Oggi, martedì primo Novembre percepisco aria di festa, come se fosse domenica. D’altronde è la giornata di Ognissanti, approfitto per fare gli auguri a chiunque li riferisca al suo santo protettore. Angeli e santi sono i protagonisti della festività odierna, in compagnia dei defunti, la cui commemorazione cade domani. Siccome sono di buonumore, mi dedico alla realizzazione dei muffin con pere e cacao, che è un ingrediente utilizzato per fare il pane dei morti, che mi è rimasto impresso da quando mi venne offerto a scuola, durante il mio primo servizio. Le sue origini si perdono nel tempo. Pare che già gli antichi greci offrissero un precursore di questo dolce a Demetra, dea delle messi, per ingraziarsela. Si tratta di un dolce della tradizione contadina, fatto con ingredienti di facile reperibilità, tipo frutta secca, biscotti secchi sbriciolati, cacao. Di certo la sua storia è legata alle credenze popolari: ad esempio a Milano, anticamente si credeva che le anime dei defunti, una volta l’anno tornassero nelle case dove avevano vissuto; come omaggio al loro spirito, in tavola veniva messo questo dolce. Un lontano cugino del pane dei morti si trova in Messico, il pan de los muertos, una pagnotta aromatizzata con anice e acqua di fiori d’arancio, con una croce incisa sulla superficie. Al di là delle varie ricette e delle relative tradizioni, è bello l’auspicio che le anime dei morti possano connettersi con i vivi. Anche i cimiteri in questi giorni sono oggetto di particolari cure, un invito al raccoglimento e alla preghiera, valori sempre da sostenere, talvolta screditati proprio in prossimità dei luoghi sacri (abitando vicino al cimitero, constato che spesso la parte retrostante viene usata di pomeriggio/sera per scorribande rumorose in motocicletta e ritrovo di giovani chiassosi). Ritengo che la morte vada rispettata tanto quanto la vita, essendone la naturale conclusione. San Francesco docet (insegna).
Categoria: Emozioni e pensieri
Convivio
Ultima domenica d’ottobre. Pranzo fuori casa, a Seren del Grappa, all’agriturismo Albero degli alberi, gestito da Leonardo Valente, mio ex compagno di Liceo, dove ogni sasso e ogni porta trasudano impegno e poesia. Ci troviamo in 12 (come i dodici apostoli), alcuni nuovi di zecca, nel senso che non erano presenti al precedente incontro del mese scorso e non li vedevo… più o meno dalla Maturità! Mariuccia ha conservato la fisionomia di quand’era ragazza, Ernesto ha mutato il colore dei capelli, da scuri a bianchi che gli conferiscono autorevolezza. C’è una “infiltrata”, Adriana che mi accompagna, interessata alle rocce e alle attività naturalistiche e didattiche dei padroni di casa. Dei restanti, mi piace sottolineare lo spirito vivace e cordiale, che alleggerisce l’atmosfera. La giornata è splendida, il posto bellissimo, la struttura sembra incastrata tra il verde delle piante e il ruggine delle foglie cadute. Un cane nero e un gatto bianco accompagnano con discrezione i miei passi, in visita al complesso. Scopro il fojarol, corrispettivo delle casere del Grappa, tipico di Seren del Grappa, locale adibito a ricezione con il tetto realizzato con frasche di faggio. In questo posto dove vive e lavora, Leonardo ha creato una fattoria didattica, costruendo con le sue mani giochi e strutture parallele. La moglie Beatrice è un’ottima cuoca: non avevo mai assaggiato il pasticcio di cipolle – leggero e buonissimo – né il risotto con le castagne e le carote, delizioso. Non parliamo poi dello strudel! Condimento extra: il latino che a Leonardo sta a cuore, perché lo infila tra una pietanza e l’altra, interrogando i commensali. Tra una risposta e una battuta ricordiamo alcuni prof, che nel bene e nel male (nel senso di fatica) ci hanno accompagnato nel percorso scolastico delle superiori, il più formativo, a mio dire: Roberto Roberti (Storia e Filosofia), Armando Contro (Italiano e Latino), la eccentrica professoressa di Storia dell’Arte Flavia Pilo…il preside Tranquillo Bertamini…mentre noi allora non eravamo tranquilli affatto! Poi ognuno ha fatto il suo percorso di vita, che non è al centro delle confidenze. Perché l’obiettivo odierno è gustare serenamente il pranzo, la natura benigna e la compagnia di giovani anziani – è un ossimoro che mi piace – desiderosi di condividere senza rimpianto schegge del passato.
