Donne coraggiose

Non so cosa si provi a rivedere la propria madre dopo sei lunghi anni di reclusione, e viceversa la madre nel rivedere la figlia, Gabriella, sottrattale quando aveva 22 mesi. Parlo di Nazanin Zaghari Ratcliffe, l’anglo-iraniana detenuta nel carcere di Evin (Teheran, Iran) dal 2016, con l’accusa di spionaggio e di aver complottato per rovesciare il governo iraniano. Finalmente è una donna libera, dopo i tanti appelli per la sua liberazione, le proteste di suo marito, i suoi digiuni. Una bella giovane donna che faticherà a vivere “normalmente” dopo l’esperienza trascorsa nelle carceri iraniane che l’ha duramente provata. Mi torna alla mente la liberazione di Ingrid Betancourt, politica colombiana, prigioniera delle Farc per sei anni (dal 23 febbraio 2002 al 2 luglio 2008) che ha annunciato di candidarsi per la presidenza, esattamente vent’anni dopo il sequestro. Il parallelismo mi viene suggerito dagli anni di prigionia e dal genere delle protagoniste, donne coraggiose che si impegnano come ce ne sono tante, senza il favore dell’opinione pubblica che non le conosce. L’argomento si è imposto da sé, sebbene preferissi parlare d’altro. Del resto il mio blog è una finestra sul quotidiano e se l’aria che tira è contraria, non posso che adeguarmi. Dopotutto quanto accaduto dispone a sperare che c’è sempre una via d’uscita, per quanto lunga e costellata di difficoltà. Il punto dolente è ciò che può accadere nel mentre, per sfinimento e/o altre cause (leggo con disgusto che nei centri di detenzione iraniani la tortura è praticata sistematicamente). È risaputo che non siamo padroni del tempo e che l’uscita è segnata. Auguro a Nazanin di recuperare almeno un lembo di normalità e di godersi doppiamente gli affetti ritrovati.

Rete ed Emozioni

A malincuore devo pagare la bolletta del gas metano, arrivata come un colpo al cuore: raddoppiata, rispetto alla precedente, già alta. Interpellato l’ufficio clienti, mi confermano che la stima dei consumi è stata fatta, a mio dire per eccesso, senza aver ricevuto la dettatura del contatore (ma non dovrebbe avvenire da remoto?) e qua ci siamo: ero ricoverata e ho dovuto pensare ad altro, riabilitazione compresa. Conto sul conguaglio per verificare se ci sarà un riequilibrio. Intanto devo pagare, e per una pensionata statale ottocento euro non sono bruscolini. Il tentativo fatto ieri in ufficio postale è fallito, perché bisognava fare la coda. Stamattina sono quasi fortunata, perché prima delle nove lo sportello è tutto per me. Novità: oltre al documento, tessera sanitaria…mi viene chiesto il green pass, pena blocco delle operazioni. Provvedo e qui emerge un inghippo: il mio green pass non viene riconosciuto elettronicamente. Esibito varie volte, non me ne capacito. L’impiegata prova con il suo, che pure viene respinto. Anche quello della collega, che telefona all’assistenza. Tra una cosa e l’altra, il tempo passa e fuori dalla posta la coda si allunga, presumo con fastidio. Non so come, riesco a pagare la salatissima bolletta e decido di andare al bar perché ho bisogno di qualcosa di dolce per tirarmi su. E ovviamente leggere il quotidiano. Nella rubrica il caffè di Massimo Gramellini mi attira il titolo dell’odierno articolo “KAMIKAZE DELLA PAROLA” riguardo la protesta della giornalista russa Marina (cognome impossibile da ricordare), che ha rischiato grosso per invocare la pace. Una marea di ammirazione per la coraggiosa professionista mi monta dentro e disperde il malumore diffuso dal disservizio informatico. Nessuna macchina può sostituire le emozioni.

