9 maggio 2021

Seconda domenica di maggio: festa della mamma e compleanno della mia amica Nadia. A tutte le mamme un abbraccio ideale, soprattutto a quelle che non ci sono più e a quelle che, colpite dalla sventura sono rimaste da sole. Alla mia amica di gioventù, oggi affermata odontoiatra in quel di Bassano voglio fare una sorpresa, condita di riflessione. Sto osservando la foto di noi due una quarantina d’anni fa: capelli e sorrisi, frange e mani curate, fiori nei vestiti perché era anche il periodo dei figli dei fiori, se non ricordo male. Chissà cosa ci spinse a posare in uno studio fotografico, dato che la foto è rimasta privata, chiusa in una cartellina con l’elastico per tanto tempo. Ora che mi è tornata tra le mani, mi interrogo sulla giovinezza, su ciò che eravamo… su ciò che è rimasto e chi siamo oggi. Premetto che sto alla larga dalla nostalgia, per me il meglio deve sempre arrivare… al massimo mi prende un po’ di malinconia, se penso che certe situazioni sentimentali avrebbero potuto andare diversamente. Ad esempio noi, io e Nadia, ci scriviamo, ci sentiamo, ma ci frequentiamo raramente. Il che mi lascia stupita, se penso alle premesse della nostra intensa amicizia, iniziata sui banchi del liceo classico. Nel mentre, ognuna ha costruito il suo percorso, con le barriere di protezione e le ancore di salvezza. Io sono diventata insegnante, com’era palese e madre single, come non era scontato. Oggi perciò è anche un po’ la mia festa, oltre che il tuo compleanno, Nadia: un elemento che ci unisce, oltre le distanze. Nella lieta Firenze farai un pieno di Arte che arricchisce la vita e ci rende belle dentro. Comunque, osservando la foto in bianco e nero, i miei capelli sono rimasti ed anche il tuo sorriso!

Tragedia evitata… per un capello!

Come di consueto, il sabato mattina vado dalla parrucchiera che si prende cura della mia chioma. Credo di essere la cliente in età non più evergreen con i capelli lunghi, raccolti però sulla nuca come si conviene a una signora della mia età ed anche perché così più facili da “gestire”. Da ragazza li tenevo sciolti sulle spalle, il che mi dava un senso di libertà, che provo tuttora quando in privato li libero dall’elastico. Mi piacciono le onde, come ben sa Lara, mentre rifuggo dai ricci. Il tema può sembrare frivolo, ma stamattina è legato al drammatico caso di cronaca, capitato pochi giorni fa ad una operaia 34enne, in un calzaturificio di Casella d’Asolo: impigliata per i capelli nel rullo di un macchinario che le ha strappato il cuoio capelluto, è tuttora ricoverata in gravi condizioni ma non in pericolo di vita. Poteva essere un altro caso di morte sul lavoro, come troppi se ne sentono, fortunatamente scongiurato per il pronto intervento dei colleghi, accorsi alle urla. Sono in corso gli accertamenti del caso. Non sono in grado di esprimere giudizi. Mi conforta che la tragedia sia stata evitata. Penso che i capelli, dotazione di una persona, di solito usati per abbellire la propria immagine, nel caso odierno hanno procurato alla malcapitata dolore e un danno esteticamente rilevante. Anche se “A tutto c’è rimedio, fuorché all’osso del collo”.

Sulla proprietà intellettuale

Sulla proprietà intellettuale non ho le idee chiare. Penso sia paragonabile a una specie di diritto d’autore per chi scrive e pubblica, ma molto più ampio. Comunque sia, mi sembra una buona cosa che il presidente americano Joe Biden prometta l’accesso libero ai brevetti di Pfizer, Moderna, Johnson e Johnson, anche se questa liberalità va contro gli interessi delle industrie farmaceutiche. Quand’anche si realizzasse l’accesso libero ai vaccini su scala mondiale, per fabbricare vaccini su vasta scala servono macchinari, manodopera qualificata, accesso agli ingredienti di base, know how… perché “Il vaccino non è come la torta della nonna”, dice Guido Rasi, ex direttore dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema). Nell’intervista pubblicata su la Repubblica di oggi, mi colpisce molto quest’altra sua affermazione: “Al momento somministrare il vaccino costa il doppio rispetto a produrlo” e penso alle persone che disertano gli hub, come dai titoli a pag. 7 dello stesso quotidiano. Lungi da me puntare il dito, però sono evidenti le contraddizioni che accompagnano la campagna vaccinale, che ci mette a disposizione un vaccino anti-covid, realizzato in tempi record: la zattera su cui salire per allontanarci dalla pandemia. Come precisato in un post precedente, tre giorni fa mi è stata iniettata la prima dose di AstraZeneca, con richiamo a fine luglio. Non ho registrato alcun effetto collaterale negativo… anzi mi sono alleggerita del peso di essere un inconsapevole untore. Tra una decina di giorni mi muoverò con più autonomia, senza smettere i raccomandati presidi di salvaguardia. Le ferie estive appartengono a qualche momento del passato. La mia vera vacanza sarà godere del bene incommensurabile della Salute, da condividere con gli altri.