Perché scrivo
Per Collana editoriale (collezione o serie) si intende un insieme di pubblicazioni, di solito edite in tempi successivi, dello stesso editore, con caratteristiche omogenee eccetera. Ho cercato la definizione in Wikipedia, in risposta alla simpatica richiesta fattami da una recente amica che desidera avere tutte le mie opere finora prodotte. Ha proprio parlato di “collana”, bella parola che mi ha stupito, come un monile da indossare. Superata la meraviglia, ci ho riso su, pensando che non è male fare un po’ di ordine tra i miei scritti, per avere sottomano quelle che chiamo “le mie creature”. Il primo testo edito è stata la raccolta di sette racconti NOTE DI VITA (aprile 2008), seguita dalla raccolta di poesie Cocktail di Poesie (febbraio 2009), entrambi editi dalla casa editrice online Albatros Il Filo, esperienza non coinvolgente a livello emotivo, perché avvenuta a distanza. La prima vera soddisfazione l’ho provata con la stampa di C’era una volta l’ostetrica condotta (dicembre 2008), dedicato a mia madre, mancata l’anno prima. Ricordo l’emozione di quando sono andata a ritirare le 400 copie alla tipografia kappadue di Loria. Al ritorno, mi sembrava di avere in macchina un ospite di riguardo. Mi inebriava anche il profumo della carta! Seguì il romanzo Migrante Nuda (2010), terzo classificato al Concorso Insieme nel Mondo a Savona, dove fu stampato. Realizzo il pezzo forte – nel senso che mi ha dato le maggiori soddisfazioni – con il romanzo Una foglia incastonata nel ghiaccio (2014), dedicato A tutti gli spiriti liberi. Nel 2015 vado in pensione: mi faccio il regalo di allestire una mostra fotografica con allegate poesie che fornirà il materiale per la Silloge di fotografia e poesia Natura d’oro. Ormai ci ho preso la mano e scrivo un altro breve romanzo, Futuro Bifronte (2016), edito da Panda Edizioni. Ritorno in tipografia per la stampa del romanzo Passato Prossimo (2018). Causa pandemia e divieto di spostarsi, riprendo i contatti con la casa editrice Albatros, che sforna TEMPO CHE TORNA (2020) con in copertina il dipinto Sguardo Antico di Noè Zardo. Valuto i pro e i contro tra seguire passo passo il lavoro di stampa,py oppure affidarlo ad un editore che decide tutto: la prima opzione è quella che fa per me. Perciò anche i successivi romanzi IL FARO E LA LUCE (2021) e DOVE I GERMOGLI DIVENTANO FIORI (2022), illustrati in copertina dall’amico Noè escono dalla tipografia Kappadue di Loria, dove ormai sono di casa. Riassumendo: in 14 anni ho prodotto 12 testi, molti dei quali sono rimasti invenduti perché ho fatto poche presentazioni…mi è venuta l’artrosi, la pandemia ha messo il bastone tra le ruote, non ho uno sponsor. Perché scrivo? Perché mi fa stare bene, quindi continuo. Il mio compianto professore di Liceo Armando Contro diceva che per me scrivere è una malattia. Convengo, aggiungendo però che si trasforma in una cura. Pure il blog verba mea è nato per questa esigenza. Se posso condividere i miei pensieri con qualcuno è il massimo. Detto ciò, se ho un santo in paradiso non vorrei incomodarlo per così poco: ma se mi dà una mano a vendere qualche copia per Natale…sarebbe un bel regalo!