Fatalità

Fatalità: avversità, sfortuna, disgrazia sono i sinonimi. Avvenimento dovuto al caso, secondo il dizionario di Italiano il Sabatini Coletti. Questa premessa, per introdurre due fatti di attualità ascrivibili alla parola suddetta. Uno è successo a Novara, dove Ludovica, una 15enne è caduta da una giostra. Andata al luna park per festeggiare il suo compleanno con un gruppo di amici, ci ha trovato la morte. Tra l’altro il luna park era al primo giorno di apertura e l’incidente è avvenuto all’ultimo giro della giostra, un Tagada, attorno alle 23. L’altro fatto è accaduto all’alba, all’altezza di Forlì, tra Cesena e Valle del Rubicone, dove si è ribaltato un autobus – pare per un colpo di sonno dell’autista- con una ventina di persone, tutte di nazionalità ucraina: è morta una 32enne, in fuga dalla guerra. Con lei i figli di 5 e 10 anni. Questo però lo considererei un effetto collaterale della guerra, più che una fatalità…e i figli della giovane vittima dovranno sopportare un doppio incubo. Certo che siamo fili d’erba, come diceva il filosofo e matematico Blaise Pascal; a differenza del filo d’erba, sappiamo di dover morire. Sul dove e come però vige il mistero, mentre ogni persona, libera e sana si augura di avere una vita lunga e piacevole, disseminata di belle esperienze. Tuttavia il quotidiano riporta notizie di persone giovani decedute, molte per incidente o fatalità, come la sfortunata quindicenne. A Paderno, nel paese vicino si stanno svolgendo le esequie di un 17enne, caduto rovinosamente dalla moto che stava provando. La cultura della vita ha bisogno di nutrimento, per godere responsabilmente del tempo che ci è concesso. Con la speranza che sia tanto e clemente.

Guerra mediatica

Sapevo che dal giorno 8 marzo bisognava sintonizzare i canali, o risintonizzarli nel mio caso, visto che mi ero provveduta per tempo del decoder. Nonostante ciò, per un paio di giorni sul primo canale vedo tele Lombardia, anziché Veneto e ricevo un paio di altre reti. Poco male, tanto le brutte notizie tengono banco dappertutto. Aspetto Manuel che con un click risolva il problema legato alla nuova ricezione digitale; per ora mi accontento di ciò che passa il convento. Mi colpisce la frase della giornalista Tiziana Ferrario, a proposito del conflitto Ucraina-Russia in corso: “È la guerra più mediatica della storia”. Convengo, ma sento il bisogno di approfondire e cerco la spiegazione della parola mediatico: “imposto o generato dalla cultura dei mass media”, cui appartiene anche la televisione. Semplificando, significa che vediamo le azioni di guerra, come se fossimo in prima fila al cinema (sempre che i filmati siano reali e non datati). Non so dire se questo sia un bene, oppure no. Intuisco che devo cercare io, utente del mezzo televisivo la risposta. Le conseguenze psicologiche degli orrori perpetrati in Ucraina negli ultimi sedici giorni di conflitto e trasmessi dal video avranno una lunga coda. Credo che perfino il premier Vladimir Putin li abbia sottovalutati, tant’è che molti giornalisti sono stati silenziati e le reti televisive oscurate; viceversa credo che il presidente ucraino Zelensky, abituato al confronto con il pubblico per il suo precedente lavoro ci guadagni in popolarità. I veri protagonisti dell’esodo in corso verso l’Europa, donne e bambini per il 90 % ignorano come sarà il loro futuro. Anche l’Europa dovrà cambiare passo e non mettere la testa sotto la sabbia. Al momento pare che le nazioni della UE abbiano ritrovato unità di azione, il che sarebbe una buona base di partenza, per un autentico rinnovo. Finalmente arriva Manuel, sorridente ed esperto di Elettronica: purtroppo è di fretta, perché deve sistemare diversi televisori. In quattro e quattrotto sistema le reti scompaginate del mio apparecchio. Adesso posso selezionare un programma che mi restituisca un po’ di serenità. Senza scordare tutto il resto.