India, il buco nero dei vaccini

Durante il mio servizio scolastico, ho avuto degli alunni stranieri, com’è normale che sia, alcuni nati in Italia ed altri giunti da altri continenti. Quelli che mi hanno lasciato un bel ricordo per voglia di apprendere e gentilezza sono indiani. Tant’è che con Annu, ora sposata e residente in Canada, sono tuttora in contatto. L’anno scorso mi ha mandato il bellissimo video delle sue nozze, e attendo che a breve si laurei: era previsto in Italia, ma causa pandemia il percorso di studi si completerà laggiù online. Annu aveva lasciato il segno anche in sede d’esame di terza media, parlandoci con eleganza della cultura indiana ed esibendo un coloratissimo sari. Sentire per televisione che in India la situazione pandemica è grave, mi rattrista molto: non solo per la simpatia che nutro verso il popolo indiano, ma anche per l’assurdità di sapere che l’immensa nazione (settimo stato al mondo per superficie e secondo per abitanti, circa 1 miliardo e 400 milioni) produce una gran quantità di vaccini… e non ha i mezzi per contrastare la drammatica situazione sanitaria, che falcia vittime anche tra i più giovani. Vedere certe immagini, come quella delle pire in serie che bruciano cadaveri in piazza, non necessita di commenti. Mi fa pensare anche alla situazione economica di altri stati, che hanno materie prime di cui non possono godere, perché sfruttate da altre nazioni. Come dire: “Chi ha il pane non ha i denti e viceversa”. Conosco i genitori di Annu, brave persone, integratisi da tempo nella comunità locale. Annu è trasvolata in Canada perché il marito, indiano, viveva là. Sarebbe fantastico che fosse l’amore il motore degli spostamenti. E non l’urgenza economica o altre tragedie.

Art. 32 della Costituzione Italiana

Con una certa ansia, stamattina mi sono sottoposta al vaccino anti-covid, per me l’Astra Zeneca, da richiamare il 27 luglio. Incrocio le dita e spero di non dover combattere con paventati effetti collaterali, persuasa che saranno in ogni caso gestibili. Del resto una decina di giorni fa ho prenotato la vaccinazione, per scongiurare di essere contagiata e per non fare io da untore. Ho scelto di riferirmi al Centro Polifunzionale di Vidor, molto ampio ed organizzato. Mi sono trovata in compagnia di un centinaio di persone della mia fascia d’età, alcune di aspetto più giovane e altre più male in arnese, distribuite su 115 sedie ben distanziate. Ogni quarto d’ora circa, un volontario con megafono introduceva i gruppi di vaccinandi in base all’orario di convocazione in un’altra sala dove una decina di medici procedeva al colloquio, per stabilire il vaccino più opportuno. A me è toccata la dottoressa Claudia, una bella ragazza dai tratti mediterranei, molto professionale e anche cordiale. Le ho pure chiesto a chi girare eventualmente il mio post sull’esperienza e lei mi ha ragguagliata. Quindi ho lasciato il posto a un’altra persona e mi sono avvicinata alla postazione per fare l’iniezione, pressoché indolore e rapida. Ho atteso di più per la restituzione delle “carte”, per un momentaneo inghippo della stampante. Infine ho atteso quindici minuti sulle sedie celesti, di fronte all’uscita e poi… via a recuperare la mia Panda azzurra nell’enorme parcheggio. Persuasa di aver fatto la cosa giusta, al netto di qualche dubbio, riconosco che l’organizzazione merita un plauso e gli operatori coinvolti complimenti sinceri. Ma ciò che mi ha rincuorato, è stato essere insieme a tante persone, più o meno coetanee, preoccupate della loro salute e quindi anche di quella degli altri. Perché la Salute – parola che si merita la esse maiuscola – è un bene individuale e collettivo, come recita l’Art. 32 della Costituzione Italiana.