Omaggio a Francesco Sartor
Sempre ossigenante partecipare a incontri culturali. Succede domenica pomeriggio (ieri) a Cavaso del Tomba, nella Sala assemblee del Municipio, per la presentazione del libro Francesco Sartor l’uomo e l’artista. Premetto che mi procura un’emozione particolare calcare suddetta sala, che mi ha ospitata come autrice in altre occasioni. Rivedo con piacere gli artisti componenti il GRUPPO DI RICERCA STORICA “Francesco Sartor” tra cui ho gli amici Giancarlo Cunial e Noè Zardo. Il Sindaco Gino Rugolo è una persona sensibile alle proposte culturali che hanno una ricaduta rivitalizzante sulla popolazione vicina e lontana. Prima che inizi l’incontro, compero il voluminoso libro dedicato allo scultore, che ha avuto una lunga gestazione, ma finalmente si è materializzato nell’opera più esaustiva finora realizzata. Posso solo immaginare le tortuosità e i grovigli incontrati dai sette talentuosi ricercatori, nel corso di 14 anni di minuziose ricerche. Un grande plauso a loro, all’amministrazione comunale e anche agli sponsor. Il busto dello scultore, opera di Gilberto Fossen sorride compiaciuto verso gli astanti, accanto al busto di Papa Leone XIII, realizzato da Francesco Sartor nel 1895 e ritrovato nel 2018. Quello che percepisco dai vari e articolati interventi, è che Francesco Sartor è stato una brava persona e un abile scultore. Sfortunato nel privato, perché rimasto vedovo presto di Amalia Parolin, nipote del papa Pio X (che muore nel 1914, è beato nel 1951 e proclamato santo nel 1954). La parentela con il pontefice favorì molte committenze a carattere religioso, tanto che venne identificato come lo scultore del Papa. In quarant’anni di lavoro, Cheche – questo il soprannome locale – produsse oltre 100 opere fra gesso e marmo, pare 124, di cui una minoranza non sono soggetti religiosi. Tra questi Lo scolaro negligente, che si può ammirare in bronzo sul monumento dedicatogli, di fronte alla casa dove visse l’artista a Cavaso. Opera che trovo molto realistica per lo spirito sbarazzino dell’alunno, rimasto pressoché inalterato negli studenti di tutti i tempi. Non ho la competenza per esprimere un giudizio completo sulle sculture, alcune delle quali esposte durante la Mostra dedicata allo scultore lo scorso maggio a Villa Premoli. Però ammetto che mi hanno catturata per l’espressività. L’ artista merita di essere conosciuto e valorizzato. Dopo un periodo di oblio dovuto a diverse ragioni, ora è il momento della riscoperta. Per il volenteroso gruppo di Ricerca Storica, presieduto da Floriano Sartor si apre un altro step per trovare il diario dell’artista, i suoi disegni, manoscritti e altro materiale documentario che attende di venire alla luce. La bellezza nutre sempre, anche se emerge a distanza di tempo.
Cogliere l’attimo
Grazie all’alta pressione e alla temperatura mite ho finalmente tirato fuori dal garage la bicicletta, una vecchia Graziella rosa ritinteggiata bluette e faccio qualche giretto nei paraggi. Niente di speciale, sia perché sono tendenzialmente pigra, sia perché sono reduce dall’intervento all’anca che non vorrei compromettere con sforzi eccessivi. Riconosco che sentire l’aria in faccia e una discreta energia nella pedalata procura una bella sensazione che mi ricorda quando andavo in altalena, vari decenni fa. Tornando ieri dal mercato, verso le undici succede che sbircio una dorata pianta sul bordo del fosso, al limitare della strada. Mi riprometto di tornare per fotografarla al pomeriggio in bicicletta, dato che è vicina a casa. Cosa che faccio. Ne ignoro il nome. Contatto Serapia, che conosce piante e fiori come le sue tasche e scopro che si chiama Pyracantha coccinea, è un arbusto sempreverde di origini asiatiche. In primavera produce moltissimi fiori di colore bianco dall’intenso profumo, mentre d’autunno maturano sulla pianta grappoli di piccoli frutti rotondi, di un colore che vira dall’arancione al rosso. Pensare che non me ne ero mai accorta, sebbene quel tratto di strada l’abbia fatto molte volte in tanti anni. Ci voleva il colpo di luce in tarda mattinata…e la disponibilità a cogliere l’attimo, perché è risaputo che guardare ed osservare non sono la stessa cosa. A questo punto ci aggiungo la mia stagione, ‘l’adultità’ liberata dagli impegni di servizio e disposta a cogliere il bello a portata di mano. Condivido l’osservazione di Pia, cui ho girato la foto: il contesto fotografato restituisce un frammento della cultura contadina che sopravvive in qualche scorcio delle nostre contrade. Anche Rossella apprezza la Pedemontana che io scopro sotto nuova luce, data la diversa disposizione d’animo legata alla stagione della vita. D’altronde l’Italia è anche nota come il Belpaese. Basta concedersi il tempo di fermarsi ed osservarla.