Musica tra le bombe

MUSICA TRA LE BOMBE Finalmente una bella storia, nonostante il contesto. Non perché non ce ne siano da raccontare, ma perché restano sepolte chissà dove, o perché prima devono essere metabolizzate. Ne sento parlare al telegiornale e poi cerco conferme in internet. Riguarda un musicista di origini siciliane che suona il piano per i profughi. Nato e cresciuto in Germania, risponde al nome di Davide Martello. Il 40enne non è nuovo a simili lodevoli iniziative. È noto per viaggiare nelle zone di conflitto per suonare il pianoforte a coda, trainato dalla sua bicicletta, usando un rimorchio elettrico. Nel 2014 si era già esibito a Istambul, suonando “Bella Ciao” e “Imagine”, con sequestro del pianoforte da parte dei poliziotti. Suonò al Donetsk nel 2014 e l’anno dopo al Bataclan di Parigi dopo l’attentato. Ha fatto un viaggio di 15 ore prima di arrivare al confine tra la Polonia e l’Ucraina e suonare il suo pianoforte per i profughi ucraini. “Sono giorni che sentono bombe e mitragliate, è giusto che adesso sentano un po’ di musica” : straordinario! La gente si ferma ad ascoltarlo, si commuove, lo fotografa, gli porta da mangiare. Ho sempre ammirato gli artisti di strada, ci ho anche scritto attorno un lungo racconto intitolato Flamenco Therapy. Offrono il talento gratuitamente là dove serve, senza prenotazione e senza abito da sera, come fa Davide da quando era un bamino: un grande, come spero ce ne siano altri. Anche se molte storie rimangono oscurate, di proposito o per altri impedimenti, questa di Davide è simbolica e le rappresenta tutte. Il messaggio che ne ricevo è che l’eredità buona non si disperde e aleggia sopra di noi anche quando il male spadroneggia.

Vita contro morte

Dall’inizio della guerra sono nati 46 bambini, lo sento al telegiornale ed è una lieta notizia che fa a pugni con le bombe che cadono dal cielo, anzi sembra una sfida alla follia della guerra. “La guerra non ferma la vita che nasce” leggo su un’agenzia d’informazione. La foto della nascita di Mia, partorita nella metropolitana di Kiev mentre la città era assediata dalle truppe russe è diventata virale. Certo quei piccoli nati nei rifugi sotterranei sono in forte pericolo e fa un certo effetto vedere una donna con un neonato in braccio scendere nel ventre della terra. Un’altra, cui viene chiesto se fuggirà altrove risponde di no, che intende crescere suo figlio in una terra bellissima, sebbene martoriata. Un’altra si affida alla Madonna, fiduciosa che proteggerà l’Ucraina. Giovani madri coraggiose; altre madri chiedono un corridoio umanitario per poter recuperare i resti del figlio morto, cioè ucciso in una guerra assurda nel terzo millennio. La terra è una valle di lacrime, mentre potrebbe essere un paradiso. Non intendo scrivere ogni giorno post sul dramma iniziato otto giorni fa…tuttavia non posso esimermi dall’offrire uno spunto di riflessione per esprimere almeno la mia solidarietà a chi deve subire le conseguenze di decisioni prese dall’alto. Bertold Brecht (Augusta, 10.02.1898 – Berlino, 14.08.1956), intellettuale impegnato per la pace, esprimeva un concetto quanto mai attuale, nella poesia LA GUERRA CHE VERRÀ, che riporto: La guerra che verrà/non è la prima. Prima/ci sono state altre guerre./Alla fine dell’ultima/c’erano vincitori e vinti./Fra i vinti la povera gente/faceva la fame. Fra i vincitori/faceva la fame la povera gente egualmente.// Tornando ai neonati, mi auguro che sopravvivano alle macerie e che possano avere una vita lunga e lieta, nonostante l’esordio da brivido.