FATALITÀ

Dopo pioggia e vento di ieri, oggi la settimana inizia con il sole che è sempre benvenuto, per le attività e per l’umore. Un paio di commissioni a Fonte, dove è in corso il mercato. Però prima sosta al bar, rigorosamente all’esterno dove è piacevole sostare seduta ad un tavolino rotondo, con la schiena al sole. Mentre attendo pazientemente la consumazione, sfoglio il quotidiano, sbirciando un bambino che mi guarda dal passeggino. Mi fermo su una pagina di cronaca che cattura la mia attenzione: “Il chirurgo ucciso da un’auto. Aveva operato, tornava a casa”. La vittima dell’incidente è il primario di Neurochirurgia dell’ospedale San Camillo, il 46enne Agazio Meviniti, che un paio di anni fa aveva salvato Manuel Bortuzzo, il nuotatore azzurro ferito a Roma il febbraio 2019 e rimasto paralizzato. Quando si dice la fatalità. Lo scooter del chirurgo viene tamponato sul Raccordo anulare, lui cade e si rialza, ma in questo frangente viene investito mortalmente. Leggo che a casa lo aspettano i due figli per fare i compiti: routine familiare sconvolta e traumatico cambio di abitudini. Chissà quante altre vite dolenti il dottor Agazio avrebbe potuto rimettere in sesto nei prossimi vent’anni! La sua morte sulla strada mi fa pensare a quella occorsa alla mia amica Zulay, colpita in pieno da un’auto fuori controllo, in sella allo scooter, mentre tornava a casa diligentemente sulla destra. Ha lasciato diverse sorelle sparse per l’Europa e un padre di origini indie in Ecuador. Era una mia allieva del corso serale ed eravamo diventate amiche. Le ho dedicato il romanzo MIGRANTE NUDA, che mi ha aiutato a metabolizzare la sua perdita. Sono trascorsi diversi anni da allora. Il senso di precarietà della vita che mi ha trasmesso la sua morte improvvisa e violenta si rinnova ogni volta che si allunga l’elenco delle vittima della strada. Un elenco esageratamente lungo.

“Nuotiamo, la riva non è lontana”

Primo Maggio, il secondo in lockdown. Sul mio calendario è specificato Festa del lavoro, certo in ricordo delle lotte sostenute per la conquista dei diritti in tale ambito. Tuttavia lo spirito della festa latita, e a ragione. Nonostante caute aperture, siamo ancora in pandemia, con cenni di recessione virale. Ieri pomeriggio sono stata al cinema a Castelfranco, con Serapia, dopo otto mesi. Ho visto un bel film, MINARI, ambientato quarant’anni fa con protagonista una famiglia coreana in cerca di fortuna in America: molta poesia, nessuna retorica, scontri generazionali. Mi ha fatto pensare agli Anni Cinquanta in Italia, ai nostri immigrati ed emigranti. Tornata a casa quasi contenta, mio figlio, senza lavoro da quando la palestra è out (otto mesi) si chiede perché alcuni settori hanno ripreso a lavorare e altri – come quello dello sport – ancora no. Non ho avuto argomenti per rispondere, spero solo che resista ancora un altro mese. Temo che sia invecchiato dentro parecchio e con lui tutta una generazione catapultata dal benessere facile al malessere diffuso.Tra me e lui, temo sia lui il più sfiduciato. D’altro canto non riesco a mentire sul panorama perturbato che intravedo, e non alludo alle bizze del tempo, tuttora instabile. Anch’io cerco motivi di conforto e mi aggrappo alle parole del nostro presidente, sempre misurate e illuminanti, nonché a quelle espresse stamattina dalla scrittrice Dacia Maraini, durante la trasmissione Dialogo e che adotto come auspicio per i troppi che al momento ancora non lavorano: “Nuotiamo, la riva non è lontana”.