Erbe e Arte
Metà ottobre, domenica: alta pressione, bel tempo, temperatura mite. La mia cucina emana un profumo di erbe aromatiche che è una delizia. Ieri pomeriggio ho ritirato dalla zona caldaia i rametti di salvia messi ad essiccare; ho staccato le foglie che poi ho sbriciolato con le dita, passate quindi al tritatutto. Infine ho inserito il prezioso composto in vasetti ermetici, che probabilmente donerò, magari a Natale insieme con qualche altro prodotto fatto in casa. Mi piace il verde salvia e mi piace la salvia, che i Romani consideravano erba sacra. Del resto il nome Salvia deriva dal latino ‘salvus’ che fa riferimento alla salvezza e alla salute. Potrebbe essere una buona domenica, con il profumo intenso di questa erba aromatica, che ha pure un potere vasodilatatore e mi fa respirare a pieni polmoni. Peccato che la lettura del quotidiano guasti il buonumore. Per una magia, sarebbe salutare che, al girare delle pagine si sollevassero ondate di profumi aromatici. La realtà è tutt’altro che salutare. Mi colpisce una notizia che mischia l’arte con la malasorte: a Kherson i russi hanno ucciso il direttore d’orchestra Yuriy Kerpatenko, direttore del Teatro cittadino che “Si era rifiutato di suonare per Mosca”. In pratica, perché si era rifiutato di collaborare con gli occupanti. Dopo il suo secco no, un commando di soldati ha fatto irruzione nella sua abitazione e lo ha giustiziato sul posto. Vorrei tanto che si trattasse di una fake news. Sono desolata, perché l’arte è un rimedio sempre alle brutture, specie in contesti bellici. Nel frattempo si continua a combattere e la parola ‘Pace’ sembra uscita di scena. Sono avvilita e desolata. Dovrei affogarmi in un bagno aromatico di salvia. Ma quella che ho a casa, rigogliosa e promettente non basterebbe.
Il bello e il buono
Seconda domenica di ottobre, che sembra settembre: bella giornata, fa quasi caldo. Ieri erano ventisette gradi, chissà che duri altri dieci giorni, fino all’accensione dei termosifoni (siamo in penultima fascia, zona E, dal 18 ottobre l’ok per scaldarci). Esco con Lucia, per rivisitare la mostra collettiva a Villa Rubelli, San Zenone degli Ezzelini e poi procedere per Altivole dove pranzare nel contesto della mostra micologica, alla sua 35esima edizione. Rivedere il bello fa sempre piacere e anche gustare il buono. Della mostra avevo già parlato in un precedente post: un tuffo tra opere di vari artisti, realizzate con tecniche varie è sempre salutare. Questa volta mi congratulo coi piccoli artisti delle scuole elementari dei paesi circostanti che hanno prodotto ed esposto opere delicate e commoventi. Tra qualche anno, ci sarà qualcuno tra di loro che esporrà come artista indipendente della Pedemontana del Grappa. Il disegno Paesaggio Fiori della classe V della scuola primaria di Liedolo è una boccata di ossigeno. Apprezzabile l’iniziativa di coinvolgere i giovani nella realizzazione ed esposizione delle opere, perché i germogli vanno coltivati. A proposito di giovani e di germogli, con soddisfazione osservo cimentarsi nel servizio ai tavoli sotto lo stand di Altivole ragazzi delle medie, in compresenza con potenziali zii e nonni. Alessia, una solerte fanciullina di prima media, con la parola staff sulla maglietta verde rintraccia me e la mia amica prima ancora che ci accomodiamo al tavolo scelto: potere della buona organizzazione! Grazie a questo la mostra è ritornata, dopo la pausa dovuta al covid, con grande riscontro di pubblico. Il colpo d’occhio sui presenti, nel momento clou del pranzo restituisce centinaia e più di persone. Soddisfatti gli occhi e lo stomaco, torno a casa con la sensazione di essermi nutrita doppiamente bene.
Longevità, privilegio e privazioni
Dedico questo post a Liana, una persona che mi è cara e che ha vinto una battaglia: tornarsene a casa sua, dopo mesi di permanenza in una struttura protetta…dove lei non si sentiva protetta affatto. Sto parlando di una tenace signora ultraottantenne, bastonata dalla sorte che l’ha privata dei due figli maschi, Maurizio e Daniele, morti ancora giovani di malattia e del marito, Armando Contro, mio compianto professore di Liceo Classico, cui ho dedicato il mio romanzo Il Faro e la Luce , mancato all’inizio della pandemia. La figlia superstite vive all’estero. Di conseguenza Liana è stata per così dire adottata dai volontari Massimo, Mario e Patrizia che l’hanno seguita durante il ricovero in ospedale e poi in una struttura protetta, dove l’inossidabile signora ha recuperato energie e mantenuto sempre vivo il desiderio di tornare a casa. Lì custodisce i ricordi della vita familiare, trascorsa nella buona e nella cattiva sorte. Dopo ostacoli e impedimenti vari, grazie alla mediazione di Massimo, angelo custode in carne e ossa, finalmente il rientro è avvenuto, anche se Liana dovrà accettare la presenza di Giulia, la badante rumena con cui condividere le giornate. Ma questo è un piccolo sacrificio, rispetto alla libertà di stare a casa propria dove anche i mobili e le suppellettili plaudono allo spirito di questa donna veramente in gamba. La longevità è un privilegio, ma chi ci arriva deve mettere in conto molte privazioni. Indispensabile una rete di sostegno morale e materiale, spesso intessuta da volontari estranei al nucleo familiare. A loro, onore al merito! Auguri cari a Liana, come il marito Un faro di luce!