Si alzi forte in tutta la Terra il grido della Pace (Papa Francesco)

Desolazione è la parola appropriata per commentare i video della distruzione che giungono dalla zona di guerra. Da Kharkiv il corrispondente Andreiev Artiom parla dal rifugio del palazzo dove la gente cerca scampo durante il coprifuoco: cantine attrezzate alla meglio di giacigli dove si vedono sedie e tavolini colorati per i bambini, e anche il cagnolino dell’inviato che si trattiene dal piangere “perché sono un uomo”. Il presidente Biden ha promesso di confiscare le ricchezze degli oligarchi (magnati economici delle ex repubbliche sovietiche) e di proteggere le democrazie sotto attacco. Il Papa ha indetto per oggi, giorno delle Ceneri, una giornata di digiuno e di preghiera. Oggi è il settimo giorno di guerra e l’ansia per una rapida risoluzione aumenta. Macron ha detto che durerà a lungo. Le immagini che arrivano dalle città bombardate assomigliano a quelle nei libri di storia dell’ultima guerra. Mi tornano alla mente le poesie dei poeti ermetici…una in particolare, di Salvatore Quasimodo (1901 – 1968; Nobel per la Letteratura nel 1959), dalla raccolta Giorno dopo giorno, intitolata Uomo del mio tempo, dura condanna delle violenze della guerra e della bramosia di potere. La poesia inizia così: Sei ancora quello della pietra e della fionda,/uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,/… Chissà se Putin la conosce. Nonostante le conquiste della scienza e della tecnica, il progresso non ha migliorato l’uomo, rimasto moralmente “quello della pietra e della fionda”, da cui ci dissociamo. Sperando che gli altri sopravvivano e adottino il monito di Papa Francesco: Si alzi forte in tutta la Terra il grido della Pace!

Arte e guerra

Mi arriva da Possagno su WhatsApp la foto di un’opera di Antonio Canova, LA PACE, che si trova al museo dell’arte di Kiev attualmente sotto assedio. In Gipsoteca si trova il gesso, danneggiato durante la guerra e ricostruito: parallelismo significativo. Mi soffermo un attimo sulla statua, considerata un’opera cardine dell’artista, per la qualità compositiva e per il forte significato allegorico e simbolico: la figura alata (alta quasi due metri), in piedi, schiaccia la testa di un serpente, simbolo della guerra, a significare la vittoria del bene sul male. Commissionata al Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822; quest’anno centenario della morte) dal principe russo Nicolaj Rumianzev, viene realizzata tra il 1811 e il 1815 e allude alle complicate vicende politiche di quegli anni in Europa. Ribadisco che il marmo si trova nel museo di Kiev, dove era giunto dalla Russia nel 1953. I parallelismi offerti dall’Arte dovrebbero indurre a pensare positivo e toccare l’animo dei governanti ossessionati da mire espansionistiche. A proposito di parallelismi, seguo la rassegna stampa in tivù e vedo che una testata mette a confronto il leader russo Vladimir Putin con Volodymyr Zelensky, ex attore e comico ucraino, dal 20 maggio 2019 Presidente dell’Ucraina. Mi colpisce di quest’ultimo il coraggio e l’intenzione di resistere, anziché mettersi al riparo con l’appoggio degli Americani. In una recente apparizione pubblica ha detto che poteva essere l’ultima volta che lo si vedeva vivo…sono dichiarazioni angoscianti, come le foto degli obiettivi colpiti, dei civili nascosti nei bunker, dei profughi in marcia. Senza contare che il peggio non ce lo fanno vedere. Eppure la Pace, l’Arte, la Cultura…la Vita delle persone sono gli obiettivi verso cui dovremmo convergere tutti. Se non si è preda del serpente velenoso ai piedi della Pace canoviana.

