno e di Cavaso del Tomba. Un intervento del sindaco sottolinea l’importanza che un insegnante lasci un segno, una traccia che va oltre la competenza e il ruolo rivestito: ciò che mi ha regalato il mio compianto professore di Liceo, Armando Contro, cui dedico l’opera. Infine, ma non ultima la soddisfazione di vedere tra il pubblico le colleghe Valentina, Adriana 1 e 2, Roberto, Renato, Daniele, Danila, Josephina, Alda, Marcella, Bruno, Michele (che ha un cognome invidiabile)… Novella che arriva in chiusura ma sempre gradita e Vilma che mi ha proposto di scrivere sul padre Enrico Cunial, mio maestro di quinta elementare, cui destino il prossimo impegno letterario che ho in lavorazione. Peccato siano mancate altre persone attese, che si dovranno accontentare di questo resoconto. In chiusura: foto di rito tra il sindaco Gino Rugolo che mi abbraccia cordialmente (non è da tutti) e il mio relatore preferito Giancarlo Cunial, sullo sfondo della bellissima opera Il Faro e la Luce dell’amico artista Noè Zardo, riprodotta in copertina. Alla prossima!
Pane e companatico
Sono stata a pranzo con Pia, in una trattoria della zona, un convivio beneaugurante in vista del mio prossimo intervento: la prossima volta che condivideremo un piatto, sarò una donna “bionica” con artoprotesi. Ringrazio la mia amica e mi vengono spontanee delle riflessioni sul piacere di mangiare insieme. A maggior ragione se non si può condividere quotidianamente il pasto con un familiare, perché non c’è più, oppure se n’è andato. Se non ricordo male, Sant’Agostino diceva che mangiare bene avvicina a Dio. Di certo sua la frase: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Come dichiarato in altre occasioni, a me non piace stare ai fornelli ma riconosco il grande merito di chi ci opera e apprezzo il buon cibo, genuino e poco lavorato. Ad esempio oggi ho gustato i garganelli con finferli e speck croccante, serviti in un gran piatto, decorato con un ciuffo di prezzemolo fresco. Una proposta stuzzicante e appetitosa. Però l’aspetto più godereccio, se così posso esprimermi, è stato il contorno di buonumore e confidenze che sono intercorse tra me e la mia commensale, che è anche una grande amante della natura, in questa domenica soleggiata veramente spettacolare. Valeva la pena abbandonare presto il tavolo, per uscire all’aperto e gustare il foliage delle chiome arrossate delle piante e il tappeto giallo sotto gli alberi. In tema col rosso è la pianta di peperoncino che ho comperato come beneaugurante, in quanto i frutti mi sembrano tanti cornetti. La Pedemontana del Grappa in questo periodo offre paesaggi di rilassante bellezza. Se ne sono accorti anche i miei canarini che hanno ripreso a cantare. La stagione di passaggio dona oggi grande piacere agli occhi che è anche un buon nutrimento per l’animo. Come dire che oggi abbiamo gustato il pane…e il companatico.
Oggi Poesia
Confesso che le parole sono il mio pane quotidiano. Non per nulla il mio blog si chiama verba mea, cioè parole mie in latino, lingua madre. Pertanto scrivere, condividere e ricevere risposte è la forma espressiva che mi rappresenta meglio. Il massimo è corrispondere in poesia, settore di nicchia in ambito letterario. La premessa per spiegare l’emozione che mi ha dato ricevere da un amico una poesia, attraente fin dal titolo: Filo Poetico. La parola filo mi ha riportato indietro di molti anni, quando trascrissi su un poster, poi appeso sopra il letto un pensiero del filosofo francese Blaise Pascal (19.06.1623 – 19.08.1662) che inquadra l’uomo in una posizione ambivalente, sospeso tra il grande e il piccolo, tra la meraviglia e il fango: “L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancora più nobile di ciò che lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa nulla”. È evidente che la canna è come il filo d’erba. La consapevolezza di essere mortali di Pascal si sposa con la pena dell’uomo moderno, imbrigliato da mille obblighi che tarpano le ali della libertà che il mio amico poeta cerca di contrastare con i versi. Questo l’inizio della sua poesia: “Vagheggiando/in questa ferita libertà,/mi soffermo/a guardare/un filo di erba bambina,/” dove l’autore vorrebbe /inciampare/ per tornare a gioire. Ma si intravede la via d’uscita nei versi: /come la Luce/dei tuoi occhi./ La parola luce appare con la lettera maiuscola, perché elemento naturale, ma anche simbolico per conoscenza, sapere…filo di congiunzione tra bene e male, tra felicità e dolore, tra spirito e materia. Mi piace abbandonarmi tra le parole e i significati espressi, a volte reconditi, a volte palesi. Una ricerca sul campo dell’animo che riserva sorprese confortanti. Grazie a Pascal e grazie al mio amico.