San Francesco e le Creature
Oggi San Francesco, Patrono d’Italia, “Santo della Pace e dei Poveri” come leggo sotto un’immagine giuntami via whatsapp. Ma anche autore del famoso Cantico delle Creature o di Frate Sole, che più volte ho proposto ai miei alunni quand’ero in servizio a scuola. Intanto auguri a chi porta questo bel nome… e anche a chi compie oggi gli anni! Interessante pure la vita di Francesco, che è stato un rivoluzionario per i suoi tempi, attuale anche oggi per la modernità del suo messaggio a favore dell’ambiente e a ciò che contiene. A me piace assai anche come letterato: semplice, incisivo, diretto. La parola creature è bellissima perché rinvia al Creatore e ritengo vada valorizzata, in questo momento storico così turbolento e difficile. San Francesco ci sapeva fare con tutti gli animali, lupo compreso. Io convivo con i gatti da sempre, creature a mio avviso straordinarie, perciò dedico a loro il seguito di questo post. Al momento ne ho tre, numero perfetto secondo Dante ed anche per me. In passato non mi sarebbe dispiaciuto lavorare in un gattile, ma dovevo occuparmi di un altro cucciolo…adesso mi bastano Grey, sei anni e i due arrivati a maggio: Fiocco, color miele e Pepe, bianco-grigia con le zampette bicolori. Sono maschio e femmina, di due mamme diverse. Hanno caratteri opposti – lui giocherellone, lei accorta – ma si vogliono un gran bene. Mentre scrivo sono acciambellati vicini e godono del tepore reciproco. Perfino Grey, all’inizio diffidente e gelosa adesso ci gioca assieme: assicuro che forniscono un cinema gratis, dispensatore di buonumore. Non nego che siano anche impegnativi, per tende mobili e tappezzeria… tuttavia il gioco vale la candela. Non riesco a immaginare le mie giornate senza pappe da preparare, lettiere da pulire, giochi da inventare…e fusa da ricevere. Ringrazio il Creatore di averci donato questi compagni di viaggio e San Francesco per ricordarci quanto sono utili.
Anniversario
Domenica scorsa mi sono incontrata con diversi ex compagni di classe, per festeggiare il 50esimo della Maturità, conseguita nel luglio del 1972, al Liceo Classico G.B.Brocchi di Bassano del Grappa. Iniziativa caldeggiata e realizzata da Amedeo Michele, Francesco, Bruno, Ottorino cui vanno i miei complimenti e non solo. Le signore, me compresa, sono state sollevate dalle operazioni organizzative e promozionali dell’impresa, che può sembrare leggera, ma dopo cinquant’anni riserva delle zone d’ombra, ad esempio per trovare gli indirizzi di persone nel mentre trasferitesi altrove. Per fortuna un paio di compagne, una a Milano e l’altra a Belluno sono state comunque contattate e si uniranno al gruppo in un prossimo incontro. La rimpatriata è stata cordiale e salutare, sostenuta da pietanze gustose e ricche. Anche se la tavolata lunga non favoriva gli scambi con tutti e sedici – salvo spostarsi – (rotonda o a ferro di cavallo sarebbe l’ideale) ho colto battute e confidenze di persone che sono cresciute intensamente e che si godono ora la fase rilassante del meritato pensionamento, su cui talvolta qualcuno ironizza. Per conciliare opposte correnti di pensiero, io mi considero una giovane anziana e se serve spiego ai prevenuti l’ossimoro, partendo dal requisito primario: esserci! I giorni successivi, con profonda tristezza ho saputo che mentre noi stavamo lietamente banchettando, Rossella, una nostra compagna del Liceo, persa di vista e senza successo cercata, stava morendo: bella, elegante, attiva. Sfortunata dirà qualcuno. I latini solevano abbinare alla parola fortuna l’aggettivo buona oppure avversa. Mi auguro che Rossella abbia avuto una buona vita e che ci lasci in eredità il dono di vivere al meglio il tempo che ci rimane. Così il suo ricordo sarà fruttuoso.