Addio a Milva

Se n’è andata una Signora della canzone italiana, dotata di una splendida chioma e di notevole carisma. L’ho ammirata come interprete, soprattutto di Astor Piazzolla, e per l’indiscussa eleganza che diffondeva dal palco, sia che cantasse brani popolari oppure testi impegnati. Fisicamente le invidiavo i lunghi e rossi capelli ondulati, che portava con nonchalance. Ma anche il temperamento che l’ha portata a reinventarsi professionalmente, passando da un genere all’altro e ad imparare varie lingue. Forse non apprezzata abbastanza, non si è risparmiata, dimostrando di essere “una donna con una straordinaria etica del lavoro”, come ha dichiarato la figlia Martina Corgnati in un’intervista. Ammalata di Alzheimer da parecchio tempo, si è spenta a Milano dove è stata allestita la camera ardente, al teatro Strehler. Considerata rivale di Mina, ha lasciato un’impronta indelebile nella musica italiana, insieme con la suddetta collega ed altre, anagraficamente vicine. Al momento mi sovvengono le due canzoni che ricordo più volentieri: Alexanderplatz (1992) e Tango italiano (1988), quest’ultimo legato ai miei trascorsi di ballerina di tango. Pare che il fiore preferito da Maria Ilva Biolcati, cioè Milva fosse la calla. Anche questo dettaglio la dice lunga sul buongusto della raffinata s Signora cui dedico idealmente una calla del mio giardino.

Cronaca nera “familiare”

Di lunedì sono assorbita dal disbrigo di varie pratiche, per cui mi metto tardi ad elaborare il post. Mi suggerisce l’argomento la trasmissione su Rai 2, in onda dopo il telegiornale delle 13, condotta dal garbato Milo Infante. ll “Delirio violento forse favorito dalla pandemia”, titola un giornale. Si tratta del fatto di cronaca nera, successo di recente ad Avellino, a danno di un padre 53enne, Aldo Gioia (cognome che suona come una beffa), ad opera della figlia 18enne in combutta col fidanzato. Motivo: la relazione contestata. Non è la prima volta – e temo non sarà l’ultima – che succedono drammi in ambito familiare, che sembrano contro natura. Ogni volta si rinnova il delitto di biblica memoria di Caino e Abele, con il coinvolgimento di figure legate da rapporti di sangue, ma non di affetto. Il proverbio “Parenti serpenti” toglie qualsiasi alone romantico all’idea della famiglia nido d’amore, come da reclame del Mulino Bianco. Ancora una volta la realtà si offre con mille sfaccettature ed è arduo stabilizzarsi su una confortante via di mezzo. Io sono genitore e sono stata figlia: in entrambi i ruoli mi sono sentita talvolta con le ali tarpate, desiderosa di volare al di sopra degli schemi, libera di prendere e di apprendere. Come figlia ho criticato i miei genitori, e come madre sono a mia volta oggetto di critiche, non sempre costruttive. Tuttavia, da qui a immaginare la soppressione di un genitore ce ne corre! Per qualsiasi motivata ragione. Ad ogni increscioso delitto, c’è un pullulare di tavole rotonde e “luminari”, più o meno illuminati tentano di sondare le cause di tanta mostruosità. Provo molta pena per questo genitore vittima di turno dell’odio della figlia che lui, in buona fede e motivate ragioni, intendeva allontanare da un soggetto a rischio, divenuto suo assassino, reo confesso. Beffa del destino che portasse nel cognome l’arduo obiettivo cui ogni persona equilibrata aspira.

Una mattina mi son svegliato…

Questa mattina, 25 aprile 2021, mi son svegliata presto. Aperto il portoncino, ho sentito il canto degli uccellini appollaiati sui rami dei noci a bordo strada e il suono delle campane del paese vicino. Mi sono stupita, perché l’ora non era quella della messa, salvo varianti che potrei ignorare, perché non sono un’assidua praticante. Comunque ho percepito come gioioso lo scampanio e l’ho associato a quello, centuplicato e più che deve essersi diffuso per le piazze e le strade il 25 aprile 1945: una festa irripetibile, piena di speranze e di intenti. Credo che le persone in età avanzata si commuovano, giustamente al ricordo della riconquistata Libertà, mentre temo che le giovani generazioni non apprezzino a dovere il bene assoluto che la parola contiene. In un messaggio inoltrato stamattina da Serapia, leggo: “Ricordiamoci sempre di non dimenticare mai”, sembra un gioco di parole ed invece contiene un monito urgente, perché la memoria è un valore che si nutre delle esperienze di chi ci ha preceduto, sacrificando la vita per alti ideali. Per fortuna oggi non siamo in guerra… ma non mi pare fuori luogo ricordare che, secondo papa Francesco – e non solo lui – stiamo combattendo, a rate, una sorta di terza guerra mondiale, con un nemico subdolo e invisibile, che tante vittime ha già mietuto. Quindi grazie a chi si impegna per mantenere vivo il sacro fuoco della memoria, anche senza esternarlo, per motivi di discrezione o restrizioni sanitarie. Oggi è anche una bella giornata di sole, da trascorrere in Pace e in Libertà!