Il bicchiere mezzo pieno

Andrea Nicastro, inviato del Corriere, in collegamento da Mariupol ha riferito il pensiero di un soldato che mi ha colpito: “La guerra non è una partita di calcio”. Oggi terzo giorno di guerra, combattimenti feroci in Russia…ultimo sabato di febbraio 2022. Vorrei parlare di primavera, luce, aria nuova…del mio vecchio albicocco che si sta rinnovando: sui rami più alti ho notato stamattina le gemme rosate, come piccole perle beneauguranti. L’avevo dato per morto, invece mi darà consolazione anche quest’anno! Mi hanno commosso le immagini di sfollati con in braccio il cane o il gatto, fedele amico da portare nel rifugio per scampare alla morte che arriva dal cielo o dall’artiglieria. Stanotte, nel rifugio della stazione metropolitana di Kiev è nata Mia: un segno di rinascita! Stavamo per accantonare il problema covid che ci angustia da un paio d’anni, ora scavalcato da uno più grande, da attribuire non a un virus microscopico, ma alle mire espansionistiche di un leader innamorato del passato. Non so se la diplomazia farà il miracolo di congedare l’evento bellico in corso come guerra-lampo, vorrei dimenticare in fretta questa orribile pagina di attualità. Provo un moto di attrazione e repulsione per le notizie, timorosa di dover prendere atto di una escalation del male, con tutti gli annessi e connessi. Siamo stati già allertati, con l’aumento delle bollette e dei prezzi di dover tirare la cinghia e il futuro economico a medio termine non è certo roseo. Sulla tenuta psico-fisica delle persone ho delle riserve, a partire da me che mi scopro…scoperta (chiedo scusa per il gioco di parole), con dei momenti di scoramento quando vedo obiettivamente il bicchiere mezzo vuoto. Però un impulso che viene da lontano mi invita a considerarlo mezzo pieno. E così me lo bevo.

Male che torna

Sono riemerse nel quotidiano parole che si credevano confinate nel passato: attacco, sfollati, sanzioni, rifugi…morti. E tutto succede in un continente che ha subìto due guerre mondiali da non troppi decennni. Quando insegnavo, nelle classi terze affrontavo l’argomento della guerra – due guerre mondiali – da lontano, perché i ragazzi erano recalcitranti alle tematiche forti (oppure io non sapevo essere attrattiva); partivo da una lettura, oppure da una poesia di chi la guerra l’aveva vissuta sulla pelle, così rompevo il ghiaccio. Dai banchi arrivava la testimonianza di uno studente con un nonno o un parente deportato o sfollato. Ora che ci penso, anche Possagno dove ho abitato subì l’esperienza del profugato durante la grande guerra. Lo attesta una lapide sulla casetta attigua al municipio dove, a ricordo della guerra 1915-18 si legge: Da qui i Possagnesi partirono profughi per la Sicilia e altre città dell’Italia. Pochi testimoni ne hanno parlato, perché farlo significava riaprire una ferita. Tuttavia non è difficile immaginare il disagio di chi era ed è costretto ad abbandonare la propria casa, cari e abitudini, in seguito a eventi bellici o altri cataclismi. Di recente in un post ho ricordato l’esodo da Pola, magnificamente rappresentato in musica da Sergio Endrigo con la canzone 1947. Purtroppo la storia si ripete, anche se un poco spostata nello spazio, ma simile nelle ripercussioni. Non sono un’esperta di questioni internazionali e seguo quanto basta ciò che succede per sentirmi partecipe, senza tuttavia farmi troppo coinvolgere. Da amante dei felini, prendo le distanze da situazioni problematiche, ma non ignoro le ripercussioni a livello emozionale. Da ieri l’Europa è sconvolta dall’aggressione russa all’Ucraina, la cui bandiera ha i miei due colori preferiti: il giallo, che richiama il sole, il grano e il celeste, allusivo di pace e di serenità. Voglia il cielo che non si macchi di sangue.